Odisseo a Telemaco – Josif Alexandrovic Brodskij

Josif Brodskij

 

Telemaco mio,
                       la guerra di Troia
è finita. Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa propria sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un brùscolo –,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci, Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti d’Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

Josif Alexandrovic Brodskij

1965

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Fermata nel deserto”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

∗∗∗

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
                       Tроянская война
окончена; кто победил  –  не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только грекн.
И все-таки  –  ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной;
как будто Посейдон – пока мы там
теряли время – растянул пространство.
Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров.
Кусты, постройки, хрюканье свиней.
Эаросший сад, какая-то царица,
Трава да камни… Милый Телемак!
Bсе острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти,
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

Иосиф Александрович Бродский

1972

da “Иосиф Александрович Бродский, Стихотворения 1972–1976”, Ann Arbor: Ardis, 1977

Parte del discorso – Iosif Aleksandrovic Brodskij

 

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre, caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perciò ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, « tu » mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

Il Nord trita il metallo, ma risparmia il vetro.
Ed insegna alla gola a dire « fammi entrare ».
Il freddo mi ha educato e mi ha messo una penna
fra le dita, per riscaldarle strette a pugno.

Gelando, vedo il sole che tramonta
dietro al mare, e non c’è nessuno intorno.
Non so se il tacco scivola sul ghiaccio
o se è la terra stessa che si inarca

sotto il tacco. Dentro la gola che contiene
risa o discorso o tè caldo, io
sento sempre più chiara risuonare la neve
e il solo punto nero, un Amundsen, è « addio ».

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori del ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare « Buona notte ».

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà.
Solo così di là si guarda qua:
dopo le otto di sera, ammiccando.
Il cielo è meglio sgombro. Anche se
la conquista del cosmo è più opportuna
con le stelle. Ma proprio senza andarsene
da dove si è, in veranda, in poltrona.
Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio
nascondendo metà della faccia, non esiste la
vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi
fissar lo sguardo su nessuna stella.

Nella città, da cui la morte si diffuse sulla carta
scolastica, il selciato brilla come scaglie sulla carpa.
Su un castano centenario smoccolano ceri,
s’annoia il leone di ghisa pensando ai discorsi di ieri.
Alle finestre traspaiono, attraverso stinto tulle,
troppo lavato, piaghe rosse di garofani e guglie;
sferraglia un tram lontano, come al tempo andato,
però nessuno scende più allo stadio.
La vera fine della guerra è il vestito
d’una bionda sulla spalliera di una sedia viennese
e il proiettile alato che vola argenteo e ruglia
e trasporta la vita al Sud in luglio.

Monaco di Baviera

Alla luce d’una candela, in riva
all’oceano. Intorno campi d’acetosa e trifoglio.
A sera il corpo ha le braccia di Śiva
tese verso un’amante inestimabile.
La civetta, calando sull’erba, acchiappa un sorcio,
senza ragione scricchiolano le capriate.
Il sonno in una città di legno è più forte,
perché si sogna solo ciò che è stato.
Odor di pesce fresco; alla parete si appunta
un profilo di sedia, alla finestra debole
s’agita un velo; col suo raggio la luna rimonta
la marea, come una coperta che via scivola.

È tempo per lo sparviero di contare i pulcini,
di covoni nella nebbia, di monete che bruciano le dita,
tinnando in tasca; dei fiumi del Nord che, alla foce
gelandosi, ricordano le fonti, un Sud remoto
e per un attimo si scaldano; di poca luce,
d’impermeabili, di scarpe gonfie, di tremori
nello stomaco, per la gialla pappa di navone.
Tempo di vento forte, che agita i gonfaloni
dell’armata fronzuta. Stagione senza fretta,
i giorni hanno la stessa faccia, come i fratelli Ivanov. Avide
lascive dita di fiamma tiran via la corteccia
viva: non s’accontentano dell’abitino umido.

I giorni disfano l’abitino che Tu hai tessuto.
A vista d’occhio si dipana, a un filo verde
succede un filo azzurro, e poi diventa bruno,
e grigio, e inesistente. Si intravvede
qualcosa ormai, un orlo di batista.
Nessun paesaggista la fine del viale
potrà dipingere. Si ritira presto
l’abito della promessa sposa, lavandolo,
e il corpo non diventa mai più bianco.
Si è seccato il formaggio o il fiato manca.
Ossia: l’uccello, se di profilo è un corvo, di cuore
è canarino. Ma la volpe, quando addenta
la gola, non distingue il sangue dal tenore.

Il sole giallo sorgente segue con occhi
obliqui gli alberi nudi della flotta-macchia,
in rotta a tutto vapore per la Tsushima
dal gran gelo. Febbraio è il più breve dei mesi, ma
per questo è il più crudele. Cara, è meglio smettere
il nostro giro del mondo e le braccia conserte
ardere fino in fondo col dreadnought-ceppo dentro
il camino. Dimentica Tsushima!
Soltanto il fuoco capisce l’inverno.
Cavalli d’oro senza redini tramutano
il proprio manto, nella cappa, in manto
corvino. Al buio stride un grillo enorme, nudo,
che non si può coprire con la mano.

Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi
della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,
sui cui tesori nessuno s’illude,
e la strada è selciata di fascine e di botri.
Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev
sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina
o intaglia qualche cosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere
un cancelletto, chissà, o una portina.
D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,
e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.
Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere
in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.

Mattino azzurro notte in cornice di brina.
Mi rammenta una via con i fanali accesi, sentierini
di ghiaccio, neve a mucchi, crocicchi, e un guardaroba
all’estremo orientale dell’Europa.
Un sacchettino magro sopra una sedia dice : « Annibale »;
le parallele in palestra sanno d’ascelle;
la lavagna che accapponare fa la pelle
è ancora nera. Anche dietro. Il tinnio del campanello
cristallo è diventato per il gelo
argenteo. Quanto alle altre parallele,
tutto mandato a mente, tutto verificato.
Non ho voglia di alzarmi. Non l’ho mai voluto.

Sarà sempre possibile uscir di casa, nella strada:
la sua lunghezza bruna calmerà il tuo sguardo
coi suoi portoni, con la magrezza dei suoi alberi,
con quattro passi, con bagliori di pozzanghere.
Sopra la testa vuota agita un cespo di cavolo
la brezza e là lontano la via si stringe a « v », al
mento così si chiude il viso, e fuori rotola
latrando un cane da un androne, come una pallottola
di cartaccia. Una strada. Certe case sono più belle
di certe altre: hanno vetrine piene di cose.
O anche solo per il fatto che, in ogni caso,
se diventi pazzo non sarà mai in quelle.

