Corpo nudo – Ghiannis Ritsos

Foto di Irving Penn

 

Disse:
voto per l’azzurro.
Io per il rosso.
Anch’io.

*

Bello il tuo corpo.
Infinito il tuo corpo.
Mi sono perso nell’infinito.

*

Diastole della notte.
Diastole del corpo.
Sistole dell’anima.

*

Quanto più ti allontani
ti avvicino.

*

Una stella
mi ha incendiato la casa.

*

Mi van strette le notti
in tua assenza.
Ti respiro.

*

La mia lingua nella tua bocca,
la tua lingua nella mia bocca –
una foresta oscura;
i tagliaboschi scomparvero
così gli uccelli.

*

Dove tu sei
esisto.

*

Le mie labbra
percorrono il tuo orecchio.
Così minuto e tenero
come può contenere
tutta la musica?

*

Piacere –
oltre la nascita,
oltre la morte;
presente finale
e eterno.

*

Tocco le dita
dei tuoi piedi.
Com’è incommensurabile il mondo.

*

Sotto tutte le parole
due corpi s’uniscono
e si separano.

*

In così poche notti
come si crea e crolla
il mondo intero?

*

La lingua tocca
più in fondo delle dita.
Si congiunge.

*

Ora
il tuo respiro
ritma il mio passo
e il polso.

*

Due mesi senza incontrarci.
Un secolo
e nove secondi.

*

Che farmene delle stelle
se tu manchi?

*

Con il rosso del sangue
io sono.
Sono per te.

Il tuo nome soltanto
ancora e sempre —
mia profonda solitudine,
l’arcangelo,
la poesia.

*

Altra dimora non ho.
Abito il tuo corpo.

*

Rosso era
con una linea nera verticale.
Le mele cadono nel fiume.
Galleggiano.
Se ne vanno.

*

Come spicca
nella notte
una rosa,
un riccio di mare
senza luna?

*

Nudi stiamo
sopra le maschere.
Eretti.

*

L’unghia del tuo dito mignolo
più infinita del mare.
Per dove mi veleggi?

*

L’indicibile
s’accresce,
compie l’eccelso.

*

Il tuo corpo
mi disloca,
mi contiene.
Coricato mi ergo
dentro di te.

*

Gli organi occulti
suonano
fuori dal tempo.
Navi illuminate
arrivano, partono;
non fischiano.

*

Amore,
la profonda incisione —
ciò che sognammo
metà nell’ignoranza,
metà nell’assoluto,
qui.

*

Come tutto si lega
con te —
le tende rosse di fronte,
i passeri sul terrazzo,
il rubinetto in bagno —
alberi invisibili, il vento.

*

Un animale ucciso
il letto.
Il nostro sangue scorre.

*

Perché il bicchiere rotto?
Perché la tenda strappata
e le tue scarpe mézze?
Dove?

*

La finestra di fronte
è illuminata.
Ti spogli.
Sempre tu.

*

Le sigarette, il letto,
lo spazio pieno del tuo corpo
la statua del mio sangue.

*

Accendo fiammiferi,
mi taglio le unghie,
buco le lenzuola.
Manchi.

*

Avevi detto:
amo i tuoi capelli.
I miei capelli crebbero.
Mi nascosero.

*

Mese promesso.
Giorno promesso.
Verrò — dicesti.
Aspetto sulla porta.
La porta
è piena di sigilli.

*

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

Non cemento.
Vuoto
trapassato
da una verga di ferro.

I tuoi abiti
ancora caldi del tuo corpo,
su quale sedia, dove
sono gettati?

*

Il caffè, la sigaretta,
l’attesa,
l’attesa, la sigaretta.
I miei occhi sono più azzurri.

*

Aspettandoti
ho dimenticato di osservare,
ho dimenticato di osservarmi.
II sogno mi tiene
in braccio,
piegato sulla tua spalla.

Il tuo corpo invisibile.
Tangibile.
Due uccelli nelle tue ascelle.
Una croce sui tuoi seni.
Morte niente.

*

No.
Il ricordo del corpo
non è corpo.
Stringo
aria condensata.

*

Con correlazioni,
con similitudini
ti ricreo
frammentariamente.
Non mi completo.

*

Dissi finestra.
Non lo era.
Tutte le finestre
s’aprono su te.

*

L’assenza di perifrasi — diceva —
annienta la poesia.
E sia.
Preferisco il tuo corpo.

*

Quella sedia.
Sempre.
Dove tu sedevi.
Immobile.

*

Dicevi:
sono te, te, te.
E io?
Te.
E arrivasti.

Migliaia di volte
ripetei il tuo nome.
Non ti dissi.
Inesauribile il tuo nome.

*

Giorno promesso.
E arrivasti.
Fuoco e fumo.
Fumo e notte.
Il letto brucia.
Di fuoco le nostre ali.
Non si bruciano.

*

Separatamente
le dita dei tuoi piedi,
delle tue mani,
i tuoi capelli, le tue unghie,
le tue ginocchia, le tue ascelle,
la morte.

La poesia inattiva.
Mi focalizzo
in un punto del tuo corpo.
Conchiuso,
mi libero.

*

Il grande asciugamano blu
con cui il mattino ti asciugavi
è lì, lì —
non l’ho lavato.

*

E le altre cose, quali erano?
Mi è cresciuta molto la barba;
mi ha coperto lo scettro,
il falco,
il tuo seno.

Mio blu — dicevi —
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

*

Tengo il martello,
scolpisco l’aria,
scolpisco la tua statua
aperta,
vi entro,
vi resto.

*

Ogni stella, ogni foglia,
ogni sigaretta che accendo,
ogni passo per strada,
il tuo passo.
E sei qui.
E tardi.

Chiudimi — dicevi.
Chiuditi.
Spezza il pettine.
Le tue dita mi pettinano
da dentro.

*

Frugo gli angoli della notte —
il tuo gomito, il tuo ginocchio,
il tuo mento.
Rotolano pietre.
Senz’alcun rumore.
Dove sei?

Il monte entra in casa,
siede sulle mie ginocchia.
Il giorno fuma.
L’aria di nuovo tua.
Più oltre nulla.

Giungono notti più lunghe.
Piante carnivore
avvolgono la casa,
avvolgono il letto.
Le tue labbra assenti
mi suggono.

*

Nel centro del verso
tu e tu.
Il tuo respiro riempie
tutte le parole,
tutto il silenzio.

*

Ogni tuo gesto
ha lasciato
sul tavolo,
nell’armadio,
sotto il cuscino,
una cassettina di musica.
Ascolto solo.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Per telefono
ti sento gettare
a uno a uno i tuoi vestiti
sul pavimento.
Per ultimo
il tuo anello.

*

Prendevi il treno.
Non tardare — ti dicevo.
Più in fretta, più in fretta.
E i tuoi capezzoli
s’inturgidivano.

Orologi fermi,
le mie mani ferme
attorno ai tuoi fianchi.

Di mattino presto il telefono;
frastuono tutt’intorno;
automobili, grida, pescherie;
una bicicletta cade dal ponte
e d’improvviso
nel centro del frastuono
un silenzio assoluto
pieno della tua voce.

Il letto è fiero.
Ha visto la nostra unione
fino alla profonda foresta degli orsi
col grande fiume
e le cinque aquile.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Ho sondato l’insondabile profondità
con una piuma legata a un filo; —
non scendeva; saliva.
Le tue labbra.

*

Ti alzai sulle mie mani
e spiccai il volo.

*

Il corpo
è cielo.
Nessun volo
lo esaurisce.

Partivi.
Ehi, — ti gridai —
lo romperò questo bicchiere.
Ridevi.
Non lo ruppi.

Uccelli, monti e notti —
ciò ch’esiste di bello
lo chiamo col tuo nome;
mi ode e mi risponde.

*

Circoli nel mio sangue
mi riempi il corpo.
Contengo il mondo.

*

Notte.
Gettammo dalla finestra
le nostre chiavi.
Prendemmo le stelle.
Apriamo.

E rami
e alberi di navi
e l’àncora.
E tu in giardino
dietro la statua.

*

Bella giornata —
non sopporto
che tu non sia qui.

Sangue il tramonto,
sangue la notte,
sangue le rose.
Tu — il mio sangue.

Ciascuno di noi altrove,
separati e insieme;
tengo la tua mano;
mi tiene.
Appena arriva la primavera…

Mi tolsi la giacca,
te la misi sulle spalle.
Nella tasca destra
c’è un ciottolo bianchissimo
caldo.

