Ninnananna di Cape Cod – Josif Alexandrovic Brodskij

ad A.B.
I

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte. Le cicale
non cantano più nei prati. Sui frontoni si decifrano male
le citazioni classiche. Indifferente una guglia con croce
s’annera, come una bottiglia abbandonata in un canto.
Da una pantera di pattuglia, luccicante nella landa,
la tastiera di Ray Charles.

Strisciando fuori dal grembo dell’oceano, un granchio viene a riva
sulla spiaggia vuota, nell’umida sabbia fra cerchi di detersivo
si sotterra a trovar refrigerio e s’addormenta. Le lancette
dell’orologio sulla torre di mattoni stridono. Sulla faccia
sudore. I fanali in fondo alla via sono bottoni d’una camicia
spalancata sul petto.

Afa. Il semaforo sfavilla, trasformando gli occhi
in mozzo di locomozione por la stanza al comodino col whiskey.
Si ferma un momento il cuore, ma batte sempre: il sangue, per un po’
vaga per le arterie, poi torna dove dev’essere, dov’è,
al crocicchio. Il corpo sembra una carta arrotolata, scala uno per tre,
e s’alza un ciglio a nord.

Strano pensarci, ma sono sopravvissuto. Succede,
la polvere copre le cose quadrate. Vendicandosi d’Euclide
prolunga Io spazio, oltre l’angolo, un’automobile.
Il buio scusa l’assenza di volti, voci e altro,
facendoli passare non tanto per fuggiaschi, quanto
per invisibili.

Afa. Un forte fruscio di foglie gonfie aumenta
sempre di più il sudore. Quello che nel buio sembra
un punto, una cosa sola può essere: una stella.
Depone un uovo un uccello che ha perso il nido,
sopra un campo di pallacanestro vuoto, nell’anello.
Odor di menta e di resèda.

II

Come l’onnipotente Scià tradire può
le mogli innumerevoli dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzzo di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

Soffiando dentro il piffero, come il fachiro
del tuo libro, attraverso file di giannizzeri verdi passai,
coi testicoli sentendo il freddo delle loro scuri,
come quando si entra nel mare. Ed ecco, con il sale
di quest’acqua ancora nella mia bocca, infine
varcai il confine

e via nuotai fra le nuvole-montoni. Giù, le strade
s’impolveravano, serpeggiavano i fiumi, s’ingiallivano
le aie. Qua, uno di fronte all’altro, calpestando la rugiada,
stavano, come lunghe righe di un libro non
chiuso, eserciti intenti al loro gioco, là
nereggiavano città

come caviale. Quindi s’addensò la tenebra.
Tutto si spense. Mal di testa, il rombo
dei motori. E lo spazio indietreggiò, come un gambero,
lasciando passare avanti il tempo. E il tempo
andò verso occidente, come a casa sua,
l’abito macchiato di buio.

Caddi nel sonno. Quando poi riapersi
gli occhi, il Nord era là dove la vespa
ha il pungiglione. Vidi nuovi cieli e
la stessa terra. E la terra giaceva
come da sempre fa ogni cosa piatta:
impolverata.

III

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine. La pelle della schiena alla pelle 
della spalliera è grata per il senso di fresco. Su un bracciolo
lontano una mano si fa legno. Giunture, nocche
si coprono del lustro della quercia. Il cervello picchia, 
come al bicchiere un ghiacciolo.

Afa. Una sala da biliardo chiusa. Sui gradini qualcuno,
sfregando un cerino, ritaglia dallo sfondo bruno
una faccia di negro anziano. Il Tribunale del distretto
sporgendo i denti bianchi del portico sopra il viale,
affonda, in attesa del lampo di fari casuali
nel fogliame troppo fitto.

Su tutto fiammeggia, come al festino di Baldassar,
la scritta « Coca Cola ». Nel giardino del kursaal
gorgoglia piano una fontana. A tratti una brezza lenta,
non riuscendo a cavare dalle sbarre
la più semplice roulade, scuote un giornale incastrato
dentro il cancello, indubbiamente

fatto di vecchie spalliere di letti. Afa. Appoggiato sul
moschetto il Milite Ignoto si fa ancora più
ignoto. Un peschereccio sfrega la radice rugginosa
del naso contro il cemento del molo. Con le sue branchie
metalliche, ronzando, il ventilatore acchiappa
l’aria calda degli Usa.

Fattore d’una moltiplicazione, tracciata
sulla sabbia, si fa immenso al buio l’oceano
ninnando per millenni una scheggia col morto flusso. E se brusco
un passo farai di traverso sull’imbarcadero, cadrai
a lungo, mani ai fianchi, di piedi, ma non mai
farà rumore il tuffo.

IV

Il cambio d’impero è legato al rombo delle parole e al
processo di salivazione, in seguito al discorso,
ed alla geometria non euclidea,
all’aumento graduale delle speranze d’incontro
(solitamente al polo) di due linee
parallele, con le legne

da tagliare, con la trasformazione dell’umido
vecchio rovescio del cappotto-vita
in un asciutto nuovo taglio d’abito
(col gelo in tweed, in anchina d’estate),
al cervello indurito
per le feste. Di tutte

la parti interne in genere soltanto gli occhi
conservano la loro gelatinosità. Giacché il cambio
d’impero è strettamente legato allo sguardo
oltre il mare (perché dentro noi sonnecchia
il pesce), con la scriminatura
che cambia positura

allo specchio, da destra a sinistra… Con la gengiva
malata e il mal di ventre per il nuovo cibo.
Con quella forte, bianca opacità
ch’è nei pensieri e che riflette intera
la carta liscia da scrivere. E allora
a cercare affinità

corre la penna. Fra le mani avete
la stessa penna di prima. Le alberete
hanno le stesse piante. Fra le nubi
c’è lo stesso rombante bombardiere,
che vola a bombardare chissà dove.
Viene subito sete.

