«Io ero solamente ciò… » – Iosif Aleksandrovic Brodskij

Joseph Brodsky and wife Maria Sozzani

 

Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.

Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

1980

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif  Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

***

«Я был только тем, чего…»

Я был только тем, чего
ты касалась ладонью,
над чем в глухую, воронью
ночь склоняла чело.

Я был лишь тем, что ты
там, внизу, различала:
смутный облик сначала,
много позже — черты.

Это ты, горяча,
ошую, одесную
раковину ушную
мне творила, шепча.

Это ты, теребя
штору, в сырую полость
рта вложила мне голос,
окликавший тебя.

Я был попросту слеп.
Ты, возникая, прячась,
даровала мне зрячесть.
Так оставляют след.

Так творятся миры,
Так, сотворив, их часто
оставляют вращаться,
расточая дары.

Так, бросаем то в жар,
то в холод, то в свет, то в темень,
в мирозданьи потерян,
кружится шар.

Иосиф Александрович Бродский

1980

da “Novye stansy k Avguste”, Ardis, Ann Arbor, 1983

Parte del discorso – Iosif Aleksandrovic Brodskij

 

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre, caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perciò ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, « tu » mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

∗∗∗

Il Nord trita il metallo, ma risparmia il vetro.
Ed insegna alla gola a dire « fammi entrare ».
Il freddo mi ha educato e mi ha messo una penna
fra le dita, per riscaldarle strette a pugno.

Gelando, vedo il sole che tramonta
dietro al mare, e non c’è nessuno intorno.
Non so se il tacco scivola sul ghiaccio
o se è la terra stessa che si inarca

sotto il tacco. Dentro la gola che contiene
risa o discorso o tè caldo, io
sento sempre più chiara risuonare la neve
e il solo punto nero, un Amundsen, è « addio ».

∗∗∗

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori del ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare « Buona notte ».

∗∗∗

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

∗∗∗

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

∗∗∗

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà.
Solo così di là si guarda qua:
dopo le otto di sera, ammiccando.
Il cielo è meglio sgombro. Anche se
la conquista del cosmo è più opportuna
con le stelle. Ma proprio senza andarsene
da dove si è, in veranda, in poltrona.
Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio
nascondendo metà della faccia, non esiste la
vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi
fissar lo sguardo su nessuna stella.

∗∗∗

Nella città, da cui la morte si diffuse sulla carta
scolastica, il selciato brilla come scaglie sulla carpa.
Su un castano centenario smoccolano ceri,
s’annoia il leone di ghisa pensando ai discorsi di ieri.
Alle finestre traspaiono, attraverso stinto tulle,
troppo lavato, piaghe rosse di garofani e guglie;
sferraglia un tram lontano, come al tempo andato,
però nessuno scende più allo stadio.
La vera fine della guerra è il vestito
d’una bionda sulla spalliera di una sedia viennese
e il proiettile alato che vola argenteo e ruglia
e trasporta la vita al Sud in luglio.

Monaco di Baviera

∗∗∗

Alla luce d’una candela, in riva
all’oceano. Intorno campi d’acetosa e trifoglio.
A sera il corpo ha le braccia di Śiva
tese verso un’amante inestimabile.
La civetta, calando sull’erba, acchiappa un sorcio,
senza ragione scricchiolano le capriate.
Il sonno in una città di legno è più forte,
perché si sogna solo ciò che è stato.
Odor di pesce fresco; alla parete si appunta
un profilo di sedia, alla finestra debole
s’agita un velo; col suo raggio la luna rimonta
la marea, come una coperta che via scivola.

∗∗∗

È tempo per lo sparviero di contare i pulcini,
di covoni nella nebbia, di monete che bruciano le dita,
tinnando in tasca; dei fiumi del Nord che, alla foce
gelandosi, ricordano le fonti, un Sud remoto
e per un attimo si scaldano; di poca luce,
d’impermeabili, di scarpe gonfie, di tremori
nello stomaco, per la gialla pappa di navone.
Tempo di vento forte, che agita i gonfaloni
dell’armata fronzuta. Stagione senza fretta,
i giorni hanno la stessa faccia, come i fratelli Ivanov. Avide
lascive dita di fiamma tiran via la corteccia
viva: non s’accontentano dell’abitino umido.