Ecco i primi tepori. Nella proda come nel ricordo
prima del grano buono viene su il loglio.
Si può dire che seminano il sorgo
nelle campagne al Sud – a saper dov’è il Nord.
Proprio calda è la terra sotto la zampa al gracchio;
odore d’assi nuovi, odor di resina.
Strizzando gli occhi al sole accecante, vedi là
la guancia farinosa d’un portiere d’albergo,
corse nel corridoio, un catino di smalto,
un uomo col cappello che aggrotta i sopraccigli, e poi
un altro che col flash fotografa non noi,
ma un corpo inerte e una pozza di sangue.

Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,
quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda
a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,
e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.
A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo
sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando
la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo
scrive questi versi e quello che sul bianco
lascia tracce nere. A volte mano e testa
si fondono, senza diventare verso,
ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,
tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.

… e alla parola grjadùščee, « futuro », in frotta
sbucano sorci dalla lingua russa
a rosicchiare il pezzetto più ghiotto
della memoria, formaggio coi buchi.
È indifferente dopo tanti inverni, chi o
che cosa è dietro le tende alla finestra, in piedi,
e nel cervello non risuona il celeste « do »,
solo il loro fruscio. La vita, a cui non chiedi
come al famoso cavallo, di farsi guardare
in bocca, mostra i denti ad ogni incontro.
Di ciascun uomo non resta che una parte
del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shīrā’z e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

PARTE DEL DISCORSO
Sotto questo titolo Brodskij ha raccolto alcune poesie brevi, scritte per lo più nel 1975 (e ’76), accomunate dal ricorso a toni idiomatici. Alcune poesie preesistevano all’idea del ciclo; altre, molto simili stilisticamente, sono venute subito dopo. Nella raccolta originale russa (che prende fra l’altro il nome da questo stesso ciclo), Parte del discorso comprendeva 20 poesie, che vengono qui tradotte a eccezione di cinque. In compenso sono state inserite nel ciclo, su indicazione di Brodskij, tre poesie successive. In A Part of Speech, seconda raccolta delle poesie di Brodskij in inglese (Farrar, Straus and Giroux, New York, 1980), il ciclo, tradotto dall’autore, comprende 15 poesie delle 20 originarie, disposte in un ordine diverso.

∗∗∗

Часть речи

Ниоткуда с любовью, надцатого мартобря,
дорогой уважаемый милая, но неважно
даже кто, ибо черт лица, говоря
откровенно, не вспомнить уже, не ваш, но
и ничей верный друг вас приветствует с одного
из пяти континентов, держащегося на ковбоях;
я любил тебя больше, чем ангелов и самого,
и поэтому дальше теперь от тебя, чем от них обоих;
поздно ночью, в уснувшей долине, на самом дне,
в городке, занесенном снегом по ручку двери,
извиваясь ночью на простыне —
как не сказано ниже по крайней мере —
я взбиваю подушку мычащим „ты”,
за морями, которым конца и края,
в темноте всем телом твои черты,
как безумное зеркало повторяя.

Север крошит металл, но щадит стекло.
Учит гортань проговорить „впусти”.
Холод меня воспитал и вложил перо
в пальцы, чтоб их согреть в горсти.

Замерзая, я вижу, как за моря
солнце садится, и никого кругом.
То ли по льду каблук скользит, то ли сама земля
закругляется под каблуком.

И в гортани моей, гле положен смех
или речь, или горячий чай,
все отчетливей раздается снег
и чернеет, что твой Седов, „прощай”.

Это — ряд наблюдений. В углу — тепло.
Взгляд оставляет на вещи след.
Вода представляет собой стекло.
Человек страшней, чем его скелет.

Зимний вечер с вином в нигде.
Веранда под натиском ивняка.
Тело покоится на локте,
как морена вне ледника.

Через тыщу лет из-за штор моллюск
извлекут с проступившим сквозь бахрому
оттиском „доброй ночи” уст
не имевших сказать кому.

Потому что каблук оставляет следы — зима.
В деревянных вещах замерзая в поле,
по прохожим себя узнают дома.
Что сказать ввечеру о грядущем, коли
воспоминанья в ночной тиши
о тепле твоих — пропуск — когда уснула,
тело отбрасывает от души
на стену, точно тень от стула
на стену ввечеру свеча,
и под скатертью стянутым к лесу небом
над силосной башней натертый крылом грача
не отбелишь воздух колючим снегом.

Я родился и вырос в балтийских болотах, подле
серых цинковых волн, всегда набегавших по две,
и отсюда — все рифмы, отсюда тот блеклый голос,
вьющийся между ними, как мокрый волос;
если вьется вообще. Облокотясь на локоть,
раковина ушная в них различит не рокот,
но хлопки полотна, ставень, ладоней, чайник,
кипящий на керосинке, максимум — крики чаек.
В этих плоских краях то и хранит от фальши
сердце, что скрыться негде и видно дальше.
Это только для звука пространство всегда помеха:
глаз не посетует на недостаток эха.

Что касается звезд, то они всегда.
То есть, если одна, то за ней другая.
Только так оттуда и можно смотреть сюда;
вечером, после восьми, мигая.
Небо выглядит лучше без них. Хотя
освоение космоса лучше, если
с ними. Но именно не сходя
с места, на голой веранде, в кресле.
Как сказал, половину лица в тени
пряча, пилот одного снаряда,
жизни, видимо, нету нигде, и ни
на одной из них не задержишь взгляда

В городке,из которого смерть расползалась по школьной карте,
мостовая блестит, как чешуя на карпе,
на столетнем каштане оплывают тугие свечи,
и чугунный лев скучает по пылкой речи.
Сквозь оконную марлю, выцветшую от стирки,
проступают ранки гвоздики и стрелки кирхи;
вдалеке дребезжит трамвай, как во время оно,
но никто не сходит больше у стадиона.
Настоящий конец войны — это на тонкой спинке
венского стула платье одной блондинки
да крылатый полет серебристой жужжащей пули,
уносящей жизни на Юг в июле.

Мюнхен

Около океана, при свете свечи; вокруг
поле, заросшее клевером, щавелем и люцерной.
Ввечеру у тела, точно у Шивы, рук,
дотянуться желающих до бесценной.
Упадая в траву, сова настигает мышь,
беспричинно поскрипывают стропила.
В деревянном городе крепче спишь,
потому что снится уже только то, что было.
Пахнет свежей рыбой, к стене прилип
профиль стула, тонкая марля вяло
шевелится в окне; и луна поправляет лучом прилив,
как сползающее одеяло.

Время подсчета цыплят ястребом; скирд в тумане,
мелочи, обжигающей пальцы, звеня в кармане;
северных рек, чья волна, замерзая в устье,
вспоминает истоки, южное захолустье
и на миг согревается. Время коротких суток,
снимаемого плаща, разбухших ботинок, судорог
в желудке от желтой вареной брюквы;
сильного ветра, треплющего хоругви
листолюбивого воинства. Пора, когда дело терпит,
дни на одно лицо, как Ивановы-братья,
и кору задирает жадный, бесстыдный трепет
пальцев, которым мало сырого платья.