V

Noi paesi della Nuova Inghilterra, come usciti dalla risacca,
lungo tutto il litorale, scintillando con la scaglia
butterata di embrici e tegole, come banchi
di pesci assopiti, stan le case nel buio, capitati nella
rete di un continente, scoperto da merluzzo e da sardella.
Non la sardella e neanche

il merluzzo, però, si sono meritate statue
solenni (e sarebbe tanto più semplice con le date).
Quanto alla bandiera di qui, neppure
quella è adornata da loro e al buio sembra,
come direbbe Louis Sullivan, il disegno
di torri alte fra le nubi.

Afa. In veranda un uomo con l’asciugamano
annodato al collo. Col suo misero corpicino
una falena picchiando contro la maglia
di ferro, rimbalza come una pallottola da un arbusto
invisibile sparata dalla natura a se stessa,
alla metà di luglio.

Poiché l’orologio continua il suo cammino, con gli anni
il dolore si attenua. Se è panacea agli affanni
il tempo, è in forza del fatto che non sopporta la fretta,
diventa forma dell’insonnia: procedendo a piedi, a nuoto,
nell’emisfero croce i sogni conservano la realtà brutta
dell’emisfero testa.

Afa. Immobilità di piante enormi. Un cane urla.
La testa, barcollando, trattiene sull’orlo
della memoria labili numeri di telefono, visi. Se c’è una
tragedia vera, dove sipario è mantello,
muore non l’eroe fiero, ma, cadendo in sfacelo,
logorata, la scena.

VI

Poiché è tardi ormai per dire « addio »
e ricevere una risposta, escluso
l’eco, che sembra scongiurare « anch’io »
a tempo e spazio, fintamente maestosi
pronti ad elevare tutto al cubo
ciò che alle labbra rubano,
io scrivo queste mie righe, cercando,
con la mano affannata, un po’ alla cieca,
di prevenire anche soltanto di un secondo
l’« a che pro? » da quelle stesse labbra pronto
a involarsi e a navigare attraverso
la notte, ingigantendo.

Io scrivo da un Impero che distende
tutti i confini fino all’acqua. Sulla pelle
ho sperimentato due oceani e due continenti,
mi sento quasi come il globo: non
c’è più un posto dove andare. Solo stelle
più in là. E brillano.

Meglio guardar nel telescopio là,
dove una chiocciola s’è attaccata sotto una foglia.
Ho sempre avuto in mente, dicendo « infinità »,
l’arte di suddividere in tre la bottiglia
senza sprecare una goccia, alla luce degli astri,
non abbondanza di verste.

Notte. Da un partenone giunge roco un « cu-cu ».
Stanno le legioni, appoggiate alle coorti,
o i fori ai circhi. La luna lassù,
sembra una palla in un campo da tennis deserto.
Il sogno della regina degli scacchi: un parquet nudo, libero.
Ma senza mobili non si può vivere.

VII

Solo intessuto di fili di ragno ha diritto
l’angolo d’essere denominato retto.
Solo sentendo “bravo” l’attore si rialza. Solo
con una leva il corpo può alzare il mondo.
Si muove il corpo, solo se la gamba
è perpendicolare al suolo.

Afa. Nell’opaco anfiteatro d’un acquaio in zinco, in folla
gli scarafaggi circondano la spoglia
senza colore d’una spugna secca.
Girando la corona, il rubinetto,
quasi fronte di Cesare, senza pietà sopra le blatte
rovescia una colonna d’acqua.

Afa. Le bolle alle pareti del bicchiere
sembrano gli occhi del formaggio. È chiaro,
propria è alla cosa trasparente come
alla massa solida la gravità. Alla maniera del raggio,
gorgogliando, anche 9,81 si rifrange
nella carne dell’uomo.

Sulla rastrelliera appaiono soltanto i bianchi piatti,
come pagoda caduta; di profilo. E lo spazio rispetta
solo le cose che hanno tratti ripetibili. Le
rose. Ne vedi una, subito ce n’è un’altra: insetti
pullulano ronzando nella massa scarlatta,
api, vespe, libellule.

Afa. Servìle com’è, sopra il muro anche l’ombra
ripete il moto della mano che dalla fronte
toglie il sudore. L’odore del corpo vecchio è acuto
più del contorno. S’abbassa la lucidità. Nella sua
lazza d’osso il cervello si sfalda. Non c’è nessuno
che possa mettere lo sguardo a fuoco.

VIII

Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell’ansia!
Come il pesce sullo sabbia, l’uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s’alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.

Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettale.

Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,
come la stella in cielo, va in declino, finisce.
Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,
c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,
terraferma. E le sue sabbie incanta
del nasello il quieto canto:

« Più grande dello spazio è il tempo. Spazio è cosa.
Tempo, in fondo, è pensiero della cosa.
Vita è forma del tempo. Carpa o tinca,
un suo coagulo. E sono coagulo anche
articoli di genere più forte:
onde, suolo. E morte.

Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,
sorge un suono, echeggia una parola.
“Amare” forse, o forse solo “ehi”.
Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta
tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,
come dalle tue ciocche ».