In brevi versi
si nascondono grandi cose
indicibili.
Tu sai.

Una foglia,
una sigaretta,
un bacio.
Mio amato mondo.

Nudo il tuo corpo,
autentico —
risposta definitiva
al niente.
Vieni.

Cinque bicchieri,
si riempiono, si vuotano.
Li batto con la matita —
suono dopo suono
la storia.

*

Volevo dirle in qualche luogo,
spartirle queste cose —
così grandi.
Non le dissi.
Asfitticamente crebbi,
solo.

*

Dormi sul mio seno
— dicevi;
e io pernottavo
sul tuo seno.

Come mi sollevano in alto
i tuoi baci.
Mi perdo.
Tienimi.

*

Ora
è il cielo
la mia terra.
La mia vasta terra
è il cielo.

*

Nel tuo corpo
nasco e muoio
e nasco.

*

Gettasti i lenzuoli,
apristi le finestre,
ci riempimmo di stelle.
Una farfalla d’oro
sui tuoi capelli.

Arrivavi sempre
coi fiori in mano.
Vi aspettavo
i fiori e te.
Che ne è dei giardini?

*

Notte.
Il sedile di pietra
accanto al mare.
Ti levasti i sandali.
Una nave illuminata
partiva.

*

Profumo improvviso
d’origano bagnato.
T’indicai la piccola luna
sopra il colle.
Non parlammo.
La parola si gonfiava
in un unico grazie.

Qualsiasi cosa tocchi,
la carta, il tavolo, il bicchiere,
è te che tocco.
Le mie mani
attaccate ai tuoi seni.
Non le controllo le mani.

*

Giorni, notti
di fuoco,
vetri rotti,
porte chiuse.
Una grande rosa
sale senza compagnia
nell’oscurità.

Suonano alla porta.
Suona il telefono.
Niente.
Non ci siamo.
Noi due insieme
non ci siamo.
E la pioggia cospiratrice.

La forma del tuo corpo
tra le mie mani
creta,
diventa una brocca,
un’ampolla,
nove statue
e un’aquila.

*

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

*

I corpi
rifiutano le parole.
Nudi e silenziosi
s’intendono.
Le due Sfingi di pietra
si guardano.
Dalle loro labbra scorre
l’acqua azzurra.

Ci spogliammo.
Chiudemmo fuori dalla porta
le case, i cani,
i giardini, le statue,
la morte.

*

Lo sai?
Quelle due castagne
restano ancora
sopra il tavolo spoglio.
Ti amo.

*

Come vivono i morti
senza amore?

*

Profondo amplesso.
Crollano città,
galoppano cavalli,
cadono lampioni,
senza suono, senza suono.

Succhi il mio pollice —
neonata, e ti nutri,
e mi nutro.

*

Non ti telefono.
Ti taccio.
Ti sono.
Le notti,
quando si svuotano i parchi,
parlo con le statue.

Ho scavato con le mani,
con le labbra,
con gli occhi.
Il muro immobile
là.

Lottai con l’albero.
Lo buttai giù.
Molte le sue foglie,
mi coprirono.

Odisseo — dicevi —
e Penelope,
entrambi blu.
Il tavolo rosso,
il letto rosso.
Nel tessuto a fogliami
in mille pieghe avvolta
la grande spada.

*

Guerra era,
amore era.
Noi due uccisi.
Raccogliemmo i nostri uccisi.
Li spogliammo.
Ci coricammo.

*

Dicevi:
amo i tuoi capelli,
le tue unghie,
la tua lingua.
Sul corridoio lastricato,
al buio,
s’udivano i passi
delle guardie.

Dimenticasti l’ombrello
sul treno.
Mi ricordavi dunque.
I tuoi capelli bagnati.
Ti pettinai.
II pettine lo misi
sotto la poesia.

*

A turno morsichiamo
la mela più rossa
non sbucciata.
Come sono bianchi i tuoi denti.
Com’è rosso il sogno.

*

Nube la poesia,
foss’anche luce,
non ha corpo.
Nel tuo corpo esisto.

Ovunque tu sia
mi sei accanto.
Stringo la tua cintura
alla mia vita.
Mia profonda fierezza.

*

Quanto dicemmo,
quanto non dicemmo
sostiene la poesia.
Sul frontone
un alto cipresso
tra due cavalli di marmo.

Il tramonto splendé
sul dorso di un uccello.
Lo vedemmo insieme.
Sorridemmo.
La tua mano si ritrovò
nella mia mano.

La casa ove abitammo
mi segue.
Ma
a destra sulla strada
vidi un bosco
viola e d’oro.
E la tristezza
che tu non lo vedessi.

*

Dirimpetto alla porta a vetri
il monte innevato.
Com’eran calde le tue mani
e il tuo seno.

*

Tra le case
gli aranci.
Brillano arance d’oro.
Azzurro l’alto monte.
Ah, l’oro e l’azzurro
vederlo nei tuoi occhi.

Dall’alta finestra vedo
uomini, case, giardini,
l’arcobaleno,
un trattore arancione,
un gatto,
un secondo arcobaleno.
E tu?

Al tuo corpo si legano
alberi e monti,
nuvole,
l’antico mare.
Si condensa il tuo corpo —
solo corpo.
Il tuo corpo.

Se le vedessimo insieme
sarebbero più belle —
foglie rosse,
colline verdi,
un cancello,
la pioggia.
Ma quand’eravamo insieme
non vedevamo niente.

Dall’inizio sillabai con te
la musica —
do, re, mi,
capovolsi le lettere
imerod —
trovai la musica per parlarti
senza essere udito.

*
Imerod ti chiamo,
Imerod —
forse così
onoro imeros
Strappo la tua veste,
salgo la scala,
faccio digiuno d’acqua.

*

In tanta stanchezza
l’insaziabilità delle nostre mani.

Quanto dovrai chinarti
per trovare la tua radice,
perché si chiuda il cerchio?
Non si chiude.
E non cerchio.
Spirale.

*

Gloriosi e ingloriosi
uniti un giorno
nello stesso palpito.
L’amore non fa
distinzioni.

*

Mare gagliardo
profondo-blu
t’illuminava il viso.
Perseguitati dal sole
tutti i morti.

Violette di bosco,
margherite di campo,
asfodeli.
Sulla roccia
rampolla di marmo
col mio sangue.

Dopo
qualcosa di duro e vivo
resta.
Gamberi vagano
nelle navi affondate.

Passarono i pescatori
coi panieri vuoti.
La luna sobbalzava
sulle tue ginocchia.
Non distingueva più
il vuoto dalla pienezza.

Il  nostro petto urtò
contro l’impraticabile.

Calura di mezzodì,
le pietre di Monemvasià,
i ciottoli bianchi
e i tremendi fichidindia
dall’aria così infantile —
quando ti spogliavi.

*

Anche la ripetizione
è un rinnovamento.
I tuoi capelli
sciolti da un lato
parlano diversamente.

Là dove sei
lo senti il nostro treno?
È passato.
Ho comprato le arance.
Piove.

Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

*

Si allontana il tempo,
ti allontani.
E la tua immagine immobile
sul muro interno.

Ascolto.
Qualcosa s’incrina
nel legno, nel vetro,
nello specchio.
Quando ci rincontreremo
saremo gli stessi?

Naturalmente
esistono altri colori
e altri paesaggi.
Nel mezzo del mio sonno
ricordo.
E mi desto.

*

Ora
da che parte dell’orizzonte
sventolano i tuoi capelli?

*

Neanche stanotte luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.

*

Il movimento delle tue mani
quando ti spogliavi,
inestinguibile.
Nello specchio del corridoio
nove lampade
inchiodate al muro.

Questo timore
che sia rimasto qualcosa
ch’io non presi.
E il timore
che quell’infinito
abbia fine.

*

Strano —
si attenuano le luci,
si spengono le vetrine.
Prima che faccia notte
albeggia.

