L’éternité – Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

 

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise: enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Arthur Rimbaud

Mai 1872

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo l’assenso
Della notte di nulla
E del giorno di fuoco.

Dai suffragi umani,
Dai comuni slanci,
Tu là ti liberi
E voli a seconda.

Poi che da voi sole,
Braci di raso,
Esala il Dovere,
Senza un: finalmente.

Là niente speranza,
Non c’è un orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Anima mia sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte sí nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni,
Là ti disciogli
E libera voli.

Da voi soli invero,
Tizzoni di raso,
Si esala il Dovere,
E non si dice: finalmente.

Là, niente speranza,
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Supplizio sicuro.

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872.

(Traduzione di Ivos Margoni)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, Feltrinelli, Milano, 1964

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.
 
Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.
 
Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni,
là tu ti liberi
e voli dove vuoi.
 
Poiché solo da voi,
tizzoni di raso,
si esala il Dovere
senza che si dica: finalmente.

Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
 
È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

Maggio 1872

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

L’eternità

L’hanno ritrovata.
Che?  L’Eternità.
La marea andata
con il sole. Mormora,

mia anima attenta,
la confessione
della notte spenta
e del giorno in fiamme.

Dai suffragi umani,
dai comuni slanci
laggiú ti dipani
e voli a seconda…

Tizzoni di sete,
invero il Dovere
voi soli effondete
senza dire: infine.

Nessuna speranza,
nessun orïetur.
Scienza piú costanza,
supplizio sicuro.

L’hanno ritrovata.
Che? – L’Eternità.
La marea andata
insieme col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Gian Piero Bona)

da “Arthur Rimbaud, Poesie”, Einaudi, Torino, 1973

Ophélie – Arthur Rimbaud

Foto di Dorota Górecka

 

I

Sur l’onde calme et noire où dorment les étoiles
La blanche Ophélie flotte comme un grand lys,
Flotte très lentement, couchée en ses longs voiles…
– On entend dans les bois lointains des hallalis.

Voici plus de mille ans que la triste Ophélie
Passe, fantôme blanc, sur le long fleuve noir.
Voici plus de mille ans que sa douce folie
Murmure sa romance à la brise du soir.

Le vent baise ses seins et déploie en corolle
Ses grands voiles bercés mollement par les eaux;
Les saules frissonnants pleurent sur son épaule,
Sur son grand front rêveur s’inclinent les roseaux.

Les nénuphars froissés soupirent autour d’elle;
Elle éveille parfois; dans un aune qui dort,
Quelque nid, d’où s’échappe un petit frisson d’aile:
– Un chant mystérieux tombe des astres d’or.

II

Ô pâle Ophélie! belle comme la neige!
Oui, tu mourus, enfant, par un fleuve emporté!
– C’est que les vents tombant des grands monts de Norwège
T’avaient parlé tout bas de l’âpre liberté;

C’est qu’un souffle, tordant ta grande chevelure,
À ton esprit rêveur portait d’étranges bruits;
Que ton cœur écoutait le chant de la Nature
Dans les plaintes de l’arbre et les soupirs des nuits;

C’est que la voix des mers folles, immense râle,
Brisait ton sein d’enfant, trop humain et trop doux;
C’est qu’un matin d’avril, un beau cavalier pâle,
Un pauvre fou, s’assit muet à tes genoux!

Ciel! Amour! Liberté! Quel rêve, ô pauvre Folle!
Tu te fondais à lui comme une neige au feu:
Tes grandes visions étranglaient ta parole
– Et l’Infini terrible effara ton œil bleu!

III

– Et le Poète dit qu’aux rayons des étoiles
Tu viens chercher, la nuit, les fleurs que tu cueillis;
Et qu’il a vu sur l’eau, couchée en ses longs voiles,
La blanche Ophélie flotter, comme un grand lys.