IX

L’uomo riflette sulla propria vita,
come la notte sulla lampada. A un momento dato
oltrepassa i confini di uno dei due emisferi,
il pensiero, e scivola via, come fosse una coltre,
denudando qualcosa, forse un gomito; la notte
è ingombrante, questo è vero,

ma non così smisurata da pensare che ricopra
entrambi gli emisferi. E l’asia e l’europa
del cervello, e le altre gocce di terra in mare, e l’africa,
a poco a poco scricchiando sull’asse secca, ruotano,
esibendo la loro vizza gota,
verso l’airone elettrico.

Guarda un po’: Aladino dice « sesamo » ed ha davanti l’oro;
chiamando Bruto, Cesare vaga nel deserto foro;
nel chiosco al Figlio del cielo parla d’amore l’usignolo;
una vergine dondola sotto il lume una cuna;
accenna sulla sabbia un papuaso nudo
un boogie-woogie.

Afa. Calciando al buio col ginocchio scoperto, in sonno,
capisci all’improvviso, a letto, che è un matrimonio:
che s’è voltato su un fianco a mille miglia di distanza
il corpo, con il quale da gran tempo
hai in comune solamente il fondo
dell’oceano e l’esperienza

della nudità; ma non per questo ci si alza in due.
Perché mentre laggiù c’è chiaro, qui nel tuo
emisfero fa buio. Per così dire, un astro solo
non basta per due corpi ordinari. Ossia
il globo è stato messo insieme, come voleva Iddio.
E non bastava un sole.

X

Abbassando le palpebre, un fondo di lenzuolo
vedo e la curva di un gomito. È
il paradiso, qui dove mi trovo,
poiché è luogo di fiacchezza il paradiso. Poiché
questo è uno di quei pianeti dove
non esiste prospettiva.

Prova a toccare con il tuo dito la punta
della penna, l’angolo del tavolo: questo
vedi, suscita dolore. Dove la cosa è acuta
si trova il paradiso dell’oggetto;
paradiso, raggiungibile in vita soltanto
perché l’oggetto non puoi prolungarlo.

Dove mi trovo è una sorta di picco
di montagna. Più in là è aria, Chronos.
Serba queste parole. Il paradiso è un vicolo cieco.
È un promontorio che s’incunea in mare. Un cono.
È la prua di un piroscafo di ferro.
Ma non si grida « Terra! ».

Si può dire soltanto che ore sono.
Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Moltiplica per due ciò che non c’è, e ti farai
finalmente un’idea di questo posto.
Poiché sono parole anche le cifre,
qui non hanno più significato del gesto,
che si scioglie nell’aria senza traccia,
come un pezzetto di ghiaccio.

XI

Restano delle grandi cose parole già dette,
liberi profili d’alberi, qualche tenace data;
ed anche un corpo col cappello di carta, in vista
dell’oceano. Come uno specchio, il corpo sta nel buio:
sul suo viso, nella sua mente non c’è nulla,
soltanto crespe.

Fatto d’amore, sogni sporchi, paura della morte, polvere,
tastandosi le ossa fragili, l’inguine vulnerabile,
quel corpo serve da prepuzio dello spazio, che filtra il seme:
una lacrima inargenta uno zigomo,
e si fa membro di se stesso l’uomo
e si getta nel Tempo.

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte, alla gola.
Il padiglione ascolta dalla chiocciola
il suo verbo, cioè ascolta la propria voce. Spreco
che sviluppa le corde, ma spegne lo sguardo.
Perché nel tempo puro non c’è incaglio,
per generare l’eco.

Afa. Soltanto se, tirato il fiato,
stai supino, puoi dirigere il discorso insecchito
in su, a quella deserta, muta landa.
Solo l’idea di se stesso e di un grande paese
può gettarvi di notte da parete a parete,
alla maniera di una ninnananna.

Dormi perciò tranquillo. Dormi. In questo senso, tu 
dormi, come coloro che hanno  fatto pipì.
I paesi confondono carte, subito avvezzi a spazi altrui. E,
ogni volta che senti l’uscio stridere,
non domandare « chi è? », e mai non credere 
a chi risponde chi è.

XII

L’uscio stride. Alla soglia sta un merluzzo.
Chiede da bere, è naturale, nel nome di Dio.
Non puoi lasciarlo andare senza un tozzo
di pane. E gli indichi la via, una via
contorta. Il merluzzetto se ne va.
Ma un altro, là per là

prova a picchiare all’uscio con il piede
(fra loro uguali come due bicchieri).
E per tutta la notte vengono, a schiere.
Ma chi vive sull’oceano deve sapere
come dormire, chiudendo gli orecchi, tranquillo,
al passo cadenzato del nasello.

Dormi, dormi. La terra non è tonda.
Poggetti, valloncelli: è solo lunga.
Ma più lungo della terra è l’oceano: l’onda
si frange a volte sulla sabbia come ruga
sulla fronte. E terra e onda sono più corte
solo della fila dei giorni.

E delle notti. E più in là, nebbia fitta:
angeli in paradiso, all’inferno demoni.
Ma cento volte più lunghi di questa fila
sono i pensieri di vita e il pensiero di morte.
Di quest’ultimo è lungo assai di più
il pensiero del Nulla; ma laggiù

è improbabile che l’occhio possa arrivare, e cosi
da sé si chiude per veder le cose.
Così soltanto, in sogno, è concesso di norma
agli occhi d’assuefarsi al mondo. Sogni profetici o
malefici, a seconda di chi dorme.
Stride un merluzzo all’uscio.