Di nuovo il traffico,
traffico nelle case, per le strade.
Verde, rosso,
verde, rosso.
Non solo rosso.
I vigili
sono ai loro posti.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Erotica”, Crocetti Editore, 1981

Venezia, I – Ghiannis Ritsos

Foto di Alexey Titarenko

 

Bei colori veneziani, bagnati, per affreschi crepuscolari
di amori dimenticati o anche attesi. Leoni di pietra
guardano insonnoliti le vecchie turiste, i fotografi,
le gondole nere, i motoscafi, i gabbiani
che splendono sulle acque nere dai riflessi rosa
sotto i suoni vespertini delle campane. Sulla chioma di marmo
delle statue si accoppiano i colombi. Un cane bianco,
sulla finestra in alto, dietro i gerani,
abbaia ai passanti con tristezza, senza rabbia. Di notte
escono sui balconi merlettati le belle morte coi capelli sciolti
gridando i nomi dei loro amanti. Dunque,
invecchia anche la bellezza, anche la gloria invecchia. La fama, che credevi
ti avesse dato l’eterna giovinezza, due volte ti ha invecchiato.

Ghiannis Ritsos

Venezia, 12.V.81

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Βενετία, I

‘Ωραία, βρεγμένα, βενετσιάνικα χρώματα για δειλινές τοιχογραφίες
λησμονημένων ή κι αναμενόμενων έρώτων. Πέτρινα λιοντάρια
κοιτούν νυσταλέα τίς γριές τουρίστριες, τούς φωτογράφους,
τις μαύρες γόνδολες, τά βενζινόπλοια, τούς γλάρους
πού λάμπουν στά μαύρα νερά μέ τίς τριανταφυλλιές ανταύγειες
κάτω άπ’ τούς ήχους των έσπερινών σήμαντρων. Στή μαρμάρινη κόμη
των άγαλμάτων ζευγαρώνουνε τά περιστέρια. Ένα άσπρο σκυλί,
ψηλά, στο παράθυρο, πίσω άπ’ τά γεράνια,
γαβγίζει λυπημένα, όχι οργισμένα, τούς διαβάτες. Τίς νύχτες
βγαίνουν στά δαντελωτά μπαλκόνια οί ωραίες νεκρές με τα μαλλιά τους λυμένα
φωνάζοντας τά ονόματα των έραστών τους. Λοιπόν,
γερνάει κι ή ομορφιά, γερνάει κι ή δόξα. Ή φήμη, πού θαρρούσες
πώς σου είχε χαρίσει τήν αιώνια νεότητα, διπλά σ’ έχει γεράσει.

Γιάννης Ρίτσος

Βενετία, 12.V.81

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

La casa morta – Ghiannis Ritsos

Foto di Andre Govia

     
     Storia fantastica e autentica
di un’antichissima famiglia greca
(Di tutta la famiglia sono rimaste soltanto due sorelle. E una è impazzita. Immaginò che la sua casa fosse stata trasferita da qualche parte nell’antica Tebe, o, piuttosto, ad Argo − confondeva la mitologia, la storia e la sua vita privata, il passato e il presente, non il futuro. Solo questo. In seguito si riprese. E fu lei a parlarmi la sera in cui portai loro dall’estero un messaggio dello zio − un fratello del padre. L’altra non si fece vedere. Ogni tanto si udiva appena un passo lieve di pantofole nella stanza accanto, mentre la maggiore parlava):

 

Ora giriamo sole, noi due sorelle minori, in questa casa immensa —
minori, si fa per dire — da tempo siamo invecchiate anche noi,
siamo le piccole della famiglia, e le uniche superstiti, d’altronde. Non sappiamo
come sistemare questa casa, come sistemarci:
venderla ci pare brutto — abbiamo passato una vita qui —
è anche il luogo dei nostri morti questo — loro non li puoi vendere —
e poi chi se li prende i morti? E d’altra parte
trasportarli da una casa all’altra, da un quartiere all’altro —
è una fatica e un rischio — loro stanno bene qui,
uno all’ombra della tenda, un altro sotto il tavolo,
uno dietro l’armadio o dietro i vetri della libreria,
un altro nel vetro della lampada — sempre cosí modesto e frugale,
un altro che sorride discreto dietro le due sottili ombre in croce
che proiettano sul tramezzo i ferri da calza di mia sorella.

I grandi mobili li abbiamo chiusi a pianoterra,
cosí anche i tappeti pesanti e le tende di velluto o di seta,
le tovaglie, le salviette ricamate, le cristallerie e i servizi,
i grandi vassoi d’argento che un tempo specchiavano
tutt’intero il largo volto dell’ospitalità,
coltri e coperte di seta, biancheria,
vestiti di lana, soprabiti, borse,
nostri e allo stesso tempo dei morti — tutto alla rinfusa —
guanti, merletti e piume di struzzo dei cappelli di nostra madre,
il piano, le chitarre, i flauti, i tamburi,
i cavalli di legno e le bambole della nostra infanzia,
le uniformi ufficiali di nostro padre e i primi pantaloni lunghi del nostro fratello maggiore,
la cassettina d’avorio con i boccoli biondi del minore, e quel pugnale d’oro cesellato,
divise da fantino, zaini, mantelli — tutto alla rinfusa,
senza naftalina o fiori di lavanda nei sacchettini di tulle.

Abbiamo sigillato anche le stanze. Abbiamo tenuto solo
queste due camere a ponente al primo piano,
il corridoio e naturalmente la scala,
per poter uscire qualche volta la sera a passeggio in giardino
o a fare un po’ di spesa veloce nei dintorni.

Né si può dire che cosí ci siamo messe in pace. Sicuramente ci siamo liberate
di gesti superflui, di faccende domestiche insensate, di inutili fatiche
per un ordine impossibile, per una gestione irrealizzabile. E tuttavia
la casa, cosí nuda e chiusa, ha acquisito
una risonanza minima, tremenda
al passaggio di un topo, di uno scarafaggio o di un pipistrello.

Ogni ombra sul fondo dello specchio, ogni cigolío
dei dentini del tarlo o della tarma,
continua all’infinito fino ai vasi capillari del silenzio, fin nelle vene
della piú incredibile allucinazione. Si ode distintamente
il colpo di telaio del ragno piú piccolo, giú nelle cantine, tra le giare,
o la sega della ruggine sull’impugnatura delle posate,
e all’improvviso, giú nell’anticamera, il grande tonfo
di un pezzo di stoffa marcia che si stacca e cade
e sembra il crollo di uno stabile antico a noi tanto caro.

E quando talvolta, all’alba, passa lo spazzino nel sobborgo accanto,
il suo campanello lontano risuona in tutti gli oggetti di vetro o di metallo,
negli ottoni dei letti, nei ritratti degli antenati,
nei campanellini del costume da pierrot che il nostro fratello minore aveva indossato
una bella notte di carnevale — e nel tornare a casa fummo spaventati
dai cani che ci abbaiarono contro, il mio vestito si impigliò nella siepe, 
io corsi per raggiungere gli altri; la luna incollò il suo viso
cosí stretto al mio viso — non riuscivo piú a camminare
e gli altri dietro gli alberi mi chiamavano
e in un altro luogo si udivano le perline di vetro delle maschere
e le frange di vetro delle stelle laggiú, lontano, sopra il mar Mirtoo invisibile,
e quando infine arrivai, tutti mi guardavano sbigottiti
perché il mio viso brillava, tinto di polvere d’oro
come quella con cui tingevano i lampadari antichi della sala da pranzo
o gli specchi dei salotti con le eleganti mensole finemente scolpite —

Le abbiamo chiuse anche quelle nelle stanze dabbasso. Naturalmente potevamo
conservare qualcosa di tutto ciò per uso personale,
qualche poltrona a dondolo riposante, qualche specchio
per pettinarci ogni tanto. Ma chi se ne sarebbe occupato? Almeno cosí
possiamo sentirle andare in rovina, ma non le vediamo. Tutto ci ha abbandonate.

E anche queste due stanze che abbiamo tenuto,
le piú fredde e nude, le piú alte, forse sono
per guardare le cose dall’alto
e da una certa distanza, per avere la sensazione
di controllare e dominare la nostra sorte; soprattutto
quando fa sera e tutte le cose si chinano giú sulla terra calda,
qui il freddo è acuto come una spada,
puoi tagliare il desiderio di un nuovo accordo o la speranza
di un incontro irrealizzabile; e questo gelo
puro, sprezzante, è quasi salutare.
E queste due stanze sono appese nella notte infinita
come due fari spenti sul litorale piú deserto,
soltanto il lampo li accende un attimo e li spegne,
li trapassa e li inchioda diafani nel vuoto, anch’essi vuoti.

