«Per te io curo questi fiori» – Emily Dickinson

Vojtěch Hynais, Anka, 1913

339

Per te io curo questi fiori,
fulgido assente!
Si fendono le vene di corallo
della mia fucsia – ed io semino e sogno –

I gerani si tingono di chiazze –
umili margherite si frastagliano –
dirada il cactus le spinose punte
per mostrare la gola –

Stilla aromi il garofano
presto colti dall’ape –
un giacinto nascosto
sporge il capo arruffato –
esalano profumi
da fiale così tenui
che ti domandi come li serbassero –

Fiocchi di raso spargono le rose
sferiche sulla ghiaia del giardino –
pure – tu non sei qui –
e vorrei che i miei fiori
non avessero più rossi colori–

Che sia felice il fiore
e il suo signore – assente –
mi dà solo dolore –
in un calice grigio mi rinchiudo –
umilmente – per esser d’ora in poi
la tua margherita –
in lutto di te!

Emily Dickinson

c. 1862

(Traduzione di Silvio Raffo)

da “Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

∗∗∗

339

I tend my flowers for thee –
Bright Absentee!
My Fuchsia’s Coral Seams
Rip – while the Sower – dreams –

Geraniums – tint – and spot–
Low Daisies – dot –
My Cactus – splits her Beard
To show her throat –

Carnations– tip their spice –
And Bees –pick up –
A Hyacinth – I hid –
Puts out a Ruffled Head –
And odors fall
From flasks – so small –
You marvel how they held –

Globe Roses –break their satin glake – 
Upon my Garden floor –
Yet – thou – not there –
I had as lief they bore
No Crimson – more –

Thy flower – be gay –
Her Lord – away!
It ill becometh me –
I’ll dwell in Calyx – Gray –
How modestly – alway –
Thy Daisy –
Draped for thee!

Emily Dickinson

da “The Complete Poems of Emily Dickinson”, Thomas H. Johnson, ed., Boston, Mass.: Little, Brown, and Company, 1929

Unità in lei – Vicente Aleixandre

Harrington Mann, Rhoda, 1927

 

Corpo felice, acqua tra le mie mani,
volto amato dove contemplo il mondo,
dove graziosi uccelli si riflettono in fuga,
volando alla regione dove nulla si oblia.

La forma che ti veste, di diamante o rubino,
brillio di un sole che tra le mie mani abbaglia,
cratere che mi attrae con l’intima sua musica,
con la chiamata indecifrabile dei denti.

Muoio perché m’avvento, perché voglio morire
o vivere nel fuoco, perché quest’aria che spira
non mi appartiene, è l’alito rovente
che se m’accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.

Lascia, lascia che guardi, infiammato d’amore,
mentre la tua purpurea vita mi arrossa il volto,
che guardi nel remoto clamore del tuo grembo
dove muoio e rinuncio a vivere per sempre.

Voglio amore o la morte, o morire del tutto,
voglio essere il tuo sangue, te, la lava ruggente
che bagnando frenata estreme membra belle
sente cosí i mirabili confini dell’esistere.

Sulle tue labbra un bacio come una lenta spina
o un mare che volò mutato in specchio,
come il brillio d’un’ala,
è ancora mani, è ancora crepitio di capelli,
fruscio vendicatore della luce,
luce o spada mortale che sul mio collo minaccia,
ma non potrà distruggere l’unità di questo mondo.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

***

Unidad en ella

Cuerpo feliz que fluye entre mis manos,
rostro amado donde contemplo el mundo,
donde graciosos pájaros se copian fugitivos,
volando a la región donde nada se olvida.

Tu forma externa, diamante o rubí duro,
brillo de un sol que entre mis manos deslumbra,
cráter que me convoca con su música íntima, con
esaindescifrable llamada de tus dientes.

Muero porque me arrojo, porque quiero morir,
porque quiero vivir en el fuego, porque este aire de fuera
no es mío, sino el caliente aliento
que si me acerco quema y dora mis labios desde un fondo.

Deja, deja que mire, teñido del amor,
enrojecido el rostro por tu purpúrea vida,
deja que mire el hondo clamor de tus entrañas
donde muero y renuncio a vivir para siempre.

Quiero amor o la muerte, quiero morir del todo,
quiero ser tú, tu sangre, esa lava rugiente
que regando encerrada bellos miembros extremos
siente así los hermosos límites de la vida.