Arthur Rimbaud

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

Ofelia

I

Sull’onda calma e nera dove le stelle dormono
Fluttua la bianca Ofelia come un gran giglio, fluttua
Lentissima, distesa sopra i suoi lunghi veli…
– S’odono da lontano, nei boschi, gli hallalì.

Da mille anni e più la dolorosa Ofelia
Passa, fantasma bianco, sul lungo fiume nero;
Da mille anni e più la sua dolce follia
Mormora una romanza al vento della sera.

La brezza le bacia il seno e distende a corolla
Gli ampi veli, dolcemente cullati dalle acque;
Le piange sull’omero il brivido dei salici,
S’inclinano sulla fronte sognante le giuncaie.

Sgualcite, le ninfee le sospirano intorno;
Ella ridesta a volte, nell’ontano che dorme,
Un nido, da cui sfrùscia un batter d’ali:
– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

Pallida Ofelia! Come neve bella!
In verde età moristi, trascinata da un fiume!
– Calati dai grandi monti di Norvegia, i venti
Ti avevano parlato di un’aspra libertà;

Poi che un soffio, attorcendoti la chioma folta,
All’animo sognante recava strane voci;
E il tuo cuore ascoltava la Natura cantare
Nei sospiri della notte, nei lamenti dell’albero;

Poi che il grido dei mari dementi, immenso rantolo,
Frantumava il tuo seno, fanciulla, umano troppo, e dolce;
Poi che un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido
Sedette, taciturno e folle, ai tuoi ginocchi!

Cielo! Libertà! Amore! Sogno, povera Folle!
Là ti scioglievi come neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti facevano muta
– E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!

III

– Ed il poeta racconta che al raggio delle stelle
Vieni , la notte, a prendere i fiori che cogliesti;
E che ha visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,
Fluttuare bianca come un gran giglio Ofelia.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Ofelia

I

Sull’acqua calma e nera dove dormon le stelle
Come un gran giglio ondeggia Ofelia bianca e sola,
Ondeggia lentamente, stesa nei lunghi veli…
— Nelle selve lontane s’ode un grido di caccia.

Sono piú di mill’anni che la dolente Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero.
Sono piú di mill’anni che dolce e mentecatta
Mormora una romanza nella brezza serale.

Il vento bacia il seno e dispiega in corolla
I grandi veli molli che la corrente culla;
Rabbrividendo, i salici piangon sulla sua spalla,
Sull’ampia fronte in sogno pende flessuoso il giunco.

Sfiorate, le ninfee le sospirano intorno;
Ella desta, talora, nel sonno di un ontano,
Un nido donde s’alza un breve fremer d’ala:
— Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

Pallida Ofelia, tu, bella come la neve,
Moristi ancor fanciulla e il fiume ti rapí!
— I venti delle vette alte della Norvegia
Ti avevano parlato dell’aspra libertà;

E un soffio, sconvolgendo l’ampia tua chioma bionda,
All’anima sognante strani fruscii recava;
Il tuo cuore ascoltava il canto delle cose
Nei gemiti degli alberi, nei sospiri notturni;

L’urlo dei mari in furia, come un immenso rantolo,
Squassava il sen fanciullo, troppo mite ed umano;
E un mattino d’aprile un bel cavalier pallido,
Povero mentecatto, muto ai tuoi piè sedette.

Cielo! Amor! Libertà! Che sogno, o dolce Pazza!
Tu ti scioglievi a lui come la neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavan la voce,
— L’Infinito terribile smarrí il tuo sguardo azzurro!

III

Ed il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercar, la notte, i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull’onda, stesa nei lunghi veli,
La mesta Ofelia andare, bianca come un gran giglio.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Ivos Margoni)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, Feltrinelli, Milano, 1964

∗∗∗

Ofelia

I

Sull’acqua calma e nera, dove dormono le stelle,
come un gran giglio ondeggia la bianca Ofelia,
ondeggia lentamente, stesa fra i lunghi veli…
– Dalle selve lontane s’odono grida di caccia.