Ma se a volte accade che qualcuno passeggi sul colle di fronte pieno di rovi,
tardi, quando il sole sprofonda e le cose sono pallide, torbide, viola,
quando tutto pare perduto e tutto quasi raggiunto, allora
quell’uomo solitario che passeggia sul colle
sembra mite e simpatico, cioè come qualcuno che potrebbe provare
ancora un po’ di simpatia per noi; — allora anche il colle appare
sereno, alla stessa altezza della nostra finestra, tanto
che se l’uomo si girasse verso di noi per guardare i cipressi
diresti che con un altro passo potrebbe scavalcare il nostro davanzale,
entrare nella stanza come un vecchio conoscente, e anzi
chiederci una spazzola per spolverarsi le scarpe. Ma quello
poco dopo scompare dietro il colle
e davanti alle nostre finestre resta ancora
la curva del colle, silenziosa come un pentimento,
e il tramonto amaro, riconciliato, che svanisce tra le ombre.

E non che ci siamo completamente abituate — ma che farci? — Tutto ci ha abbandonate —
l’abbiamo abbandonato anche noi — cosí si è instaurato
un equilibrio quasi giusto, senza reciproci rancori,
anzi senza rimorso né tristezza — come fare altrimenti?

Ora siamo rimaste qui, come quando al crepuscolo cogli i fiori in giardino,
molti fiori per i vasi della sala da pranzo e le camere da letto dei morti,
e sulle mani ti restano macchie gialle di polline
e polvere della strada che entra dalle inferriate e impiastriccia gli steli 
e certi minuscoli insetti, alcuni alati, altri no,
e poche tiepide gocce di rugiada,
assieme a quegli inevitabili sottilissimi ragni
che si trovano sempre sui fiori, e quando il tramonto rosa si spegne sui vetri
hai la sensazione del coltello affilato che si smussa
per il sangue o il latice dei fiori — una strana, complessa sensazione
di terrore e delitto — una bellezza cieca, gentile, odorosa e infinita,
un’assenza totalmente nuda. È cosí. Tutto ci ha abbandonate.

Quell’ultimo giorno, le schiave lanciarono un grido e fuggirono —
un grido stridulo che restò confitto nel corridoio oscuro
come una grossa lisca di pesce nella gola di un ospite sconosciuto
o come una spada arrugginita dentro la lunga bara dell’ucciso,
un grido — solo questo — e fuggirono di corsa
col viso nascosto tra le mani; solo quando giunsero
in cima alla scala di marmo, dietro il peristilio,
sembrarono nere, piccole, ingobbite
infinitamente protettive e opportuniste,
rancorose, piene di secondi fini, con una solerzia calcolata,
— si fermarono un attimo, completamente estranee al loro stesso grido,
si scoprirono il viso,
attente a non cadere dalla scala
benché i loro piedi conoscessero a memoria i gradini uno per uno
per tutta la lunghezza della scala, in ogni sua sosta,
come una poesia scritta sul retro del diario,
0 come un canto dei soldati dopo la battaglia
appreso un tempo dai pochi reduci dal fronte —

alcuni soldati ancora belli e dall’aria un po’ triste
con mani e piedi grandi, le maglie piene di pidocchi,
con gallerie sotterranee e stelle sprofondate negli occhi,
con le ciglia ricurve blu scuro come l’ombra di una fortezza sulla fonte,
con qualcosa di duro e impaziente sulla bocca,
qualcosa di molto virile e indifferente a un tempo, come se avessero baciato
sulle mani incrociate o sulla fronte troppi uccisi,
come se avessero abbandonato gli amici feriti correndo sotto il nevischio nella forra
e soprattutto come se avessero rubato la borraccia che il malato teneva per guanciale. Tuttavia

i soldati la sera cantavano in cucina (allora noi eravamo piccole,
li ascoltavamo dietro le porte — non ci lasciavano
entrare nelle cucine con quegli oggetti strani, sconosciuti,
con quei misteriosi aromi di pepe, aglio, sedano, pomodori,
e altri intricati aromi che non rivelano la fonte,
con le voci sibilline del fuoco, del fumo, dell’acqua che gorgoglia,
con lo sferragliare incrociato dei coltelli svelti,
con le torri pericolanti dei piatti da lavare
e i grandi ossi nudi insanguinati di mitici animali.

Laggiú regnavano le schiave con i loro grembiuli allusivi
nell’alchimia di erbaggi, carni, frutta, lische di pesce,
criptomaghe con gli enormi mestoli di legno,
che vaticinavano sopra i vapori delle marmitte,
che plasmavano con il fumo una donna snella sgozzata con la tunica bianca
o vascelli a tre alberi con grosse gòmene, marinai e bestemmie
o plasmavano la lunga barba di un cieco diafano con la cetra sulle ginocchia —
forse perciò mia madre non ci lasciava entrare;
e a volte trovavamo una presa di sale dietro una porta,
o la testa di un gallo, con la cresta simile a un piccolo tramonto, su una tegola rotta.

Non dicevamo niente ai grandi, perché se si schiudeva appena la porta di una cucina,
lo spettro del fumo sgusciava via di lato e rimaneva per ore in corridoio,
alto, minaccioso, con un elmo di vetro da cui pendeva un cimiero equino; lo spettro
solitario, odoroso, bestiale e incorporeo
completamente senza ossa eppure potentissimo. Cosí ascoltavamo
dietro le porte fin dopo mezzanotte,
finché ci coglieva un sonno rosso di scintille). Dunque, cantavano i soldati,

a volte scherzavano con le domestiche,
si toglievano gli scarponi e si sfregavano le grosse dita dei piedi con le mani,
poi si nettavano il vino dalle labbra carnose
o si grattavano il petto villoso e le cosce,
agguantavano a caso i seni delle donne
e di nuovo cantavano (li sentivamo anche nel sonno), cantavano

con i visi nascosti tra i capelli lerci,
battendo impercettibilmente il ritmo coi piedi scalzi sulle mattonelle
o con le dita sulla brocca o sul bicchiere
o sul tavolo di legno (su cui si macinava la carne),
piano, molto piano (perché da dentro non sentissero i padroni);
e il pomo di Adamo allora andava su e giú
come il nodo di una grossa fune tirata da due rivali,
come il nodo di una fune salita su da un pozzo fondo,
come un nodo negli intestini. Perciò le donne

piangevano istericamente nel sentirli,
si strappavano le vesti, restavano nude a supplicarli
e li prendevano in grembo come bimbi malati che volevano guarire a tutti i costi
e volevano racchiuderli tutti nel ventre
— forse per colmare il loro vuoto,
le loro viscere  — racchiuderli
in fondo in fondo e soffocarli
per proteggerli e tenerli
soltanto per sé — e dopo partorirli

in un momento piú adatto, in una casa piú bianca,
in una casa piú arieggiata e piú esposta al sole, con meno ombre
di colonne, di giare, di omicidi, di spade, feretri e glorie,
con meno fori invisibili alle pareti — fori
di chiodi per specchi di metallo o abiti da sera,
di chiodi per appendere uniformi, trombe, tamburi, elmi, scudi
o spaghi dei giocattoli muti di bambini morti,
o icone, serti delle nozze, pentole; fori ovviamente chiusi
dai restauri, da nuovi intonaci e imbiancature,
ma sempre aperti piú dentro, piú in fondo, nel ricordo.

Cosí volevano dunque partorirli in un luogo piú spazioso,
luminoso e saldo, cioè senza le incavature
di cripte, sepolcri e catacombe,
in una casa senza porte che si chiudono e dietro le quali
si odono mormorii, singhiozzi, e il gran frastuono
dei capelli di una donna che cadono sulle sue ginocchia, e il frastuono
di una scarpa che batte lontano dal letto; infine

in un luogo di inspiegabile solitudine, sincerità e sicurezza,
in un luogo esterno primaverile, in mezzo all’orzo novello,
accanto a un cavallo fulvo e a un asinello grigio, mansueto,
accanto a un cane, a una vacca, a due pecore,
dentro l’unica ombra di un aratro. Ma loro

non sentivano, non vedevano né capivano,
virili e indifferenti, ubriachi di morte,
sprofondati nel loro stesso canto — un canto 
per niente eroico, e neppure malinconico o storpio —
un canto che avevano sicuramente appreso dalle donne del villaggio,
e che ora, reduci dal fronte,
insegnavano alle donne piú giovani. Dunque questa scala

