«La carta della sera.» – René Char

221.

Una volta di piú l’anno nuovo confonde i nostri occhi.
Alte erbe son deste che amore non hanno
Se non col fuoco e con la morsa e rimorsa prigione.
Dopo saranno le ceneri del vincitore
E il racconto del male;
Le ceneri saranno dell’amore;
La spinalba superstite al rintocco di morte;
Saranno le ceneri di te,
Immaginarie, della tua vita immobile sul suo cono d’ombra.

René Char

(Traduzione di Vittorio Sereni)

da “I fogli d’Ipnos”, Einaudi, Torino, 1968

∗∗∗

221.

La carte du soir.

Une fois de plus l’an nouveau mélange nos yeux.
De hautes herbes veillent qui n’ont d’amour qu’avec le feu et la prison mordue.
Après seront les cendres du vainqueur
Et le conte du mal;
Seront les cendres de l’amour;
L’églantier au glas survivant;
Seront tes cendres,
Celles imaginaires de ta vie immobile sur son cône d’ombre.

René Char

da “Feuillets d’Hypnos (1943-1944)”, Gallimard, Paris, 1948

Paesaggio VIII – Cesare Pavese

Foto di Gerard Laurenceau

 

I ricordi cominciano nella sera
sotto il fiato del vento a levare il volto
e ascoltare la voce del fiume. L’acqua
è la stessa, nel buio, degli anni morti.

Nel silenzio del buio sale uno sciacquo
dove passano voci e risa remote;
s’accompagna al brusío un colore vano
che è di sole, di rive e di sguardi chiari.
Un’estate di voci. Ogni viso contiene
come un frutto maturo un sapore andato.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
di erba e cose impregnate di sole a sera
sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come un mare notturno è quest’ombra vaga
di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
e ogni sera ritorna. Le voci morte
assomigliano al frangersi di quel mare.

Cesare Pavese

[9 agosto 1940]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

«Ci diciamo addio – e nello stesso istante» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Tommy Ingberg

 

Ci diciamo addio — e nello stesso istante
il mutamento si impossessa della terra
e la sua smania di cambiare è così grande
che il fiume ha ribrezzo della riva
le nuvole si disamorano del cielo
la mano destra saluta la sinistra
dicendole superba: — Ciao!

Aprile ormai non anticipa più il Maggio.
No, non vedremo più la primavera,
— il melampiro, vedi, sta sfiorendo —
oh, lotta del giallo e dell’azzurro!

L’estate calpesta i propri fiori,
tempo e spazio si sono ripudiati.
È morto il bianco: ci restano soltanto
i suoi sette orfanelli colorati.

In tutti i templi infuria lo sfacelo,
nei cimiteri folleggia la rapina —
tutto per colpa dell’addio
tra me e te, per colpa di un addio!

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

«Ho appeso alla mia stanza il dagherròtipo» – Eugenio Montale

Edward Steichen, Helen Menken, January 1926

 

Ho appeso alla mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.

Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

«Mia bella, tutta la struttura» – Boris Leonidovič Pasternak

Foto di Anka Zhuravleva

 

Mia bella, tutta la struttura,
tutta la sua sostanza mi va a genio,
tutta arde dal desío di farsi musica
e tutta è bramosa di rime.

Ma nelle rime si spegne il destino
e la dissonanza dei mondi fa ingresso
come una verità nel nostro piccolo mondo.

E la rima non è replica di righe,
ma gettone per la guardaroba,
cedola per un posto accanto alle colonne
nel brontolío d’oltretomba di túberi e grembi.

E nelle rime respira quell’amore
che qui si sopporta a fatica,
dinanzi al quale aggrottiamo le ciglia,
corrugando la radice del naso.

E la rima non è replica di righe,
ma permesso d’entrata per dare,
come un mantello in cambio d’una placca,
il pesante fardello dei mali,
la paura del chiasso e del peccato
in cambio della sonora placca del verso.

Mia bella, tutta la sostanza,
tutta la tua struttura, mia bella,
mozza il fiato e sospinge al cammino
e sospinge a cantare e diletta.

A te innalzò le sue preghiere Policleto.
Le tue leggi sono promulgate.
Le tue leggi nelle distanze degli anni.
Tu mi sei nota da tempi lontani.

Boris Leonidovič Pasternak

1931

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

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«Красавица моя, вся стать»

Красавица моя, вся стать,
Вся суть твоя мхе по сердцу,
Вся рвется музыкою стать,
И вся на рифму просится.

А в рифмах умирает рок,.
И правдой входит & наш мирок
Миров разноголосица.

И рифма не вторенье строк,
А гардеробный номерок,
Талон на место у колонн
В загробный гуд корней и дон.

И в рифмах дышит та любовь,
Что тут с трудом выносится,
Перед которой хмурят бровь
И морщат переносицу.

И рифма не вторенье строк,
Но вход и пропуск за порог,
Чтоб сдать, как плащ за бляшкою
Болезни тягость тяжкую,
Боязнь огласки и греха
За громкой бляшкою стиха.

Красавица моя, вся суть,
Вся стать твоя, красавица.
Спирает грудь и тянет в путь,
И тянет петь и — нравится.

Тебе молился Поликлет.
Твои законы изданы.
Твои законы в далях лет.
Ты мне знакома издавна.

Борис Леонидович Пастернак

1931

da “Стихотворения и поэмы”, Сов. писатель, [Ленинградское отд-ние], 1965