Qui ti amo – Pablo Neruda

Pablo Neruda y Matilde Urrutia en Isla Negra

 

18. 

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

18. Aquí  te amo

Aquí  te amo.
En los oscuros pinos se desenreda el viento.
Fosforece la luna sobre las aguas errantes.
Andan días iguales persiguiéndose.

Se desciñe la niebla en danzantes figuras.
Una gaviota de plata se descuelga del ocaso.
A veces una vela. Altas, altas estrellas.

O la cruz negra de un barco.
Solo.
A veces amanezco, y hasta mi alma está húmeda.
Suena, resuena el mar lejano.
Éste es un puerto.
Aquí te amo.

Aquí te amo y en vano te oculta el horizonte.
Te estoy amando aún entre estas frías cosas.
A veces van mis besos en esos barcos graves,
que corren por el mar hacia donde no llegan.
Ya me veo olvidado como estas viejas anclas.
Son más tristes los muelles cuando atraca la tarde.

Se fatiga mi vida inútilmente hambrienta.
Amo lo que no tengo. Estás tú tan distante.
Mi hastío forcejea con los lentos crepúsculos.
Pero la noche llega y comienza a cantarme.
La luna hace girar su rodaja de sueño.

Me miran con tus ojos las estrellas más grandes.
Y como yo te amo, los pinos en el viento,
quieren cantar tu nombre con sus hojas de alambre.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

«L’amore è una compagnia» – Fernando Pessoa

Carl Vilhelm Holsøe, Interior with Woman by the Window

                          V

L’amore è una compagnia.
Non so più andare solo per le strade,
perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
e veder meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.

Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.

In tutto me stesso ogni forza mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo.

Fernando Pessoa

(Traduzione di Pierluigi Raule)

da “Poemi di Alberto Caeiro”, Edizioni La Vita Felice, 1999

∗∗∗

                             V

O amor é uma companhia.
Já não sei andar só pelos caminhos,
Porque já não posso andar só.
Um pensamento visível faz-me andar mais de pressa
E ver menos, e ao mesmo tempo gostar bem de ir vendo tudo.
Mesmo a ausência dela é uma coisa que está comigo.
E eu gosto tanto dela que não sei como a desejar.

Se a não vejo, imagino-a e sou forte como as árvores altas.
Mas se a vejo tremo, não sei o que é feito do que sinto na ausência dela.
Todo eu sou qualquer força que me abandona.
Toda a realidade olha para mim como um girassol com a cara dela no meio.

Fernando Pessoa

10-7-1930

da “O Pastor Amoroso”, in “Poemas de Alberto Caeiro”, Lisboa: Ática, 1946

Destarmi accanto a te… – Diego Valeri

Foto di Jonas Hafner

 

Destarmi accanto a te, nella prima
luce, e vederti dormire,
così bianca, così fragile e fina
da sentirmi volontà di morire.

Baciare le tue palpebre molli,
bianche farfalle che volano via,
scoprendo due divini fiori
di nerazzurra malinconia.

Baciare il tuo viso mattutino
ancora bagnato di sonno,
il tuo viso esiguo di bambino,
tutto bianco e tenero e biondo.

Baciare su le tue labbra il profumo
della tua profonda primavera,
e tutta respirarti, con l’oscuro
mio cuore, bianca anima leggera.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

«Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe» – Nelly Sachs

Michael Kenna, Railway Lines and Entry Building, Birkenau, Poland, 1992

 

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

***

«Wer aber leerte den Sand aus euren Schuhen»

Wer aber leerte den Sand aus euren Schuhen,
Als ihr zum Sterben aufstehen mußtet?
Den Sand, den Israel heimholte,
Seinen Wandersand?
Brennenden Sinaisand,
Mit den Kehlen von Nachtigallen vermischt,
Mit den Flügeln des Schmetterlings vermischt,
Mit dem Sehnsuchtsstaub der Schlangen vermischt,
Mit allem was abfiel von der Weisheit Salomos vermischt,
Mit dem Bitteren aus des Wermuts Geheimnis vermischt −

O ihr Finger,
Die ihr den Sand aus Totenschuhen leertet,
Morgen schon werdet ihr Staub sein
In den Schuhen Kommender!

Nelly Sachs

da “In den Wohnungen des Todes, 1940-44”, Berlin, Aufbau-Verlag, 1947

Ultime – Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

ETERNO

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

NOIA

Anche questa notte passerà

Questa solitudine in giro
titubante ombra dei fili tranviari
sull’umido asfalto

Guardo le teste dei brumisti
nel mezzo sonno
tentennare

LEVANTE

La linea
vaporosa muore
al lontano cerchio del cielo

Picchi di tacchi picchi di mani
e il clarino ghirigori striduli
e il mare è cenerino
trema dolce inquieto
come un piccione

A poppa emigranti soriani ballano

A prua un giovane è solo

Di sabato sera a quest’ora
Ebrei
laggiù
portano via
i loro morti
nell’imbuto di chiocciola
tentennamenti
di vicoli
di lumi

Confusa acqua
come il chiasso di poppa che odo
dentro l’ombra
del
sonno

TAPPETO

Ogni colore si espande e si adagia
negli altri colori

Per essere più solo se lo guardi

NASCE FORSE

C’è la nebbia che ci cancella

Nasce forse un fiume quassù

Ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

AGONIA

Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

RICORDO D’AFFRICA

Il sole rapisce la città

Non si vede più

Neanche le tombe resistono molto

CASA MIA

Sorpresa
dopo tanto
d’un amore

Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo

NOTTE DI MAGGIO

Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini

IN GALLERIA

Un occhio di stelle
ci spia da quello stagno
e filtra la sua benedizione ghiacciata
su quest’acquario
di sonnambula noia

CHIAROSCURO

Anche le tombe sono scomparse

Spazio nero infinito calato
da questo balcone
al cimitero

Mi è venuto a ritrovare
il mio compagno arabo
che s’è ucciso l’altra sera

Rifà giorno

Tornano le tombe
appiattate nel verde tetro
delle ultime oscurità
nel verde torbido
del primo chiaro

POPOLO

Fuggì il branco solo delle palme
e la luna
infinita su aride notti

La notte più chiusa
lugubre tartaruga
annaspa

Un colore non dura

La perla ebbra del dubbio
già sommuove l’aurora e
ai suoi piedi momentanei
la brace

Brulicano già gridi
d’un vento nuovo

Alveari nascono nei monti
di sperdute fanfare

Tornate antichi specchi
voi lembi celati d’acqua

E
mentre ormai taglienti
i virgulti dell’alta neve orlano
la vista consueta ai miei vecchi
nel chiaro calmo
s’allineano le vele

O Patria ogni tua età
s’è desta nel mio sangue

Sicura avanzi e canti
sopra un mare famelico

Giuseppe Ungaretti

Milano   1914-1915

da “L’allegria” (1914-1919), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2009