Fine – Ada Negri

Foto di Alan Frost

 

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi o li ridoni, ancóra
vivi, candidi ancóra, al gambo spoglio.
Tal mi sento cadere sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su piú alto stelo.

Ada Negri

da “Il dono”, Mondadori, 1936

«Per vivere non voglio» – Pedro Salinas

Foto di Nina Ai-Artyan

[XIV]

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che altissima allegria:
vivere nei pronomi!
 
Getta via i vestiti,
i connotati, i ritratti;
non ti voglio cosí,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura, 
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato 
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
«Io ti voglio, sono io».
 
Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

 ∗∗∗

[XIV]

Para vivir no quiero
islas, palacios, torres.
¡Qué alegría más alta:
vivir en los pronombres!
 
Quítate ya los trajes,
las señas, los retratos;
yo no te quiero así,
disfrazada de otra,
hija siempre de algo.
Te quiero pura, libre,
irreductible: tú.
Sé que cuando te llame
entre todas las gentes
del mundo,
sólo tú serás tú.
Y cuando me preguntes
quién es el que te llama,
el que te quiere suya,
enterraré los nombres,
los rótulos, la historia.
Iré rompiendo todo
lo que encima me echaron
desde antes de nacer.
Y vuelto ya al anónimo
eterno del desnudo,
de la piedra, del mundo,
te diré:
«Yo te quiero, soy yo».

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

La nascita di Gesú – Rainer Maria Rilke

Gerard van Honthorst, Adorazione dei pastori, 1622, Wallraf-Richartz Museum di Colonia

 

    Se tu non fossi stata, in tua fattura,
solo umiltà, — come poteva, o Donna,
accader l’ineffabile prodigio,
che illumina la Notte all’improvviso?
L’Iddio che era in corruccio con le genti,
s’è conciliato…. E viene al mondo in te.

     Forse piú grande lo sognavi, Madre?
Che vuol dire grandezza? Ogni oltre limite
ed ogni oltre misura della terra,
ch’Egli sovrasta e annulla, il suo destino
va diritto nel mondo, ora, per vie
finanche ignote ai trànsiti degli astri.

   Guarda! Sono grandi questi Re. Travolsero
innanzi al tempio del tuo Grembo santo
i piú ricchi tesori della terra….
E tu forse stupisci, umile, ai doni.
Ma guarda! Fra le pieghe dello scialle,
il tuo Pargolo, già, tutto trascende.
L’ambra che va lontano sui navigli,
l’oro contesto in fulgidi gioielli,
l’incenso che si esala e che c’inebria,
passano, Donna. E lascian solamente
amarezza d’inutili rimpianti….

     Ma il Bimbo che ti splende, ora, nel grembo
(domani lo saprai!) conduce e dona
la Gioia che non passa e che si eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “La vita di Maria, 1912”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Geburt Christi

Hättest du der Einfalt nicht, wie sollte
dir geschehn, was jetzt die Nacht erhellt?
Sieh, der Gott, der über Völkern grollte,
macht sich mild und kommt in dir zur Welt.

Hast du dir ihn größer vorgestellt?

Was ist Größe? Quer durch alle Maße,
die er durchstreicht, geht sein grades Los.
Selbst ein Stern hat keine solche Straße.
Siehst du, diese Könige sind groß,

und sie schleppen dir vor deinen Schoß

Schätze, die sie für die größten halten,
und du staunst vielleicht bei dieser Gift —:
aber schau in deines Tuches Falten,
wie er jetzt schon alles übertrifft.

Aller Amber, den man weit verschifft,
jeder Goldschmuck und das Luftgewürze,
das sich trübend in die Sinne streut:
alles dieses war von rascher Kürze,
und am Ende hat man es bereut.

Aber (du wirst sehen): Er erfreut.

Rainer Maria Rilke

daDas Marien-Leben”, Leipzig: Insel Verlag, 1912

Versi per la messa di mezzanotte – Maria Luisa Spaziani

Gerard Van Honthorst, Adorazione del bambino, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze

Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul ciclo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

Invisibile aria, Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te s’impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio-lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

da “Geometria del disordine”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

Figura bianca – Jiří Orten

Jiří Orten

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era un dicembre di doni. Sulla nevosa pianura
uno con una tavolozza stava.
Su lui che dipingeva nevicava, nevicava.
Lui trasognava, nella sua pittura

del nudo inverno, dei suoi rigidi ossi,
della valle di un grembo, piú fonda che non voleva,
di una gloria di seni eretta vertiginosa.
Sul modello la neve cadeva.

Il corvo volteggiava, ahimè, cosa mai vuole
e da dove è venuto?
Era un dicembre di doni. E nevicava
su quella tavolozza che non ha piú colore.

O paurosa impotenza a nominare il dipingere
che cade sopra la tela,
ed è come la neve bianca, che non sa niente,
perché deve cadere!

O paurosa impotenza a fermare ciò che fugge!
Si è fatta debole la tua mano,
la lingua ti è legata e non sai piú parlare
a ciò che si dissolve:

o mutazioni eterne, ogni nodo si snoda,
o mutazioni eterne, fin quando in neve io mi sciolga,
dove sarà l’anima mia, in quale donna,
dove sarà, in quale neve?

Era un dicembre di doni, sulla nevosa pianura
uno con una tavolozza stava.
Su lui che dipingeva nevicava, nevicava.
Lui trasognava, nella sua pittura.

Jiří Orten

12.12.1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Bílý obraz

Byl štědrý prosinec. Na zasněžené plám
s paletou v ruce kdosi stál.
Sněžilo, sněžilo do jeho malování.
On nevěděl, on maloval

tu nahou zimu, její pevné kosti,
údolí klína, hlubší, nežli chtěl,
a výšku ňader v strmé závratnosti.
Sněžilo na model.

Tu havran zakroužil, ach Bože, co ten chce tu
a odkud přilétá?
Byl štědrý prosinec. Sněžilo na paletu
a prázdná byla paleta.

Ta strašná bezmocnost zmocnit se malování,
jež padá na plátna,
a je jak bílý sníh, jenž neví, neví ani
proč padat má!

Ta strašná bezmocnost zastavit prchající!
Zeslábla ruka tvá,
jazyk máš svázaný a nedovede říci
tomu, co roztává:

Ó věčné proměny, taje vše utajené,
ó věčné proměny, až rozplynu se v sníh,
kde bude duše má, kde bude, v které ženě
a v kterých závějích?

Byl štědrý prosinec. Na zasněžené pláni
s paletou v ruce kdosi stál.
Sněžilo, sněžilo do jeho malování.
On nevěděl, on maloval.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958