Un sogno – Anna Andreevna Achmatova

Portrait of Anna Akhmatova by Nathan Altman, 1941

 

Lo sapevo, mi stavi sognando,
non riuscivo per questo a dormire.
Un opaco fanale azzurreggiava
e mi indicava la via.

Tu vedevi il parco della regina,
col suo bianco, frondoso palazzo
e l’arabesco nero dei cancelli
agli ingressi sonanti di pietra.

Avanzavi ignorando la strada,
e pensavi: «Piú presto, piú presto,
o se solo arrivassi a trovarla,
a non destarmi prima di incontrarla».

Ed il guardiano delle belle porte
ti gridò dietro: «Dove vai?»
Scricchiolava, cedeva il ghiaccio,
sotto i piedi l’acqua nereggiava.

«Questo è il lago – tu pensavi −
sul lago c’è un isolotto…»
Ma nella tenebra d’un tratto
echeggiò un bluastro fuoco.

Svegliandoti al chiarore crudo
di un povero giorno, gemesti,
e per la prima volta
mi chiamasti forte per nome.

Anna Andreevna Achmatova

Carskoe Selo, 1915

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

сон

Я знала, я снюсь тебе,
Оттого не могла заснуть.
Мутный фонарь голубел
И мне указывал путь.

Ты видел царицын сад,
Затейливый белый дворец
И черный узор оград
У каменных гулких крылец.

Ты шел, не зная пути,
И думал: «Скорей, скорей,
О, только б ее найти,
Не проснуться до встречи с ней».

А сторож у красных ворот
Окликнул тебя: «Куда!»
Хрустел и ломался лед,
Под ногами чернела вода.

«Это озеро,— думал ты,—
На озере есть островок…»
И вдруг из темноты
Поглядел голубой огонек.

В жестком свете скудного дня
Проснувшись, ты застонал
И в первый раз меня
По имени громко назвал.

Анна Ахматова

Царское Село, 1915

da “Бег времени: стихотворения 1909-1965”, Сов. писатель, Ленинградское отд-ние, 1965

Euridice – Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri – photo Dino Ignani

«Perciò quando si scrive non si può mai essere abbastanza soli,  quando si scrive non si può avere mai abbastanza silenzio  intorno, la notte è ancora troppo poco notte».
Franz Kafka, lettera a Felice, 14-15 gennaio 1913.

Tu senti che vado lontano
in zone pericolose.
Potrei non fare ritorno –
restare sbalzata su quel fuoco
con veste incendiata rovinare
o perdermi nei deserti del cielo
sbandare sui ghiacci stesi
spericolarmi nei boschi e nelle radure
minacciose. Si è molto soli là
fra le alture e le fosse, nelle fermentazioni
nel pullulare appena di voci.
Slacciata da ciò che mi è noto
un po’ squilibrata nel vuoto.
Ci debbo ogni tanto tornare –
che qui c’è la parte migliore.
Di quella mi vesto ogni tanto
di rado. Ma tu non girarti a guardare.
Lasciami sola. Non farmi di sale.

Mariangela Gualtieri

da “Le giovani parole”, Einaudi, Torino, 2015

L’amazzone – Karin Boye

 

Ho sognato spade stanotte.
Ho sognato battaglia stanotte.
Ho sognato che lottavo al tuo fianco
armata e forte, stanotte.

Lampeggiava forte dalla tua mano,
e i Troll cadevano ai tuoi piedi.
La nostra schiera serrava le fila e cantava
nella minaccia di tenebre silenziose.

Ho sognato sangue stanotte.
Ho sognato morte stanotte.
Ho sognato che cadevo al tuo fianco
con ferite mortali, stanotte.

Tu non notavi affatto che io cadevo.
La tua bocca era seria.
Con la mano ferma tenevi lo scudo
e andavi dritta per la tua strada.

Ho sognato fuoco stanotte.
Ho sognato rose stanotte.
Ho sognato che la mia morte era bella, e buona.
Così ho sognato stanotte.

Karin Boye

(Traduzione di Daniela Marcheschi)

da “Karin Boye, Poesie”, Le Lettere, Firenze, 1994

∗∗∗

Sköldmön

Jag drömde om svärd i natt.
Jag drömde om strid i natt.
Jag drömde jag stred vid din sida
rustad och stark, i natt.