∗∗∗

I giorni disfano l’abitino che Tu hai tessuto.
A vista d’occhio si dipana, a un filo verde
succede un filo azzurro, e poi diventa bruno,
e grigio, e inesistente. Si intravvede
qualcosa ormai, un orlo di batista.
Nessun paesaggista la fine del viale
potrà dipingere. Si ritira presto
l’abito della promessa sposa, lavandolo,
e il corpo non diventa mai più bianco.
Si è seccato il formaggio o il fiato manca.
Ossia: l’uccello, se di profilo è un corvo, di cuore
è canarino. Ma la volpe, quando addenta
la gola, non distingue il sangue dal tenore.

∗∗∗

Il sole giallo sorgente segue con occhi
obliqui gli alberi nudi della flotta-macchia,
in rotta a tutto vapore per la Tsushima
dal gran gelo. Febbraio è il più breve dei mesi, ma
per questo è il più crudele. Cara, è meglio smettere
il nostro giro del mondo e le braccia conserte
ardere fino in fondo col dreadnought-ceppo dentro
il camino. Dimentica Tsushima!
Soltanto il fuoco capisce l’inverno.
Cavalli d’oro senza redini tramutano
il proprio manto, nella cappa, in manto
corvino. Al buio stride un grillo enorme, nudo,
che non si può coprire con la mano.

∗∗∗

Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi
della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,
sui cui tesori nessuno s’illude,
e la strada è selciata di fascine e di botri.
Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev
sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina
o intaglia qualche cosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere
un cancelletto, chissà, o una portina.
D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,
e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.
Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere
in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.

∗∗∗

Mattino azzurro notte in cornice di brina.
Mi rammenta una via con i fanali accesi, sentierini
di ghiaccio, neve a mucchi, crocicchi, e un guardaroba
all’estremo orientale dell’Europa.
Un sacchettino magro sopra una sedia dice : « Annibale »;
le parallele in palestra sanno d’ascelle;
la lavagna che accapponare fa la pelle
è ancora nera. Anche dietro. Il tinnio del campanello
cristallo è diventato per il gelo
argenteo. Quanto alle altre parallele,
tutto mandato a mente, tutto verificato.
Non ho voglia di alzarmi. Non l’ho mai voluto.

∗∗∗

Sarà sempre possibile uscir di casa, nella strada:
la sua lunghezza bruna calmerà il tuo sguardo
coi suoi portoni, con la magrezza dei suoi alberi,
con quattro passi, con bagliori di pozzanghere.
Sopra la testa vuota agita un cespo di cavolo
la brezza e là lontano la via si stringe a « v », al
mento così si chiude il viso, e fuori rotola
latrando un cane da un androne, come una pallottola
di cartaccia. Una strada. Certe case sono più belle
di certe altre: hanno vetrine piene di cose.
O anche solo per il fatto che, in ogni caso,
se diventi pazzo non sarà mai in quelle.

∗∗∗

Ecco i primi tepori. Nella proda come nel ricordo
prima del grano buono viene su il loglio.
Si può dire che seminano il sorgo
nelle campagne al Sud – a saper dov’è il Nord.
Proprio calda è la terra sotto la zampa al gracchio;
odore d’assi nuovi, odor di resina.
Strizzando gli occhi al sole accecante, vedi là
la guancia farinosa d’un portiere d’albergo,
corse nel corridoio, un catino di smalto,
un uomo col cappello che aggrotta i sopraccigli, e poi
un altro che col flash fotografa non noi,
ma un corpo inerte e una pozza di sangue.

∗∗∗

Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,
quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda
a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,
e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.
A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo
sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando
la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo
scrive questi versi e quello che sul bianco
lascia tracce nere. A volte mano e testa
si fondono, senza diventare verso,
ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,
tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.

∗∗∗

… e alla parola grjadùščee, « futuro », in frotta
sbucano sorci dalla lingua russa
a rosicchiare il pezzetto più ghiotto
della memoria, formaggio coi buchi.
È indifferente dopo tanti inverni, chi o
che cosa è dietro le tende alla finestra, in piedi,
e nel cervello non risuona il celeste « do »,
solo il loro fruscio. La vita, a cui non chiedi
come al famoso cavallo, di farsi guardare
in bocca, mostra i denti ad ogni incontro.
Di ciascun uomo non resta che una parte
del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.

