«Sole di luglio» – Giorgio Peddio

Foto di Raoul Hausmann

 

Sole di luglio
oro puro
dell’estate
inondami di luce,
troppo a lungo
il mio cuore
è rimasto
tra gli ippocastani
a coprirsi d’ombre
e foglie scure.

Ora l’anima mia
delicata
si posa
come una farfalla 
su un fiore
e di nuova dolcezza
si nutre.

Per noi 
è fiorita stanotte
la costellazione
del Giglio,
per noi
ha cantato
la luna.

Il vento marino
ha portato i profumi
delle città 
posate sull’acqua,
i versi 
dolci e sensuali
della Boqala
nei canti 
delle donne 
algerine.

Il vento marino
ha portato te
Rosa rara 
del mattino.

Labbra 
di fresca 
rugiada.

È
una carezza
di nuvole chiare
l’aurora
una Luce 
diversa
illumina il mondo
quando si sa
di poter amare
ancora.

Giorgio Peddio

poesie 2014

Un’avventura – Louise Glück

Louise Glück

1.

Una notte quando stavo per addormentarmi mi è venuto in mente
che avevo finito con quelle avventure amorose
di cui ero stata a lungo schiava. Finito con amore?
il mio cuore sussurrò. Gli ho risposto che molte scoperte profonde
ci aspettavano, sperando, allo stesso tempo, che non mi venisse chiesto
di nominarle. Perché non potevo nominarle. Ma la convinzione che esistessero –
questo contava sicuramente qualcosa?

2.

La notte successiva ha avuto lo stesso pensiero,
questa volta riguardo alla poesia, e nelle notti che seguirono
varie altre passioni e sensazioni erano, allo stesso modo,
messe da parte per sempre, e ogni notte il mio cuore
protestava contro il suo futuro, come un bambino privato del giocattolo preferito.
Ma questi addii, ho detto, sono il modo in cui vanno le cose.
E ancora una volta ho accennato al vasto territorio
che ci si apre ad ogni commiato. E con quella frase sono diventata
un glorioso cavaliere che cavalca nel sole al tramonto e il mio cuore
divenne un destriero sotto di me.

3.

Stavo, capirai, entrando nel regno della morte,
pur non sapendo dire perché questo paesaggio
fosse così convenzionale. Anche qui le giornate erano lunghissime
mentre gli anni erano stati brevissimi. Il sole tramontò sulla montagna lontana.
Le stelle brillavano, la luna cresceva e calava. Presto
mi sono apparsi i volti del passato:
mia madre e mio padre, la mia sorellina; non avevano, sembrava,
finito quello che avevano da dire, mentre ora
li sentivo perché il mio cuore era fermo.

4.

A questo punto, ho raggiunto il precipizio
ma il sentiero, ho visto, non scendeva dall’altra parte;
piuttosto, essendosi appiattito, continuava a questa quota
a perdita d’occhio, anche se gradualmente
la montagna che lo sosteneva si dissolse completamente
così che mi ritrovai a cavalcare costantemente nell’aria –
Tutt’intorno, i morti mi incoraggiavano, la gioia di trovarli
cancellata dal compito di rispondere loro –

5.

Poiché tutti insieme eravamo prima carne,
ora eravamo nebbia.
Come prima eravamo oggetti con le ombre,
ora eravamo sostanza senza forma, come sostanze chimiche evaporate.
Neigh, neigh¹, ha detto il mio cuore,
o forse no, no: era difficile saperlo.

6.

Qui la visione è finita. Ero nel mio letto, il sole del mattino
sorgeva felice, la trapunta di piume
ammucchiata in cumuli bianchi sulla parte inferiore del mio corpo.
Eri stato con me –
c’era un’ammaccatura nella seconda federa.
Eravamo scampati alla morte –
o questa era la vista dal precipizio?

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
¹Nitrisco, nitrisco
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

An adventure

1.

It came to me one night as I was falling asleep
that I had finished with those amorous adventures
to which I had long been a slave. Finished with love?
my heart murmured. To which I responded that many profound discoveries
awaited us, hoping, at the same time, I would not be asked
to name them. For I could not name them. But the belief that they existed—
surely this counted for something?

2.