Det blixtrade hårt ur din hand,
och trollen föll vid din fot.
Vår skara slöt sig lätt och sjöng
i tigande mörkers hot.

Jag drömde om blod i natt.
Jag drömde om död i natt.
Jag drömde jag föll vid din sida
med banesår, i natt.

Du märkte ej alls att jag föll.
Din mun var allvarsam.
Med stadig hand du skölden höll
och gick din väg rakt fram.

Jag drömde om eld i natt.
Jag drömde om rosor i natt.
Jag drömde min död var fager och god.
Så drömde jag i natt.

Karin Boye

da “Gömda land”, Albert Bonniers Förlag, 1924

«Non farne parola a nessuno» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Mandel’štam, photograph by Moses Nappelbaum

 

Non farne parola a nessuno,
dimentica ciò che hai veduto:
uccello, vecchietta, prigione
e qualunque altra cosa – tutto!

Se no, ti sentirai avvolgere,
appena schiudi le labbra,
da un tremito di aghifoglie
allo spuntare dell’alba.

Ricorderai la dacia, la vespa,
l’astuccio sporco d’inchiostro
o i mirtilli che mai raccogliesti
da bambino nel sottobosco.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Ottobre 1930

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tripodia dattilica; quartine a rime alterne tutte maschili.
Questa lirica, come osservava Nadežda Mandel´štam, è – almeno in parte – «un ritorno al Nord», con il pensiero, e alle estati dell’infanzia nei dintorni di Vyrica, qualche decina di chilometri sotto Pietroburgo. A innescare il ricordo era stato il vocabolo penal (‘astuccio portapenne, portamatite’) usato in un testo del ciclo Armenija: per altro, «Non farne parola a nessuno» è senza dubbio «una delle diramazioni» di quella suite (ŽT, p. 194).
v. 3: per un attimo si direbbe, prima di rievocare esperienze ed emozioni infantili legate al Nord, la memoria del poeta rivà all’angosciosa, disperata Crimea dell’ammiraglio Vrangel´, e precisamente a Feodosija sul Mar Nero – la Caffa medievale dei genovesi –, dov’era vissuto per circa un anno, con qualche intervallo, a partire dal settembre del 1919. Lí aveva potuto vedere le «carceri a tenaglia» della città – e, forse, conoscerle anche bene, poiché nell’agosto del ’20 i “bianchi” l’avevano arrestato, sospettandolo di legami con i bolscevichi. E lí, come racconta nella prosa Feodosija (1923-24), egli fra l’altro aveva alloggiato brevemente presso una vecchietta. «La vecchietta accudiva il pigionante come un uccello, persuasa che ciò di cui aveva bisogno era cambiargli l’acqua, pulirgli la gabbia e rifornirlo di becchime. A quell’epoca era meglio essere uccelli che uomini, e la tentazione di diventare l’uccello della vecchietta fu grande» (SP, p. 318).
A proposito dei vv. 11-12 cfr., nel cap. “Moskva” [“Mosca”] di Putešestvie v Ameniju [Viaggio in Armenia]: «Per sciocco amor proprio, per malinteso orgoglio, da bambino io non andavo mai in cerca di bacche…» (SP, p. 381). (Remo Faccani)

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«Не говори никому»

Не говори никому,
Bсе, что ты видел, забудь —
Птицу, старуху, тюрьму
Или еще что-нибудь.

Или охватит тебя,
Только уста разомкнешь,
При наступлении дня
Мелкая хвойная дрожь.

Вспомнишь на даче осу,
Детский чернильный пенал
Или чернику в лесу,
Что никогда не сбирал.

Осип Эмильевич Мандельштам

Октябрь 1930

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Strappami dal sospetto insostenibile» – Maria Luisa Spaziani

 

Strappami dal sospetto insostenibile
di essere nulla, più nulla di nulla.
Non esiste nemmeno la memoria.
Non esistono cieli.

Davanti agli occhi un pianoro di neve,
giorni non numerabili, cristalli
di una neve che sfuma all’orizzonte –
– e non c’è l’orizzonte –

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002