Antica memoria – André Frénaud

Eau-forte de Jean Bazaine, couverture de Frénaud & Bazaine, Ancienne mémoire, poèmes, Paris, Le Divan, 1960

a Jean Bazaine

La fronte ormai contro la pietra
di mille anni mi rammento.
Della giovane Francia accucciata sulle colline
della zuppa densa e delle pozze dormienti
dei coltivi racchiusi dentro il cuore dei boschi
delle prime vendemmie e dei nuovi promossi
della luce stupefatta del plenilunio
del maniero al mattino e della fattoria
delle pere a spalliera e dei vivai senza stento
dei corvi in pattuglia e del loro spavento
del fuoco guizzante della vergine vinta
della neve sui rovi dove si sprofonda
delle albe argute e dei tramonti sfatti
del sole che grande la montagna rinverde
del lungo coraggio dei nonni
della finezza del legno lavorato
delle abdicazioni e dell’onore
della morte antichissima
del quotidiano dolore
dell’amaro d’amore
della felicità che stinge
di te di me non più che poco, niente.

André Frénaud

19-20 gennaio 1957

(Traduzione di Vittorio Sereni)

da “Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti”, Einaudi, Torino, 1981

∗∗∗

Ancienne mémoire

à Jean Bazaine

Déjà le front contre la pierre
de mille années je me souviens.
De la France jeune juchée sur les collines
de la soupe épaisse et des creux d’eau dormante
des cultures enclavées dans les forêts approfondies
des premières vendanges et des nouveaux promus
de la lumière etonnée de la lune pleine
de l’éclat matinal du manoir et de la métairie
des poires en espalier et des viviers sans nulle peine
des corbeaux patrouillant et de leurs cris d’effroi
du feu qui s’envolait de la vierge vaincue
de la neige sur les épines où l’on s’enfonce
des aubes malicieuses et des couchants salis
du grand soleil reverdissant la montagne
du long courage des grands-parents
de la finesse du bois travaillé
des abdications et de l’honneur
de la mort très ancienne
de la douleur quotidienne
de l’amour amer
du bonheur pâli
de toi de moi si peu que rien.

André Frénaud

19-20 janvier 1957

da “Il n’y a pas de paradis”, Gallimard, 1962

«Ti ricordi?» – Mariella Mehr

Foto di Nastya Kaletkina

 

Ti ricordi?
La casa corteggiata di rosso
con le pietre verdi di muschio
strette intorno
alla ferita della terra?

Nella colombaia
si tratteneva il cielo
un po’ arcigno; all’epoca i piccioni
volavano a frotte
verso il verde.

Non entrare correndo dalla porta
dicevi
quando arrivava colpo dopo colpo
e all’interno del cranio
– il mio –
dalle ossa cadeva
carne dopo carne.

Obliquo il volo attraversa il vento
contro la parola
quando la lingua di fuoco indica il cielo
e le ossa maldestre
chiedono la via
per il luogo dell’esecuzione.

Tu non chiedere delle mie ferite
quando la mia bocca affamata
cerca
di custodire gli angeli.

Mariella Mehr

(Traduzione di Anna Ruchat)

da “Ognuno incatenato alla sua ora”, Einaudi, Torino, 2014

∗∗∗

«Erinnerst Du dich?»

Erinnerst Du dich?
Das rotumworbene Haus
mit dem moosgrünen Gestein
um die Erdwunde
Geschlungen?

In der Colombaia
hielt sich der Himmel auf,
etwas mürrisch zu der Zeit
flogen die Tauben
grünwärts zuhauf.

Renn keine Türe ein,
Sagtest Du,
Wenn Schuß um Schuß traf
Und im Schädelinnern
– in meinem –
Fleisch um Fleisch
von den Knochen fiel.

Windschief der Flug
gegen das Wort,
wenn die Feuerzunge zum
Himmel zeigt
und Knochen, ungewandet,
nach dem Weg zur Schädelstätte fragen.

Frag Du nicht nach meinen Wunden
wenn mein Hungermund
Engel zu bergen
versucht.

Mariella Mehr

da “Nachrichten aus dem Exil”, Drava, 1998 

Siamo esseri antichi – Carlo Villa

Amani Willett, From Street Work

 

Oh certo s’intende, capirai,
figurarsi se non amo
l’Italia, questa piccola lingua

di carta collinosa, ignorante e con tane
abitate, un paese di servi perbene,
ma ricordarsi di chiudere gli occhi

sulle amministrazioni cosí affrante
e basta non lo sappiano all’estero
dato che ognuno, è naturale, non lavora

bene e schietto nel tratto che ha scelto
pretendendo d’averci giustizia,
giacché questo sarebbe sufficiente:

la propria vita impiegarla seriamente
senza star tanto a sentire
gli inamovibili al governo

sfiniti dalle cure riabilitanti e depositari
oramai per concessione divina
dei pubblici interessi,

con noi tutti quanti, d’accordo o
per pigrizia, ancora a farli venire-andare.
Pure non voglio rimettermi passivo

alla consapevolezza che pare
non ci sia piú niente da fare
per via del demone atomico, insomma

siamo esseri antichi
e se non c’è piú riguardo
per i nostri fantastici trascorsi,

perlomeno il piacere di possedere gambe
e germogli di labbra, ci spinga
a proseguire ogni mattina nonostante

la sparuta giornata precedente,
al cospetto della vita ancora possibile,
senza programmi, scoppiando

in un certo modo di salute,
perché solo cosí ci andrà bene:
gli occhi nelle vetrine ricolme

e la febbre nell’immaginazione
che tutto è per l’uomo,
questa di vivere unica realtà,

liberi e con idee nella testa
che scottino, tamponi dischiusi
di sassofono e bicchieri

con dentro il sorriso. Non c’è
buio peggiore dell’uomo che inganna
i propri organi, tiroide, cardiovascoli

e, della vita a prenderne dosi
liberamente, la morte è serena
anche se resta importante.

Oppure fra poco perire
umiliati perfino dal mezzo
e le specie si estingueranno

e chi ne saprà piú qualcosa
per esempio della rosa,
il tipo di seme; insomma

bisogna finirla con l’angoscia,
altrimenti la previdenza sociale
e i testi gratuiti alle elementari

son giochi di parole, truffe, falsità,
titoli fittizi di merito
per un inesistente aldilà.

Carlo Villa

da “Siamo esseri antichi”, Einaudi, Torino, 1964

Magnificat – Fernando Pessoa

 

Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Sì, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!

7 novembre 1933

Fernando Pessoa

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

∗∗∗

Magnificat

Quando é que passará esta noite interna, o universo,
E eu, a minha alma, terei o meu dia?
Quando é que despertarei de estar acordado?
Não sei. O sol brilha alto,
Impossível de fitar.
As estrelas pestanejam frio,
Impossíveis de contar.
O coração pulsa alheio,
Impossível de escutar.
Quando é que passará este drama sem teatro,
Ou este teatro sem drama,
E recolherei a casa?
Onde? Como? Quando?
Gato que me fitas com olhos de vida, quem tens lá no fundo?
É esse! É esse!
Esse mandará como Josué parar o sol e eu acordarei;
E então será dia.
Sorri, dormindo, minha alma!
Sorri, minha alma, será dia!

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

«Esistono libri che servono» – Valerio Magrelli

Foto di André Kertész

 

Esistono libri che servono
a svelare altri libri,
ma scrivere in genere è nascondere,
sottrarre alla realtà qualcosa
di cui sentirà la mancanza.
Questa maieutica del segno
indicando le cose con il loro dolore
insegna a riconoscerle.

Valerio Magrelli

da “Aequator lentis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980