∗∗∗

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shīrā’z e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

Ninnananna di Cape Cod – Josif Alexandrovic Brodskij

ad A.B.
I

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte. Le cicale
non cantano più nei prati. Sui frontoni si decifrano male
le citazioni classiche. Indifferente una guglia con croce
s’annera, come una bottiglia abbandonata in un canto.
Da una pantera di pattuglia, luccicante nella landa,
la tastiera di Ray Charles.

Strisciando fuori dal grembo dell’oceano, un granchio viene a riva
sulla spiaggia vuota, nell’umida sabbia fra cerchi di detersivo
si sotterra a trovar refrigerio e s’addormenta. Le lancette
dell’orologio sulla torre di mattoni stridono. Sulla faccia
sudore. I fanali in fondo alla via sono bottoni d’una camicia
spalancata sul petto.

Afa. Il semaforo sfavilla, trasformando gli occhi
in mozzo di locomozione por la stanza al comodino col whiskey.
Si ferma un momento il cuore, ma batte sempre: il sangue, per un po’
vaga per le arterie, poi torna dove dev’essere, dov’è,
al crocicchio. Il corpo sembra una carta arrotolata, scala uno per tre,
e s’alza un ciglio a nord.

Strano pensarci, ma sono sopravvissuto. Succede,
la polvere copre le cose quadrate. Vendicandosi d’Euclide
prolunga Io spazio, oltre l’angolo, un’automobile.
Il buio scusa l’assenza di volti, voci e altro,
facendoli passare non tanto per fuggiaschi, quanto
per invisibili.

Afa. Un forte fruscio di foglie gonfie aumenta
sempre di più il sudore. Quello che nel buio sembra
un punto, una cosa sola può essere: una stella.
Depone un uovo un uccello che ha perso il nido,
sopra un campo di pallacanestro vuoto, nell’anello.
Odor di menta e di resèda.

II

Come l’onnipotente Scià tradire può
le mogli innumerevoli dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzzo di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

Soffiando dentro il piffero, come il fachiro
del tuo libro, attraverso file di giannizzeri verdi passai,
coi testicoli sentendo il freddo delle loro scuri,
come quando si entra nel mare. Ed ecco, con il sale
di quest’acqua ancora nella mia bocca, infine
varcai il confine

e via nuotai fra le nuvole-montoni. Giù, le strade
s’impolveravano, serpeggiavano i fiumi, s’ingiallivano
le aie. Qua, uno di fronte all’altro, calpestando la rugiada,
stavano, come lunghe righe di un libro non
chiuso, eserciti intenti al loro gioco, là
nereggiavano città

come caviale. Quindi s’addensò la tenebra.
Tutto si spense. Mal di testa, il rombo
dei motori. E lo spazio indietreggiò, come un gambero,
lasciando passare avanti il tempo. E il tempo
andò verso occidente, come a casa sua,
l’abito macchiato di buio.

Caddi nel sonno. Quando poi riapersi
gli occhi, il Nord era là dove la vespa
ha il pungiglione. Vidi nuovi cieli e
la stessa terra. E la terra giaceva
come da sempre fa ogni cosa piatta:
impolverata.

III

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine. La pelle della schiena alla pelle 
della spalliera è grata per il senso di fresco. Su un bracciolo
lontano una mano si fa legno. Giunture, nocche
si coprono del lustro della quercia. Il cervello picchia, 
come al bicchiere un ghiacciolo.

Afa. Una sala da biliardo chiusa. Sui gradini qualcuno,
sfregando un cerino, ritaglia dallo sfondo bruno
una faccia di negro anziano. Il Tribunale del distretto
sporgendo i denti bianchi del portico sopra il viale,
affonda, in attesa del lampo di fari casuali
nel fogliame troppo fitto.

Su tutto fiammeggia, come al festino di Baldassar,
la scritta « Coca Cola ». Nel giardino del kursaal
gorgoglia piano una fontana. A tratti una brezza lenta,
non riuscendo a cavare dalle sbarre
la più semplice roulade, scuote un giornale incastrato
dentro il cancello, indubbiamente

fatto di vecchie spalliere di letti. Afa. Appoggiato sul
moschetto il Milite Ignoto si fa ancora più
ignoto. Un peschereccio sfrega la radice rugginosa
del naso contro il cemento del molo. Con le sue branchie
metalliche, ronzando, il ventilatore acchiappa
l’aria calda degli Usa.