Son più di mille anni che la triste Ofelia
passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero.
Son più di mille anni che la sua dolce follia
mormora una romanza alla brezza della sera.

Il vento bacia i suoi seni e dischiude a corolla
i grandi veli cullati mollemente dalle acque;
i salici frusciando piangono sulla sua spalla,
sull’ampia fronte sognante si chinano le canne.

Le ninfee sfiorate le sospirano intorno;
ella risveglia a volte, nel sonno di un ontano,
un nido da cui sfugge un piccolo fremer d’ali:
– un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

O pallida Ofelia, bella come la neve!
Tu moristi fanciulla, da un fiume rapita!
– I venti che precipitano dai monti di Norvegia
ti avevano parlato dell’aspra libertà;

e un soffio, sconvolgendo le tue folte chiome,
all’animo sognante portava strani fruscii;
il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
nei gemiti delle fronde, nei sospiri delle notti;

l’urlo dei mari in furia, come un immenso rantolo,
spezzava il tuo seno acerbo, troppo dolce ed umano;
ed un mattin d’aprile, un bel cavaliere pallido,
un povero folle, si sedette muto ai tuoi ginocchi!

Cielo! Amore! Libertà! Qual sogno, mia povera folle!
Tu ti scioglievi a lui come la neve al sole:
le tue grandi visioni ti strozzavan la parola
– e l’Infinito tremendo smarrì il tuo sguardo azzurro!

III

– Ed il poeta dice che ai raggi delle stelle
vieni a cercar, di notte, i fiori che cogliesti;
e d’aver visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,
la bianca Ofelia ondeggiare come un gran giglio.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

Voyelles – Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

 

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d’ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs , frissons d’ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;

U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d’animaux, paix des rides
Que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux;

O, suprême Clairon plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges:
– Ô l’Oméga, rayon violet de Ses Yeux!

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto, vello di mosche splendenti,
Ronzanti intorno a crudeli fetori, golfi

D’ombra; E, candore di vapori e tende, lance
Di ghiacciai fieri, bianchi re, frementi umbelle;
I, porpore, sputo di sangue, labbra belle
In riso di collera o d’ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibramenti divini dei viridi mari,
Pace d’animali al pascolo, pace di rughe
Impresse dall’alchimia su ampie fronti studiose;

O, Tromba suprema piena d’arcani stridori,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
– Oh l’Omega, di quei Suoi Occhi il raggio viola!

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno i vostri ascosi nascimenti:
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
Che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di ghiaccio, brividi di umbelle, bianchi re;
I, porpore, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezza penitente;

U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
Quiete di bestie al pascolo, quiete dell’ampie rughe
Che alle fronti studiose imprime l’alchimia.

O, la suprema Tuba piena di stridi strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
— O, l’Omega ed il raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Ivos Margoni)

daArthur Rimbaud, Opere”, Feltrinelli, Milano, 1964

∗∗∗

Vocali 
 
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
io dirò un giorno le vostre segrete origini:
A, nero, corsetto villoso delle mosche lucenti
che ronzano intorno a crudeli fetori,
 
golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende,
lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sputo di sangue, riso di belle labbra
nella collera o nelle ebrezze penitenti;
 
U, cicli, fremiti divini di mari verdi,
pace dei pascoli disseminati di animali, pace delle rughe
che l’alchimia scava nelle ampie fronti studiose;
 
O, Tromba suprema piena di stridori strani,
silenzi solcati dai Pianeti e dagli Angeli:
– O l’Omega e il raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

Sensation – Arthur Rimbaud

Portrait of Arthur Rimbaud at the age of seventeen, by Étienne Carjat, c. 1872.

 

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.
 
Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

Arthur Rimbaud

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

Sensazione

Le sere turchine d’estate andrò nei sentieri,
Punzecchiato dal grano, calpestando erba fina:
Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi.
E lascerò che il vento m’inondi il capo nudo.

