Appuntamento presso un bunker abbandonato – Gesualdo Bufalino

Ferdinando Scianna, Deauville, Francia: la coppia sotto la pioggia, 1933

 

Io ti dico parole imparate a memoria:
le ascolti appena, frastornata dalla pioggia
che cade sul bunker di Punta Scalambra
e annunzia lungamente un altro addio.

Com’è lontano il mare, a guardarlo da qui,
da questi strombi sbreccati e inermi,
come lontana anche tu, e cangiata da ieri…
Per rivederti devo chiudere gli occhi.

Devo chiudere gli occhi per rivedere i tuoi,
invaghiti e ridenti, per risentire il fatuo
minuetto dell’aria fra i tuoi capelli,
i chiusi trambusti del cuore.

Cosí dunque ci gioca il tempo e ci convince:
basta una raffica sbieca, un giornale che voli,
stremata procellaria, sul dirotto frangente;
quel cencio d’alga che ripugna fra le dita…

poco basta per dirci che l’estate è già morta,
gioventú menzognera dell’anno,
e che di noi, di lei non rimane che un solo
cieco pugno di polvere e di pioggia.

Anch’io, come un maltempo, sopra i tuoi giorni d’oro
recato non ho che deformi
relitti e presagi di fine
e qualche lamentosa fuggitiva pietà.

Un regalo di morte che butterai domani,
questo di me ti lascio, e null’altro, perdonami:
non potevo di piú, io non so camminare
che a braccio d’un fantasma, oppure solo.

Ora lo sai, lo vedi: che servirebbe torcersi
le mani, piangere, stampare in un libro
che siamo stati felici, che un altr’anno
incontrandoci qui sorrideremo?

Lasciami allora andare solo incontro alla notte.
Tu resta a guardare la striscia di sole che torna,
l’airone sul grigio cemento lavato
che s’asciuga le vecchie penne.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Fotografia 1948 – Kikí Dimulà

Foto di Annie Leibovitz

 

Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.

Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore,
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.

Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.

La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo a essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.

Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio nel paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.

Kikí Dimoulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Φωτογραφία 1948

Κρατῶ λουλούδι μᾶλλον.
Παράξενο.
Φαίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
πέρασε ϰῆπος ϰάποτε.

Στό ἄλλο χέρι
ϰρατῶ πέτρα.
Μέ χάρη ϰαί ἔπαρση.
Ὑπόνοια ϰαμιά
ὅτι προειδοποιοῦμαι γι’ ἀλλοιώσεις,
προγεύομαι ἄμυνες.
Φαίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
πέρασε ἄγνοια ϰάποτε.

Χαμογελῶ.
Ἡ ϰαμπύλη τοῦ χαμόγελου,
τό ϰοῖλο αὐτῆς τῆς διαθέσεως,
μοιάζει μέ τόξο ϰαλά τεντωμένο,
ἕτοιμο.
Φαίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
πέρασε στόχος ϰάποτε.
Καί προδιάθεση νίϰης.

Τό βλέμμα βυθισμένο
στό προπατοριϰό ἁμάρτημα:
τόν ἀπαγορευμένο ϰαρπό
τῆς προσδοϰίας γεύεται.
Φαίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
πέρασε πίστη ϰάποτε.

Ἡσϰιά μου, παιχνίδι τοῦ ἥλιου μόνο.
Φοράει στολή δισταγμοῦ.
Δέν ἔχει ἁϰόμα προφθάσει νά εἶναι
σύντροφός μου ἢ ϰαταδότης.
Φαοίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
πέρασ’ ἐπάρϰεια ϰάποτε.

