Labirinto – José Saramago

Foto di Patty Maher

 

In me ti perdo, notturna apparizione,
nel bosco degl’inganni, nell’assenza,
nel nebbioso grigior della distanza,
nel lungo corridoio di porte false.

Dal tutto si fa il nulla, e questo nulla
di un corpo vivo subito si popola,
come isole che fluttuano nel sogno,
brumose, nel ricordo rinnovato.

In me ti perdo, dico, se la notte
sulla mia bocca colloca il suggello
dell’enigma che, detto, si ravviva
e s’avvolge in spire di segreto.

Nei giri e nei rigiri che m’adombrano,
nell’andare a tentoni a occhi aperti,
qual è del labirinto l’ampia porta,
dove il raggio di sole, i passi certi?

In me ti perdo, insisto, in me ti sfuggo,
in me fonde il cristallo e si frantuma,
ma quando il corpo cede alla stanchezza
in te mi vinco e salvo, in te mi trovo.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

∗∗∗

Labirinto

Em mim te perco, aparição nocturna,
Neste bosque de enganos, nesta ausência,
Na cinza nevoenta da distância,
No longo corredor de portas falsas.

De tudo se faz nada, e esse nada
De um corpo vivo logo se povoa,
Como as ilhas do sonho que flutuam,
Brumosas, na memória regressada.

Em mim te perco, digo, quando a noite
Vem sobre a boca colocar o selo
Do enigma que, dito, ressuscita
E se envolve nos fumos do segredo.

Nas voltas e revoltas que me ensombram,
No cego tactear de olhos abertos,
Qual é do labirinto a porta máxima,
Onde a réstia de sol, os passos certos?

Em mim te perco, insisto, em mim te fujo,
Em mim cristais se fundem, se estilhaçam,
Mas quando o corpo quebra de cansado
Em ti me venço e salvo, me encontro em ti.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966

«Forse un mattino andando in un’aria di vetro» – Eugenio Montale

Foto di Dennis Stock

 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1948

A mia moglie – Jarosław Iwaszkiewicz

André Kertész, Newton, Connecticut, 1959

 

Spossato dalla bellezza, che ho pescato ogni giorno
Con pupille e orecchie avidamente spalancate
Quando morirò, non piangere. Mi addormenterò sazio di vita
Che è grande, difficile, e burrascosa.
La divinità, che nel fuoco mi percorreva le membra
Volerà in alto o si dissiperà;
Il cuore che batteva così vivo − si irrigidirà
E la voce diverrà una lettera morta.
Allora penserai, che troppo sparsi
Resteranno di me frammenti di parole
Ma sappi che più d’una volta le ore di rapimento
La parola mi soffocarono nel petto troppo stretto
Il mondo era troppo bello, perché solo a te
Donassi i miei versi. O amatissima
Ho guardato nello spazio smisurato
Mi hanno preso sentimenti smisurati
Ma quando qui le persone, lì le stelle nel cielo
Il cuore mi svolsero con un eterno arcolaio
Tu sei rimasta fedele come l’acqua, immutabile
L’unica al mondo che mi abbia amato.

Jarosław Iwaszkiewicz

Dal volume Ritorno in Europa (1931)

(Traduzione di Francesco Groggia)

da “La mappa del tempo”, Edizioni Ponte Sisto, Roma, 2010

Incontro – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L’ho incontrata, una sera: una macchia piú chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschía d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
piú profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce piú netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce piú netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.

L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono piú care, e non riesco a comprenderla.

Cesare Pavese

[8-15 agosto 1932]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Errore – Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger – Photo Isolde Ohlbaum

 

Dai vicini un bimbo suona Per Elisa.
Sempre da capo, sempre quell’errore.
Il dogma dell’infallibilità
è stato un passo falso. È un fatale capitombolo
del parassita quello di uccidere l’ospite.
Detto altrimenti globalizzazione.

Pudico si occulta l’errore decisivo
in una duna di sbagli di poco conto
e ci sprofonda. Mai finora sono mancate
voci che avvertivano:
il mondo è l’Incorreggibile.

Patetici sforzi per riparare, rammendare,
otturare, riformare, migliorare
con inchiostro rosso e pentimenti
portano a nuovi errori ancor piú grossi.

Certo, difetti congeniti e aborti
sono due paia di maniche.
Però anche l’esecuzione fallisce,
il colore, l’invito, l’avvio,
l’accensione e il passo.

Una via lattea di confusioni
che c’è da stupirsi. Considerando il complesso
ne risulta un miracolo.

Evitare errori a ogni costo
sarebbe un errore.
Si confessa, si ammette
che si è sbagliato il gesto,
la direzione di marcia e anche a scrivere.

Certe poesie per esempio
sarebbero perfette
se non le avesse preservate da questa sorte
un errorino da nulla.

È per svista che si è felici,
talvolta, per un momento,
per svista. Ma qualcosa non va.

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Piú leggeri dell’aria”, Einaudi, Torino, 2001

∗∗∗

Fehler

Nebenan spielt ein Kind Pour Elise.
Man hört den Fehler, immer wieder von vorn.
Das Dogma von der Unfehlbarkeit
war ein Fauxpas. Es ist ein fataler Patzer
des Parasiten, den Wirt zu töten.
Man nennt das auch Globalisierung.

Schamhaft verbirgt sich der entscheidende Fehler
in einer Düne von geringfügigen Irrtümern
und geht darin unter. An warnenden Stimmen
hat es noch nie gefehlt, die sagen:
Die Welt ist das Unkorrigierbare.

Rührende Reparaturversuche, Flicken,
Plomben, Reformen, Verbesserungen
mit roter Tinte und Pentimenti
führen zu vollkommen neuen Schnitzern.

Gewiß, Geburtsfehler und Fehlgeburten,
das sind zwei Paar Stiefel.
Doch auch die Leistung geht fehl,
die Farbe, die Bitte, der Start,
der Tritt und die Zündung.

Eine Milchstraße von Verirrungen,
die wundernimmt. Aufs Ganze gesehen,
entsteht daraus ein Mirakel.

Fehler um jeden Preis zu vermeiden,
das wäre verfehlt.
Man gesteht ja, räumt ein,
daß man sich vertan hat,
verschrieben, verrannt.

Manche Gedichte zum Beispiel
wären vollkommen,
hätte sie vor diesem Los
nicht ein winziger Fehler bewahrt.

Aus Versehen ist man glücklich,
zuweilen, einen Moment lang,
aus Versehen. Aber etwas felt.

Hans Magnus Enzensberger

da “Leichter als Luft. Moralische Gedichte”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1999