la conoscevano bene le schiave, come quel canto riappreso,
con tutti gli intervalli, le pause, le misure,
con tutte le pietre atone e accentate,
con la cesura del pianerottolo; migliaia di volte l’hanno salita e scesa
in altri tempi, in giorni allegri,
quando riportavano le teglie dal forno
0 le grandi brocche di vino dalle cantine
o i larghi pani, gli animali macellati, la frutta,
o bracciate di rose, di garofani, margherite,
o i modesti rami di ulivo e gli allori lucidi per la brina mattutina — 

in altri giorni, di nozze, battesimi, festività, compleanni,
in giorni di trionfi e di gloria, quando il messaggero impolverato
si accasciava ansimando su questa scala
e ne baciava il marmo piangendo
e riferiva l’annuncio con la voce virile un po’ arrochita,
strana nell’increspatura dell’ultimo singulto;

e i servi della casa e alcuni vecchi di passaggio
ascoltavano accalcati nel peristilio
e le serve sulle porte coi grembiuli sollevati fino agli occhi
e nostra madre, la padrona, al centro della corte,
e la nutrice accanto a lei come una quercia colpita dalla folgore
e poco piú in là il pedagogo, giallo come la cera, con la barba rada,
pareva una mano scarnita uncinata alle corde di un’arpa,
e le ragazze piú giovani immobili alle finestre
nascoste dietro i loro sogni e i loro sospetti,
ascoltavano senza capire,
osservavano la bella linea del ginocchio del messaggero,
la sua barba castana giovanile e i capelli neri
ricci e incrostati di polvere e sudore
e un rametto spinoso impigliato nella tunica — Cosí
le foreste camminano e i tavoli si impennano come cavalli su due zampe
e le triremi passano sopra gli alberi al tramonto
e i rematori si curvano e si drizzano, si curvano e si drizzano, si curvano e si drizzano,
sicuramente al ritmo dell’amore; e i remi
sono donne nude appese per i capelli
che palpitano e si scuotono brillando in mezzo al mare
finché dietro le triremi si disegna la schiuma della galassia. Cosí, dunque —

E il messaggero annunciava la splendida vittoria
tra mille e mille morti — per non parlare dei feriti —
e annunciava alla fine l’arrivo del padrone
con molte prede e vessilli e carri e schiavi
e una ferita in mezzo alla fronte che — diceva —
era come un nuovo occhio fantastico da cui la morte vigilava,
e il padrone adesso vedeva fin dentro i visceri
dei luoghi, delle cose, degli uomini,
come se tutto fosse di vetro trasparente, e leggeva a suo piacimento
il ritmo del nostro sangue, i nostri umori e destini,
le vene dell’oro che circolano nella pietra
e i rami di carbone distesi nell’oscurità sotterranea
e le nervature d’argento dell’acqua diramate nelle rocce
e i piccoli brividi della colpa sotto gli abiti e la pelle.

Tutti ascoltavano (noi pure) come pietrificati,
tutti inquieti e curvi e senza lacrime
come se fossero già di vetro,
e tutti li vedevano, e loro vedevano se stessi
con lo scheletro nudo dentro il vetro, anch’esso di vetro,
fragile, senza piú alcun rifugio. Eppure

in quella totale assenza di precauzione
in quella mortale debolezza
in quella trasparenza senz’ombra

a un tratto si sentirono alleviati, dissolti
nell’infinità della trasparenza, infiniti anch’essi,
quasi innocenti nel peccato generale,
tutti fratelli nel deserto di mutue inimicizie,
armati dell’inermità dell’uomo,
con l’abito nobile e bello della nudità universale.

“Venga pure il padrone”, disse nostra madre la signora.
“Che sia il benvenuto. Anche lui di vetro.
Di vetro. Di vetro. Eccolo — anche noi conosciamo quell’occhio —
sí, lo abbiamo anche noi al centro della fronte.
L’abbiamo imparata bene anche noi, la morte. Sappiamo.Vediamo.
Lui per primo ce l’ha insegnata. Noi per primi abbiamo riacquistato la vista.

“Sia benvenuto il padrone di vetro con la spada di vetro
dalla sua sposa di vetro, dai suoi figli di vetro,
dai suoi sudditi di vetro, trascinandosi dietro
greggi di vitrei morti, vitree prede, vitree schiave,
vitrei trofei. Suonino dunque le campane;
le sentinelle accendano i segnali di fuoco da un’altura all’altra
per la nostra vittoria di vetro — sí, la nostra vittoria,
la vittoria di tutti noi. Perché anche noi abbiamo combattuto
nella pazienza e soprattutto
nell’attesa insostenibile dai mille occhi. E i caduti
sono anche loro vincitori — sono i primi —  e vedono.

“Suonino dunque le campane fino in fondo all’orizzonte.
E voi, schiave, cosa aspettate? Preparate
i cibi di vetro, i vini di vetro, la frutta di vetro;
arriva il nostro padrone di vetro. Arriva”.

Cosí disse la signora, e sulle sue tempie si vedeva
il sangue che martellava, si vedeva
il sudore prima che si formasse e le scorresse sulle guance azzurre.

La vecchia nutrice la sostenne nell’attimo
in cui stava per svenire, l’assisteva adesso con il suo silenzio esperto,
la copriva con la sua ombra saggia sotto le volte enormi
degli occhi dilatati. Allora scosse
il grembiule nero come per scacciare
un uccello nero. E il messaggero se ne andò.

Una civetta volò bassa sul cortile
benché fosse ancora il primo pomeriggio — 
non si era ancora fatta sera e l’ombra della civetta si stampò indelebile
proprio sopra la porta (c’è ancora). Le schiave corsero in casa.
La signora si scordò di vestire a festa i bambini. Entrò nella vasca.
La riempì d’acqua calda ma non si lavò. Poco dopo
si chiuse in camera sua e si truccò allo specchio
rossa, rossa, di porpora, come una maschera, una morta, una statua,
come un’assassina o come già uccisa. E il sole tramontava lontano
giallo e ardente come un adultero incoronato,
come l’usurpatore indorato di un potere altrui,
feroce nella sua viltà, temibile nel suo spavento,
mentre le campane suonavano all’impazzata in tutto il Paese.

Dunque, la conoscevano bene questa scala le schiave,
anni e anni passati in questa casa,
ma si scoprirono il viso e la guardarono,
anzi si voltarono un poco indietro temendo di esser viste,
poi si coprirono di nuovo il viso con le mani e corsero via
piccole, nere, ripugnanti, gobbe,
come macchie nere, come le mosche in tempo di malaria
sotto la pioggia di marmo del peristilio,
e rimase la grande scopa capovolta dietro la porta della cucina
come un incubo dai capelli ritti incapace di gridare. Ci hanno lasciate tutti.

Prendemmo donne di servizio straniere per lavare la scala,
per lavare bene e strofinare i marmi. Ma di lí a poco
i marmi sudavano ancora sangue. Partite anche loro. Ci hanno lasciate.
Lasciammo perdere tutto anche noi —  pulizie, lavaggi, ragnatele.
E la pietra imperterrita —  vomitava sempre piú sangue.

Un fiume rosso circondava la nostra casa;
ci isolammo dal resto del mondo;
piú tardi anche il mondo si dimenticò di noi;
non ci temeva piú; neppure noi lo temevamo.
Certo, passavano ancora, a una certa distanza, i viandanti,
ma non si facevano piú il segno della croce
né si sputavano in petto per esorcizzare i fantasmi.
La strada piú vicina a casa nostra
si è riempita di erbacce, di ortiche, di rovi
e anche di alcuni fiori azzurri di campo —  non sembrava piú una strada.