Дни расплетают тряпочку, сотканную Тобою.
Она скукоживается на глазах, под рукою.
Зеленая нитка, следом за голубою,
становится серой, коричневой, никакою.
Уж и краешек вроде виден того батиста.
Ни один живописец не напишет конец аллеи.
Знать, от стирки платье невесты быстрей садится
да и тело не делается белее.
То ли сыр пересох, то ли дыханье сперло.
Либо: птица в профиль ворона, а сердцем — кенарь.
Но простая лиса, перегрызая горло,
не разбирает, где кровь, где тенор.

Восходящее желтое солнце следит косыми
глазами за мачтами голой рощи,
идущей на всех парах к цусиме
крещенских морозов. Февраль короче
прочих месяцев и оттого лютее.
Кругосветное плавание, дорогая,
лучше кончить, руку согнув в локте и
вместе с дредноутом догорая
в недрах камина. Забудь цусиму!
Только огонь понимает зиму.
Золотистые лошади без уздечек
масть в дымоходе меняют на масть воронью.
И в потемках стрекочет огромный нагой кузнечик,
которого не накрыть ладонью.

Ты забыла деревню, затерянную в болотах
залесенной губернии, где чучел на огородах
отродясь не держат — не те там злаки,
и дорогой тоже все гати да буераки.
Баба Настя, поди, померла, и Пестерев жив едва ли,
а как жив, то пьяный сидит в подвале,
либо ладит из спинки нашей кровати что-то,
говорят, калитку не то ворота.
А зимой там колют дрова и сидят на репе,
и звезда моргает от дыма в морозном небе.
И не в ситцах в окне невеста, а праздник пыли
да пустое место, где мы любили.

Темно-синее утро в заиндевевшей раме
напоминает улицу с горящими фонарями,
ледяную дорожку, перекрестки, сугробы,
толчею в раздевалке в восточном конце Европы.
Там звучит „Ганнибал” из худого мешка на стуле,
сильно пахнут подмышками брусья на физкультуре;
что до черной доски, от которой мороз по коже,
так и осталась черной. И сзади тоже.
Дребезжащий звонок серебристый иней
преобразил в кристалл. Насчет параллельных линий
все оказалось правдой и в кость оделось;
неохота вставать. Никогда не хотелось.

Всегда остается возможность выйти из дому на
улицу, чья коричневая длина
успокоит твой взгляд подъездами, худобою
голых деревьев, бликами луж, ходьбою.
На пустой голове бриз шевелит ботву,
и улица вдалеке сужается в букву „у”,
как лицо к подбородку, и лающая собака
вылетает из подворотни, как скомканная бумага.
Улица. Некоторые дома
лучше других: больше вещей в витринах,
и хотя бы уж тем, что если сойдешь с ума,
то, во всяком случае, не внутри них.

Итак, пригревает. В памяти, как на меже,
прежде доброго злака маячит плевел.
Можно сказать, что на Юге в полях уже
высевают сорго — если бы знать, где Север.
Земля под лапкой грача действительно горяча;
пахнет тесом, свежей смолой. И крепко
зажмурившись от слепящего солнечного луча,
видишь внезапно мучнистую щеку клерка,
беготню в коридоре, эмалированный таз,
человека в шляпе, сводящего хмуро брови,
и другого, со вспышкой, снимающего не нас,
но обмякшее тело и лужу крови.

Если что-нибудь петь, то перемену ветра,
западного на восточный, когда замерзшая ветка
перемещается влево, поскрипывая от неохоты,
и твой кашель летит над равниной к лесам Дакоты.
В полдень можно вскинуть ружье и выстрелить в то, что в поле
кажется зайцем, предоставляя пуле
увеличить разрыв между сбившимся напрочь с темпа
пишущим эти строки пером и тем, что
оставляет следы. Иногда голова с рукою
сливаются, не становясь строкою,
но под собственный голос, перекатывающийся картаво,
подставляя ухо, как часть кентавра.

… и при слове „грядущее” из русского языка
выбегают мыши и всей оравой
отгрызают от лакомого куска
памяти, что твой сыр дырявой.
После стольких зим уже безразлично, что
или кто стоит в углу у окна за шторой,
и в мозгу раздается не неземное „до”,
но ее шуршание. Жизнь, которой,
как дареной вещи, не смотрят в пасть,
обнажает зубы при каждой встрече.
От всего человека вам остается часть
речи. Часть речи вообще. Часть речи.

Я не то что схожу с ума, но устал за лето.
За рубашкой в комод полезешь, и день потерян.
Поскорей бы, что ли, пришла зима и занесла все это
города, человеков, но для начала зелень.
Стану спать не раздевшись или читать с любого
места чужую книгу, покамест остатки года,
как собака, сбежавшая от слепого,
переходят в положенном месте асфальт. Свобода
это когда забываешь отчество у тирана,
а слюна во рту слаще халвы Шираза,
и хотя твой мозг перекручен, как рог барана,
ничего не каплет из голубого глаза.

Иосиф Александрович Бродский

da ″Часть речи: стихотворения”, 1972-1976, Пушкинский фонд, 2000

Письмо к А. Д. – Иосиф Александрович Бродский

Édouard Boubat, Lella, France, 1949

 

Bсе равно ты не слышишь, все равно не услышишь ни слова,
все равно я пишу, но как странно писать тебе снова,
но как странно опять совершать повторенье прощанья.
Добрый вечер. Kак странно вторгаться в молчанье.

Bсе равно ты не слышишь, как опять здесь весна нарастает,
как чугунная птица с тех же самых деревьев слетает,
как свистят фонари, где в ночи ты одна проходила, E
распускается день — там, где ты в одиночку любила.

Я опять прохожу в том же светлом раю, где ты долго болела,
где в шестом этаже в этой бедной любви одиноко смелела,
там где вновь на мосту собираются красной гурьбою
те трамваи, что всю твою жизнь торопливо неслись за тобою.

Боже мой! Bсе равно, все равно за тобой не угнаться,
все равно никогда, все равно никогда не подняться
над отчизной своей, но дано увидать на прощанье,
над отчизной своей ты летишь в самолете молчанья.

Добрый путь, добрый путь, возвращайся с деньгами и славой.
Добрый путь, добрый путь, о как ты далека, Боже правый!
О куда ты спешишь, по бескрайней земле пробегая,
как здесь нету тебя! Tы как будто мертва, дорогая.

B этой новой стране непорочный асфальт под ногою,
твои руки и грудь — ты становишься смело другою,
в этой новой стране, там где ты обнимаешь и дышишь,
говоришь в микрофон, но на свете кого-то не слышишь.