Non dirò niente, non penserò niente: ma
L’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, più lontano, come uno zingaro
Nella Natura, – felice come con una donna.

Arthur Rimbaud

Marzo 1870

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Sensazione

Nelle azzurre sere d’estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l’erba tenera:
trasognato sentirò la sua frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, – lieto come con una donna.

Arthur Rimbaud

Marzo 1870

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

Alchimia del verbo – Arthur Rimbaud

Renato Guttuso, Sera a Velate, 1980

     

      A me. La storia di una delle mie follie.
     Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili e trovavo irrisorie le celebrità della pittura e della poesia moderna.
     Mi piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, scenari, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari, la letteratura fuori moda, il latino di chiesa, i libri erotici senza ortografia, i romanzi dei nostri nonni, i racconti di fate, i libretti per bambini, le vecchie opere, i ritornelli semplici, i ritmi ingenui.
     Sognavo crociate, spedizioni di cui non si hanno documenti, repubbliche senza storia, guerre di religione soffocate, rivoluzioni di costumi, spostamenti di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi.
     Inventai i colori delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. – Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi illusi d’inventare un linguaggio poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo in serbo la traduzione.
     Fu dapprima uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.

∗∗∗

Lontano dagli uccelli, dai greggi, dalle contadine,
che cosa bevevo, inginocchiato in quella brughiera
circondata da teneri boschetti di noccioli,
in una tiepida e verde foschia pomeridiana?

Che mai potevo bere in quella giovane Oise,
– olmi senza voce, erba senza fiori, cielo coperto! –
bere a quelle zucche gialle, lontano dalla mia cara capanna?
Forse un liquore d’oro che fa sudare.

Ero una losca insegna di locanda.
– Un temporale venne a scacciare il cielo. La sera,
l’acqua dei boschi si perdeva sulle sabbie vergini,
il vento di Dio gettava ghiaccioli sugli stagni;

Piangendo, vedevo dell’oro – e non potei berlo. –

∗∗∗

D’estate, alle quattro di mattina,
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti svapora
l’odore della sera festeggiata.

Laggiù, nel loro grande cantiere
sotto il sole delle Esperidi,
già sono in azione – in maniche di camicia, –
i Carpentieri.

Nei loro Deserti di muschio, preparano,
tranquilli, i pannelli preziosi
su cui la città
                                                      dipingerà falsi cieli.

O, per quegli Operai meravigliosi,
sudditi di un re di Babilonia,
Venere lascia un attimo gli amanti
che hanno l’anima incoronata.

                             O Regina dei Pastori,
                             porta ai lavoratori l’acquavite,
perché le loro forze si ristorino
aspettando il bagno in mare a mezzogiorno.

∗∗∗

     Il vecchiume poetico interveniva in buona parte nella mia alchimia del verbo.
     Mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo chiaramente una moschea al posto di un’officina, una scuola di tamburi con degli angeli per maestri, dei calessi per le strade del cielo, un salotto sul fondo di un lago; i mostri, i misteri; un titolo di operetta faceva sorgere cose spaventose davanti a me.
     Poi spiegai i miei sofismi magici con l’allucinazione delle parole!
     Finii per trovare sacro il disordine del mio spirito. Ero ozioso, in preda ad una febbre pesante: invidiavo la felicità degli animali, – i bruchi che rappresentavano l’innocenza del limbo, le talpe, il sonno della verginità!
     Il mio carattere s’inaspriva. Dicevo addio al mondo con delle specie di romanze:

Canzone della torre più alta

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

Ho tanto pazientato
che per sempre io dimentico.
Paure e sofferenze

in cielo son svanite.
E la sete malsana
intorbida le mie vene.

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

Così la prateria
in preda all’oblio,
dilatata e fiorita

d’incenso e di loglio,
al selvaggio ronzio
delle sudice mosche.

