Opera postuma – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Il treno si fermò in un campo; l’improvviso silenzio
svegliò anche i fanatici fautori del sonno.
Le lontane luci dei magazzini o delle fabbriche
luccicavano nella nebbia come i gialli occhi dei lupi.
Itineranti uomini d’affari sgobbavano al computer,
calcolando il profitto e la perdita del giorno trascorso.
L’hostess portava caffè in cui era confitta l’amarezza.
Ewig, ewig, l’ultima parola di Das Lied von der Erde,
ripetuta tante volte; ricordi, ascoltavamo
insieme questa musica e questa promessa alla quale
volevamo allora così tanto credere.

Non si sa se siamo ancora in Olanda,
o già in Belgio. Ma che differenza fa?
Sbocciava una sera d’inverno e la terra era nascosta
sotto le grosse strisce del crepuscolo; potevamo
immaginare la vicina presenza della nera acqua del canale,
immobile, privata della gioia dei torrenti montani
e della gran meraviglia dei nostri oceani.
I gialli occhi dei lupi tremavano di una nervosa luce
al neon, ma nessuno temeva l’attacco degli indiani.
Il treno si fermò nell’ora in cui non dorme
la ragione, ma dorme l’anima, il suo nobile desiderio.
In un altro momento ascoltavamo
il quintetto postumo di Schubert, dove la disperazione
si dichiara tante volte, appassionata, quasi ossessiva,
rinnovando il suo attacco all’indifferenza
raffinata della sala, delle dame in pelliccia
e dei recensori, piccoli emissari di grandi riviste.
Mentre una volta, a passeggio, a mezzanotte, in campagna,
d’estate, ci trattenne un suono molto singolare: lo sbuffare
e nitrire d’invisibili cavalli al pascolo. Come se la notte
ridesse, fra sé e sé, felice. Cos’è la poesia, se tanto poco vediamo?

Cosa saranno la salvezza, il sopravvivere, il riscatto,
se nulla ci minaccia? Un quintetto postumo! Solo la musica cresce
anche dopo la morte, la musica e le chiome degli alberi.
Se i fiumi ci dessero il miele e il latte dell’incanto,
se le danzatrici tornassero a ballare nel delirio…
Ma non siamo soli. L’antiquata chitarra un giorno
comincerà a cantare, sola con se stessa, a se stessa.
E il treno infine si metterà in moto, la terra si cullerà
sotto il suo maestoso peso e lenta
si avvicinerà a Parigi, con la sua aura dorata,
col suo grigio dubitare.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Opus pośmiertne

Pociąg zatrzymał się w polu; nagła cisza
zbudziła nawet fanatycznych wyznawców snu.
Dalekie światła magazynów czy fabryk
migotały we mgle jak żółte oczy wilków.
Wędrowni biznesmeni ślęczeli nad komputerem,
obliczając zysk i stratę minionego dnia.
Stewardesa niosła kawę, w której tkwiła gorycz.
Ewig, ewig, ostatnie słowo Pieśni o ziemi,
powtarzane tyle razy; pamiętasz, słuchaliśmy
razem tej muzyki i tej obietnicy, w którą
tak bardzo chcieliśmy wtedy uwierzyć.

Nie wiadomo, czy jeszcze jesteśmy w Holandii,
czy może już w Belgii. Co to za różnica.
Był wczesny zimowy wieczór i ziemia ukryła się
pod grubymi smugami zmierzchu; można się było
domyślić bliskiej obecności czarnej wody kanału,
nieruchomej, pozbawionej radości górskich potoków
i wielkiego zdziwienia naszych oceanów.
Żółte ślepia wilków drżały nerwowym, neonowym
światłem, lecz nikt się nie bał ataku Indian.
Pociąg zatrzymał się w momencie, kiedy rozum
nie śpi, ale śpi dusza, jej szlachetne pragnienie.

Kiedy indziej słuchaliśmy pośmiertnego kwintetu
Schuberta, w którym rozpacz deklaruje się
wielokrotnie, namiętnie, nieomal natrętnie,
ponawiając swój atak na obojętność
wytwornej sali koncertowej, dam w futrach
i recenzentów, małych wysłanników wielkich pism.
A kiedyś na spacerze, o północy, na wsi, w lecie,
zatrzymał nas niezwykły dźwięk: parskanie i rżenie
niewidocznych koni na pastwisku. To było tak,
jakby noc się śmiała, sama dla siebie, szczęśliwa.
Czym jest poezja, skoro tak mało widzimy?

Czym może być ocalenie, jeśli nic nam nie zagraża?
Pośmiertny kwintet! Tylko muzyka rośnie
jeszcze po śmierci, muzyka i włosy drzew.
Gdyby rzeki dały nam miód i mleko zachwytu,
gdyby tancerki znowu zaczęły tańczyć w obłąkaniu…
A jednak nie jesteśmy sami. Staroświecka gitara
któregoś dnia zacznie śpiewać, sama dla siebie.
I pociąg ruszy wreszcie, ziemia zakołysze się
pod jego majestatycznym ciężarem i powoli
zacznie się przybliżać Paryż, z jego złotą aurą,
z jego szarym wątpieniem.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

«E finalmente ho trovato» – Marina Ivanovna Cvetaeva

Salvatore Fiume, A Susette (Ritratto di Marina Cvetaeva), 1956

 

E finalmente ho trovato
chi mi è necessario:
qualcuno ha bisogno di me
— come aria.