The next night brought the same thought,
this time concerning poetry, and in the nights that followed
various other passions and sensations were, in the same way,
set aside forever, and each night my heart
protested its future, like a small child being deprived of a favorite toy.
But these farewells, I said, are the way of things.
And once more I alluded to the vast territory
opening to us with each valediction. And with that phrase I became
a glorious knight riding into the setting sun, and my heart
became the steed underneath me.

3.

I was, you will understand, entering the kingdom of death,
though why this landscape was so conventional
I could not say. Here, too, the days were very long
while the years were very short. The sun sank over the far mountain.
The stars shone, the moon waxed and waned. Soon
faces from the past appeared to me:
my mother and father, my infant sister; they had not, it seemed,
finished what they had to say, though now
I could hear them because my heart was still.

4.

At this point, I attained the precipice
but the trail did not, I saw, descend on the other side;
rather, having flattened out, it continued at this altitude
as far as the eye could see, though gradually
the mountain that supported it completely dissolved
so that I found myself riding steadily through the air—
All around, the dead were cheering me on, the joy of finding them
obliterated by the task of responding to them—

5.

As we had all been flesh together,
now we were mist.
As we had been before objects with shadows,
now we were substance without form, like evaporated chemicals.
Neigh, neigh, said my heart,
or perhaps nay, nay—it was hard to know.

6.

Here the vision ended. I was in my bed, the morning sun
contentedly rising, the feather comforter
mounded in white drifts over my lower body.
You had been with me—
there was a dent in the second pillowcase.
We had escaped from death—
or was this the view from the precipice?

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

«Luglio celeste» – Mario Luzi

Angel Albarran & Anna Cabrera

 

Luglio celeste,
luglio, limpido, instante.
Sono tutt’uno il senso e l’intelligenza,
scende pienamente l’idea nella sua forma,
abitano ciascuna il proprio nume
le cose e ne risplendono.
Si empie l’immagine di essenza.
Entra lei, Caterina, sdutta adolescente
in sé radiosamente. Oh anima,
anima imperante.

Mario Luzi

da “Stat” in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999 

Sorrisi – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

George Hoyningen-Huene, Wendy Inglehart, 1940

 

Erano tanti un tempo i tuoi sorrisi:
sorpresi, maliziosi, festosi sorrisi,
tristi a volte un tantino, ma tuttavia sorrisi.

Non uno è rimasto a te dei tuoi sorrisi.
Troverò un campo dove a centinaia crescono i sorrisi.
Te ne porterò una bracciata dei più bei sorrisi.

Tu mi dirai che non hai bisogno di sorrisi,
ché troppo ti hanno stancato i miei e gli altrui sorrisi.
E hanno stancato anche me gli altrui sorrisi.

E hanno stancato anche me i miei propri sorrisi.
Di difesa ne ho tanti di sorrisi,
che mi rendono ancora meno facile ai sorrisi.

Ma, a dire il vero, io non ho sorrisi.
Sei tu per la mia vita l’ultimo dei sorrisi,
sorriso, che sul volto non ha mai sorrisi.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1959

(Traduzione di Evelina Pascucci)

da “E. Evtušenko, Poesie d’amore”, Newton Compton, 1986

∗∗∗

Улыбки

У тебя было много когда-то улыбок:
удивленных, восторженных, лукавых улыбок,
порою чуточку грустных, но всё-таки улыбок.

У тебя не осталось ни одной из твоих улыбок.
Я найду поле, где растут сотни улыбок.
Я принесу тебе охапку самых красивых улыбок.

А ты мне скажешь, что тебе не надо улыбок,
потому что ты слишком устала от чужих и моих улыбок.
Я и сам устал от чужих улыбок.

Я и сам устал от своих улыбок.
У меня есть много защитных улыбок,
делающих меня ещё неулыбчивее — улыбок.

А в сущности, у меня нет улыбок.
Ты в моей жизни последняя из улыбок,
улыбка, на лице у которой никогда не бывает улыбок.

Евгений Александрович Евтушенко

1959

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы: 1952-1964”, Сов. Россия, 1987

Canto di un cittadino – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Pietra del fondo, che vedeva disseccarsi i mari
e milioni di bianchi pesci con salti di tormento –
io, pover’uomo, vedo un formicaio di genti bianche e nude,
prive di libertà. E vedo il granchio che ne divora il corpo.

E stati cadere, nazioni rovinare,
fuggire i re e gli imperatori.
Poi, la potenza dei tiranni.
E adesso posso dire, in questa ora,
che esisto, sebbene tutto muoia,
che è meglio un cane vivo di un leone morto,
così come dice la Scrittura.