Σύ δέν φαίνεσαι.
Ὃμως γιά νά ὑπάρχει γϰρεμός στό τοπίο,
γιά νά ’χω σταθεῖ στήν ἄϰρη του
ϰρατώντας λουλούδι
ϰαί χαμογελώντας,
θά πεῖ πώς ὅπου νά ’ναι ἔρχεσαι.
Φαίνετ’ ἀπ’ τή ζωή μου
ζωή πέρασε ϰάποτε.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο τοῦ ϰόσμου”, 1971

«Continuiamo a fare l’amore?» – Antonio Porta

Foto di Anka Zhuravleva

 

Continuiamo a fare l’amore?,
hai detto non ancora sveglia una mattina,
per tutta la notte ci eravamo solo sfiorati
con la punta delle dita, con i piedi
e ora per arrivare alla pienezza
sono bastate le tue parole
e un lieve bacio di addio sulle labbra
per sentire che i corpi si erano uniti nel sonno
più che nella veglia.

Antonio Porta

Nuovo diario, 4.9.1986

da “Yellow”, “Lo Specchio” Mondadori, 2002

La francese – Roberto Bolaño

Christian Vogt, The Pair, 1987

 

Una donna intelligente.
Una donna bella.
Conosceva tutte le varianti, tutte le possibilità.
Lettrice degli aforismi di Duchamp e dei racconti di Defoe.
In genere con un autocontrollo invidiabile,
Salvo quando si deprimeva e si ubriacava,
Cosa che poteva durare due o tre giorni,
Un susseguirsi di bordeaux e valium
Da far venire la pelle d’oca.
Allora di solito ti raccontava le storie che le erano successe
Fra i 15 e i 18 anni.
Un film porno e dell’orrore,
Corpi nudi e affari ai limiti della legge,
Un’attrice per vocazione e allo stesso tempo una ragazza con strani tratti di avidità.
La conobbi che ne aveva appena compiuti 25,
In un periodo tranquillo.
Suppongo che avesse paura della vecchiaia e della morte.
La vecchiaia per lei erano i trent’anni,
La Guerra dei Trent’Anni,
I trent’anni di Cristo quando aveva cominciato a predicare,
Un’età come un’altra, le dicevo mentre cenavamo
A lume di candela
Contemplando la corrente del fiume più letterario del pianeta.
Ma per noi il prestigio era altrove,
Nelle bande possedute dalla lentezza, nei gesti
Squisitamente lenti
Dell’esaurimento nervoso,
Nei letti bui,
Nella moltiplicazione geometrica delle vetrine vuote
E nella fossa della realtà,
Il nostro assoluto,
Il nostro Voltaire,
La nostra filosofia in camera e nel boudoir.
Come dicevo, una ragazza intelligente,
Con quella rara virtù, la previdenza
(Rara per noi, latinoamericani)
Che è così comune nella sua patria,
Dove perfino gli assassini hanno un libretto di risparmio,
E lei non sarebbe stata da meno,
Un libretto di risparmio e una foto di Tristán Cabral,
La nostalgia del non vissuto,
Mentre quel prestigioso fiume trascinava un sole moribondo
E sulle sue guance scendevano lacrime apparentemente gratuite.
Non voglio morire, sussurrava mentre veniva
Nel perspicace buio della camera,
E io non sapevo che dire,
Davvero non sapevo che dire,
Tranne accarezzarla e sostenerla mentre si muoveva
Su e giù come la vita,
Su e giù come le poetesse di Francia
Innocenti e castigate,
Finché non tornava sul pianeta Terra
E dalle sue labbra sgorgavano
Passaggi della sua adolescenza che all’improvviso riempivano la nostra stanza
Con doppioni suoi che piangevano sulle scale mobili della metro,
Con doppioni suoi che facevano l’amore con due tizi alla volta
Mentre fuori cadeva la pioggia
Sui sacchetti della spazzatura e sulle pistole abbandonate
Nei sacchetti della spazzatura,
La pioggia che tutto lava
Tranne la memoria e la ragione.
Vestiti, giacche di pelle, stivali italiani, biancheria intima da far impazzire,
Da farla impazzire,
Apparivano e scomparivano nella nostra stanza fosforescente e pulsante,
E cenni rapidi di altre avventure meno intime
Sfolgoravano nei suoi occhi feriti come lucciole.
Un amore che non sarebbe durato molto
Ma che alla fine si sarebbe rivelato indimenticabile.
Questo disse,
Seduta vicino alla finestra,
Il suo volto sospeso nel tempo,
Le sue labbra: le labbra di una statua.
Un amore indimenticabile
Sotto la pioggia,
Sotto quel cielo irto di antenne dove convivevano
I cornicioni del Seicento
Con le cacche di piccione del Novecento.
E in mezzo
Tutta l’inestinguibile capacità di provocare dolore,
Invitta attraverso gli anni,
Invitta attraverso gli amori
Indimenticabili.
Sì, ecco cosa disse.
Un amore indimenticabile
E breve,
Come un uragano?,
No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata,
La testa di un re o di un conte bretone,
Breve come la bellezza,
La bellezza assoluta,
Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo
E che è visibile solo a chi ama.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “I cani romantici”, Edizioni SUR, 2018