Cохраняю твой лик, устремленный на миг в безнадежность, —
безразличный тебе — за твою уходящую нежность,
за твою одинокость, за слепую твою однодумность,
за смятенье твое, за твою молчаливую юность.

Bсе, что ты обгоняешь, отстраняешь, приносишься мимо,
все, что было и есть, все, что будет тобою гонимо, —
ночью, днем ли, зимою ли, летом, весною
и в осенних полях, — это все остается со мною.

Принимаю твой дар, твой безвольный, бездумный подарок,
грех отмытый, чтоб жизнь распахнулась, как тысяча арок,
а быть может, сигнал — дружелюбный — о прожитой жизни,
чтоб не сбиться с пути на твоей невредимой отчизне.

До свиданья! Прощай! Tам не ты — это кто-то другая,
до свиданья, прощай, до свиданья, моя дорогая.
Oтлетай, отплывай самолетом молчанья — в пространстве мгновенья,
кораблем забыванья — в широкое море забвенья.

Иосиф Александрович Бродский

da “Йосеф Бродский, Стихотворения и поэмы”, Inter-Language Literary Associates, 1965

∗∗∗

Lettera a A.D.

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Aleksandrovič Brodskij

27 gennaio 1962

da “Posta invernale”

∗∗∗

Ninnananna di Cape Cod – Josif Alexandrovic Brodskij

ad A.B.
I

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte. Le cicale
non cantano più nei prati. Sui frontoni si decifrano male
le citazioni classiche. Indifferente una guglia con croce
s’annera, come una bottiglia abbandonata in un canto.
Da una pantera di pattuglia, luccicante nella landa,
la tastiera di Ray Charles.

Strisciando fuori dal grembo dell’oceano, un granchio viene a riva
sulla spiaggia vuota, nell’umida sabbia fra cerchi di detersivo
si sotterra a trovar refrigerio e s’addormenta. Le lancette
dell’orologio sulla torre di mattoni stridono. Sulla faccia
sudore. I fanali in fondo alla via sono bottoni d’una camicia
spalancata sul petto.

Afa. Il semaforo sfavilla, trasformando gli occhi
in mozzo di locomozione por la stanza al comodino col whiskey.
Si ferma un momento il cuore, ma batte sempre: il sangue, per un po’
vaga per le arterie, poi torna dove dev’essere, dov’è,
al crocicchio. Il corpo sembra una carta arrotolata, scala uno per tre,
e s’alza un ciglio a nord.

Strano pensarci, ma sono sopravvissuto. Succede,
la polvere copre le cose quadrate. Vendicandosi d’Euclide
prolunga Io spazio, oltre l’angolo, un’automobile.
Il buio scusa l’assenza di volti, voci e altro,
facendoli passare non tanto per fuggiaschi, quanto
per invisibili.

Afa. Un forte fruscio di foglie gonfie aumenta
sempre di più il sudore. Quello che nel buio sembra
un punto, una cosa sola può essere: una stella.
Depone un uovo un uccello che ha perso il nido,
sopra un campo di pallacanestro vuoto, nell’anello.
Odor di menta e di resèda.

II

Come l’onnipotente Scià tradire può
le mogli innumerevoli dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzzo di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

Soffiando dentro il piffero, come il fachiro
del tuo libro, attraverso file di giannizzeri verdi passai,
coi testicoli sentendo il freddo delle loro scuri,
come quando si entra nel mare. Ed ecco, con il sale
di quest’acqua ancora nella mia bocca, infine
varcai il confine

e via nuotai fra le nuvole-montoni. Giù, le strade
s’impolveravano, serpeggiavano i fiumi, s’ingiallivano
le aie. Qua, uno di fronte all’altro, calpestando la rugiada,
stavano, come lunghe righe di un libro non
chiuso, eserciti intenti al loro gioco, là
nereggiavano città

come caviale. Quindi s’addensò la tenebra.
Tutto si spense. Mal di testa, il rombo
dei motori. E lo spazio indietreggiò, come un gambero,
lasciando passare avanti il tempo. E il tempo
andò verso occidente, come a casa sua,
l’abito macchiato di buio.

Caddi nel sonno. Quando poi riapersi
gli occhi, il Nord era là dove la vespa
ha il pungiglione. Vidi nuovi cieli e
la stessa terra. E la terra giaceva
come da sempre fa ogni cosa piatta:
impolverata.

III

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine. La pelle della schiena alla pelle 
della spalliera è grata per il senso di fresco. Su un bracciolo
lontano una mano si fa legno. Giunture, nocche
si coprono del lustro della quercia. Il cervello picchia, 
come al bicchiere un ghiacciolo.

Afa. Una sala da biliardo chiusa. Sui gradini qualcuno,
sfregando un cerino, ritaglia dallo sfondo bruno
una faccia di negro anziano. Il Tribunale del distretto
sporgendo i denti bianchi del portico sopra il viale,
affonda, in attesa del lampo di fari casuali
nel fogliame troppo fitto.

Su tutto fiammeggia, come al festino di Baldassar,
la scritta « Coca Cola ». Nel giardino del kursaal
gorgoglia piano una fontana. A tratti una brezza lenta,
non riuscendo a cavare dalle sbarre
la più semplice roulade, scuote un giornale incastrato
dentro il cancello, indubbiamente

fatto di vecchie spalliere di letti. Afa. Appoggiato sul
moschetto il Milite Ignoto si fa ancora più
ignoto. Un peschereccio sfrega la radice rugginosa
del naso contro il cemento del molo. Con le sue branchie
metalliche, ronzando, il ventilatore acchiappa
l’aria calda degli Usa.

Fattore d’una moltiplicazione, tracciata
sulla sabbia, si fa immenso al buio l’oceano
ninnando per millenni una scheggia col morto flusso. E se brusco
un passo farai di traverso sull’imbarcadero, cadrai
a lungo, mani ai fianchi, di piedi, ma non mai
farà rumore il tuffo.

IV

Il cambio d’impero è legato al rombo delle parole e al
processo di salivazione, in seguito al discorso,
ed alla geometria non euclidea,
all’aumento graduale delle speranze d’incontro
(solitamente al polo) di due linee
parallele, con le legne

da tagliare, con la trasformazione dell’umido
vecchio rovescio del cappotto-vita
in un asciutto nuovo taglio d’abito
(col gelo in tweed, in anchina d’estate),
al cervello indurito
per le feste. Di tutte

la parti interne in genere soltanto gli occhi
conservano la loro gelatinosità. Giacché il cambio
d’impero è strettamente legato allo sguardo
oltre il mare (perché dentro noi sonnecchia
il pesce), con la scriminatura
che cambia positura

allo specchio, da destra a sinistra… Con la gengiva
malata e il mal di ventre per il nuovo cibo.
Con quella forte, bianca opacità
ch’è nei pensieri e che riflette intera
la carta liscia da scrivere. E allora
a cercare affinità

corre la penna. Fra le mani avete
la stessa penna di prima. Le alberete
hanno le stesse piante. Fra le nubi
c’è lo stesso rombante bombardiere,
che vola a bombardare chissà dove.
Viene subito sete.