Fattore d’una moltiplicazione, tracciata
sulla sabbia, si fa immenso al buio l’oceano
ninnando per millenni una scheggia col morto flusso. E se brusco
un passo farai di traverso sull’imbarcadero, cadrai
a lungo, mani ai fianchi, di piedi, ma non mai
farà rumore il tuffo.

IV

Il cambio d’impero è legato al rombo delle parole e al
processo di salivazione, in seguito al discorso,
ed alla geometria non euclidea,
all’aumento graduale delle speranze d’incontro
(solitamente al polo) di due linee
parallele, con le legne

da tagliare, con la trasformazione dell’umido
vecchio rovescio del cappotto-vita
in un asciutto nuovo taglio d’abito
(col gelo in tweed, in anchina d’estate),
al cervello indurito
per le feste. Di tutte

la parti interne in genere soltanto gli occhi
conservano la loro gelatinosità. Giacché il cambio
d’impero è strettamente legato allo sguardo
oltre il mare (perché dentro noi sonnecchia
il pesce), con la scriminatura
che cambia positura

allo specchio, da destra a sinistra… Con la gengiva
malata e il mal di ventre per il nuovo cibo.
Con quella forte, bianca opacità
ch’è nei pensieri e che riflette intera
la carta liscia da scrivere. E allora
a cercare affinità

corre la penna. Fra le mani avete
la stessa penna di prima. Le alberete
hanno le stesse piante. Fra le nubi
c’è lo stesso rombante bombardiere,
che vola a bombardare chissà dove.
Viene subito sete.

V

Noi paesi della Nuova Inghilterra, come usciti dalla risacca,
lungo tutto il litorale, scintillando con la scaglia
butterata di embrici e tegole, come banchi
di pesci assopiti, stan le case nel buio, capitati nella
rete di un continente, scoperto da merluzzo e da sardella.
Non la sardella e neanche

il merluzzo, però, si sono meritate statue
solenni (e sarebbe tanto più semplice con le date).
Quanto alla bandiera di qui, neppure
quella è adornata da loro e al buio sembra,
come direbbe Louis Sullivan, il disegno
di torri alte fra le nubi.

Afa. In veranda un uomo con l’asciugamano
annodato al collo. Col suo misero corpicino
una falena picchiando contro la maglia
di ferro, rimbalza come una pallottola da un arbusto
invisibile sparata dalla natura a se stessa,
alla metà di luglio.

Poiché l’orologio continua il suo cammino, con gli anni
il dolore si attenua. Se è panacea agli affanni
il tempo, è in forza del fatto che non sopporta la fretta,
diventa forma dell’insonnia: procedendo a piedi, a nuoto,
nell’emisfero croce i sogni conservano la realtà brutta
dell’emisfero testa.

Afa. Immobilità di piante enormi. Un cane urla.
La testa, barcollando, trattiene sull’orlo
della memoria labili numeri di telefono, visi. Se c’è una
tragedia vera, dove sipario è mantello,
muore non l’eroe fiero, ma, cadendo in sfacelo,
logorata, la scena.

VI

Poiché è tardi ormai per dire « addio »
e ricevere una risposta, escluso
l’eco, che sembra scongiurare « anch’io »
a tempo e spazio, fintamente maestosi
pronti ad elevare tutto al cubo
ciò che alle labbra rubano,
io scrivo queste mie righe, cercando,
con la mano affannata, un po’ alla cieca,
di prevenire anche soltanto di un secondo
l’« a che pro? » da quelle stesse labbra pronto
a involarsi e a navigare attraverso
la notte, ingigantendo.

Io scrivo da un Impero che distende
tutti i confini fino all’acqua. Sulla pelle
ho sperimentato due oceani e due continenti,
mi sento quasi come il globo: non
c’è più un posto dove andare. Solo stelle
più in là. E brillano.

Meglio guardar nel telescopio là,
dove una chiocciola s’è attaccata sotto una foglia.
Ho sempre avuto in mente, dicendo « infinità »,
l’arte di suddividere in tre la bottiglia
senza sprecare una goccia, alla luce degli astri,
non abbondanza di verste.