∗∗∗

La francesa

Una mujer inteligente.
Una mujer hermosa.
Conocía todas las variantes, todas las posibilidades.
Lectora de los aforismos de Duchamp y de los relatos de Defoe.
En general con un autocontrol envidiable,
Salvo cuando se deprimía y se emborrachaba,
Algo que podía durar dos o tres días,
Una sucesión de burdeos y valiums
Que te ponía la carne de gallina.
Entonces solía contarte las historias que le sucedieron
Entre los 15 y los 18.
Una película de sexo y de terror,
Cuerpos desnudos y negocios en los límites de la ley,
Una actriz vocacional y al mismo tiempo una chica con extraños rasgos de avaricia.
La conocí cuando acababa de cumplir los 25,
En una época tranquila.
Supongo que tenía miedo de la vejez y de la muerte.
La vejez para ella eran los treinta años,
La Guerra de los Treinta Años,
Los treinta años de Cristo cuando empezó a predicar,
Una edad como cualquier otra, le decía mientras cenábamos
A la luz de las velas
Contemplando el discurrir del río más literario del planeta.
Pero para nosotros el prestigio estaba en otra parte,
En las bandas poseídas por la lentitud, en los gestos
Exquisitamente lentos
Del desarreglo nervioso,
En las camas oscuras,
En la multiplicación geométrica de las vitrinas vacías
Y en el hoyo de la realidad,
Nuestro absoluto,
Nuestro Voltaire,
Nuestra filosofía de dormitorio y tocador.
Como decía, una muchacha inteligente,
Con esa rara virtud previsora
(Rara para nosotros, latinoamericanos)
Que es tan común en su patria,
En donde hasta los asesinos tienen una cartilla de ahorros
Y ella no iba a ser menos,
Una cartilla de ahorros y una foto de Tristán Cabral,
La nostalgia de lo no vivido,
Mientras aquel prestigioso río arrastraba un sol moribundo
Y sobre sus mejillas rodaban lágrimas aparentemente gratuitas.
No me quiero morir, susurraba mientras se corría
En la perspicaz oscuridad del dormitorio,
Y yo no sabía qué decir,
En verdad no sabía qué decir,
Salvo acariciarla y sostenerla mientras se movía
Arriba y abajo como la vida,
Arriba y abajo como las poetas de Francia
Inocentes y castigadas,
Hasta que volvía al planeta Tierra
Y de sus labios brotaban
Pasajes de su adolescencia que de improviso llenaban nuestra habitación
Con duplicados que lloraban en las escaleras automáticas del metro,
Con duplicados que hacían el amor con dos tipos a la vez
Mientras afuera caía la lluvia
Sobre las bolsas de basura y sobre las pistolas abandonadas
En las bolsas de basura,
La lluvia que todo lo lava
Menos la memoria y la razón.
Vestidos, chaquetas de cuero, botas italianas, lencería para volverse loco,
Para volverla loca,
Aparecían y desaparecían en nuestra habitación fosforescente y pulsátil,
Y trazos rápidos de otras aventuras menos íntimas
Fulguraban en sus ojos heridos como luciérnagas.
Un amor que no iba a durar mucho
Pero que a la postre resultaría inolvidable.
Eso dijo,
Sentada junto a la ventana,
Su rostro suspendido en el tiempo,
Sus labios: los labios de una estatua.
Un amor inolvidable
Bajo la lluvia,
Bajo ese cielo erizado de antenas en donde convivían
Los artesonados del siglo XVII
Con las cagadas de palomas del siglo XX.
Y en medio
Toda la inextinguible capacidad de provocar dolor,
Invicta a través de los años,
Invicta a través de los amores
Inolvidables.
Eso dijo, sí.
Un amor inolvidable
Y breve,
¿Como un huracán?,
No, un amor breve como el suspiro de una cabeza guillotinada,
La cabeza de un rey o un conde bretón,
Breve como la belleza,
La belleza absoluta,
La que contiene toda la grandeza y la miseria del mundo
Y que sólo es visible para quienes aman.