V

Noi paesi della Nuova Inghilterra, come usciti dalla risacca,
lungo tutto il litorale, scintillando con la scaglia
butterata di embrici e tegole, come banchi
di pesci assopiti, stan le case nel buio, capitati nella
rete di un continente, scoperto da merluzzo e da sardella.
Non la sardella e neanche

il merluzzo, però, si sono meritate statue
solenni (e sarebbe tanto più semplice con le date).
Quanto alla bandiera di qui, neppure
quella è adornata da loro e al buio sembra,
come direbbe Louis Sullivan, il disegno
di torri alte fra le nubi.

Afa. In veranda un uomo con l’asciugamano
annodato al collo. Col suo misero corpicino
una falena picchiando contro la maglia
di ferro, rimbalza come una pallottola da un arbusto
invisibile sparata dalla natura a se stessa,
alla metà di luglio.

Poiché l’orologio continua il suo cammino, con gli anni
il dolore si attenua. Se è panacea agli affanni
il tempo, è in forza del fatto che non sopporta la fretta,
diventa forma dell’insonnia: procedendo a piedi, a nuoto,
nell’emisfero croce i sogni conservano la realtà brutta
dell’emisfero testa.

Afa. Immobilità di piante enormi. Un cane urla.
La testa, barcollando, trattiene sull’orlo
della memoria labili numeri di telefono, visi. Se c’è una
tragedia vera, dove sipario è mantello,
muore non l’eroe fiero, ma, cadendo in sfacelo,
logorata, la scena.

VI

Poiché è tardi ormai per dire « addio »
e ricevere una risposta, escluso
l’eco, che sembra scongiurare « anch’io »
a tempo e spazio, fintamente maestosi
pronti ad elevare tutto al cubo
ciò che alle labbra rubano,
io scrivo queste mie righe, cercando,
con la mano affannata, un po’ alla cieca,
di prevenire anche soltanto di un secondo
l’« a che pro? » da quelle stesse labbra pronto
a involarsi e a navigare attraverso
la notte, ingigantendo.

Io scrivo da un Impero che distende
tutti i confini fino all’acqua. Sulla pelle
ho sperimentato due oceani e due continenti,
mi sento quasi come il globo: non
c’è più un posto dove andare. Solo stelle
più in là. E brillano.

Meglio guardar nel telescopio là,
dove una chiocciola s’è attaccata sotto una foglia.
Ho sempre avuto in mente, dicendo « infinità »,
l’arte di suddividere in tre la bottiglia
senza sprecare una goccia, alla luce degli astri,
non abbondanza di verste.

Notte. Da un partenone giunge roco un « cu-cu ».
Stanno le legioni, appoggiate alle coorti,
o i fori ai circhi. La luna lassù,
sembra una palla in un campo da tennis deserto.
Il sogno della regina degli scacchi: un parquet nudo, libero.
Ma senza mobili non si può vivere.

VII

Solo intessuto di fili di ragno ha diritto
l’angolo d’essere denominato retto.
Solo sentendo “bravo” l’attore si rialza. Solo
con una leva il corpo può alzare il mondo.
Si muove il corpo, solo se la gamba
è perpendicolare al suolo.

Afa. Nell’opaco anfiteatro d’un acquaio in zinco, in folla
gli scarafaggi circondano la spoglia
senza colore d’una spugna secca.
Girando la corona, il rubinetto,
quasi fronte di Cesare, senza pietà sopra le blatte
rovescia una colonna d’acqua.

Afa. Le bolle alle pareti del bicchiere
sembrano gli occhi del formaggio. È chiaro,
propria è alla cosa trasparente come
alla massa solida la gravità. Alla maniera del raggio,
gorgogliando, anche 9,81 si rifrange
nella carne dell’uomo.

Sulla rastrelliera appaiono soltanto i bianchi piatti,
come pagoda caduta; di profilo. E lo spazio rispetta
solo le cose che hanno tratti ripetibili. Le
rose. Ne vedi una, subito ce n’è un’altra: insetti
pullulano ronzando nella massa scarlatta,
api, vespe, libellule.

Afa. Servìle com’è, sopra il muro anche l’ombra
ripete il moto della mano che dalla fronte
toglie il sudore. L’odore del corpo vecchio è acuto
più del contorno. S’abbassa la lucidità. Nella sua
lazza d’osso il cervello si sfalda. Non c’è nessuno
che possa mettere lo sguardo a fuoco.

VIII

Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell’ansia!
Come il pesce sullo sabbia, l’uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s’alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.

Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettale.

Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,
come la stella in cielo, va in declino, finisce.
Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,
c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,
terraferma. E le sue sabbie incanta
del nasello il quieto canto:

« Più grande dello spazio è il tempo. Spazio è cosa.
Tempo, in fondo, è pensiero della cosa.
Vita è forma del tempo. Carpa o tinca,
un suo coagulo. E sono coagulo anche
articoli di genere più forte:
onde, suolo. E morte.

Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,
sorge un suono, echeggia una parola.
“Amare” forse, o forse solo “ehi”.
Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta
tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,
come dalle tue ciocche ».

IX

L’uomo riflette sulla propria vita,
come la notte sulla lampada. A un momento dato
oltrepassa i confini di uno dei due emisferi,
il pensiero, e scivola via, come fosse una coltre,
denudando qualcosa, forse un gomito; la notte
è ingombrante, questo è vero,

ma non così smisurata da pensare che ricopra
entrambi gli emisferi. E l’asia e l’europa
del cervello, e le altre gocce di terra in mare, e l’africa,
a poco a poco scricchiando sull’asse secca, ruotano,
esibendo la loro vizza gota,
verso l’airone elettrico.

Guarda un po’: Aladino dice « sesamo » ed ha davanti l’oro;
chiamando Bruto, Cesare vaga nel deserto foro;
nel chiosco al Figlio del cielo parla d’amore l’usignolo;
una vergine dondola sotto il lume una cuna;
accenna sulla sabbia un papuaso nudo
un boogie-woogie.

Afa. Calciando al buio col ginocchio scoperto, in sonno,
capisci all’improvviso, a letto, che è un matrimonio:
che s’è voltato su un fianco a mille miglia di distanza
il corpo, con il quale da gran tempo
hai in comune solamente il fondo
dell’oceano e l’esperienza

della nudità; ma non per questo ci si alza in due.
Perché mentre laggiù c’è chiaro, qui nel tuo
emisfero fa buio. Per così dire, un astro solo
non basta per due corpi ordinari. Ossia
il globo è stato messo insieme, come voleva Iddio.
E non bastava un sole.

