Uno spicchio di luna di miele – Josif Alexandrovic Brodskij

Mario Giacomelli, Gabbiani

a M. B.

Non dimenticare mai
come sgorga l’acqua nella banchina,
e come è elastica l’aria
(come un salvagente).

Accanto i gabbiani gridano,
e i panfili guardano nel cielo,
e le nubi volano in alto,
come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore
dibattersi vivo e tremare
come un pesce un frammento
della nostra vita a due.

Possa sentirsi il fruscio delle ostriche,
e restare in piedi un cespuglio.
E possa la passione
che affiora fino alle labbra

aiutarti a capire, senza l’aiuto di parole
come la schiuma delle onde del mare,
per arrivare alla terra,
generi alte onde.

Josif Alexandrovic Brodskij

1963

(Traduzione di Silvia Comoglio)

dall’annuario “Tellus”, n. 29, Editrice LaboS, 2008

∗∗∗

Ломтик медового месяца

Не забывай никогда,
как хлещет в пристань вода
и как воздух упруг —
как спасательный круг.

А рядом чайки галдят,
и яхты в небо глядят,
и тучи вверху летят,
словно стая утят.

Пусть же в сердце твоем,
как рыба, бьется живьем
и трепещет обрывок
нашей жизни вдвоем.

Пусть слышится устриц хруст,
пусть топорщится куст.
И пусть тебе помогает
страсть, достигшая уст,

понять без помощи слов,
как пена морских валов,
достигая земли,
рождает гребни вдали.

Иосиф Александрович Бродский

da “Йосеф Бродский, Форма времени. Т. 1: Стихотворения”, Эридан, 1992

Sulla morte senza esagerare – Wisława Szymborska

 

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo ingrato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Gente sul ponte”, Libri Scheiwiller, 1996

∗∗∗

O śmierci bez przesady

Nie zna się na żartach,
na gwiazdach, na mostach,
na tkactwie, na górnictwie, na uprawie roli,
na budowie okrętów i pieczeniu ciasta.

W nasze rozmowy o planach na jutro
wtrąca swoje ostatnie słowo
nie na temat.

Nie umie nawet tego,
co bezpośrednio łączy się z jej fachem:
ani grobu wykopać,
ani trumny sklecić,
ani sprzątnąć po sobie.

Zajęta zabijaniem,
robi to niezdarnie,
bez systemu i wprawy.
Jakby na każdym z nas uczyła się dopiero.

Tryumfy tryumfami,
ale ileż klęsk,
ciosów chybionych
i prób podejmowanych od nowa!

Czasami brak jej siły,
żeby strącić muchę z powietrza.
Z niejedną gąsienicą
przegrywa wyścig w pełzaniu.

Te wszystkie bulwy, strąki,
czułki, płetwy, tchawki,
pióra godowe i zimowa sierść
świadczą o zaległościach
w jej marudnej pracy.

Zła woła nie wystarcza
i nawet nasza pomoc w wojnach i przewrotach,
to, jak dotąd, za mało.

Serca stukają w jajkach.
Rosną szkielety niemowląt.
Nasiona dorabiają się dwóch pierwszych listków,
a często i wysokich drzew na horyzoncie.

Kto twierdzi, że jest wszechmocna,
sam jest żywym dowodem,
że wszechmocna nie jest

Nie ma takiego życia,
które by choć przez chwilę
nie było nieśmiertelne.

Śmierć
zawsze o tę chwilę przybywa spóźniona.

Na próżno szarpie klamką
niewidzialnych drzwi.
Kto ile zdążył,
tego mu cofnąć nie może.

Wisława Szymborska

da “Ludzie na moście”, Czytelnik, Warszawa, 1986 

Notte – Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik, foto di Sara Facio

Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “L’ultima innocenza”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

Alejandra Pizarnik

da “La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Inferno, V, 129 – Jorge Luis Borges

Anselm Feuerback, Paolo and Francesca, 1864

 

Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l’eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l’unico tesoro:
hanno incontrato l’altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, un sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

