Esorcismo – Bella Achatovna Achmadulina

Audrey Hepburn in a publicity shot for The Nun’s Story (Fred Zinnemann, 1959)

 

 

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
in un’allegra mendicante, in una buona ergastolana,
nella donna del sud che gela al nord,
nella pietroburghese tisica e malvagia
al sud malarico — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella zoppa uscita sul sagrato,
nell’ubriaco accasciato sul tavolo,
e nel povero imbrattatele
che dipinge la Madonna — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella bimba che impara a scrivere,
che in un futuro indecifrabile, arrossendo
della mia frangetta, i miei versi ripeterà
come una sciocca — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella più misericordiosa delle suore,
nell’estrema assurdità della guerra,
e alla luce della mia chiara stella
in qualche modo, comunque — vivrò.

Bella Achatovna Achmadulina

                                                      1960

(Traduzione di Daniela Gatti)

da “Bella Achmadulina, Poesia”, Spirali, 1998

Prati – Antonia Pozzi

Foto di Rimel Neffati

 

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa cosí crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Antonia Pozzi

 Milano, 31 dicembre 1931

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Giugno 1968 – Jorge Luis Borges

Foto di André Kertész

 

Nel meriggio dorato
o in una serenità di cui il simbolo
potrebbe essere il meriggio dorato,
l’uomo dispone i libri
negli scaffali che attendono
e sente la pergamena, la pelle, la tela
e il piacere che dà
immaginare un’abitudine
e istituire un ordine.
Stevenson e l’altro scozzese, Andrew Lang,
riprenderanno qui, per virtú magica,
la lenta discussione che interruppero
gli oceani e la morte
e a Reyes certo non dispiacerà
stare accanto a Virgilio.
(Ordinare una biblioteca è
esercitare, in silenzio e modestia,
l’arte del critico).
L’uomo, che è cieco, sa
che non potrà piú decifrare
i bei volumi che tocca
e che non gli daranno aiuto a scrivere
il libro che lo giustifichi agli altri,
ma nel meriggio che forse è dorato
sorride del suo bizzarro destino
e sente la felicità che è propria
delle vecchie cose che s’amano.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971

***

Junio, 1968

En la tarde de oro
o en una serenidad cuyo símbolo
podría ser la tarde de oro,
el hombre dispone los libros
en los anaqueles que aguardan
y siente el pergamino, el cuero, la tela
y el agrado que dan
la previsión de un hábito
y el establecimiento de un orden.
Stevenson y el otro escocés, Andrew Lang,
reanudarán aquí, de manera mágica,
la lenta discusión que interrumpieron
los mares y la muerte
y a Reyes no le desagradará ciertamente
la cercanía de Virgilio.
(Ordenar bibliotecas es ejercer,
de un modo silencioso y modesto,
el arte de la crítica.)
El hombre que está ciego,
sabe que ya no podrá descifrar
los hermosos volúmenes que maneja
y que no le ayudarán a escribir
el libro que lo justificará ante los otros,
pero la tarde que es acaso de oro
sonríe ante el curioso destino
y siente esa felicidad peculiar
de las viejas cosas queridas.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969

La sabbia e l’angelo – V – Margherita Guidacci

Foto di Jerry Uelsmann

 

Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzio felice d’insetti attraverso molte estati
Fino a quell’insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l’Angelo ci chiese: «Volete ancora ricordare?»
Noi stessi l’ implorammo: «Lascia che venga il silenzio!»

Margherita Guidacci

da “La sabbia e l’angelo”, Vallecchi, 1946

«Tu prodiga sei di parole dolci» – Afanasij Afanas’evic Fet

Foto di Edward Steichen

 

Tu prodiga sei di parole dolci,
Ma nel cuore non mi mandi un gioioso saluto
E in segreto pensi: stramba, spietata è
       L’anima fredda del poeta.

Anch’io aspetto; aspetto, se impossibile sia vincere
La tua freddezza, scorgere un attimo di complicità,
Che negli occhi tuoi, enigmatici come la notte,
        Si mettano a fremere stelle di felicità.

Aspetto, le aspetto; per il sognatore nella notte
Non ritrovare il chiaro è più propizio e magico,
E so che i raggi loro si poseranno luccicanti
        Su me con fremito e col canto.

Afanasij Afanas’evic Fet

1854

(Traduzione di Pia Dusi)

da “Il richiamo della poesia”, Marco Serra Tarantola Editore, 2012

∗∗∗

«Ты расточительна на милые слова»

Ты расточительна на милые слова,
А в сердце мне не шлёшь отрадного привета
И втайне думаешь: причудлива, чёрства
        Душа суровая поэта.

Я тоже жду; я жду, нельзя ли превозмочь
Твоей холодности, подметить миг участья,
Чтобы в глазах твоих, загадочных как ночь,
        Затрепетали звёзды счастья.

Я жду, я жажду их; мечтателю в ночи
Сиянья не встречать пышнее и прелестней,
И знаю – низойдут их яркие лучи
        Ко мне и трепетом, и песней.

Афанасий Афанасьевич Фет

1854

da “Стихотворения и поэмы”, 1986