«Giorno d’aspromonte dove salgo» – Mariangela Gualtieri

Donata Wenders, Reflection, Berlin, 2006

 

Giorno d’aspromonte dove salgo
caricata con un peso un peso
che non si appoggia. Giorno
del mio stretto di magellano nel petto
con quel boccone che non s’inghiotte.
Giorno della testa poggiata alla mano.

Usciamo. Chiediamo che passi
tutto lo star male. A chi chiediamo?
Alla vigna che è tutta
uno scoppio di foglie nuove
al ramo dell’acacia con gli spini
all’edera e all’erba
sorelle imperatrici che sono
manto disteso e potentissimo trono.

E che cosa chiediamo?
Una piena falcata d’amore,
una giusta battaglia, aculei nella voce
narcisi e rose

essere radiosonda
del niente che trasforma
il trascendente in cose.

Mariangela Gualtieri

da “Senza polvere senza peso”, Einaudi, Torino, 2006

Ad alcuni piace la poesia – Wisława Szymborska

 

Ad alcuni −
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dov’è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace −
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia −
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all’àncora d’un corrimano.

Wisława Szymborska

(Traduzone di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

***

Niektórzy lubią poezję

Niektórzy −
czyli nie wszyscy.
Nawet nie większość wszystkich ale mniejszość.
Nie licząc szkół, gdzie się musi,
i samych poetów,
będzie tych osób chyba dwie na tysiąc.

Lubią −
ale lubi się także rosół z makaronem,
lubi się komplementy i kolor niebieski,
lubi się stary szalik,
lubi się stawiać na swoim,
lubi sie głaskać psa.

Poezje −
tylko co to takiego poezja.
Niejedna chwiejna odpowiedź
na to pytanie już padła.
A ja nie wiem i nie wiem i trzymam się tego
jak zbawiennej poręczy.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993

Suite del ’53 – Giacinto Spagnoletti

Emilio Sommariva, Hands, 1935

 

I

Se appena abbandoni le tue mani
sul lenzuolo, accade come ai passeri
quando scorgono briciole di pane
sul davanzale: avanzano, indietreggiano,
sempre più timorosi. Così avvicino
le labbra alle tue mani
e sento quel biancore, quella grazia.

II

Vorrei non fosse più giorno né notte,
ma solo una catena di sospiri
ininterrotti. E questa morbida intesa
di corpi contenesse un tempo solo,
un unico silenzio meridiano
solcato dal respiro di noi due.

III

Davvero non so immaginarti
con i capelli scarmigliati
o troppo bene pettinati a onde.
Lisci e divisi in bande
sono sillabe che incorniciano
il tuo volto, sono i miei pensieri
staccatisi da me a confondersi
con i tuoi.

Giacinto Spagnoletti

da “Poesie raccolte: 1940-1990”, Garzanti, 1990

Maturità – Mario Luzi

Foto di Deborah Turbeville

 

Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
e irraggiano nel vuoto lo stupore
d’un viso che non sente più il suo rosa?
Attoniti si perdono gli occhi in banchi d’azzurro
e neppure il tuo pianto si ripete.
Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.

Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
per le strade stillanti di silenzio
e d’ambra e i riverberi lontani
delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
Ombra, non più che un’ombra è la mia vita
per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.

Equoree primavere di conche abbandonate
al vento il cui riflesso è solitario
nel fondo col tuo viso scarduffato!
Schiava ai piedi di un’ombra, ombra d’un’ombra
disperdi nel tremore dell’acqua il tuo sorriso.
Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.

Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
nella bocca inarcata dall’oblio,
non più il dominio audace di pallore
delle tue braccia al vento dall’alte balaustrate.
Sguardi deserti, forme senza nome
nella notte pesante pendula sul tuo cuore.

Mario Luzi

da “Avvento notturno”, Vallecchi, Firenze, 1940

«Quanto vorrei, oh quanto» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Jonas Hafner

 

Quanto vorrei, oh quanto
– non visto, non sentito –
volare dietro a un raggio
là dove non esisto.

E tu nel cerchio irradia –
non c’è altra beatitudine –
e da una stella impara
che significhi luce.

Ciò che ti voglio dire
è che sto bisbigliando
e sottovoce affido
te, mia bambina, a un raggio.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

23 marzo – primi di maggio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tripodia giambica; quartine a rime alterne tutte maschili; la terza e ultima strofa non solo riprende – nei versi dispari – le stesse parole che suggellano i vv. 1 e 3 della strofa iniziale, ma si presenta come un tetrastico monorimo; e questa serie di uscite in -čú sembra quasi voler richiamare alla memoria l’interiezione russa čur, ancora viva fra l’altro nei giochi infantili – e derivata da un vecchio scongiuro con cui si vietava di toccare un oggetto, di compiere determinate azioni.
La poesia riflette il desiderio, l’ansia o il sogno di un legame fra terra e cielo; anche se, inevitabilmente, «il raggio e la luce (delle stelle) riprendono vita, rinascono soltanto nella parola del poeta» (MG, p. 675).
v. 12: «mia bambina» (ditja); espressione affettuosa rivolta da Mandel´štam alla moglie. (Remo Faccani)