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

     Amai il deserto, i frutteti riarsi, le botteghe sbiadite, le bevande riscaldate. Mi trascinavo per stradine puzzolenti e, ad occhi chiusi, mi offrivo al sole, dio di fuoco.
     “Generale, se è rimasto un vecchio cannone sui tuoi bastioni in rovina, bombardaci con blocchi di terra secca. Nelle vetrine di negozi splendidi! nei salotti! Fa’ che la città mangi la sua polvere. Ossida le grondaie. Riempi i salottini di polvere di rubino rovente…”
     Oh! il moscerino inebriato nel pisciatoio della locanda, innamorato della borrana, e dissolto da un raggio!

Fame

Se ho fame, è solo
di terra e di pietre.
Mi nutro sempre d’aria,
di roccia, di ferro, di carbone.

Fami mie, danzate. Pascolate, fami,
sul prato dei suoni.
                             Succhiate il gaio veleno
dei convolvoli.

Mangiate i sassi spaccati,
le vecchie pietre di chiese;
i ciottoli degli antichi diluvi,
pani sparsi nelle vallate grigie.

∗∗∗

Il lupo ululava tra le foglie
sputando le belle piume
del suo pasto di pollame:
come lui io mi consumo.

L’insalata, la frutta
aspettano solo d’esser colte;
ma il ragno della siepe
non mangia che violette.

Ah! dormire, bollire
sugli altari di Salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
e si mescola col Cedron.

     Infine, o felicità, o ragione, separai dal cielo l’azzurro, che è nero, e vissi, scintilla d’oro della luce naturale. Per la gioia, assumevo un’espressione quanto più buffa e smarrita possibile:

È ritrovata!
Che cosa? L’eternità.
È il mare che si fonde
col sole.

Eterna anima mia,
mantieni il tuo voto
malgrado la notte di solitudine
e il giorno di fuoco.

Ti sottrai dunque
agli umani suffragi,
agli slanci comuni!
E voli libera…

– Mai la speranza.
Nessun orietur.
                            Scienza e pazienza,
il supplizio è sicuro.

Non c’è più domani,
brace di raso,
il vostro ardore
                             è il dovere.

È ritrovata!
– Che cosa? – L’Eternità.
È il mare che si fonde
col sole.

∗∗∗

     Diventai un melodramma favoloso; vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare dell’energia, uno snervamento. La morale è la debolezza del cervello.
     Ad ogni essere mi sembravano dovute parecchie altre vite. Quel signore non sa quello che fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Davanti a molti uomini, conversai ad alta voce con un momento di un’altra delle loro vite. – Così, ho amato un porco.
Non ho dimenticato nessuno dei sofismi della follia, – la follia che viene rinchiusa, – : potrei ridirli tutti, ne possiedo il sistema.
     La mia salute fu minacciata. Sopraggiungeva il terrore. Cadevo in sonni di parecchi giorni e, da sveglio, continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per la morte e lungo una strada pericolosa la mia debolezza mi guidava ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei turbini.
     Dovetti viaggiare, distrarre gli incantesimi accumulati sul mio cervello. Sul mare, che io amavo come se avesse dovuto lavarmi da una contaminazione, vedevo innalzarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza.
     La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi mordeva al canto del gallo, – ad matutinum, al Christus venit, nelle più tetre città.

O stagioni, o castelli!
quale anima è senza errore?

Ho fatto il magico studio
della felicità, a cui nessuno sfugge.

Salute a lei, ogni volta
che canta il gallo celtico.

Ah! non avrò più desideri:
si prende cura lei della mia vita.

Questo incantesimo ha preso anima e corpo
e disperso ogni sforzo.

   O stagioni, o castelli!

L’ora della sua fuga, ahimè!
sarà l’ora della morte.

  O stagioni, o castelli!