Di notte, se qualche donna si attardava
a lavare ancora nel fiume, e si sentiva il colpo della mestola
sui tessuti fradici e molli, nessuno pensava piú
che un coltello si infilasse nella carne
né che chiudessero una botola segreta
né che gettassero un cadavere nel fosso dalla finestra a nord — pensavano soltanto
che una mestola batteva sui panni,
anzi dal rumore potevano distinguere
se era un tessuto di lana o di cotone, di seta o di lino,
e sapevano che una donna candeggiava il corredo della figlia,
anzi, si immaginavano anche il giorno delle nozze,
il pallore dello sposo, il lieve rossore della ragazza,
l’intreccio dei corpi resi quasi immateriali dalla tenda di tulle del letto
agitata dal vento della notte. Tanti particolari
e ancora tanta precisione (non sono forse segni d’equilibrio?)
assieme a questo senso dell’indispensabile,
quasi fosse necessario ciò ch’è avvenuto e quello ch’è seguito — 
il senso dell’ineluttabile e dell’irresponsabile, e di nuovo
una vena di musica che palpita nel vento
e la senti ancora, la senti ancora, e non sai

dove si trovi — un po’ al di sopra degli alberi?
sotto le panchine deserte del giardino?
dentro quel bagno? sopra il fiume rosso?
o nella sala con le armi del padre e i trofei di tante inutili guerre,
o nei sandali vuoti del fratello maggiore, assente da tanti anni, marinaio su qualche nave
e chissà mai se un giorno tornerà,
o negli album da disegno del fratello minore, che non ci scrive píú dal sanatorio,
o nel guardaroba della madre sventurata
con i lunghi abiti bianchi a pieghe e le larghe fibbie cesellate —

(spesso, di notte, ho visto dalla finestra gli abiti
camminare da soli sotto gli alberi
sventolando leggeri come ombre al chiaro di luna, e dietro
il loro vapore bianco, dietro quell’ondeggiare pallido,
distinguersi la fonte secca con il delfino di bronzo
inarcato in un lampo estremo di fuga – quella trasparenza di vetro
che non lasciava macchie di rimorso e di memoria
perché anche la memoria è inutile in una continua assenza o presenza). Comunque

quella vena di musica si udiva dappertutto, e non sai neppure
perché sei felice, cos’è la felicità; distingui solo
le cose che non hai mai notato né visto prima,
ora sgravate dal loro peso. Non conoscevamo neppure il messaggero,
né l’omicidio, né le schiave che correvano atterrite,
e io ero una delle figlie alle finestre
che guardava le due ragazze come fossero giú dalla scala o sulla strada,
quasi nel punto in cui erano il messaggero o la schiava piú giovane, 
io che stavo sempre alla finestra (spesso invidiavo le schiave
per il loro parlare sboccato, la loro astuzia, l’allegria e la libertà,
quella profonda libertà della schiavitú che ti risparmia
decisioni e iniziative — le invidiavo).

Ah, non ho visto niente e non ricordo; solo quella squisita sensazione,
cosí nobilmente sottile, di cui ci fece dono la morte: vedere la morte
fino alla sua trasparente profondità. E la musica continuava
come a volte ci svegliamo presto senza motivo
e l’aria fuori è cosí eccessivamente densa di cinguettii
di migliaia di invisibili uccelli — cosí densa e vaporosa
che al mondo non c’è posto per altro — amarezza, speranza, rimorso, memoria — 
e il tempo è indifferente ed estraneo
come uno sconosciuto che è passato tranquillo nella via di fronte
senza considerare o guardare la nostra casa,
tenendo sotto l’ascella un mucchio di vetri ancora sporchi e opachi
e non sai che cosa se ne fa, dove li porta,
che senso hanno, e a quali finestre sono destinati,
anzi, neppure te lo chiedi, e neppure lo vedi scomparire
silenzioso e discreto all’ultima svolta della strada.

Chi ha serbato dunque tutte queste cose per noi, con tanta precisione e in tali quantità,
lavate, gradevoli, pulite e sistemate,
mondate da ogni ferita e da ogni morte?
E il fiume rosso intorno alla casa — niente — 
acqua pura della pioggia tiepida di due giorni fa
in cui si specchia il tramonto rosso fino a tarda sera, fino all’ora
in cui si stende quella trasparenza immensa, di vetro,
e vedi fin dentro l’infinito, l’incorrotto, l’invisibile,
anche tu immenso, incorruttibile, invisibile, circondato
dai piccoli sussurri dei mobili e delle stelle. E nostra madre siede
sulla sedia intagliata col suo eterno ricamo
sotto il lume a tre becchi con le fiammelle che tremolano
a uno spiffero di corrente dalle due finestre,
e nostro padre è assente dal mattino, a caccia,
e gli arriva alle orecchie il vortice malinconico dei corni dei cacciatori
e dei latrati impazienti e amichevoli dei cani.

La sorella minore, eludendo la sorveglianza della balia,
sogna nel fresco del giardino a cavalcioni del leone di marmo, 
e tutto è cosí tranquillo —
nessuno ha sbagliato, non è successo niente,
solo una porta che cigola dabbasso
e il cancello di ferro dell’ orto — il lattaio deve aver portato
un recipiente di yogurt per la madre ch’è a dieta — teme di ingrassare,
e per i figli è una gioia che la madre si preoccupi di nuovo del suo peso,
che si occupi un po’ di sé, che si guardi allo specchio di tanto in tanto,
che si aggiusti la crocchia dei bei capelli folti; — lo yogurt
assume un bagliore fresco, marmoreo, azzurro
sotto il chiarore stellare e le ombre degli alberi; si sente
la voce sommessa della domestica piú giovane
che paga il latte della settimana e indugia
ricontando il resto. E il giardino,
nella parte alta, nell’angolo piú buio, ogni tanto
manda faville e bagliori, mentre nella notte
i grandi girasoli girano le spalle calde
e un vapore azzurro tremola sotto le nari delle statue,
come se le statue aspirassero in segreto le umide fragranze delle rose.

Il fratello minore è sempre nel laboratorio con i telai
a dipingere finissimi acquerelli
nello stile ornamentale di Cnosso — non ci ha mai mostrato i suoi quadri —
o nel laboratorio di ceramica a decorare piccole o grandi brocche
con linee nere o rossastre di simulata austerità
guerrieri adolescenti o ballerini completamente nascosti
dietro enormi scudi — tanto che se non guardi bene
credi che siano solo cerchi in fila, una catena nera. Il fratello maggiore
ha ormai presentato le dimissioni alla regia marina; adesso,
eternamente serio, legge nella camera accanto. Nella quiete del tempo
lo si sente voltare pagina come se aprisse una porta segreta
in un paesaggio bianco trasparente. E davvero

in quel momento si apre una porta. Arriva nostro padre.
Apparecchiano la tavola. Ci chiamano.
Scendiamo tutti per la scala interna.
Sediamo a tavola e mangiamo, sentendo fuori in cortile
i piccoli latrati dei cani e la voce del sorvegliante.

È dunque cosí semplice la vita. Cosí bella.
La madre si china sul suo piatto e piange.
Il padre le appoggia la mano sulla spalla.
“È per la felicità”, si giustifica lei.
E noi guardiamo dalle finestre aperte
la notte immensa e diafana con la luna sottile
come un dito dimenticato tra le pagine
azzurre di un libro tranquillo, chiuso.

Stasera fa un po’ fresco. È già autunno, vedete.
Domani o dopo, chiuderemo di nuovo la finestra.
Comunque, provvista di legna per il caminetto ce n’è in abbondanza,
non soltanto dai boschi, ma anche dai vecchi mobili,
porte pesanti, travi, divani, feretri, pipe, fucili,
perfino la carrozzella di legno del nonno, morto anni fa, poverino.

Se partite, dite a nostro zio, vi prego, di non preoccuparsi per noi. Stiamo bene.
Anche la morte è morbida come un materasso a cui siamo abituati,
di lana, di cotone, di piume o crine; — il materasso
ha preso la forma del nostro corpo, è comodo — una morte completamente nostra —
lei almeno non ci inganna né ci evita — è sicura,
sicuri anche noi per lei — la certezza splendida e austera.

Se invece non partite da Argo, ci farebbe un piacere immenso
riavervi di nuovo in casa nostra. Anzi, per voi schioderò una porta
per mostrarvi la sala d’armi del padre,
per mostrarvi anche quello scudo sul cui metallo nero
restano ancora stampati i riflessi di mille posizioni degli uccisi,
per mostrarvi le ditate ai sangue e la fonte del sangue
e la galleria sotterranea da cui evasero travestiti da donna
i dodici guerrieri barbuti e il loro capo pallido,
il quale, anche se morto, li guidò infallibilmente all’uscita.
Sull’altro lato è rimasta aperta l’imboccatura 
muta, profonda e oscura come un errore ignoto.