X

Abbassando le palpebre, un fondo di lenzuolo
vedo e la curva di un gomito. È
il paradiso, qui dove mi trovo,
poiché è luogo di fiacchezza il paradiso. Poiché
questo è uno di quei pianeti dove
non esiste prospettiva.

Prova a toccare con il tuo dito la punta
della penna, l’angolo del tavolo: questo
vedi, suscita dolore. Dove la cosa è acuta
si trova il paradiso dell’oggetto;
paradiso, raggiungibile in vita soltanto
perché l’oggetto non puoi prolungarlo.

Dove mi trovo è una sorta di picco
di montagna. Più in là è aria, Chronos.
Serba queste parole. Il paradiso è un vicolo cieco.
È un promontorio che s’incunea in mare. Un cono.
È la prua di un piroscafo di ferro.
Ma non si grida « Terra! ».

Si può dire soltanto che ore sono.
Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Moltiplica per due ciò che non c’è, e ti farai
finalmente un’idea di questo posto.
Poiché sono parole anche le cifre,
qui non hanno più significato del gesto,
che si scioglie nell’aria senza traccia,
come un pezzetto di ghiaccio.

XI

Restano delle grandi cose parole già dette,
liberi profili d’alberi, qualche tenace data;
ed anche un corpo col cappello di carta, in vista
dell’oceano. Come uno specchio, il corpo sta nel buio:
sul suo viso, nella sua mente non c’è nulla,
soltanto crespe.

Fatto d’amore, sogni sporchi, paura della morte, polvere,
tastandosi le ossa fragili, l’inguine vulnerabile,
quel corpo serve da prepuzio dello spazio, che filtra il seme:
una lacrima inargenta uno zigomo,
e si fa membro di se stesso l’uomo
e si getta nel Tempo.

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte, alla gola.
Il padiglione ascolta dalla chiocciola
il suo verbo, cioè ascolta la propria voce. Spreco
che sviluppa le corde, ma spegne lo sguardo.
Perché nel tempo puro non c’è incaglio,
per generare l’eco.

Afa. Soltanto se, tirato il fiato,
stai supino, puoi dirigere il discorso insecchito
in su, a quella deserta, muta landa.
Solo l’idea di se stesso e di un grande paese
può gettarvi di notte da parete a parete,
alla maniera di una ninnananna.

Dormi perciò tranquillo. Dormi. In questo senso, tu 
dormi, come coloro che hanno  fatto pipì.
I paesi confondono carte, subito avvezzi a spazi altrui. E,
ogni volta che senti l’uscio stridere,
non domandare « chi è? », e mai non credere 
a chi risponde chi è.

XII

L’uscio stride. Alla soglia sta un merluzzo.
Chiede da bere, è naturale, nel nome di Dio.
Non puoi lasciarlo andare senza un tozzo
di pane. E gli indichi la via, una via
contorta. Il merluzzetto se ne va.
Ma un altro, là per là

prova a picchiare all’uscio con il piede
(fra loro uguali come due bicchieri).
E per tutta la notte vengono, a schiere.
Ma chi vive sull’oceano deve sapere
come dormire, chiudendo gli orecchi, tranquillo,
al passo cadenzato del nasello.

Dormi, dormi. La terra non è tonda.
Poggetti, valloncelli: è solo lunga.
Ma più lungo della terra è l’oceano: l’onda
si frange a volte sulla sabbia come ruga
sulla fronte. E terra e onda sono più corte
solo della fila dei giorni.

E delle notti. E più in là, nebbia fitta:
angeli in paradiso, all’inferno demoni.
Ma cento volte più lunghi di questa fila
sono i pensieri di vita e il pensiero di morte.
Di quest’ultimo è lungo assai di più
il pensiero del Nulla; ma laggiù

è improbabile che l’occhio possa arrivare, e cosi
da sé si chiude per veder le cose.
Così soltanto, in sogno, è concesso di norma
agli occhi d’assuefarsi al mondo. Sogni profetici o
malefici, a seconda di chi dorme.
Stride un merluzzo all’uscio.

Josif Alexandrovic Brodskij

1975

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

∗∗∗

КОЛЫБЕЧЬНАЯ ТРЕСКОВОГО МЫСА
I

Восточный конец Империи погружается в ночь. Цикады
умолкают в траве газонов. Классические цитаты
на фронтонах неразличимы. Шпиль с крестом безучастно
чернеет, словно бутылка, забытая на столе.
Из патрульной машины, лоснящейся на пустыре,
звякают клавиши Рэя Чарльза.

Выползая из недр океана, краб на пустынном пляже
зарывается в мокрый песок с кольцами мыльной пряжи,
дабы остынуть, и засыпает. Часы на кирпичной башне
лязгают ножницами. Пот катится по лицу.
Фонари в конце улицы, точно пуговицы у
расстегнутой на груди рубашки.

Духота. Светофор мигает, глаз превращая в средство
передвиженья по комнате к тумбочке с виски. Сердце
замирает на время, но всё-таки бьётся: кровь,
поблуждав по артериям, возвращается к перекрёстку.
Тело похоже на свёрнутую в рулон трёхверстку,
и на севере поднимают бровь.

Странно думать, что выжил, но это случилось. Пыль
покрывает квадратные вещи. Проезжающий автомобиль
продлевает пространство за угол, мстя Эвклиду.
Темнота извиняет отсутствие лиц, голосов и проч.,
превращая их не столько в бежавших прочь,
как в пропавших из виду.

Духота. Сильный шорох набрякших листьев, от
какового ещё сильней выступает пот.
То, что кажется точкой во тьме, может быть лишь одним — звездою.
Птица, утратившая гнездо, яйцо
на пустой баскетбольной площадке кладёт в кольцо.
Пахнет мятой и резедою.

II

Как бессчётным жёнам гарема всесильный Шах
изменить может только с другим гаремом,
я сменил империю. Этот шаг
продиктован был тем, что несло горелым
с четырёх сторон — хоть живот крести;
с точки зренья ворон, с пяти.

Дуя в полую дудку, что твой факир,
я прошёл сквозь строй янычар в зелёном,
чуя яйцами холод их злых секир,
как при входе в воду. И вот, с солёным
вкусом этой воды во рту,
я пересёк черту

и поплыл сквозь баранину туч. Внизу
извивались реки, пылили дороги, желтели риги.
Супротив друг друга стояли, топча росу,
точно длинные строчки ещё не закрытой книги,
армии, занятые игрой,
и чернели икрой

города. А после сгустился мрак.
Всё погасло. Гудела турбина, и ныло темя.
И пространство пятилось, точно рак,
пропуская время вперёд. И время
шло на запад, точно к себе домой,
выпачкав платье тьмой.

Я заснул. Когда я открыл глаза,
север был там, где у пчёлки жало.
Я увидел новые небеса
и такую же землю. Она лежала,
как это делает отродясь
плоская вещь: пылясь.