Inferno, V, 129 

Dejan caer el libro, porque ya saben
que son las personas del libro.
(Lo serán de otro, el máximo,
pero eso qué puede importarles.)
Ahora son Paolo y Francesca,
no dos amigos que comparten
el sabor de una fábula.
Se miran con incrédula maravilla.
Las manos no se tocan.
Han descubierto el único tesoro;
han encontrado al otro.
No traicionan a Malatesta,
porque la traición requiere un tercero
y sólo existen ellos dos en el mundo.
Son Paolo y Francesca
y también la reina y su amante
y todos los amantes que han sido
desde aquel Adán y su Eva
en el pasto del Paraíso.
Un libro, un sueño les revela
que son formas de un sueño que fue soñado
en tierras de Bretaña.
Otro libro hará que los hombres,
sueños también, los sueñen.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, S. A., Madrid, 1981

Miserere scritto sul muro – Gesualdo Bufalino

1

Più lontano mi sei, più Ti risento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l’abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.

2

Dunque è vano, Signore, somigliarti
nel nome, nella sorte, nella morte;
avere entro le palme due coltelli,
il costato corrotto;
pendere così freddi, così nudi,
con le vergogne battute dal vento.
Dolce Signore, perché ci abbandoni?
A noi anche Tu devi una donna
che ci schiodi e ci lavi,
un fantaccino cieco che ci vegli,
una resurrezione.

3

La stanchezza del mio cuore non si può dire,
e non ho voce più per gridare.
Signore, fammi mare
dentro la mente, rompimi i ginocchi.

Si divulga il mio viso nel vento,
come la polvere non ho padrone.
Posassi sul Tuo petto macilento
il mio capo, per dormire.

Nei miei occhi si macchia una rosa,
come un albero cadrò.
O Signore, concedimi sull’erba
una morte di cosa.

4

Per questa terra sfasciata dall’afa,
rozza terra latrante,
Tu cammini, lo so, con una lebbra
nascosta sotto la giacca.

Dalla Tua rada barba semita
Ti riconoscerò,
dalle Tue palme di torrido gelo
premute sulla mia fronte.

5

Verrà l’angelo ladro
al mio sonno d’albergo, alle mie braccia
inferme, già forza le porte,
la sua tozza bipenne,
sibila sulla mia faccia,
vampa d’oro di tra le penne
è la sua voce che odo,
il caro suo gergo solenne.
Lotteremo sino alla morte.

 Gesualdo Bufalino

da “Diceria dell’untore”, Bompiani, Milano, 1992

Appendice
Iniziata nei primi anni cinquanta e subito interrotta, quindi più volte riscritta, la Diceria passò attraverso vicissitudini multiple prima della stesura finale e della stampa (1981). In occasione della quale l’autore, al fine di non sovraccaricare al di là del lecito un libro di per sé eccessivo e lussuoso, decise di espungerne un certo numero di orpelli inizialmente previsti. Rimasero dunque fuori le epigrafi e i versi allegati a ciascun capitolo nonché gli epitaffi dei personaggi defunti e altre chiose integrative del testo: sovrabbondanze escluse per uno scrupolo di economia, ma portatrici, forse, d’un valore aggiunto, per chi voglia comprendere appieno le ragioni interne dell’opera e la sua laboriosa preistoria. Un antetesto-paratesto, insomma, che si è pensato di non disperdere ma di offrire in appendice al lettore.
[…]
“Un quaderno di carta da macero”, datato 1946 e intitolato Falsa testimonianza (aliter Totentanz), conteneva le poesie scritte alla Rocca. Di queste l’autore pensò di servirsi, quando ebbe terminato la Diceria, come supporto ai capitoli, al modo della Vita Nova dantesca (si veda Istruzioni per l’uso). Dopo la rinunzia al progetto, le poesie confluirono con qualche modifica nella raccolta poetica L’amaro miele, edita tardivamente nel 1982.
Qui vengono riportate nella loro stesura originaria, attestata dai manoscritti pavesi, e secondo l’incompleta sequenza di abbinamenti ivi prevista (le poesie come i capitoli della stesura che le riporta sono quindici contro i finali diciassette capitoli del romanzo).
[…]
Istruzioni per l’uso
All’atto della pubblicazione dell’opera, nel 1981, l’autore ebbe a scrivere e divulgò fra gli amici in tiratura limitatissima (cento esemplari) un libretto intitolato Diceria dell’untoreIstruzioni per l’uso (poi riedito insieme alla Diceria e a Museo d’ombre nel 1982) che nella presente occasione viene riproposto secondo la sua redazione più ampia, comprensiva di poche, ulteriori integrazioni.
[…]