Josif Alexandrovic Brodskij

1975

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

«Addio» – Josif Alexandrovic Brodskij

Donata Wenders, In the Snow IX, Allgäu, 2010

 

Addio,
dimentica
e perdona.
E brucia le lettere,
come un ponte.
E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.
E che ci sia nell’oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco.
Che ci siano tormente,
nevi, piogge
e lo scoppiettio furioso della fiamma,
e che tu abbia in futuro
più fortuna di me.
E che possa esserci una possente e splendida
battaglia
che risuona nel tuo petto.

Sono felice
per quelli che forse
sono
in viaggio con te.

Josif Alexandrovic Brodskij

1957

(Traduzione di Silvia Comoglio)

dall’annuario Tellus, n. 29, Editrice LaboS, 2008

Elegie romane – Josif Alexandrovic Brodskij

a Benedetta Craveri       

 

I

Mogano prigioniero in un salotto a Roma.
Isola polverosa di cristallo sotto il soffitto.
Nell’ora del tramonto le persiane sono come
un pesce che ha confuso scaglie e lisca.
Poggiando sul marmo rosso il piede nudo
il corpo muove un passo nel futuro:
vestirsi. Grida (gioco di ragazzi): « Ti ho visto, fai la statua! »,
ed io mi fermo dove mi trovo, come questa 
città
nella sua infanzia di gioia. Il mondo
è fatto di nudità e di pieghe, e in fondo a queste
c’è più amore che nei volti. Il tenore
piace perché scompare per sempre fra le quinte.
A notte, con una lacrima una pupilla azzurra
risciacqua il cristallino per dargli brillantezza.
E sopra di te la luna è come una piazza vuota:
senza fontana, certo. Ma la pietra è la stessa.

II

Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella gola di una brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato nello specchio sul comò,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e volano verso il mare a spalmarsi di miele.
O getto chiaro, occupati di questo flaccido
muscolo troppo bianco e gioca con il ricciolo
su questa bruciacchiata canizie. A un torso randagio
e a rastrelli in ozio niente è più vicino
che un panorama di rovine; e anch’esse
si riconoscono nell’ «erre»  rotta ebraica.
Soltanto la saliva del discorso sa incollare i pezzi,
mentre il Tempo contempla il foro con occhio barbarico.

III

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Puzza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo; nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

IV

Due brunette nella biblioteca del marito
della più bella. Due giovani ovali al crepuscolo
sopra un libro si scontrano: è come se la
Musa spiegasse alla Parca quello che ha dettato.
Fruscio di carta vecchia, di rosso crêpe de Chine,
l’aria è impregnata di lavanda e ciclamino;
cambio d’acconciatura: brilla un gomito, per un momento
è un picco avvezzo al mutare dei venti.
Occhio marrone, che assorbi senza sforzo
mobili del tuo colore, tende, chicchi di melagrana:
sei più acuto e più tenero dell’occhio azzurro.
Ma quello azzurro di nulla ha bisogno!
L’azzurro è sempre pronto a distinguere il padrone
dalle merci gettate alla rinfusa
(ossia: il tempo dalla vita), per scrutarlo.
Così cerca la testa di scrutare la croce.

V

Un pianoforte suona nell’intervallo del pasto.
E il silenzio del vicolo addormentato
si copre di bemolle, come un pesce di scaglie,
e l’intonaco bruno, gonfiando le branchie,
respira dell’agosto l’aria fradicia,
e nel cavo bruciante della gola, frantume
di refrigerio, come perla fredda,
rotola Orazio. Io non ho eretto
un monumento in pietra, alto
fino alle nuvole, per far loro paura.
Del mio avvenire – di quello di ciascuno –
ho appreso dalle lettere, dal nero-inchiostro.
Così ci si addormenta a una Leica abbracciati,
per rifrangere i sogni nella lente
e riconoscere se stessi dalla foto,
svegliandosi in una vita più lunga.

VI

Abbraccia l’aria pulita, come fanno i rami di questi pini:
fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.
Ma dalle nubi non torna più azzurro l’uccellino,
e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.
Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,
ed orizzonti, eccetera, sprezzano questa pelle liscia.
Corpo è rovescio dello spazio, comunque la si giri.
E perciò stesso noi siamo infelici.
Appòggiati piuttosto a questo portico, attraverso
la camicia il muro rinfrescherà le spalle;
e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,
e come l’acqua, maestra d’eloquenza,
scorre da fessure rugginose, e non ripete
nulla salvo la ninfa che suona l’ocarina,
e salvo il fatto che cruda, fredda,
trasforma il viso in liquida rovina.

VII

In questi vicoli stretti, dove ingombra
anche il pensiero di sé, in queste circonvoluzioni
di un cervello che ha smesso di pensare al mondo,
dove, infiacchito o in preda a eccitazione,
sposti le scarpe nelle piazze, da una fontana
a una fontana, da una chiesa a un tempio
– così va ciabattando sul disco la puntina,
dimenticando di fermarsi al centro –,
ci si può rassegnare alla frazione miseranda
della vita che resta e al passato che anela
alla finitezza, a una parvenza
d’integrità. Il suono della suola
sulla terra è della loro unione armonica
melodia, serenata che al futuro
intona il tempo che fu, Caruso puro
per il cane fuggito dal grammofono.