Quanto più nero e mortale –
Più necessario è il bisogno
dell’altro — di te. Di chi
non può fare a meno

di me — suo pane e respiro.
Occorro — a qualcuno:
accorro, rispondo
al prima richiamo.

Più alto, più certo e sicuro
delle montagne: a qualcuno
serve una mano: la mia!
sulle piaghe!

E tutto il braccio — nel fuoco!
Più della luce degli occhi
mi serve l’umano bisogno
di me — come fiato.

Marina Ivanovna Cvetaeva

11 settembre 1936. Savoia

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Poesie non raccolte in volume” (1928-1941), in “Dopo la Russia”, 1988

∗∗∗

Наконец-то встретила
Надобного − мне:
У кого-то смертная
Над оба − во мне.

Что для ока − радуга,
Злаку − чернозем −
Человеку − надоба
Человека − в нем.

Мне дождя и радуги
И руки − нужней
Человека надоба
Рук − в руке моей.

Это − шире Ладоги
И горы верней −
Человека надоба
Ран − в руке моей.

И за то, что — с язвою
Мне принес ладонь −
Эту руку − сразу бы
За тебя в огонь!

Марина Ивановна Цветаева

11 сентября 1936. Савойя

Il dormiente nella valle – Arthur Rimbaud

Portrait of Arthur Rimbaud at the age of seventeen, by Étienne Carjat, c. 1872

 

È un verde anfratto dove canta un rivo
Che impiglia folle all’erbe i suoi brandelli
D’argento; dove il sole riluce dai monti
Solenni: è una valletta che spuma di raggi.

Un giovane soldato, a bocca aperta e capo nudo,
Con la nuca immersa nel fresco azzurro nasturzio,
Dorme; sotto le nubi è steso nell’erba,
Pallido nel verde letto in cui la luce piove.

Ha i piedi nei gladioli, dorme. Sorride come
Un bimbo malato sorriderebbe nel sonno:
Natura, devi cullarlo nel tepore: ha freddo.

Non fremono le sue narici a quei profumi;
Dorme nel sole, una mano sul petto
Calmo: ha due buchi rossi al lato destro.

Arthur Rimbaud

Ottobre 1870

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Le dormeur du val

C’est un trou de verdure où chante une rivière
Accrochant follement aux herbes des haillons
D’argent ; où le soleil, de la montagne fière,
Luit: c’est un petit val qui mousse de rayons.
 
Un soldat jeune, bouche ouverte, tête nue,
Et la nuque baignant dans le frais cresson bleu,
Dort; il est étendu dans l’herbe, sous la nue,
Pâle dans son lit vert où la lumière pleut.
 
Les pieds dans les glaïeuls, il dort. Souriant comme
Sourirait un enfant malade, il fait un somme:
Nature, berce-le chaudement: il a froid.
 
Les parfums ne font pas frissonner sa narine;
Il dort dans le soleil, la main sur sa poitrine
Tranquille. Il a deux trous rouges au côté droit.

Arthur Rimbaud

Octobre 1870

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

Succederà – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Quando anima e spirito
e corpo sapranno,
e la luna sarà bella perché io la amai
ed il mondo sarà appeso al filo
della memoria e sanguinerà la luce dietro
il bagno della sua grazia,
obbligheremo il futuro
a ritornare ancora. Allora
tutti gli occhi saranno uno
e la parola tornerà a parolare
contro le sue creature.
Avrà termine l’eternità e questa poesia
cercherà ancora il suo
equipaggio e ciò
che non seppe nominare, tanto lontano.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da MONDESSERE

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Sucederá

Cuando alma y espíritu
y cuerpo sepan,
y la luna sea bella porque la amé
y el mundo esté parado al filo
de la memoria y
sangre la luz detrás
del baño de su gracia,
obligaremos al futuro
a volver otra vez.
Allí todos los ojos serán uno
y la palabra volverá a palabrear
contra sus criaturas.
Se acabará la eternidad y el poema
buscará todavía su tripulación y lo
que no pudo nombrar, tan lejos.

Juan Gelman

da “Mundar”, Ediciones Era, 2013 

Con gesto elegante… – Marcello Comitini

Foto di Bruce Weber

 

Con gesto elegante sollevo la gonna
piego le gambe
indosso le scarpe a tacchi alti.
Ravvio i capelli liscio le pieghe
della gonna lungo i fianchi.
Pronta.
Tengo in mano le chiavi dell’auto.
Pronta
per andare incontro al nuovo giorno
lasciare
le stanze nel silenzio
e ritrovarle
silenziose al mio rientro.
Apro la porta.
Di sfuggita nello specchio
è riflessa la mia figura.
Mi arresto sorpresa
nel vedere sul volto svaniti
gli anni della giovinezza.
Sono sempre io
o un’altra ha occupato il mio corpo?
Il mio respiro si fa lento e debole.
Dove sono
gli anni quando credevo d’essere
sfrenata implacabile
sfiorata dal mondo?
Quando offrivo i miei seni
alle carezze del primo amore
come fossero colombe di seta?
Torno a chiudere la porta.
Mi guardo attentamente allo specchio,
Non riesco più ad uscire.
Mi stendo sul letto carezzo i miei seni
sogno
un uomo che ancora mi dica
col suo respiro di fuoco come sei bella
e guardandomi ancora
che la vita da domani
sarà diversa più vera
dei romanzi che leggo
dove vivere
è già travolgente e dona
ai gesti di ogni giorno
la gioia di un compagno
e il profumo malinconico dei ricordi.
Adesso sento
dentro il petto un dolore.
Nella memoria il pezzo mancante
tra la mia giovinezza e questo dolore.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020