∗∗∗

Questo è accaduto. Oggi io so salutare la bellezza.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

 Alchimie du verbe

      À moi. L’histoire d’une de mes folies.
     Depuis longtemps je me vantais de posséder tous les paysages possibles, et trouvais dérisoires les célébrités de la peinture et de la poésie moderne.
     J’aimais les peintures idiotes, dessus de portes, décors, toiles de saltimbanques, enseignes, enluminures populaires; la littérature démodée, latin d’église, livres érotiques sans orthographe, romans de nos aïeules, contes de fées, petits livres de l’enfance, opéras vieux, refrains niais, rhythmes naïfs.

     Je rêvais croisades, voyages de découvertes dont on n’a pas de relations, républiques sans histoires, guerres de religion étouffées, révolutions de mœurs, déplacements de races et de continents: je croyais à tous les enchantements.

     J’inventai la couleur des voyelles! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rhythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.
     Ce fut d’abord une étude. J’écrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertiges.

∗∗∗

Loin des oiseaux, des troupeaux, des villageoises,
Que buvais-je, à genoux dans cette bruyère
Entourée de tendres bois de noisetiers,
Dans un brouillard d’après-midi tiède et vert?

Que pouvais-je boire dans cette jeune Oise,
– Ormeaux sans voix, gazon sans fleurs, ciel couvert! –
Boire à ces gourdes jaunes, loin de ma case
Chérie? Quelque liqueur d’or qui fait suer.

Je faisais une louche enseigne d’auberge.
– Un orage vint chasser le ciel. Au soir
L’eau des bois se perdait sur les sables vierges,
Le vent de Dieu jetait des glaçons aux mares;

Pleurant, je voyais de l’or – et ne pus boire. –

∗∗∗

À quatre heures du matin, l’été,
Le sommeil d’amour dure encore.
Sous les bocages s’évapore
L’odeur du soir fêté.

Là-bas, dans leur vaste chantier
Au soleil des Hespérides,
Déjà s’agitent – en bras de chemise –
Les Charpentiers.

Dans leurs Déserts de mousse, tranquilles,
Ils préparent les lambris précieux
Où la ville
                     Peindra de faux cieux.

Ô, pour ces Ouvriers charmants
Sujets d’un roi de Babylone,
Vénus! quitte un instant les Amants
Dont l’âme est en couronne.

                        Ô Reine des Bergers,
                       Porte aux travailleurs l’eau-de-vie,
Que leurs forces soient en paix
En attendant le bain dans la mer à midi.

∗∗∗

     La vieillerie poétique avait une bonne part dans mon alchimie du verbe.
     Je m’habituai à l’hallucination simple: je voyais trèsfranchement une mosquée à la place d’une usine, une école de tambours faite par des anges, des calèches sur les routes du ciel, un salon au fond d’un lac; les monstres, les mystères; un titre de vaudeville4 dressait des épouvantes devant moi.
     Puis j’expliquai mes sophismes magiques avec l’hallucination des mots!
     Je finis par trouver sacré le désordre de mon esprit. J’étais oisif, en proie à une lourde fièvre: j’enviais la félicité des bêtes, – les chenilles, qui représentent l’innocence des limbes, les taupes, le sommeil de la virginité!
     Mon caractère s’aigrissait. Je disais adieu au monde dans d’espèces de romances:

Chanson de la plus haute tour

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

J’ai tant fait patience
Qu’à jamais j’oublie.
Craintes et souffrances

Aux cieux sont parties.
Et la soif malsaine
Obscurcit mes veines.

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

Telle la prairie
À l’oubli livrée,
Grandie, et fleurie

D’encens et d’ivraie,
Au bourdon farouche
Des sales mouches.

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

     J’aimai le désert, les vergers brûlés, les boutiques fanées, les boissons tiédies. Je me traînais dans les ruelles puantes et, les yeux fermés, je m’offrais au soleil, dieu de feu.
     “Général, s’il reste un vieux canon sur tes remparts en ruines, bombarde-nous avec des blocs de terre sèche. Aux glaces des magasins splendides! dans les salons! Fais manger sa poussière à la ville. Oxyde les gargouilles. Emplis les boudoirs de poudre de rubis brûlante…”
     Oh! le moucheron enivré à la pissotière de l’auberge, amoureux de la bourrache, et que dissout un rayon!