VIII

Batti sopra la pagina vuota, lingua di candela,
palpita, cùrvati sotto il fiato rotto,
segui, ma non avvicinarti!, la sequela di lettere
in coda per acquistare un senso.
Rischiari un muro, un armadio, il satiro in una nicchia,
un’area ben più grande di quella che ricopre la scrittura.
Ed il filo del tuo fumo s’innalza e supera
i pensieri dell’autore di queste righe.
Del resto, acquisti un nome nella loro struttura;
con la stilografica, in memoria delle sottili tue
virgole, alla fine del millennio a Roma
scrivo « lampada », « miccia», « torcia », « fiaccola »,
e virgola, non punto, e la camera ha l’aspetto di prima.
(Creando, ben poco la penna ha creato).
Ma quanta luce dà nella notte,
con il buio fondendosi, l’inchiostro!

IX

Guscio di cupole, vertebre di campanili.
D’un colonnato, disteso membro a membro, calma e voluttà.
Sulla testa un astore, come la radice quadrata
del cielo, prima d’ogni preghiera, senza fine.
La luce raccoglie più di quello che ha seminato:
il corpo riesce a nascondersi, ma l’ombra no.
In queste latitudini le finestre danno tutte a nord,
qui dove tu tanto più bevi quanto meno conti.
Nord! Pianoforte gelato in un immenso iceberg,
varicella del quarzo nel vaso di granito,
paese piatto incapace di fermare lo sguardo,
le dieci dita rapide del diletto Ashkenazy.
Non si possono spedire legioni più su.
Solo coorti di lettere schiera la penna a sud.
E un sopracciglio d’oro, come tramonto su un cornicione,
si solleva, e gli occhi dell’amica brillano scuri.

X

Vita privata. Pensieri rotti, paure.
Una trapunta più informe dell’Europa.
Grazie a una giubba sgualcita e a una camicia azzurra
qualcosa si riflette ancora nello specchio del guardaroba.
Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso.
L’aria è cinta, come da un pegno, dalla stanza.
Volano via spaventate le gazze
dai pini, se dalla finestra getti a caso
uno sguardo. Roma, uomo, carta;
il codino dell’ultima lettera guizza via come un ratto.
Così s’impiccioliscono le cose nella loro prospettiva,
qui per fortuna irreprensibile. Sui ghiacci del Tanai, dalla vista
di tutti dileguando, il corpo squassato dai brividi,
col lauro rinsecchito calcato sulla fronte,
così si vaga, in un tempo che oltrepassa i limiti
del tempo che è concesso ad ogni grande potenza.

XI

Lesbia, Giulia, Cinzia, Livia, Michelina.
Busto, anche, bacino, cespuglietto di ricci.
Terra cotta dal cielo, molle fra le dita,
carne che ha acquistato eternità come l’anonimità di un torso.
Fonte d’immortalità: quelli che vi hanno conosciuto
nude, sono diventati catullo, statue, augusto,
traiano e altri ancora. Dee provvisorie! A voi sì
credere è dolce, non alle sempiterne.
Gloria a te, coscia dalla tenera pelle, a te, tondo ventre!
Bianco su bianco; come sognava Kazimir,
io, il più mortale dei passanti tra queste rovine,
che si rizzano come costole del mondo, bevo vino
aridamente da un osso cavo, d’estate, nella sera.
Il cielo è pallido più di una gota con un neo dorato.
Guardano in su le cupole, mammelle della lupa che, allattati
i due gemelli, si è rovesciata a dormire.

 XII

Chìnati, Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti  uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Josif Alexandrovic Brodskij

1981

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Josif  Brodskij, Poesie italiane”, a cura di Serena Vitale, Adelphi Edizioni, 1996

Adieu, Mademoiselle Véronique – Josif Alexandrovic Brodskij

Foto di Donata Wenders

 
I

Se finirò i miei giorni sotto l’ale
della colomba, come pare certo –
il tritacarne è diventato un lusso
delle nazioni piccole, ora Marte
dopo svariati casi è trasferito
più vicino alle palme, e io non tocco
una mosca neppure al suo apogeo,
in luglio – insomma se non morirò
di pallottola, ma in pigiama, a letto,
giacché appartengo a una grande potenza,

II

se – fra vent’anni – mio figlio, incapace
di smerciare il bagliore dell’alloro,
saprà da solo guadagnarsi il pane,
oserò abbandonare la famiglia,
sotto tutela per insania, andrò,
a piedi se avrò forza – fra vent’anni –
in quella casa con la farmacia
che sola serba in Russia il tuo ricordo,
seppure sia scorretto ricercare
ciò che sulla sua via altri ha lasciato.

III

I moralisti lo chiaman progresso.
Cercherò – fra vent’anni – la poltrona,
nella quale davanti a me sedevi,
la Settimana Santa, il quinto giorno,
quando si compie la Passione, braccia,
come Napoleone all’Elba, in croce.
Biancheggiavano i salici ai crocicchi,
e tu sedevi tenendo le braccia
incrociate sul verde del vestito,
senza rischiare di aprirle agli abbracci.

IV

Nella benevolenza, è questa posa
punto di luce per la nostra vita.
Non immobilità, è apoteosi
dell’oggetto in noi stessi, è barattare
quiete in cambio di sottomissione.
Nuovo comandamento pei cristiani:
assisterai e sempre terrai caro
colui che resterà in sé un morto oggetto
e non si desterà forse neppure
quando Gabriele suonerà la tromba.

     V

Non usano i profeti essere sani.
Nella massa i veggenti sono storpi.
E io non son più indovino di Calcante.
Perché far profezie è come annusare
con la visiera dell’elmo abbassata,
un cactus o una bocca-di-leone,
come studiare l’alfabeto in Braille.
Non c’è speranza. E nel mondo, tastando,
oggetti come te ne trovi pochi.
Il tuo oracolo sono le tue vittime.

