«Siamo una narrazione che finisce» – Chandra Livia Candiani

 

Siamo una narrazione che finisce
e tu mi cogli
– impreparata –
mentre ancora dipano il tuo passato
e te lo narro come storia
che ti custodisca nel presente.
Lavoro di miniera
che spacca a sangue
le unghie fino all’osso
madre ragazza
senza madre senza
soglia.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

«Se io venissi a mancare a me stesso» – Valerio Magrelli

Foto di Boris Smelov

 

Se io venissi a mancare a me stesso,
è questo il mio turbamento.
Temo d’evaporare poco a poco,
di perdermi nelle fessure del giorno
dimenticando cosí il mio pensiero.
A volte mi scopro nel silenzio
delle cose che ho intorno,
oggetto tra gli oggetti,
popolato di oggetti.
Dunque il dolore è metamorfosi
e le cause si susseguono
non viste mostrandosi
per quello che non sono.
Questo anzi è il primo dolore.
Gli occhiali allora andrebbero portati
tra l’occhio ed il cervello,
perché è là, tra boscaglie
e piantagioni di nervi
l’errore dello sguardo.
Qui si smarrisce la vista
e nel suo andare alla mente
si corrompe e tramonta.
Come se traversando
pagasse ad ogni passo
il pedaggio del corpo.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980

Conversazione con una pietra – Wisława Szymborska

 

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

−Vattene − dice la pietra.−
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.

− Sono di pietra − dice la pietra −
e devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

− Sale grandi e vuote − dice la pietra −
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

− Non entrerai − dice la pietra.−
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

− Se non mi credi − dice la pietra −
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
− Non ho porta − dice la pietra.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Sale”, Libri Scheiwiller, 2005

∗∗∗

Rozmowa z kamieniem

Pukam do drzwi kamienia.
− To ja, wpuść mnie.
Chcę wejść do twego wnętrza,
rozejrzeć się dokoła,
nabrać ciebie jak tchu.

− Odejdź − mówi kamień. −
Jestem szczelnie zamknięty.
Nawet rozbite na części
będziemy szczelnie zamknięte.
Nawet starte na piasek
nie wpuścimy nikogo.

Pukam do drzwi kamienia.
− To ja, wpuść mnie.
Przychodzę z ciekawości czystej.
Zycie jest dla niej jedyną okazją.
Zamierzam przejść się po twoim pałacu,
a potem jeszcze zwiedzić liść i kroplę wody.
Niewiele czasu na to wszystko mam.
Moja śmiertelność powinna cię wzruszyć.

− Jestem z kamienia − mówi kamień −
i z konieczności muszę zachować powagę.
Odejdź stąd.
Nie mam mięśni śmiechu.

Pukam do drzwi kamienia.
− roją, wpuść mnie.
Słyszałam, że są w tobie wielkie puste sale,
nie oglądane, piękne nadaremnie,
głuche, bez echa czyichkolwiek krokow.
Przyznaj, że sam niedużo o tym wiesz.

− Wielkie i puste sale − mówi kamień −
ale w nich miejsca nie ma.
Piękne, być może, ale poza gustem
twoich ubogich zmysłów.
Możesz mnie poznać, nie zaznasz mnie nigdy.
Całą powierzchnią zwracam się ku tobie,
a całym wnętrzem leżę odwrócony.

Pukam do drzwi kamienia.
− To ja, wpuść mnie.
Nie szukam w tobie przytułku na wieczność.
Nie jestem nieszczęśliwa.
Nie jestem bezdomna.
Mój świat jest wart powrotu.
Wejdę i wyjdę z pustymi rękami.
A na dowód, że byłam prawdziwie obecna,
nie przedstawię niczego prócz słów,
którym nikt nie da wiary.

− Nie wejdziesz − mówi kamień. −
Brak ci zmysłu udziału.
Żaden zmysł nie zastąpi ci zmysłu udziału.
Nawet wzrok wyostrzony aż do wszechwidzenia
nie przyda ci się na nic bez zmysłu udziału.
Nie wejdziesz, masz zaledwie zamysł tego zmysłu,
ledwie jego zawiązek, wyobraźnię.

Pukam do drzwi kamienia.
− To ja, wpuść mnie.
Nie mogę czekać dwóch tysięcy wieków
na wejście pod twój dach.

− Jeżeli mi nie wierzysz − mówi kamień −
zwróć się do liścia, powie to, co ja.
Do kropli wody, powie to, co liść.
Na koniec spytaj włosa z własnej głowy.
Śmiech mnie rozpiera, śmiech, olbrzymi śmiech,
którym śmiać się nie umiem.

Pukam do drzwi kamienia.
− To ja, wpuść mnie.
− Nie mam drzwi − mówi kamień.

Wisława Szymborska

da “Sól”, Państwowy Instytut Wydawniczy, Warszawa, 1962

«Di pomeriggio uno scroscio di pioggia» – Jaroslav Seifert

Foto di Josephine Cardin

 

Di pomeriggio uno scroscio di pioggia
fece profumare anche l’erba pesta
e la sera, piena di primaverile malinconia,
lenta s’univa alla notte.

L’organetto tagliuzzava da tempo
una nuova canzone
quando tra le ali del cigno
entrò la ragazza dal bracciale d’argento.

Notai il suo polso
perché abbracciò il collo del cigno
e i suoi occhi
schivavano il mio sguardo avido.

Finalmente mi lanciò un’occhiata
ed ebbe un piccolo sorriso
per farmi poi un cenno con la mano
e infine mandarmi un bacio.
Fu tutto lì.

Aspettai che apparisse di nuovo
per saltar su da lei durante la corsa,
ma le ali restarono vuote.

Talvolta gli amori sembrano un fiore
di papavero selvatico,
non riesci a portarteli a casa.

Quella volta però le due lampade
sibilavano come serpe contro serpe,
due serpenti l’uno verso l’altro,
e io invano corsi
dietro le sue gambe

nel vasto buio.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

da “La colonna della peste”, in “Jaroslav Seifert, Le opere”, UTET, 1987

Anima assente – Federico García Lorca

4.

Non ti conosce il toro né il fico,
né cavalli né formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con chiocciole,
uva di nebbia e monti asserragliati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si dimenticano
in un mucchio di cani estinti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per il futuro il tuo profilo e la tua grazia.
La maturità eccelsa della tua intelligenza.
La tua brama di morte e il sapore della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua gagliarda allegria.

Tarderà molto tempo a nascere, se nasce,
un andaluso così puro, così ricco d’avventura.
Canto la sua eleganza con parole che gemono,
e ricordo una brezza triste tra gli ulivi.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías”, in “Tutte le poesie”, Newton Compton, Roma, 1993

***

4. Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormigas de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Federico García Lorca

da “Llanto por Ignacio Sánchez Mejías”, Cruz y Raya, ivi, 1935