Roberto Bolaño

da “Los perros románticos”, Barcelona, Acantilado, 2006

Notte – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Alto eucalipto e ampia luna.
Una stella trasale nell’acqua.
Cielo bianco, argentato.
Pietre, pietre scorticate fino in cima.
Accanto, nel basso fondale, si udì
il secondo, il terzo salto di un pesce.
Immensa, estatica orfanezza – libertà.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(1968; da Pietre Ripetizioni Sbarre,1972: Pietre)

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Νύχτα

Ψηλός εὐϰάλυπτος μ’ ἕνα φαρδύ φεγγάρι.
Ἕνα ἄστρο τρέμει στό νερό.
Οὐρανός ἄσπρος, ἀσημένιος.
Πέτρες, γδαρμένες πέτρες ὣς ἐπάνω.
Ἀϰούστηϰε πλάι στά ρηχά
δεύτερο, τρίτο πήδημα ψαριοῦ.
Ἐϰστατιϰή, μεγάλη ὀρφάνια – ἐλευθερία.

Γιάννης Ρίτσος

1968

da “Πέτρες Ἐπαναλήψεις Κιγκλίδρωμα”, 1972: ‘Πέτρες’

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Prefazione di Louis Aragon a Pietre Ripetizioni Sbarre, 1971
Grèce, ô mère des arts! terre d’idolâtrie,
De mes vœux insensés éternelle patrie…
ALFRED DE MUSSET, Les Vœux stériles
     Forse ho raggiunto l’età in cui gli occhi si sono inariditi per sempre, come fiori secchi schiacciati tra le pagine di un libro. Forse ho dimenticato… ma credo che mai dei versi, per quanto belli, per quanto commoventi fossero, mi abbiano fatto piangere. Senza dubbio, ero più sensibile alla bellezza delle parole, al gioco sonoro, che non all’emozione provata, alla tragedia dei termini. Mi è capitato in una occasione, è vero, anche se non è di questo che intendo parlare: ne fu responsabile una poesia di André Breton, e non la prima volta che la ebbi sotto gli occhi, ma nel rileggerla in seguito, quando io e il suo autore eravamo già divisi l’uno dall’altro come le foglie di uno stesso albero strappate dalla violenza del vento esterno. Si intitolava L’Union libre, e ripeto che non è di questo che voglio parlare.
Più di vent’anni fa, dunque, mi portarono, tradotti dal greco, i versi di un poeta che non conoscevo affatto: dovevo correggere il francese della traduzione. Tutt’a un tratto quella poesia mi fece venire un nodo alla gola, e lo strano fu che in seguito, quasi ogni volta che mi toccò rivedere i versi più o meno ben tradotti di questo sconosciuto, mi sono sempre sentito, come la prima volta, incapace di padroneggiare i miei occhi, di trattenere le lacrime. Ai tempi di quella prima volta Ghiannis Ritsos, di cui non sapevo nulla, era deportato nelle isole, o in prigione da qualche parte, ma, che mi crediate o no, io l’avevo dimenticato… non era per questa ragione, ve lo giuro, non era per questa ragione! Quante volte in seguito la cosa si è ripetuta? È come se questo poeta possedesse il segreto della mia anima, come se lui solo sapesse, lui solo, capite, turbarmi in questo modo. Ignoravo inoltre che fosse il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro; giuro che non lo sapevo. L’ho appreso a tappe, andando da una poesia all’altra, stavo per dire da un segreto all’altro, perché ogni volta era il turbamento di una rivelazione quello che provavo. La rivelazione di un uomo, e quella di un Paese, le profondità di un uomo, e quelle di un Paese.