Notte. Da un partenone giunge roco un « cu-cu ».
Stanno le legioni, appoggiate alle coorti,
o i fori ai circhi. La luna lassù,
sembra una palla in un campo da tennis deserto.
Il sogno della regina degli scacchi: un parquet nudo, libero.
Ma senza mobili non si può vivere.

VII

Solo intessuto di fili di ragno ha diritto
l’angolo d’essere denominato retto.
Solo sentendo “bravo” l’attore si rialza. Solo
con una leva il corpo può alzare il mondo.
Si muove il corpo, solo se la gamba
è perpendicolare al suolo.

Afa. Nell’opaco anfiteatro d’un acquaio in zinco, in folla
gli scarafaggi circondano la spoglia
senza colore d’una spugna secca.
Girando la corona, il rubinetto,
quasi fronte di Cesare, senza pietà sopra le blatte
rovescia una colonna d’acqua.

Afa. Le bolle alle pareti del bicchiere
sembrano gli occhi del formaggio. È chiaro,
propria è alla cosa trasparente come
alla massa solida la gravità. Alla maniera del raggio,
gorgogliando, anche 9,81 si rifrange
nella carne dell’uomo.

Sulla rastrelliera appaiono soltanto i bianchi piatti,
come pagoda caduta; di profilo. E lo spazio rispetta
solo le cose che hanno tratti ripetibili. Le
rose. Ne vedi una, subito ce n’è un’altra: insetti
pullulano ronzando nella massa scarlatta,
api, vespe, libellule.

Afa. Servìle com’è, sopra il muro anche l’ombra
ripete il moto della mano che dalla fronte
toglie il sudore. L’odore del corpo vecchio è acuto
più del contorno. S’abbassa la lucidità. Nella sua
lazza d’osso il cervello si sfalda. Non c’è nessuno
che possa mettere lo sguardo a fuoco.

VIII

Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell’ansia!
Come il pesce sullo sabbia, l’uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s’alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.

Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettale.

Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,
come la stella in cielo, va in declino, finisce.
Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,
c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,
terraferma. E le sue sabbie incanta
del nasello il quieto canto:

« Più grande dello spazio è il tempo. Spazio è cosa.
Tempo, in fondo, è pensiero della cosa.
Vita è forma del tempo. Carpa o tinca,
un suo coagulo. E sono coagulo anche
articoli di genere più forte:
onde, suolo. E morte.

Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,
sorge un suono, echeggia una parola.
“Amare” forse, o forse solo “ehi”.
Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta
tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,
come dalle tue ciocche ».

IX

L’uomo riflette sulla propria vita,
come la notte sulla lampada. A un momento dato
oltrepassa i confini di uno dei due emisferi,
il pensiero, e scivola via, come fosse una coltre,
denudando qualcosa, forse un gomito; la notte
è ingombrante, questo è vero,

ma non così smisurata da pensare che ricopra
entrambi gli emisferi. E l’asia e l’europa
del cervello, e le altre gocce di terra in mare, e l’africa,
a poco a poco scricchiando sull’asse secca, ruotano,
esibendo la loro vizza gota,
verso l’airone elettrico.

Guarda un po’: Aladino dice « sesamo » ed ha davanti l’oro;
chiamando Bruto, Cesare vaga nel deserto foro;
nel chiosco al Figlio del cielo parla d’amore l’usignolo;
una vergine dondola sotto il lume una cuna;
accenna sulla sabbia un papuaso nudo
un boogie-woogie.

Afa. Calciando al buio col ginocchio scoperto, in sonno,
capisci all’improvviso, a letto, che è un matrimonio:
che s’è voltato su un fianco a mille miglia di distanza
il corpo, con il quale da gran tempo
hai in comune solamente il fondo
dell’oceano e l’esperienza

della nudità; ma non per questo ci si alza in due.
Perché mentre laggiù c’è chiaro, qui nel tuo
emisfero fa buio. Per così dire, un astro solo
non basta per due corpi ordinari. Ossia
il globo è stato messo insieme, come voleva Iddio.
E non bastava un sole.

X

Abbassando le palpebre, un fondo di lenzuolo
vedo e la curva di un gomito. È
il paradiso, qui dove mi trovo,
poiché è luogo di fiacchezza il paradiso. Poiché
questo è uno di quei pianeti dove
non esiste prospettiva.