Io, pover’uomo, seduto su una fredda sedia, occhi serrati,
sospiro e penso a un cielo di stelle,
a spazi non-euclidei, a germinanti amebe,
e agli alti monticelli delle termiti.

Io camminando dormo, e dormendo son desto,
corro inseguito e poi vengo sommerso,
su piazze di città, sospese in un’aurora
intensa, sotto il frantume marmoreo di una porta in rovina
commercio vodka e oro.

Eppure mi capitò di esserci vicino, giungevo
al cuore del metallo, allo spirito della terra, dell’acqua,
del fuoco,
l’ignoto scopriva il volto, come si scopre
una notte tranquilla riflessa in un ruscello.
E mi salutavano specchi di giardini
fogliati di rame, che scompaiono quando li si afferra.

E vicino, qui oltre la finestra, una serra di mondi,
dove il maggiolino e il ragno sono pianeti,
e l’atomo vagante è un rilucente Saturno,
e i mietitori portano alle labbra
il freddo boccale nell’estate che brucia.

Questo volevo e null’altro. Da vecchio mettermi
come il vecchio Goethe di fronte alla terra
e riconoscerla, e conciliarla
con l’opera, elevata
come una rocca nel bosco sopra il fiume
delle luci mutevoli e delle ombre labili.

Questo volevo e null’altro. Allora
di chi è la colpa? Perché mi è stata tolta
la giovinezza e poi l’età matura, perché hanno drogato
i miei anni migliori di sgomento? Di chi,
di chi è la colpa, o Dio, di chi?

E posso solo pensare a un cielo di stelle,
agli alti monticelli delle termiti.

Czesław Miłosz

Varsavia, 1943-1944

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

∗∗∗

Pieśń obywatela

Kamień z dna, który widział wysychanie mórz
I milion białych ryb skaczących w męczarni —
Ja, biedny człowiek, widzę mrowie białych obnażonych ludów
Bez wolności. Kraba widzę, który ich ciałem się karmi.

Widziałem upadek państw i zgubę narodów,
Ucieczkę królów i cesarzy, potęgę tyranów.
Mogę powiedzieć teraz, w tej godzinie,
śe jednak — jestem, chociażwszystko ginie,
śe lepszy jest pies  żniźli zdechły lew,
Jak mówi Pismo.

Ja, biedny człowiek, siedząc na zimnym krześle, z przyciśniętymi oczami,
Wzdycham i myślę o gwiaździstym niebie,
O nieeuklidesowej przestrzeni, o pączkującej amebie,
O wysokich kopcach termitów.

Kiedy chodzę, jestem we śnie, gdy zasnę, przydarza się jawa,
Biegnę goniony i oblany potem,
Na placach miast, które zorza unosi jaskrawa,
Pod marmurowym szczątkiem roztrzaskanych bram
Handluję wódką i złotem.

A przecie byłem już nieraz tak blisko,
Sięgałem w serce metalu, w ducha ziemi i ognia, i wody,
I niewiadome odsłaniało twarz,
Jak odsłania się noc spokojna w strumieniu odbita.
I witały mnie lustrzane, miedzianolistne ogrody,
Które gasną, kiedy się je chwyta.

I blisko, tuż za oknem, oranżeria światów,
Gdzie mały chrabąszcz i pająk są równe planecie,
Gdzie jak Saturn rozjarza się wędrowny atom,
A tuż obok żeńcy podnoszą do ust zimny dzban
W upalnym lecie.

Tego chciałem i więcej niczego. W starości
Jak stary Goethe stanąć przed obliczem ziemi
I rozpoznać ją, i pogodzić ją
Z dziełem, wzniesionym jak leśna forteca
Nad rzeką zmiennych świateł i nietrwałych cieni.

Tego chciałem i więcej niczego. Więc któż 
Winien? Kto sprawił, że mi odebrano
Młodość i wiek dojrzały, że mi zaprawiono
Moje najlepsze lata przerażeniem? Któż,
Ach któż jest winien, kto winien, o Boże?

I myśleć mogę tylko o gwiaździstym niebie,
O wysokich kopcach termitów.

Czesław Miłosz

                                                             1943, Kraków

da “Ocalenie”, 1945, in “Czesław Miłosz, Utwory poetyckie. Poems”, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor, 1976