La Grecia, a noi francesi, fa battere il cuore da centocinquant’anni, e cioè dalla proclamazione della sua indipendenza, e i poeti di casa nostra, dai tempi delle Orientales, l’hanno sognata come la sognano oggi, oggi che da essa ci giungono, malgrado tutto, le voci della libertà. E senza dubbio non siamo soli: era forse solo Victor Hugo quando c’era Byron, e c’era stato Hölderlin? Ma senza dubbio il nostro amore era straniero, udiva solo il sibilo dei proiettili, si nutriva ancora soltanto dell’antica lezione dei sogni ellenici, del canto dei nomi degli dèi frammisti a quelli degli eroi, e sì, da gran tempo il nostro orecchio era ebbro dei nomi sacri di epoche trascorse, e come avremmo potuto intendere il canto greco se non identificandolo con quello di cui si erano nutrite le nostre infanzie:
La figlia di Minosse e di Pasifàe…
     E non bisogna trascurare nulla, né la traduzione di Racine, né l’ebbrezza dei nomi nei versi di André Chénier… Ma oggi il mondo è cambiato, e anche i sogni. Ho imparato più da voi, fratelli ora vicini, dai vostri cantori, che non dal grido possente dei nostri aedi giunto attraverso i secoli. Ma da nessuno ho imparato come da Ritsos, perché lui è tutta la vita di un popolo, e il suo canto, i suoi dolori.
L’arte di Ritsos va oltre le definizioni: dalle grandi poesie che negli anni Cinquanta gli valsero – era da poco uscito da un campo di concentramento – il Gran premio nazionale greco di poesia, fino a questi brevi singhiozzi degli ultimi tempi, il genere di versi che si può scrivere usando le ginocchia come tavolo nelle isole, quando queste isole si chiamano Makrònissos, Ghiaros, Leros…
Ognuno vi troverà il proprio cuore e la propria piaga. Ricordo quella poesia straordinaria sui ciprioti in lotta contro gli occupanti inglesi, un patriota nascosto in una caverna dove finirà per morire affumicato, bruciato, le parole dell’ultimo momento che l’eroe non ha potuto pronunciare, ma che hanno così poco a che fare, per la loro stessa grandezza, con la letteratura eroica… come sempre, in Ritsos, dove il patetico è nella semplicità delle cose… ma non la preferisco certo, per esempio, a La Sonata al chiaro di luna, che è soltanto il sussurro di un’esistenza comune; e poi ci sono tutte le poesie che parlano di una casa, di un essere umano di cui non c’è altro da raccontare che la vita. Come sono orgoglioso di averle conosciute un po’ prima di tutti gli altri, da un capo all’altro dell’Europa, come se il dio-toro me le avesse portate sulla sua schiena possente! Sono qui, davanti ai pochi libri di suoi versi pubblicati in questo Paese, e attraverso i quali altri Paesi hanno saputo che c’è ancora in Grecia un canto nato per durare secoli… sono qui, davanti a questi pezzi di carta, a questi manoscritti, a queste lettere, come se non esistesse niente di più prezioso al mondo, come se la scrittura trasparente e pura, che sembra smentire sempre l’impassibilità del volto, la bellezza delle statue, non fosse velata dal gocciare delle lacrime. A una a una. Senza clamore. Come una lunga, ammirevole modulazione del silenzio…
     In questi ultimi anni abbiamo provato paura, un’orribile paura per lui, per Ritsos, che io ho forse il diritto, pur senza averlo mai conosciuto, di chiamare mio amico, così come ci vantiamo, così come ci permettiamo di amare un fratello sconosciuto che abbiamo solo sentito, qualche volta, passare cantando nella notte. Le poesie di questo periodo sono raccolte in questo libro, al quale non altro titolo si è voluto dare che la giustapposizione dei titoli delle tre parti che lo compongono: Pietre Ripetizioni Sbarre… In quest’ultima, a