   VI

Tu certamente mi perdonerai
la mia buffoneria. È il miglior modo
per tutelare i sentimenti forti
dalla massa dei deboli. La maschera,
all’uso greco, è tornata di moda:
perché oggi a perire sono i forti,
e all’ingrosso e al minuto si moltiplicano
i deboli. Eccoti oggi, mio post scriptum
alla sbiadita ipotesi di Darwin,
questa mia nuova legge delle giungle.

   VII

E fra vent’anni (poiché ricordare
quello che è assente è più agevole sempre
che dall’esterno colmarlo con altro –
per questo è più penosa della tua
l’assenza della legge –) nuovo Gogol’,
saprò fissare a lungo, senza volgermi,
senza cautele antiche, senza dubbi,
mentre dal rubinetto sgoccia, accesa
dalla lanterna magica di Pasqua,
come uno schermo, la spalliera vuota.

   VIII

Per noi grandezza è nel passato e prosa
nel futuro. Non posso chieder nulla
alla poltrona vuota, come a te,
che vi sedevi più calma del Garda,
braccia incrociate, come ho detto. E insomma
son troppo meno ampi i nostri abbracci
del gesto aperto sulla Croce: idea
del vate zoppo che mi guizza innanzi,
oggi, ’67, sotto Pasqua,
il salto agli anni novanta negandomi.

    IX

Se non mi salverà quella colomba
con un suo uovo, io resterò solo
in questo labirinto senza Arianna
(la morte ha sue varianti, e prevederle
è atto di coraggio anch’esso) e, ahimè,
meriterò diarrea, colera, lager.
Ma se soltanto non è una menzogna
che Lazzaro resuscitò da morte,
anch’io risorgerò e tanto più in fretta
alla poltrona mi avvicinerò.

    X

Ma poi la fretta è stupida ed inutile.
Vale! Non c’è ragione d’affrettarsi.
Una poltrona forte non rovina
facilmente, perché da noi, in Oriente,
serve il mobilio tre generazioni
di seguito. Rapine e incendi esclusi.
Il peggio è che la mettano nel mucchio
in un trasloco. E allora sono pronto
persino ad intagliare nel suo legno
una colomba e un colombo intrecciati.

   XI

Ed ora giri pure, ape nell’arnia,
nelle orbite comuni delle sedie
la tua poltrona in sala, nella notte.
Un marchio non è infamia, ma la base
per una nuova astronomia, che prova
– lo dico sottovoce – l’esperienza
d’esercito e di carcere: i marchiati
sui vivi e i morti hanno solido sguardo.
Non fisserò, come i visi al tuo simili,
con l’angoscia di Ulisse, ogni poltrona.

    XII

Non colleziono antichità. Il discorso
sulla poltrona è un po’ lungo, ma, sappi,
solo d’altri discorsi è paradigma.
Perché restano di ogni grande fede
soltanto sacre reliquie, di regola.
Giudica tu la forza dell’amore,
se trasformo le cose che hai toccato
in reliquie, te viva. E questi modi
non mostrano grandezza nel cantore,
ma il segno in lui di una grande potenza.

     XIII

L’aquila russa scoronata è simile
a una cornacchia, ed il suo grido altero
si è tramutato in gracchio. È la vecchiaia
delle aquile ovvero s’avviluppa
nelle forme, negli echi del potere
la passione. E di pochi altri canti
è la canzone d’amore più bassa.
È sentimento imperiale l’amore.
Perciò con te, così come tu sei,
non può parlare altrimenti la Russia.

      XIV

Sta la poltrona immobile e s’imbeve
di tepore domestico. Le gocce
nel lavandino cadono una a una.
Stride piano una sveglia sotto il lume.
Sui vuoti muri va la luce uguale
e alla finestra sui fiori che tentano
di allungare la stanza oltre il telaio
con l’ombre loro. E tutto crea il quadro
di come è stato – e lontano e vicino –
prima di noi. E come sarà dopo. 

                                          XV

A te la buona notte, e possa anch’io
dormire. Per saldare con me i conti,
auguro buona notte al mio paese
di laggiù, dove – distanza o miracolo –
in indirizzo ti sei tramutata.
Di dietro ai vetri stormiscono gli alberi,
e il contorno dei tetti segna il limite
dei giorni… Il corpo è immobile: la mente
apre a volte un condotto nella mano,
come in un forno. E la penna t’insegue.

                                        XVI

Non ti raggiungerà. Sei come nube.
Nube e parvenza della donna, quindi,
per l’uomo, o Musa, parvenza dell’anima.
Qui è il principio e la morte dell’unione:
sono incarnali le anime. Sempre
più lontana da me sei e la penna
non ti raggiungerà… Dammi la mano
per l’addio. Grazie. È solenne il distacco,
è per sempre. La cetra ormai si tace.
Sempre non è una parola, è una cifra,
che, quando su di noi crescerà l’erba,
coprirà il tempo e l’ora coi suoi zeri.

Josif Alexandrovic Brodskij

1967

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Fermata nel deserto”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

***

Прощайте, мадемуазель Вероника

I

Если кончу дни под крылом голубки,
что вполне реально, раз мясорубки
становятся роскошью малых наций –
после множества комбинаций
Марс перемещается ближе к пальмам;
а сам я мухи не трону пальцем
даже в ее апогей, в июле –
словом, если я не умру от пули,
если умру в постели, в пижаме,
ибо принадлежу к великой державе,

II

то лет через двадцать, когда мой отпрыск,
не сумев отоварить лавровый отблеск,
сможет сам зарабатывать, я осмелюсь
бросить свое семейство – через
двадцать лет, окружен опекой,
по причине безумия, в дом с аптекой
я приду пешком, если хватит силы,
за единственным, что о тебе в России
мне напомнит. Хоть против правил
возвращаться за тем, что другой оставил.