Prova a toccare con il tuo dito la punta
della penna, l’angolo del tavolo: questo
vedi, suscita dolore. Dove la cosa è acuta
si trova il paradiso dell’oggetto;
paradiso, raggiungibile in vita soltanto
perché l’oggetto non puoi prolungarlo.

Dove mi trovo è una sorta di picco
di montagna. Più in là è aria, Chronos.
Serba queste parole. Il paradiso è un vicolo cieco.
È un promontorio che s’incunea in mare. Un cono.
È la prua di un piroscafo di ferro.
Ma non si grida « Terra! ».

Si può dire soltanto che ore sono.
Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Moltiplica per due ciò che non c’è, e ti farai
finalmente un’idea di questo posto.
Poiché sono parole anche le cifre,
qui non hanno più significato del gesto,
che si scioglie nell’aria senza traccia,
come un pezzetto di ghiaccio.

XI

Restano delle grandi cose parole già dette,
liberi profili d’alberi, qualche tenace data;
ed anche un corpo col cappello di carta, in vista
dell’oceano. Come uno specchio, il corpo sta nel buio:
sul suo viso, nella sua mente non c’è nulla,
soltanto crespe.

Fatto d’amore, sogni sporchi, paura della morte, polvere,
tastandosi le ossa fragili, l’inguine vulnerabile,
quel corpo serve da prepuzio dello spazio, che filtra il seme:
una lacrima inargenta uno zigomo,
e si fa membro di se stesso l’uomo
e si getta nel Tempo.

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte, alla gola.
Il padiglione ascolta dalla chiocciola
il suo verbo, cioè ascolta la propria voce. Spreco
che sviluppa le corde, ma spegne lo sguardo.
Perché nel tempo puro non c’è incaglio,
per generare l’eco.

Afa. Soltanto se, tirato il fiato,
stai supino, puoi dirigere il discorso insecchito
in su, a quella deserta, muta landa.
Solo l’idea di se stesso e di un grande paese
può gettarvi di notte da parete a parete,
alla maniera di una ninnananna.

Dormi perciò tranquillo. Dormi. In questo senso, tu 
dormi, come coloro che hanno  fatto pipì.
I paesi confondono carte, subito avvezzi a spazi altrui. E,
ogni volta che senti l’uscio stridere,
non domandare « chi è? », e mai non credere 
a chi risponde chi è.

XII

L’uscio stride. Alla soglia sta un merluzzo.
Chiede da bere, è naturale, nel nome di Dio.
Non puoi lasciarlo andare senza un tozzo
di pane. E gli indichi la via, una via
contorta. Il merluzzetto se ne va.
Ma un altro, là per là

prova a picchiare all’uscio con il piede
(fra loro uguali come due bicchieri).
E per tutta la notte vengono, a schiere.
Ma chi vive sull’oceano deve sapere
come dormire, chiudendo gli orecchi, tranquillo,
al passo cadenzato del nasello.

Dormi, dormi. La terra non è tonda.
Poggetti, valloncelli: è solo lunga.
Ma più lungo della terra è l’oceano: l’onda
si frange a volte sulla sabbia come ruga
sulla fronte. E terra e onda sono più corte
solo della fila dei giorni.

E delle notti. E più in là, nebbia fitta:
angeli in paradiso, all’inferno demoni.
Ma cento volte più lunghi di questa fila
sono i pensieri di vita e il pensiero di morte.
Di quest’ultimo è lungo assai di più
il pensiero del Nulla; ma laggiù

è improbabile che l’occhio possa arrivare, e cosi
da sé si chiude per veder le cose.
Così soltanto, in sogno, è concesso di norma
agli occhi d’assuefarsi al mondo. Sogni profetici o
malefici, a seconda di chi dorme.
Stride un merluzzo all’uscio.

Josif Alexandrovic Brodskij

1975

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

«Addio» – Josif Alexandrovic Brodskij

Donata Wenders, In the Snow IX, Allgäu, 2010

 

Addio,
dimentica
e perdona.
E brucia le lettere,
come un ponte.
E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.
E che ci sia nell’oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco.
Che ci siano tormente,
nevi, piogge
e lo scoppiettio furioso della fiamma,
e che tu abbia in futuro
più fortuna di me.
E che possa esserci una possente e splendida
battaglia
che risuona nel tuo petto.