mio avviso, più che mai prima il canto di Ritsos è stato colto nella sua essenza originaria, e più che mai trasferito nella nostra essenza, nel nostro canto. Dalla Francia abbiamo lanciato un appello, con voce più alta forse e più forte di quelle levatesi da altri Paesi, associando nell’invocazione ai nostri i nomi di un Arthur Rubinstein e di un Rostropovič. In questo momento Ritsos, deportato prima a Leros, e tenuto poi prigioniero a Samo nella casa di sua moglie, che è medico, è già stato trasportato ad Atene, come noi chiedevamo, per curarsi del male di cui soffre da molto tempo, ed è libero, o per lo meno libero di muoversi in quella città che gli è vietato lasciare, ma dove tuttavia può ricevere tutte le cure necessarie e salvarsi. È anche vero però che ogni sua poesia che ci giunge è un miracolo, e che noi temiamo che un giorno il tempo dei miracoli finisca. Il fatto che in Francia si sia ritenuto necessario pubblicare ogni poesia con il testo greco a fronte, che qui si sia voluto far dono ai lettori di questa musica per gli occhi, testimonia sia di un antico amore dei francesi per la Grecia, nostra sorella maggiore, per l’arte, il canto, la poesia di questo Paese, sia della grandezza di un poeta per merito del quale essa rimane, in tutte le vicissitudini dei tempi e delle sfortune umane, ciò che fu, che è, e che saremo insieme.
     Bisognerebbe considerare il triplice titolo: Pietre Ripetizioni Sbarre per potersi fare un’idea dei due anni di creazione in condizioni singolari, così come si apre una porta dopo l’altra sul segreto delle camere di una stessa casa. Pietre… ossessione delle statue morte, dei pavimenti, delle colonne spezzate. Io lo intendo così, questo silenzio in cui l’erba cresce e diventa secca, ma più come un silenzio di uomini che di rovine. Una vita al di là della vita, come quella di colui che sarei troppo crudele con me stesso a riconoscere:
prima di dormire e al risveglio, continuava
regolarmente a lavarsi i denti col vecchio spazzolino spelacchiato.
     Oh, nulla è più terribile a dirsi, e ben presto noi non saremo nemmeno queste pietre, queste macerie di ciò che fummo. Viene ora la seconda stazione della Via Crucis, la lunga tappa nella quale i passi sono chiamati Ripetizioni, e di cui sento perfettamente l’eco prodotta nel salire; voglio anzi dire di che cosa sono l’eco: dell’altra Grecia, di quella antica, dove tutto diventa amara immagine del presente, anche se noi (dice lui) non siamo prole divina, ma figli di mortali:
Non ci sentiamo affatto
inferiori, non abbassiamo gli occhi. Nostre uniche pergamene
tre parole: Makrònissos, Ghiaros e Leros. E se maldestri
dovessero sembrarvi un giorno i nostri versi, ricordate solo che furono scritti
sotto il naso delle guardie, la baionetta puntata sempre alle costole.
     C’è bisogno di commentare queste parole, questa scusa per la fuga nel passato? Ho conosciuto tempi simili, in cui non avevamo l’aria di parlare della nostra vita, come contrabbandieri che (sotto il naso delle guardie) giudici presuntuosi disprezzavano senza accorgersi del cuore che batteva dietro le parole. Ripetizioni… il tempo è passato, non si avverte più il dolore, qui non si sente più battere neanche il cuore… ah. Allora viene la terza tappa, e bisogna ben mostrare le Sbarre perché domani, più tardi, si riconosca, dalle sbarre, la prigione.
Louis Aragon, Gallimard, Paris, 1971