«Nel tuo capo sfioro il fuoco che mi brucia» – Yvan Goll

Antonio Canova, Amore e psiche, 1788-1793, Parigi, Louvre

 

Nel tuo capo sfioro il fuoco che mi brucia
Nell’iscrizione magica della tua fronte
Decifro gli enigmi della mia solitudine

Nei flutti contenuti delle tue acquemarine
Ho fatto un secolare bagno di profondità
E ho perduto il mio proprio peso

Diletta quando un giorno periremo
Crolleranno le rovine della nostra torre beata e i nostri angeli
Perderanno le ali cadendo negli abissi

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

***

«In deinem Haupte streichle ich das Feuer das mich sengt»

In deinem Haupte streichle ich das Feuer das mich sengt
In deiner zauberischen Stirneninschrift
Entziffere ich die Rätsel meiner Einsamkeit

In den verhaltenen Fluten deiner Aquamarine
Nahm ich ein hundertjährig Bad der
Tiefe Und verlor mein eigenes Schwergewicht

Geliebte wenn wir einmal untergehen
Zerfallen die Ruinen unsres seligen Turms und unsre Engel
Verlieren die Flügel beim Sturz in den Abgrund

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

La verità, vi prego, sull’amore – Wystan Hugh Auden

Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris, 1950

 

Dicono alcuni che amore è un bambino
            e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
            e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
           che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
           non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
   o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
   o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
   o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
   La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
           in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
          a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
          cronache dei suicidi
e l’ho visto persino scribacchiato
          sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
   o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
   su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo?
   Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò
          lì non c’era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
          e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
          o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
          e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
   Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
   o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
   È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
   proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
   o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
   Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

∗∗∗

O Tell Me The Truth About Love 

Some say love’s a little boy,
          And some say it’s a bird,
Some say it makes the world go round,
          Some say that’s absurd,
And when I asked the man next-door,
          Who looked as if he knew,
His wife got very cross indeed,
           And said it wouldn’t do.

Does it look like a pair of pyjamas,
   Or the ham in a temperance hotel?
Does its odour remind one of llamas,
   Or has it a comforting smell?
Is it prickly to touch as a hedge is,
   Or soft as eiderdown fluff?
Is it sharp or quite smooth at the edges?
   O tell me the truth about love.

Our history books refer to it
           In cryptic little notes,
It’s quite a common topic on
          The Transatlantic boats;
I’ve found the subject mentioned in
          Accounts of suicides,
And even seen it scribbled on
          The backs of railway guides.

Does it howl like a hungry Alsatian,
   Or boom like a military band?
Could one give a first-rate imitation
   On a saw or a Steinway Grand?
Is its singing at parties a riot?
   Does it only like Classical stuff?
Will it stop when one wants to be quiet?
   O tell me the truth about love.

I looked inside the summer-house;
          It wasn’t even there;
I tried the Thames at Maidenhead,
          And Brighton’s bracing air.
I don’t know what the blackbird sang,
          Or what the tulip said;
But it wasn’t in the chicken-run,
          Or underneath the bed.

Can it pull extraordinary faces?
   Is it usually sick on a swing?
Does it spend all its time at the races,
   or fiddling with pieces of string?
Has it views of its own about money?
   Does it think Patriotism enough?
Are its stories vulgar but funny?
   O tell me the truth about love.

When it comes, will it come without warning
   Just as I’m picking my nose?
Will it knock on my door in the morning,
   Or tread in the bus on my toes?
Will it come like a change in the weather?
   Will its greeting be courteous or rough?
Will it alter my life altogether?
   O tell me the truth about love.

Wystan Hugh Auden

da “Wystan Hugh Auden, Collected Poems”, Random House, 1976 

L’Oltretorrente – Attilio Bertolucci

Foto di Arianna Marchesani

 

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

Attilio Bertolucci

da “Lettera da casa”, 1951, in “Attilio Bertolucci, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

Nella galleria dei giorni… – Marcello Comitini

Foto di Edmund Kesting

 

Nella galleria dei giorni appena svaniti
scorrono sotto le mie dita le foto.
Il vetro le protegge contro la patina del tempo.
Le sfoglio lentamente.
Sono in bianco e nero
perché ogni giorno le colora il sole
e nelle notti di luna solitaria
si spogliano di quei colori.
Guardo con gli occhi della notte
il tuo viso che non so dimenticare.
Sento gelide le tue mani sul mio corpo
la tua guancia sulla mia fronte.
La speranza
d’averti ancora tra le braccia
stenta a morire.
Il mio corpo ricorda ancora
i tremori dell’anima
i fremiti che squassavano i nostri ventri
gli urli delle mie labbra a bocca spalancata.
I miei baci tessevano sulla tua pelle
filamenti di luce.
I tuoi occhi leggermente schiusi
fissavano tra le ciglia
il punto in cui la nuvola spezza l’orizzonte
erode la pietra dura dell’amore.
Quando sei fuggito tutto si è fatto buio
nel bianco e nero della foto.
Ti guarderò con la freddezza
della lastra di marmo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Ho pena delle stelle» – Fernando Pessoa

Van Gogh, Starry Night, 1889

Van Gogh, Starry Night, 1889

 

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’esser triste lume o un sorriso…

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così,
come un perdono?

Fernando Pessoa

10.12.1928

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Fernando Pessoa”, Adelphi Edizioni, 2013

∗∗∗

«Tenho dó das estrelas»

Tenho dó das estrelas
Luzindo há tanto tempo,
Há tanto tempo…
Tenho dó delas.

Não haverá um cansaço
Das coisas.
De todas as coisas,
Como das pernas ou de um braço?

Um cansaço de existir,
De ser,
Só de ser,
O ser triste brilhar ou sorrir…

Não haverá, enfim,
Para as coisas que são,
Não morte, mas sim
Uma outra espécie de fim,
Ou uma grande razão –
Qualquer coisa assim
Como um perdão?

Fernando Pessoa

da “Poesia de Fernando Pessoa”, Editorial Presença, 2011