E la stella del vespro — non ci hai fatto caso? — la stella del vespro è tenera 
come la gomma  — si consuma sempre nello stesso punto
come per cancellare un nostro errore — quale errore?  —
e sfregando la gomma si sente un suono impercettibile
sopra l’errore  — che non si cancella;
briciole di carta cadono sugli alberi e scintillano;
è una distrazione piacevole  — e non ha importanza
se l’errore non si cancella; basta il moto della stella,
gentile, persistente, perenne,
come un significato primo ed estremo — ritmo; attività celeste
e pratica insieme, come quella del telaio e del verso —
va e viene, va e viene, la stella in mezzo ai cipressi,
una spola d’oro tra i lunghi fili lugubri,
che ora nasconde e ora svela il nostro errore  — no, non nostro,
errore del mondo, errore radicale  — che colpa abbiamo noi?  —
errore della nascita o della morte  — ci avete fatto caso?

le sere d’autunno sono belle  — pacificanti —
cancellano, con un senso di colpa mite e universale, le colpe di noi tutti,
stabiliscono un’amicizia segreta tra noi,
un amicizia di ritmo — sí, sí, proprio un’amicizia di ritmo, ritmica — è questo— l’andirivieni continuo,
nascita-morte, amore-sogno, azione-silenzio — è un’uscita, vi dico,
dal retro, molto oscura, che dà direttamente sul cielo —

da lí soffia una brezza, asciuga il sudore — un respiro, mio Dio, un benessere, infine,
e si odono distintamente nella notte i discorsi delle terrazze intorno
e il rumore fresco del secchio che tira su l’acqua dal pozzo del giardino,
del giardino,
e la voce sotto gli alberi, che dice: “tornerò”,
e l’ansimare del bimbo che si slaccia la scarpa per la prima volta da solo,
e il flauto dalla finestra aperta dello studente — musicista dilettante —
una musica nondimeno che sale e si congiunge
con la sublime, vana, concertata musica delle stelle.

Sí, ve lo assicuro, anche se morto, li guidò infallibilmente all’uscita —
benché sappiamo che il piú delle volte anche l’uscita
è un’altra morte, necessaria, inevitabile, scaltra.

Dite dunque allo zio di non preoccuparsi per noi
laggiú nella sua Sparta meravigliosamente disciplinata.
Noi stiamo bene qui ad Argo.
Soltanto che, lo sappia, non esiste nient’altro piú in là. Che almeno questo lo sappia.

(“Sí, sí” dissi  automaticamente, e mi alzai. Non avevo capito niente. Un senso di terrore magico si era impadronito di me, come se d’un tratto mi fossi trovato di fronte tutto il fascino e la decadenza di un’antichissima civiltà. Era ormai notte. Mi accompagnò alla scala facendomi luce con una vecchia lampada a petrolio. Che cosa aveva voluto dire? E quel morto che li accompagnò  all’uscita? Che fosse… No, ovviamente non Cristo. E la casa − non quella di Agamennone. E il  fratello minore dalle tendenze artistiche? Chi era? Non esisteva un altro fratello. E allora? A cosa serviva questa casa? E io, che cosa cercavo di capire dalle parole di una pazza? Ero uscito. Camminavo in fretta, e nel sentire i miei passi mi fermai. Un  sapore aspro e inappagato mi restava in bocca, sciolto nella saliva da tutta quella oscura indeterminatezza, come se avessi morso una bacca di cipresso. Ma nello stesso tempo avvertivo qualcosa di solido, ricco, puro, che mi dava un’insolita euforia e mi faceva pensare con precisione matematica a come avrei superato facilmente le difficoltà future del mio lavoro, che finora mi sembravano insormontabili. Una luna enorme era spuntata tra i cipressi. Alle mie spalle avvertivo la massa oscura di quella casa come una tomba antica, maestosa. E, se non altro, avevo imparato almeno quello che devo e dobbiamo evitare.)

Ghiannis Ritsos

Atene, settembre 1959

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

Molto tardi nella notte, Introduzione di Ezio Savino

     

     Quali siano la potenza e il significato del simbolo nella poesia di Ghiannis Ritsos, è detto limpidamente nella postfazione di Chrisa Prokopaki. Nella Grecia antica, il symbolon (da synballo, “metto insieme, ricompongo”) era un segno di riconoscimento, una tessera di ospitalità. Si spezzava un listello di legno o di avorio, in modo che gli orli si sfrangiassero irregolarmente. A distanza di tempo e di spazio, i due lembi, combaciando perfetti, garantivano l’identità di chi aveva contratto vincoli di amicizia e di alleanza. Nella comunicazione e in poesia, il simbolo è un collante allegorico, tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga. Quando i due frammenti si congiungono, la verità esplode. Nel titolo di questa raccolta, la “notte” è in realtà la morte: il “nero” che fa epigrafe ai versi di “Elusione”, la storia di un uomo che parlava molto, che della parola aveva fatto un culto (passava le notti a calcolare la materia e il colore di una sillaba), ma che ora è ridotto al silenzio, ha intravisto ciò che è impossibile vedere, fanali spenti sul buio fondale della tenebra.

     I simboli costellano i componimenti, si aggrovigliano, formano il magma di un linguaggio inconfondibile, che rilascia tutta la sua saggezza a poco a poco, con la rilettura, la consuetudine, la confidenza.

     La luna. La poesia di Ritsos concede ampio spazio alla notte. E le notti greche offrono lune sgargianti come teglie tirate a lucido. Con le sue ventuno ricorrenze in questo libro, la luna è uno degli oggetti-simbolo più penetranti. Ma non sfoggia più la potenza trionfale di cui godeva in altre occasioni. Il Funambolo e la Luna, monologo drammatico, opera chiave dell’arte di Ritsos, ne è l’apoteosi. L’astro notturno, enorme diamante del cielo, era in quei versi vita, bellezza, verità, poesia: la meta sfavillante verso cui l’acrobata, il poeta, orientava impavido la sua ascensione sulla fune, bilanciandosi con l’asta del canto. Ora si è come inaridita, resa acida all’apatia. Un tempo proteggeva Ghiannis (Secondi, 51) dalla sua stessa malinconia. Oggi non si accorge affatto di lui. È indifferente, fiera nel suo silenzio, solitaria. Dunque è il segno di tante simpatiche illusioni che si sfaldano. Mentre sull’agenda telefonica i numeri degli amici si cancellano, e lui resta solo, la luna si contrae a obolo, funebre dischetto dorato, la moneta che s’in filava tra i denti del defunto perché pagasse il guado del l’Acheronte al traghettatore infernale (Secondi, 58). Il chiarore lunare illumina sinistri barcaioli in “L’ultima estate”: è un’altra allusione a Caronte, che arranca lento e inesorabile verso il balcone di casa, affacciato al mare, con la sua immagine multipla che si sgrana come nel fotomontaggio di una sequenza fatale. La perfida luna è complice di un inganno: l’oscuro barcaiolo sembra allontanarsi sulla sua barca nera a remi (“La barca nera”). Ma è tutto un gioco sadico. La malattia ha i suoi alti e bassi. È il suo stile di non-perdono.

     E la luna che fa? Finge di divertirsi un po’ fasciando il mare di un luccichìo sinistro. La luna inonda i tetti come una sbiadita alluvione in “Una notte”, mentre la morte sventaglia ai giocatori il suo mazzo di carte più critico, l’ultimo. E sul volto del candidato già accreditato al trapasso, quella lampara crudele e allusiva dipinge uno strano pallore, l’avvisaglia. Il suo raggio è la nota dei ricordi, che ti tocca sulla spalla, simile a un richiamo, a un congedo. La luna è piccola e balbuziente, perché occhieggia incerta tra le nuvole e le alberature delle navi pronte a salpare; è triste e incurante, è impartecipe, povera luna, che in “Autoriconoscimento” sta già addobbando le strade della notte con i paramenti da morto, incrostati di palmette dorate, mentre il viandante si appresta a partire con un bastone e un cesto vuoto. La piccola luna scrive mille volte “Ghiannis” sull’acqua tremolante, liquido registro delle presenze in un mondo altro (Secondi, 61). Tutto si capovolge in Secondi, 6. Il fischio delle navi in partenza si confonde con la squilla delle campane che chiamano a raccolta, le navi vanno per le strade, le case salpano: è l’aldilà. È notte. Lo si sa perché c’è il chiaro di luna, e là in mezzo abbaia un altro simbolo: un cane (tutto solo).