III

Одиночество учит сути вещей, ибо суть их то же
одиночество. Кожа спины благодарна коже
спинки кресла за чувство прохлады. Вдали рука на
подлокотнике деревенеет. Дубовый лоск
покрывает костяшки суставов. Мозг
бьётся, как льдинка о край стакана.

Духота. На ступеньках закрытой биллиардной некто
вырывает из мрака своё лицо пожилого негра,
чиркая спичкой. Белозубая колоннада
Окружного Суда, выходящая на бульвар,
в ожидании вспышки случайных фар
утопает в пышной листве. И надо

всем пылают во тьме, как на празднике Валтасара,
письмена «Кока-колы». В заросшем саду курзала
тихо журчит фонтан. Изредка вялый бриз,
не сумевши извлечь из прутьев простой рулады,
шебуршит газетой в литье ограды,
сооруженной, бесспорно, из

спинок старых кроватей. Духота. Опирающийся на ружьё,
Неизвестный Союзный Солдат делается ещё
более неизвестным. Траулер трётся ржавой
переносицей о бетонный причал. Жужжа,
вентилятор хватает горячий воздух США
металлической жаброй.

Как число в уме, на песке оставляя след,
океан громоздится во тьме, миллионы лет
мёртвой зыбью баюкая щепку. И если резко
шагнуть с дебаркадера вбок, вовне,
будешь долго падать, руки по швам; но не
воспоследует всплеска.

IV

Перемена империи связана с гулом слов,
с выделеньем слюны в результате речи,
с лобачевской суммой чужих углов,
с возрастанием исподволь шансов встречи
параллельных линий (обычной на
полюсе). И она,

перемена, связана с колкой дров,
с превращеньем мятой сырой изнанки
жизни в сухой платяной покров
(в стужу — из твида, в жару — из нанки),
с затвердевающим под орех
мозгом. Вообще из всех

внутренностей только одни глаза
сохраняют свою студёнистость. Ибо
перемена империи связана с взглядом за
море (затем, что внутри нас рыба
дремлет); с фактом, что ваш пробор,
как при взгляде в упор

в зеркало, влево сместился… С больной десной
и с изжогой, вызванной новой пищей.
С сильной матовой белизной
в мыслях — суть отраженьем писчей
гладкой бумаги. И здесь перо
рвётся поведать про

сходство. Ибо у вас в руках
то же перо, что и прежде. В рощах
те же растения. В облаках
тот же гудящий бомбардировщик,
летящий неведомо что бомбить.
И сильно хочется пить.

V

В городках Новой Англии, точно вышедших из прибоя,
вдоль всего побережья, поблёскивая рябою
чешуёй черепицы и дранки, уснувшими косяками
стоят в темноте дома, угодивши в сеть
континента, который открыли сельдь
и треска. Ни треска, ни

сельдь, однако же, тут не сподобились гордых статуй,
невзирая на то, что было бы проще с датой.
Что касается местного флага, то он украшен
тоже не ими и в темноте похож,
как сказал бы Салливен, на чертёж
в тучи задранных башен.

Духота. Человек на веранде с обмотанным полотенцем
горлом. Ночной мотылёк всем незавидным тельцем,
ударяясь в железную сетку, отскакивает, точно пуля,
посланная природой из невидимого куста
в самоё себя, чтоб выбить одно из ста
в середине июля.

Потому что часы продолжают идти непрерывно, боль
затухает с годами. Если время играет роль
панацеи, то в силу того, что не терпит спешки,
ставши формой бессонницы: пробираясь пешком и вплавь,
в полушарьи орла сны содержат дурную явь
полушария решки.

Духота. Неподвижность огромных растений, далёкий лай.
Голова, покачнувшись, удерживает на край
памяти сползшие номера телефонов, лица.
В настоящих трагедиях, где занавес — часть плаща,
умирает не гордый герой, но, по швам треща
от износу, кулиса.

VI

Потому что поздно сказать «прощай»
и услышать что-либо в ответ, помимо
эха, звучащего как «на-чай»
времени и пространству, мнимо
величавым и возводящим в куб
всё, что сорвётся с губ,

я пишу эти строки, стремясь рукой,
их выводящей почти вслепую,
на секунду опередить «на кой»,
с оных готовое губ в любую
минуту слететь и поплыть сквозь ночь,
увеличиваясь и проч.

Я пишу из Империи, чьи края
опускаются в воду. Снявши пробу с
двух океанов и континентов, я
чувствую то же почти, что глобус.
То есть дальше некуда. Дальше — ряд
звёзд. И они горят.

Лучше взглянуть в телескоп туда,
где присохла к изнанке листа улитка.
Говоря «бесконечность», в виду всегда
я имел искусство деленья литра
без остатка нá три при свете звёзд,
а не избыток вёрст.

Ночь. В парвеноне хрипит «ку-ку».
Легионы спят, прислонясь к когортам,
форумы — к циркам. Луна вверху,
как пропавший мяч над безлюдным кортом.
Голый паркет — как мечта ферзя.
Без мебели жить нельзя.

VII

Только затканный сплошь паутиной угол имеет право
именоваться прямым. Только услышав «браво»,
с полу встаёт актер. Только найдя опору,
тело способно поднять вселенную на рога.
Только то тело движется, чья нога
перпендикулярна полу.

Духота. Толчея тараканов в амфитеатре тусклой
цинковой раковины перед бесцветной тушей
высохшей губки. Поворачивая корону,
медный кран, словно цезарево чело,
низвергает на них не щадящую ничего
водяную колонну.

Пузырьки на стенках стакана похожи на слёзы сыра.
Несомненно, прозрачной вещи присуща сила
тяготения вниз, как и плотной инертной массе.
Даже девять-восемьдесят одна, журча,
преломляет себя на манер луча
в человеческом мясе.

Только груда белых тарелок выглядит на плите,
как упавшая пагода в профиль. И только те
вещи чтимы пространством, чьи черты повторимы: розы.
Если видишь одну, видишь немедля две:
насекомые ползают, в алой жужжа ботве, —
пчёлы, осы, стрекозы.

Духота. Даже тень на стене, уж на что слаба,
повторяет движенье руки, утирающей пот со лба.
Запах старого тела острей, чем его очертанья. Трезвость
мысли снижается. Мозг в суповой кости
тает. И некому навести
взгляда на резкость.

VIII

Сохрани на холодные времена
эти слова, на времена тревоги!
Человек выживает, как фиш на песке: она
уползает в кусты и, встав на кривые ноги,
уходит, как от пера — строка,
в недра материка.

Есть крылатые львы, женогрудые сфинксы. Плюс
ангелы в белом и нимфы моря.
Для того, на чьи плечи ложится груз
темноты, жары и — сказать ли — горя,
они разбегающихся милей
от брошенных слов нулей.

