«Altri ti hanno presa» – Sergej Aleksandrovič Esenin

E.O. Hoppé, Harriet Cohen, 24 July 1920

 

Altri ti hanno presa:
A me è rimasto il fumo di vetro
Dei tuoi capelli, e dei tuoi occhi
La stanchezza autunnale.

Oh, la stagione dell’autunno! Mi è più cara
Della primavera e dell’estate.
Per questo così fortemente sei piaciuta
Alla fantasia di un poeta.

Io non mento col cuore:
Da oggi a tutta voce
Posso gridare di aver lasciato
La strada del teppismo.

E già viene il tempo degli addii
All’insolenza spregiudicata, indomabile:
Il cuore ha bevuto una miscela
Più forte dell’alcool.

E alla mia finestra bussa settembre
Con un ramo rosso di salice
Perché mi prepari all’incontro
Tranquillamente, senza cerimonie.

Ora stringo alleanza con l’universo
E nulla ho perduto di me stesso.
Solo la Russia mi sembra un’altra,
Diversi i cimiteri e i casolari.

Mi guardo intorno con occhi trasparenti
E in ogni luogo vedo te,
Sorella, amica,
Compagna ideale di un poeta.

Soltanto a te, rinnegando la mia natura
Infedele, io posso cantare
Nella penombra delle strade
Il teppismo che se ne va.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1923]

(Traduzione di Curzia Ferrari)

da “Sergej Aleksandrovič Esenin, Russia e altre poesie”, Baldini Castoldi Dalai, 2007

***

«Пускай ты выпита другим»

Пускай ты выпита другим,
Но мне осталось, мне осталось
Твоих волос стеклянный дым
И глаз осенняя усталость.

О, возраст осени! Он мне
Дороже юности и лета.
Ты стала нравиться вдвойне
Воображению поэта.

Я сердцем никогда не лгу
И потому на голос чванства
Бестрепетно сказать могу,
Что я прощаюсь с хулиганством.

Пора расстаться с озорной
И непокорною отвагой.
Уж сердце напилось иной,
Кровь отрезвляющею брагой.

И мне в окошко постучал
Сентябрь багряной веткой ивы,
Чтоб я готов был и встречал
Его приход неприхотливый.

Теперь со многим я мирюсь
Без принужденья, без утраты.
Иною кажется мне Русь,
Иными кладбища и хаты.

Прозрачно я смотрю вокруг
И вижу, там ли, здесь ли, где-то ль,
Что ты одна, сестра и друг,
Могла быть спутницей поэта.

Что я одной тебе бы мог,
Воспитываясь в постоянстве,
Пропеть о сумерках дорог
И уходящем хулиганстве.

1923

Сергей Александрович Есенин

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995

«Lievi le mani della poesia» – Chandra Livia Candiani

André Kertész, “My Mother’s hands”, 1919

 

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

«Rimani dove sei, ti prego» – Mario Luzi

Leonid Osipovich Pasternak, Portrait of E. Levina, 1916

 

Rimani dove sei, ti prego,
                        così come ti vedo.
Non ritirarti da quella tua immagine,
non involarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d’azzurro, di turchese,
            d’oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
                                   e offerta alla pittura
                                   e all’adorazione,
non farne una derelitta plaga,
              primavera da cui manchi,
mancando così l’anima,
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
                                   diventi vaniloquio, colpa.

Mario Luzi

da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, Garzanti, 1994

Janko il musicante – Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 

 

Alla memoria di un caduto
1

Rannuvolato guardi da vetri coperti di pianto.
Questa pioggia inopportuna – ti scombina i piani.
Picchietti sul telaio della finestra con le mani.
Spazi vuoti nei tuoi occhi.

Vedo come si bagna il vetro in cento gocce,
e come ognuna – densa di pensieri silenziosi –
si gonfi d’un tremito umido, dondoli, riposi,
e di colpo scivoli giù in una scia.

Giro la testa
e ridicola grido nei tuoi occhi stupiti,
nella linea perplessa delle labbra –
che so che te ne andrai.

2

Il giorno si raffredda silenzioso.
Si prospetta una serata fresca.
Il vento spegne le nostre fronti.
La voce si perde, la voce si spezza –
troppo difficile gridare.
D’un fiato chiedo:

                  Tornerai?… Domani?…

Il tempo dell’addio lo scrive la candela
con un filo di lacrime di cera.
La tua ombra grande, che sfiora il soffitto,
solleva il gesto della mano
e – fa il saluto:
                  Tornerò, DOMANI.