     Il cane. Appare dieci volte in queste poesie. È sempre nero (“A quel tempo”, “La patria”, “Inerzia”), randagio, grosso, aggressivo e irsuto come un leone (“Alla fine”). È associato a un fiume nero in “Non scritto”. Qui troviamo l’indizio decisivo: “sbadiglia sulla porta”. Può anche chiamarsi Jack, ma Ghiannis lo smaschera: è Cerbero, il lupo degli dèi, la terra infeconda che divora e smaltisce ogni reliquia di vita. Con la sua triplice trebbiatrice di zanne, Cerbero macina passato, presente e futuro, in uno spolverìo di dimenticanza. Latra addosso al trapassato che recalcitra e vorrebbe fare il reduce dell’esistenza. Nella lettura popolare dei sogni, il cane è infausto: se appare con i denti scoperti, che ringhia e s’inarca, è presagio di un male che sta per assalirci, forse sbranarci. In “Inerzia”, eccolo protagonista di un incubo: è lì, tenebroso, presso il letto, al guinzaglio di una donna che – immaginiamo – al posto degli occhi ha cavità buie, nella faccia di osso. Davanti alla porta della stanza (la porta è di malaugurio, nelle visioni oniriche) il sognante avverte un messaggero, che però non bussa. L’avviso recondito e temuto è sempre il terribile. Specialmente se lascia qualche traccia inequivocabile, cicche di sigaretta in giardino, col cerchietto d’oro. Nei versi di “La patria” il cane nero si associa al cavallo.

     Il cavallo. Lo sappiamo dalle parole “D’altri tempi”. C’era un’epoca in cui il cavallo era la gloria al galoppo degli eroi liberatori, come Theòdoros Kolokotronis, o come quando, nei giorni splendidi (“A quel tempo”), i partigiani, uomini capaci di danzare e cantare davanti ai fucili dei plotoni d’esecuzione, calavano nella pianura, giù dai campanili, come i giannizzeri dell’Apocalisse. Il destriero di bronzo poteva anche essere il tronfio piedistallo di marcantoni di cartapesta (la grande statua equestre di “Tempo di neve”), i falsi giganti di una storia altera e nemica che voleva gli umili calpestati sotto gli zoccoli dei prepotenti. Ora è triste sopra il ponte di legno (“Mancanza di tempo”). Oppure, in “Ore di pioggia”, è fradicio, come di lacrime, mentre fa finta di masticare fieno secco, e i chiodi neri dei corvi trapuntano brandelli di nuvole. Il cavallo è bianco (“Del meriggio”). Quando è rosso (“Un’altra estate”), clamoroso colore che può anche ammantare la placida mucca, simboleggia l’esplosione della vita: ma è solo un residuo della memoria. Perfino quel cavallo di legno che tutti sanno (“Dopo Troia”) è un rudere da soffitta, caverna di ragni e scarafaggi. Ha generato un simulacro da burla, in sedicesimo, il cavalluccio di legno di Neottòlemo (dal greco antico, “il guerriero giovane”), il figlio di Achille, che in eredità ha saputo lasciargli solo un giocattolo rimasto a tarlarsi nel corridoio senza luce, dove fa coppia con una tragica bambola rotta. Il cavallo affiora quindici volte in queste pagine. In Secondi, 11, si intreccia con un altro simbolo ricorrente: la nave.

     La nave. I versi di Ritsos sono gremiti di navi. Una quarantina di ricorrenze. Molte volte la nave attesa non arriva, si ode solo il suo fischio (“Poscritto”). È simbolo di illusione, anche se porta sulla murata l’evanescente sigillo di un nome: “Sàmena”, “Ikaros”, “Egeo”. Sulle navi si parte. I traghetti scandiscono lo stagioni: si fanno più frequenti nell’estate, per i villeggianti a frotte, ma quando cade la prima neve le loro rotte si smarriscono. Le navi trasportano persone e merci. Anche invasori stranieri, con enormi e misteriosi container di ferro (“Conclusione”). I loro fischi ossessionano Ghiannis (il fischio lontano di una nave…, fischi di navi si confondono…, in quel preciso momento fischiò la nave…): egli sa che i fischi sono l’ultimo appello, i passeggeri sono pregati di imbarcarsi per il porto del non-ritorno. Che ha anche un nome: il grande “Ormeggio oscuro” (“Del silenzio”), una tratta giornaliera (si muore quotidianamente) tra tempeste e temporanee bonacce. La nave veleggia nel mito (“Piccola cronaca”), come la “Argo” di Giasone e dei suoi (ragazzi con al collo l’amuleto di terra della patria) che sguscia tra le Simplegadi, le “Rupi cozzanti”, pronte a stritolare gli incauti. Quando le grandi navi illuminate passano di notte, lasciano un presentimento di tristezza all’orizzonte (“Ipotermia”). È qualcosa di profondo, come la lastra senza dimensione, il pozzo abissale di uno specchio, da cui si spera che emerga l’immagine di una persona amata. Ghiannis lo rivela alla fine della stessa poesia. La nave e lo specchio, insieme.

     Lo specchio. Una ventina di ricorrenze, un simbolo forte. È l’allegoria del ricordo personale, della storia, della leggenda, dalla quale emergono i fantasmi. Ma può anche non essere scenario di vani spettri: lo specchio in cui Elena vede il suo riflesso era invecchiato molto, lui, non la decrepita eroina dai capelli ormai radi. Per il poeta, il fenomeno specchio non è solo visivo. In “La casa estranea” apprendiamo con stupore che gli specchi possono rimandare al mittente il silenzio, infestato da mobili tarlati e da un pianoforte muto che odora di morte. In “Oblio totale” vi si riflette il cinguettìo degli uccelli: la memoria è globale, non fa distinzione tra gli effetti dei sensi, li armonizza. Però le due pantofole da vecchio, abbandonate sotto lo specchio, lasciano poca speranza. Perfino il postino non si ferma davanti alla porta: nessuno spedisce lettere a chi non è più. Specchio e tramonto vanno d’accordo: nella penombra, il piccolo stagno d’argento brilla di più. E davanti c’è un’urna cineraria, che fa il paio con la custodia vuota di un violoncello e la margherita in mano al vecchio cieco, l’ultimo argomento di Ghiannis. In quella dimora da incubo, “La casa estranea”, gli specchi dividono lo spazio con la statua (quella dell’ingresso, che apre i battenti, che fuma il sigaro del padrone di casa defunto).

     La statua. Pochi simboli impressionano come le statue di Ghiannis. Tra Grecia e scultura c’è simbiosi. Il poeta (“Questo solo”) è tale quando costruisce su un fiammifero una città con case, piazze, alberi, ponti e, naturalmente, statue, segno di grecità: il motto è “amore, poesia, luce”, cioè Grecia. La statua è simbolo del transitorio che si blocca e si eterna nel mito: è ciò che succede sempre, se uno ha l’occhio lungo del poeta. Anche una vecchina che si addormenta in treno, sulla panca della classe popolare, con il suo cesto di uova in grembo, è mito. Per questo le statue sono calme e non si curano dell’usura del tempo (“Le statue e noi”): a noi, alla gente, non resta altro che cercare di imitare la loro immobile serenità. Ma ormai l’onnipresente orologio della dogana ha perduto le sue lancette. È tempo di metterci in cammino. Di fare le valigie, perché è l’ultima estate.

     La valigia. Con una decina di ricorrenze, è un simbolo sovrano. Ispira una confessione poetica che ci scuote, “Uomini e valigie”. Metafora indiscutibile della partenza (ma anche dell’arrivo, stranieri che sbarcano dagli autobus di linea con i loro strani bagagli, i sacchi a pelo, così diversi dagli ordinati e classici parallelepipedi di un tempo, con le camicie azzurre, le foto, le carte, i libri cari a Ghiannis), la valigia incarna il tempo della prigionia, della clandestinità (“Inatteso”). La catena dei simboli si inanella in “Poscritto”: l’orologio della dogana, il fischio della nave, le statue degli eroi, le pesanti chiatte notturne dei barcaioli funesti. E là, sul molo, masticando l’amarezza della coscienza che le cose dette e ridette hanno perso ogni loro colore, ogni senso, un uomo con la vecchia valigia aspetta di partire.

     Tardi, molto tardi nella notte.

Introduzione di Ezio Savino a «Ghiannis Ritsos, Molto tardi nella notte», Crocetti Editore, 2020

Inutile chiarezza – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Promesse inadempiute (fatte da chi? e quando?)
e altre fatte da noi (a chi?). Ci siamo abituati.
Abbiamo visto passare i monti nella sera come cammelli carichi,
abbiamo visto il cerbiatto nella luna, e una margherita
in compagnia del niente. Navi in disarmo
sporcano di ruggine le acque minorenni. E sul pendìo del colle,
dietro gli oscuri cipressi eretti,
un pennacchio di fumo immobile cerca di dare
un significato inesistente a noi e al mondo.
Ah, la bellezza silenziosa non ci può ingannare ancora.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 18.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020