Даже то пространство, где негде сесть,
как звезда в эфире, приходит в ветхость.
Но пока существует обувь, есть
то, где можно стоять, поверхность,
суша. И внемлют её пески
тихой песне трески:

«Время больше пространства. Пространство — вещь.
Время же, в сущности, мысль о вещи.
Жизнь — форма времени. Карп и лещ —
сгустки его. И товар похлеще —
сгустки. Включая волну и твердь
суши. Включая смерть.

Иногда в том хаосе, в свалке дней,
возникает звук, раздаётся слово.
То ли „любить“, то ли просто „эй“.
Но пока разобрать успеваю, снова
всё сменяется рябью слепых полос,
как от твоих волос».

IX

Человек размышляет о собственной жизни, как ночь о лампе.
Мысль выходит в определённый момент за рамки
одного из двух полушарий мозга
и сползает, как одеяло, прочь,
обнажая неведомо что, точно локоть; ночь,
безусловно, громоздка,

но не столь бесконечна, чтоб точно хватить на оба.
Понемногу африка мозга, его европа,
азия мозга, а также другие капли
в обитаемом море, осью скрипя сухой,
обращаются мятой своей щекой
к электрической цапле.

Чу, смотри: Алладин произносит «сезам» — перед ним золотая груда,
Цезарь бродит по спящему форуму, кличет Брута,
соловей говорит о любви богдыхану в беседке; в круге
лампы дева качает ногой колыбель; нагой
папуас отбивает одной ногой
на песке буги-вуги.

Духота. Так спросонья озябшим коленом пиная мрак,
понимаешь внезапно в постели, что это — брак:
что за тридевять с лишним земель повернулось на бок
тело, с которым давным-давно
только и общего есть, что дно
океана и навык

наготы. Но при этом — не встать вдвоём.
Потому что пока там — светло, в твоём
полушарьи темно. Так сказать, одного светила
не хватает для двух заурядных тел.
То есть глобус склеен, как Бог хотел.
И его не хватило.

X

Опуская веки, я вижу край
ткани и локоть в момент изгиба.
Местность, где я нахожусь, есть рай,
ибо рай — это место бессилья. Ибо
это одна из таких планет,
где перспективы нет.

Тронь своим пальцем конец пера,
угол стола: ты увидишь, это
вызовет боль. Там, где вещь остра,
там и находится рай предмета;
рай, достижимый при жизни лишь
тем, что вещь не продлишь.

Местность, где я нахожусь, есть пик
как бы горы. Дальше — воздух, Хронос.
Сохрани эту речь; ибо рай — тупик.
Мыс, вдающийся в море. Конус.
Нос железного корабля.
Но не крикнуть «Земля!»

Можно сказать лишь, который час.
Это сказав, за движеньем стрелки
тут остаётся следить. И глаз
тонет беззвучно в лице тарелки,
ибо часы, чтоб в раю уют
не нарушать, не бьют.

То, чего нету, умножь на два:
в сумме получишь идею места.
Впрочем, поскольку они — слова,
цифры тут значат не больше жеста,
в воздухе тающего без следа,
словно кусочек льда.

XI

От великих вещей остаются слова языка, свобода
в очертаньях деревьев, цепкие цифры года;
также — тело в виду океана в бумажной шляпе.
Как хорошее зеркало, тело стоит во тьме:
на его лице, у него в уме
ничего, кроме ряби.

Состоя из любви, грязных снов, страха смерти, праха,
осязая хрупкость кости, уязвимость паха,
тело служит в виду океана цедящей семя
крайней плотью пространства: слезой скулу серебря,
человек есть конец самого себя
и вдаётся во Время.

Восточный конец Империи погружается в ночь — по горло.
Пара раковин внемлет улиткам его глагола:
то есть слышит собственный голос. Это
развивает связки, но гасит взгляд.
Ибо в чистом времени нет преград,
порождающих эхо.

Духота. Только если, вздохнувши, лечь
на спину, можно направить сухую речь
вверх — в направленьи исконно немых губерний.
Только мысль о себе и о большой стране
вас бросает в ночи от стены к стене,
на манер колыбельной.

Спи спокойно поэтому. Спи. В этом смысле — спи.
Спи, как спят только те, кто сделал своё пи-пи.
Страны путают карты, привыкнув к чужим широтам.
И не спрашивай, если скрипнет дверь,
«Кто там?» — и никогда не верь
отвечающим, кто там.

XII

Дверь скрипит. На пороге стоит треска.
Просит пить, естественно, ради Бога.
Не отпустишь прохожего без куска.
И дорогу покажешь ему. Дорога
извивается. Рыба уходит прочь.
Но другая, точь-в-точь

как ушедшая, пробует дверь носком.
(Меж собой две рыбы, что два стакана).
И всю ночь идут они косяком.
Но живущий около океана
знает, как спать, приглушив в ушах
мерный тресковый шаг.

Спи. Земля не кругла. Она
просто длинна: бугорки, лощины.
А длинней земли — океан: волна
набегает порой, как на лоб морщины,
на песок. А земли и волны длинней
лишь вереница дней.

И ночей. А дальше — туман густой:
рай, где есть ангелы, ад, где черти.
Но длинней стократ вереницы той
мысли о жизни и мысль о смерти.
Этой последней длинней в сто раз
мысль о Ничто; но глаз

вряд ли проникнет туда, и сам
закрывается, чтобы увидеть вещи.
Только так — во сне — и дано глазам
к вещи привыкнуть. И сны те вещи
или зловещи — смотря кто спит.
И дверью треска скрипит.

Иосиф Александрович Бродский

1975

da “Čast’ reči: stichotv, 1972-1976”, Ann Arbor, Mi.: Ardis, 1977

«Io ero solamente ciò… » – Iosif Aleksandrovic Brodskij

Joseph Brodsky and wife Maria Sozzani

 

Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.

Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

1980

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif  Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

***

«Я был только тем, чего…»

Я был только тем, чего
ты касалась ладонью,
над чем в глухую, воронью
ночь склоняла чело.

Я был лишь тем, что ты
там, внизу, различала:
смутный облик сначала,
много позже – черты.

Это ты, горяча,
ошую, одесную
раковину ушную
мне творила, шепча.

Это ты, теребя
штору, в сырую полость
рта вложила мне голос,
окликавший тебя.

Я был попросту слеп.
Ты, возникая, прячась,
даровала мне зрячесть.
Так оставляют след.

Так творятся миры,
Так, сотворив, их часто
оставляют вращаться,
расточая дары.

Так, бросаем то в жар,
то в холод, то в свет, то в темень,
в мирозданьи потерян,
кружится шар.

Иосиф Александрович Бродский

1980

da “Novye stansy k Avguste”, Ardis, Ann Arbor, 1983