Faim 

Si j’ai du goût, ce n’est guère
Que pour la terre et les pierres.
Je déjeune toujours d’air,
De roc, de charbons, de fer.

Mes faims, tournez. Paissez, faims,
Le pré des sons.
Attirez le gai venin
Des liserons.

Mangez les cailloux qu’on brise,
Les vieilles pierres d’églises;
Les galets des vieux déluges,
Pains semés dans les vallées grises.

∗∗∗

Le loup criait sous les feuilles
En crachant les belles plumes
De son repas de volailles:
Comme lui je me consume.

Les salades, les fruits
N’attendent que la cueillette;
Mais l’araignée de la haie
Ne mange que des violettes.

Que je dorme! que je bouille
Aux autels de Salomon.
Le bouillon court sur la rouille,
Et se mêle au Cédron.

Enfin, ô bonheur, ô raison, j’écartai du ciel l’azur, qui est du noir, et je vécus, étincelle d’or de la lumière nature. De joie, je prenais une expression bouffonne et égarée au possible:

Elle est retrouvée!
Quoi? l’éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.

Mon âme éternelle,
Observe ton vœu
Malgré la nuit seule
Et le jour en feu.

Donc tu te dégages
Des humains suffrages,
Des communs élans!
Tu voles selon…

– Jamais l’espérance.
Pas d’orietur.
Science et patience,
Le supplice est sûr.

Plus de lendemain,
Braises de satin,
Votre ardeur
Est le devoir.

Elle est retrouvée!
– Quoi? – l’Éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.

∗∗∗

     Je devins un opéra fabuleux; je vis que tous les êtres ont une fatalité de bonheur: l’action n’est pas la vie, mais une façon de gâcher quelque force, un énervement. La morale est la faiblesse de la cervelle.
     À chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues. Ce monsieur ne sait ce qu’il fait: il est un ange. Cette famille est une nichée de chiens. Devant plusieurs hommes, je causai tout haut avec un moment d’une de leurs autres vies. – Ainsi, j’ai aimé un porc.
     Aucun des sophismes de la folie, – la folie qu’on enferme, n’a été oublié par moi: je pourrais les redire tous, je tiens le système.
     Ma santé fut menacée. La terreur venait. Je tombais dans des sommeils de plusieurs jours, et, levé, je continuais les rêves les plus tristes. J’étais mûr pour le trépas, et par une route de dangers ma faiblesse me menait aux confins du monde et de la Cimmérie , patrie de l’ombre et des tourbillons.
     Je dus voyager, distraire les enchantements assemblés sur mon cerveau. Sur la mer, que j’aimais comme si elle eût dû me laver d’une souillure, je voyais se lever la croix consolatrice. J’avais été damné par l’arc-en-ciel. Le Bonheur était ma fatalité, mon remords, mon ver: ma vie serait toujours trop immense pour être dévouée à la force et à la beauté.
     Le Bonheur! Sa dent, douce à la mort, m’avertissait au chant du coq, – ad matutinum, au Christus venit, – dans les plus sombres villes.

Ô saisons, ô châteaux!
Quelle âme est sans défauts?

Jai fait la magique étude
Du bonheur, qu’aucun n’élude.

Salut à lui, chaque fois
Que chante le coq gaulois.

Ah! je n’aurai plus d’envie:
Il s’est chargé de ma vie.

Ce charme a pris âme et corps
Et dispersé les efforts.

Ô saisons, ô châteaux!

L’heure de sa fuite, hélas!
Sera l’heure du trépas.

Ô saisons, ô châteaux!

∗∗∗

Cela s’est passé. Je sais aujourd’hui saluer la beauté.

Arthur Rimbaud

da “Une saison en enfer”, Alliance typographique (M. J. Poot & Cie), Bruxelles, 1873