III

Это в сфере нравов сочтут прогрессом.
Через двадцать лет я приду за креслом,
на котором ты предо мной сидела
в день, когда для Христова тела
завершались распятья муки –
в пятый день Страстной ты сидела, руки
скрестив, как Буонапарт на Эльбе.
И на всех перекрестках белели вербы.
Ты сложила руки на зелень платья,
не рискуя их раскрывать в объятья.

IV

Данная поза, при всей приязни,
это лучшая гемма для нашей жизни.
И она отнюдь не недвижность. Это –
апофеоз в нас самих предмета:
замена смиренья простым покоем.
То есть, новый вид христианства, коим
долг дорожить и стоять на страже
тех, кто, должно быть, способен, даже
когда придет Гавриил с трубою,
мертвый предмет продолжать собою!

V

У пророков не принято быть здоровым.
Прорицатели в массе увечны. Словом,
я не более зряч, чем назонов Калхас.
Потому прорицать – все равно, что кактус
или львиный зев подносить к забралу.
Все равно, что учить алфавит по Брайлю.
Безнадежно. Предметов, по крайней мере,
на тебя похожих наощупь, в мире,
что называется, кот наплакал.
Какова твоя жертва, таков оракул.

   VI

Ты, несомненно, простишь мне этот
гаерский тон. Это – лучший метод
сильные чувства спасти от массы
слабых. Греческий принцип маски
снова в ходу. Ибо в наше время
сильные гибнут. Тогда как племя
слабых – плодится и врозь и оптом.
Прими же сегодня, как мой постскриптум
к теории Дарвина, столь пожухлой,
эту новую правду джунглей.

VII

Через двадцать лет – ибо легче вспомнить
то, что отсутствует, чем восполнить
это чем-то иным снаружи;
ибо отсутствие права хуже,
чем твое отсутствие, – новый Гоголь,
насмотреться сумею, бесспорно, вдоволь,
без оглядки вспять, без былой опаски, –
как волшебный фонарь Христовой Пасхи
оживляет под звуки воды из крана
спинку кресла пустого, как холст экрана.

VIII

В нашем прошлом величье. В грядущем – проза.
Ибо с кресла пустого не больше спроса,
чем с тебя, в нем сидевшей Ла Гарды тише,
руки сложив, как писал я выше.
Впрочем, в сумме своей наших дней объятья
много меньше раскинутых рук распятья.
Так что эта находка певца хромого
сейчас, на Страстной Шестьдесят Седьмого,
предо мной маячит подобьем вето
на прыжки в девяностые годы века.

     IX

Если меня не спасет та птичка,
то есть, если она не снесет яичка
и в сем лабиринте без Ариадны
(ибо у смерти есть варианты,
предвидеть которые – тоже доблесть)
я останусь один и, увы, сподоблюсь
холеры, доноса, отправки в лагерь,
то – если только не ложь, что Лазарь
был воскрешен, то я сам воскресну.
Тем скорее, знаешь, приближусь к креслу.

      X

Впрочем, спешка глупа и греховна. Vale!
То есть некуда так поспешать. Едва ли
может крепкому креслу грозить погибель.
Ибо у нас на Востоке мебель
служит трем поколеньям кряду.
А я исключаю пожар и кражу.
Страшней, что смешать его могут с кучей
других при уборке. На этот случай
я даже сделать готов зарубки,
изобразив голубка’ голу’бки.

XI

Пусть теперь кружит, как пчелы ульев,
по общим орбитам столов и стульев
кресло твое по ночной столовой.
Клеймо – не позор, а основа новой
астрономии, что – перейдем на шепот –
подтверждает армейско-тюремный опыт:
заклейменные вещи – источник твердых
взглядов на мир у живых и мертвых.
Так что мне не взирать, как в подобны лица,
на похожие кресла с тоской Улисса.

XII

Я – не сборщик реликвий. Подумай, если
эта речь длинновата, что речь о кресле
только повод проникнуть в другие сферы.
Ибо от всякой великой веры
остаются, как правило, только мощи.
Так суди же о силе любви, коль вещи
те, к которым ты прикоснулась ныне,
превращаю – при жизни твоей – в святыни.
Посмотри: доказуют такие нравы
не величье певца, но его державы.

XIII

Русский орел, потеряв корону,
напоминает сейчас ворону.
Его, горделивый недавно, клекот
теперь превратился в картавый рокот.
Это – старость орлов или – голос страсти,
обернувшийся следствием, эхом власти.
И любовная песня – немногим тише.
Любовь – имперское чувство. Ты же
такова, что Россия, к своей удаче,
говорить не может с тобой иначе.

XIV

Кресло стоит и вбирает теплый
воздух прихожей. В стояк за каплей
падает капля из крана. Скромно
стрекочет будильник под лампой. Ровно
падает свет на пустые стены
и на цветы у окна, чьи тени
стремятся за раму продлить квартиру.
И вместе все создает картину
того в этот миг − и вдали, и возле −
как было до нас. И как будет после.