Sono felice
per quelli che forse
sono
in viaggio con te.

Josif Alexandrovic Brodskij

1957

(Traduzione di Silvia Comoglio)

dall’annuario Tellus, n. 29, Editrice LaboS, 2008

Elegie romane – Josif Alexandrovic Brodskij

a Benedetta Craveri       

 

I

Mogano prigioniero in un salotto a Roma.
Isola polverosa di cristallo sotto il soffitto.
Nell’ora del tramonto le persiane sono come
un pesce che ha confuso scaglie e lisca.
Poggiando sul marmo rosso il piede nudo
il corpo muove un passo nel futuro:
vestirsi. Grida (gioco di ragazzi): « Ti ho visto, fai la statua! »,
ed io mi fermo dove mi trovo, come questa 
città
nella sua infanzia di gioia. Il mondo
è fatto di nudità e di pieghe, e in fondo a queste
c’è più amore che nei volti. Il tenore
piace perché scompare per sempre fra le quinte.
A notte, con una lacrima una pupilla azzurra
risciacqua il cristallino per dargli brillantezza.
E sopra di te la luna è come una piazza vuota:
senza fontana, certo. Ma la pietra è la stessa.

II

Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella gola di una brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato nello specchio sul comò,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e volano verso il mare a spalmarsi di miele.
O getto chiaro, occupati di questo flaccido
muscolo troppo bianco e gioca con il ricciolo
su questa bruciacchiata canizie. A un torso randagio
e a rastrelli in ozio niente è più vicino
che un panorama di rovine; e anch’esse
si riconoscono nell’ «erre»  rotta ebraica.
Soltanto la saliva del discorso sa incollare i pezzi,
mentre il Tempo contempla il foro con occhio barbarico.

III

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Puzza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo; nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

IV

Due brunette nella biblioteca del marito
della più bella. Due giovani ovali al crepuscolo
sopra un libro si scontrano: è come se la
Musa spiegasse alla Parca quello che ha dettato.
Fruscio di carta vecchia, di rosso crêpe de Chine,
l’aria è impregnata di lavanda e ciclamino;
cambio d’acconciatura: brilla un gomito, per un momento
è un picco avvezzo al mutare dei venti.
Occhio marrone, che assorbi senza sforzo
mobili del tuo colore, tende, chicchi di melagrana:
sei più acuto e più tenero dell’occhio azzurro.
Ma quello azzurro di nulla ha bisogno!
L’azzurro è sempre pronto a distinguere il padrone
dalle merci gettate alla rinfusa
(ossia: il tempo dalla vita), per scrutarlo.
Così cerca la testa di scrutare la croce.

V

Un pianoforte suona nell’intervallo del pasto.
E il silenzio del vicolo addormentato
si copre di bemolle, come un pesce di scaglie,
e l’intonaco bruno, gonfiando le branchie,
respira dell’agosto l’aria fradicia,
e nel cavo bruciante della gola, frantume
di refrigerio, come perla fredda,
rotola Orazio. Io non ho eretto
un monumento in pietra, alto
fino alle nuvole, per far loro paura.
Del mio avvenire – di quello di ciascuno –
ho appreso dalle lettere, dal nero-inchiostro.
Così ci si addormenta a una Leica abbracciati,
per rifrangere i sogni nella lente
e riconoscere se stessi dalla foto,
svegliandosi in una vita più lunga.

VI

Abbraccia l’aria pulita, come fanno i rami di questi pini:
fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.
Ma dalle nubi non torna più azzurro l’uccellino,
e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.
Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,
ed orizzonti, eccetera, sprezzano questa pelle liscia.
Corpo è rovescio dello spazio, comunque la si giri.
E perciò stesso noi siamo infelici.
Appòggiati piuttosto a questo portico, attraverso
la camicia il muro rinfrescherà le spalle;
e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,
e come l’acqua, maestra d’eloquenza,
scorre da fessure rugginose, e non ripete
nulla salvo la ninfa che suona l’ocarina,
e salvo il fatto che cruda, fredda,
trasforma il viso in liquida rovina.