Este beso en tus labios como una lenta espina,
como un mar que voló hecho un espejo,
como el brillo de un ala,
es todavía unas manos, un repasar de tu crujiente pelo,
un crepitar de la luz vengadora,
luz o espada mortal que sobre mi cuello amenaza,
pero que nunca podrá destruir la unidad de este mundo.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

Mappa per pregare – Chandra Livia Candiani

Matteo Massagrande, Finestra sul mare, 2016

 

Quando vuoi pregare,
quando vuoi sapere
quel che sa la poesia,
sporgiti,
e senza esitazione
cerca il gesto piú piccolo che hai,
piegalo all’infinito,
piegalo fino a terra,
al suo batticuore.

Quando hai fame di luce
e l’amore è cinghia serrata
e il cuore stracolmo
di voli che allacciano troppo
al leggero del cielo,
istruisciti alla pura verità,
quella che non vuoi
e nemmeno immagini,
quella «polvere sul pavimento
e pane sulla tavola»,
ginocchia sbucciate
e pane che parla,
dice la fame giusta.

Offriti al paesaggio grande,
dalla finestra
o in piena aria aperta,
chinati a portare il mondo
sulla schiena nelle ossa
e poi lascialo
scivolare sbocconcellarsi
ai piedi della terra,
ascolta il suo silenzio
che risponde:
«Qui neve su albero.
Qui foglia piccola su pianura
sconfinata. Ghiaccio
esatto. Qui apprendista della luna
raccoglie luce».

Ci vuole incrollabile
ardente pazienza
e vicinanza al pavimento
fronte che lo fronteggi
e dica l’amore pesante,
la fame di giusti mietitori,
di macina.
Per cercare un’altra strada
al desiderio che ti inaridisce
ci vuole furore,
farsi creatura randagia
nel disastro delle falci,
che ti cali il silenzio
sulla testa, l’affamato
sapere che tace
e fa foreste delle ferite.

Se vuoi dare la forza,
raccogliti in un balzo,
uno slancio senza mondo,
polvere da spazzare con devozione,
piccoli scricchiolii di ossa
che parlano alle tue prossime ceneri:
se vuoi essere adesso,
datti la forza,
senza salvare,
senza costringere l’amore
in relazione, lascialo soffiare,
mietere. È un grande paesaggio
il mondo,
ogni animale
lo conserva, gli dà sguardo.

Non serve schiodare il cielo
a caccia di segreti,
sei tu
che di notte scegli,
non guardi la luce minuscola
ma il buio tutto
che le preme attorno.
Visto che non puoi
essere qui, allora ama altrove,
in rettilinea sequenza,
allora prega.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Desiderio – Federico García Lorca

 

Solo il tuo cuore appassionato
e niente più.

Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un lento corso d’acqua
e una piccola sorgente.

Senza il fruscio del vento
tra i rami,
né la stella che desidera
esser foglia.

Una immensa luce
che fosse
lucciola
di un’altra,
in un campo
di sguardi evanescenti.

Una limpida quiete
e i nostri baci là
— sonori vezzi
dell’eco –
si schiuderebbero assai lontano.

Il tuo cuore appassionato
e niente più.

Federico García Lorca

1920

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

***

Deseo

Solo tu corazón caliente,
y nada más.

Mi paraíso un campo
sin ruiseñor
ni liras,
con un río discreto
y una fuentecilla.

Sin la espuela del viento
sobre la fronda,
ni la estrella que quiere
ser hoja.

Una enorme luz
que fuera
luciérnaga
de otra,
en un campo de
miradas rotas.

Un reposo claro
y allí nuestros besos,
lunares sonoros
del eco,
se abrirían muy lejos.

Y tu corazón caliente,
nada más.

Federico García Lorca

1920

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

«Si tende tutto l’essere in un urlo» – Maria Luisa Spaziani

Foto di Damiano Errico

 

Si tende tutto l’essere in un urlo
di desiderio. Voglio la parola
lancinante, assoluta, che cancelli
scialbature di sempre.

Quella freccia che infilza dritta il cuore
mentre sorride l’Angelo, tremenda
voglio quella parola (la pronuncia
l’Angelo, ma oltre una vetrata) –

l’ha sentita Teresa? Ogni parola
al di qua della freccia è un’eresia.
È assoluta la rosa se si fonde
alla tua pelle – e le spine sul cuore.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002