XV

Доброй ночи тебе, да и мне − не бденья.
Доброй ночи стране моей для сведенья
личных счетов со мной пожелай оттуда,
где, посредством верст или просто чуда,
ты превратишься в почтовый адрес.
Деревья шумят за окном, и абрис
крыш представляет границу суток…
В неподвижном теле порой рассудок
открывает в руке, как в печи, заслонку.
И перо за тобою бежит в догонку.

XVI

Не догонит!… Поелику ты как облак.
То есть, облик девы, конечно, облик
души для мужчины. Не так ли, Муза?
В этом причины и смерть союза.
Ибо души − бесплотны. Ну что ж. Тем дальше
Ты от меня. Не догонит!… Дай же
на прощание руку. На том спасибо.
Величава наша разлука, ибо
навсегда расстаемся. Смолкает цитра.
Навсегда − не слово, а вправду цифра,
чьи нули, когда мы зарастем травою,
перекроют эпоху и век с лихвою.

Ио́сиф Алекса́ндрович Бро́дский

1967

da “Форма времени. Т. 1: Стихотворения”, Эридан, 1992

Farfalla – Josif Alexandrovic Brodskij

Giovanni Gastel, metamorfosi Magaryta, 2013

I

Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare «vita»
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù, come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono puntine
né per il buio.

XIII

Ti dirò « Addio »?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

Josif Alexandrovic Brodskij

1972

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

***

Бабочка

I

Сказать, что ты мертва?
Но ты жила лишь сутки.
Как много грусти в шутке
Творца! едва
могу произнести
”жила” — единство даты
рожденья и когда ты
в моей горсти
рассыпалась, меня
смущает вычесть
одно из двух количеств
в пределах дня.

II

Затем что дни для нас —
ничто. Всего лишь
ничто. Их не приколешь,
и пищей глаз
не сделаешь: они
на фоне белом,
не обладая телом,
незримы. Дни,
они как ты; верней,
что может весить
уменьшенный раз в десять
один из дней?

III

Сказать, что вовсе нет
тебя? Но что же
в руке моей так схоже
с тобой? и цвет —
не плод небытия.
По чьей подсказке
и так кладутся краски?
Навряд ли я,
бормочущий комок
слов, чуждых цвету,
вообразить бы эту
палитру смог.

IV

На крылышках твоих
зрачки, ресницы —
красавицы ли, птицы —
обрывки чьих,
скажи мне, это лиц,
портрет летучий?
Каких, скажи, твой случай
частиц, крупиц
являет натюрморт:
вещей, плодов ли?
и даже рыбной ловли
трофей простерт.

V

Возможно, ты — пейзаж,
и, взявши лупу,
я обнаружу группу
нимф, пляску, пляж.
Светло ли там, как днем?
иль там уныло,
как ночью? и светило
какое в нем
взошло на небосклон?
чьи в нем фигуры?
Скажи, с какой натуры
был сделан он?

VI

Я думаю, что ты —
и то, и это:
звезды, лица, предмета
в тебе черты.
Кто был тот ювелир,
что, бровь не хмуря,
нанес в миниатюре
на них тот мир,
что сводит нас с ума,
берет нас в клещи,
где ты, как мысль о вещи,
мы — вещь сама?

VII

Скажи, зачем узор
такой был даден
тебе всего лишь на день
в краю озер,
чья амальгама впрок
хранит пространство?
А ты — лишает шанса
столь краткий срок
попасть в сачок,
затрепетать в ладони,
в момент ногони
пленить зрачок.

VIII

Ты не ответишь мне
не по причине
застенчивости и не
со зла, и не
затем что ты мертва.
Жива, мертва ли —
но каждой Божьей твари
как знак родства
дарован голос для
общенья, пенья:
продления мгновенья,
минуты, дня.

IX

А ты — ты лишена
сего залога.
Но, рассуждая строго,
так лучше: на
кой ляд быть у небес
в долгу, в реестре.
Не сокрушайся ж, если
твой век, твой вес
достойны немоты:
звук — тоже бремя.
Бесплотнее, чем время,
беззвучней ты.

X

Не ощущая, не
дожив до страха,
ты вьешься легче праха
над клумбой, вне
похожих на тюрьму
с ее удушьем
минувшего с грядущим,
и потому,
когда летишь на луг
желая корму,
приобретает форму
сам воздух вдруг.

XI

Так делает перо,
скользя по глади
расчерченной тетради,
не зная про
судьбу своей строки,
где мудрость, ересь
смешались, но доверясь
толчкам руки,
в чьих пальцах бьется речь
вполне немая,
не пыль с цветка снимая,
но тяжесть с плеч.

XII

Такая красота
и срок столь краткий,
соединясь, догадкой
кривят уста:
не высказать ясней,
что в самом деле
мир создан был без цели,
а если с ней,
то цель — не мы.
Друг-энтомолог,
для света нет иголок
и нет для тьмы.

XIII

Сказать тебе “Прощай”?
как форме суток?
Есть люди, чей рассудок
стрижет лишай
забвенья; но взгляни:
тому виною
лишь то, что за спиною
у них не дни
с постелью на двоих,
не сны дремучи,
не прошлое — но тучи
сестер твоих!

XIV

Ты лучше, чем Ничто.
Верней; ты ближе
и зримее. Внутри же
на все на сто
ты родственна ему.
В твоем полете
оно достигло плоти;
и потому
ты в сутолке дневной
достойна взгляда
как легкая преграда
меж ним и мной.

Иосиф Александрович Бродский

1972

da “Čast’ reči: stichotv, 1972-1976”, Ann Arbor, Mi.: Ardis, 1977