VII

In questi vicoli stretti, dove ingombra
anche il pensiero di sé, in queste circonvoluzioni
di un cervello che ha smesso di pensare al mondo,
dove, infiacchito o in preda a eccitazione,
sposti le scarpe nelle piazze, da una fontana
a una fontana, da una chiesa a un tempio
– così va ciabattando sul disco la puntina,
dimenticando di fermarsi al centro –,
ci si può rassegnare alla frazione miseranda
della vita che resta e al passato che anela
alla finitezza, a una parvenza
d’integrità. Il suono della suola
sulla terra è della loro unione armonica
melodia, serenata che al futuro
intona il tempo che fu, Caruso puro
per il cane fuggito dal grammofono.

VIII

Batti sopra la pagina vuota, lingua di candela,
palpita, cùrvati sotto il fiato rotto,
segui, ma non avvicinarti!, la sequela di lettere
in coda per acquistare un senso.
Rischiari un muro, un armadio, il satiro in una nicchia,
un’area ben più grande di quella che ricopre la scrittura.
Ed il filo del tuo fumo s’innalza e supera
i pensieri dell’autore di queste righe.
Del resto, acquisti un nome nella loro struttura;
con la stilografica, in memoria delle sottili tue
virgole, alla fine del millennio a Roma
scrivo « lampada », « miccia», « torcia », « fiaccola »,
e virgola, non punto, e la camera ha l’aspetto di prima.
(Creando, ben poco la penna ha creato).
Ma quanta luce dà nella notte,
con il buio fondendosi, l’inchiostro!

IX

Guscio di cupole, vertebre di campanili.
D’un colonnato, disteso membro a membro, calma e voluttà.
Sulla testa un astore, come la radice quadrata
del cielo, prima d’ogni preghiera, senza fine.
La luce raccoglie più di quello che ha seminato:
il corpo riesce a nascondersi, ma l’ombra no.
In queste latitudini le finestre danno tutte a nord,
qui dove tu tanto più bevi quanto meno conti.
Nord! Pianoforte gelato in un immenso iceberg,
varicella del quarzo nel vaso di granito,
paese piatto incapace di fermare lo sguardo,
le dieci dita rapide del diletto Ashkenazy.
Non si possono spedire legioni più su.
Solo coorti di lettere schiera la penna a sud.
E un sopracciglio d’oro, come tramonto su un cornicione,
si solleva, e gli occhi dell’amica brillano scuri.

X

Vita privata. Pensieri rotti, paure.
Una trapunta più informe dell’Europa.
Grazie a una giubba sgualcita e a una camicia azzurra
qualcosa si riflette ancora nello specchio del guardaroba.
Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso.
L’aria è cinta, come da un pegno, dalla stanza.
Volano via spaventate le gazze
dai pini, se dalla finestra getti a caso
uno sguardo. Roma, uomo, carta;
il codino dell’ultima lettera guizza via come un ratto.
Così s’impiccioliscono le cose nella loro prospettiva,
qui per fortuna irreprensibile. Sui ghiacci del Tanai, dalla vista
di tutti dileguando, il corpo squassato dai brividi,
col lauro rinsecchito calcato sulla fronte,
così si vaga, in un tempo che oltrepassa i limiti
del tempo che è concesso ad ogni grande potenza.

XI

Lesbia, Giulia, Cinzia, Livia, Michelina.
Busto, anche, bacino, cespuglietto di ricci.
Terra cotta dal cielo, molle fra le dita,
carne che ha acquistato eternità come l’anonimità di un torso.
Fonte d’immortalità: quelli che vi hanno conosciuto
nude, sono diventati catullo, statue, augusto,
traiano e altri ancora. Dee provvisorie! A voi sì
credere è dolce, non alle sempiterne.
Gloria a te, coscia dalla tenera pelle, a te, tondo ventre!
Bianco su bianco; come sognava Kazimir,
io, il più mortale dei passanti tra queste rovine,
che si rizzano come costole del mondo, bevo vino
aridamente da un osso cavo, d’estate, nella sera.
Il cielo è pallido più di una gota con un neo dorato.
Guardano in su le cupole, mammelle della lupa che, allattati
i due gemelli, si è rovesciata a dormire.

 XII

Chìnati, Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti  uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Josif Alexandrovic Brodskij

1981

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Josif  Brodskij, Poesie italiane”, a cura di Serena Vitale, Adelphi Edizioni, 1996