3

Timido, giovane, appiccicoso verde foglia.
Che vorrei strappare, calpestare, ferire.
Per la sua spudoratezza – perché pulsa di luce,
perché l’attesa non l’ha mai provata.

Ho nelle mani un odio che germoglia,
un nodo stretto in gola intriso d’ira.
Per la sua vita — effimera e vivace,
per la fugacità sua spensierata.

Creerò un’immensa torre di foglie
e darò fuoco ai suoi quattro lati.
Se arruffo il cielo ignoto in fumi alati –
s’avvereranno forse le mie voglie.

Pregherò per il tuo ritorno
tutti gli dèi del mondo.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Linda Del Sarto)

da “Canzone nera”, Adelphi Edizioni, 2022

***

JANKO MUZYKANT

Parnifd poległego
1

Patrzysz pochmurnie wskroś spłakanych szyb.
Ten deszcz nie w porę – krzyżuje ci plany.
Palcami dudnisz o okienne ramy.
Puste przestrzenie w oczach twych.

Widzę jak moknie szyba w kroplach stu,
a każda z nich – aż ciężka od zmilczanych myśli –
pęcznieje w wilgnym drżeniu, wahająco wisi,
za chwilę smuga spłynie w dół.

Odwracam głowę
i śmiesznie krzyczę w twe zdumione oczy,
w zakłopotana linię ust –
że wiem, że pójdziesz.

2

Dzień stygnie cicho.
Wieczór będzie chłodny.
Wiatr gasi nasze czoła.
A głos się gubi, głos się rwie –
za trudno, żeby wołać.
Tchem pytam:
Wrócisz?… Jutro?…

Czas pożegnania pisze świeca
sznurkiem woskowych łez.
Twój wielki, aż pod sufit cień
ręką unosi gest
i –salutuje:
                 Wrócę. JUTRO.

3

Nieśmiała, młoda, lepka zieleń liści.
Chciałabym zrywać, deptać, ranić.
Za jej bezwstyd – że pulsuje słońcem,
źe nie wie co to jest czekanie.

Mam w rękach siłę nienawiści,
mam gniew zwęzlony w krtani.
Za jej życie – krótkie, musujące,
za jej beztroskie przemijanie.

Ułożę stos olbrzymi z liści,
podpalę jego cztery końce.
Gdy obce niebo dymem zmącę –
może się prośba moja ziści.

Będę się modlić o twój powrót
do wszystkich bogów świata.

Wisława Szymborska

da “Czarna piosenka”, Wydawnictwo Znak, 2014

Alta sorveglianza – Milo De Angelis

Milo De Angelis, foto di Viviana Nicodemo

Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della mia giovane sposa e del mio delitto… forse ci riuscirò… forse a fine anno… nell’ultima pagina di un tema.
(alunno della terza di Opera, compito in classe)
Non ho mai visto un uomo
fissare con uno sguardo così assorto
quella sottile tenda azzurra
che i detenuti chiamano cielo.
………………………………………………….
Ognuno uccide ciò che ama.
(OSCAR WILDE, La ballata del carcere di Reading)
I

In carcere bisogna parlare
lo sanno anche i taciturni come te
il veleno si fa strada in ogni silenzio
la notte ti interroga ti interroga
e tu alla fine hai risposto
parlavi di lei corpo sposa tenaglia
lei come una grazia folgorata
nessuno nel vederla resta vivo
parlavi di lei oscura furia delle melograne
luce selvaggia al cadere di una veste
assoluto mescolato all’ora d’aria.

II

Quando hai cominciato l’opera
eri chiuso nel quadrilatero della tua voce
e ripetevi che le crepe sul muro, la luce
obliqua dei finestrini, i corridoi sbilenchi
tutto era pensiero
e questo pensiero era più forte di te,
si faceva materia, ti ingoiava.

III

Opera, sei dappertutto ma non so dove sei.
Voce del male sbarrato, forse sei qui, nella grigia
stalla di via Camporgnago quaranta, sei
tra le attenuanti e i narcisi del volontariato
sei qui e non sei qui ti trovo e ti perdo nel suono
della scheda magnetica o nel grido di una requisitoria
sei scomparso e sei dentro di noi che avanziamo
passo dopo passo verso un dolore
tanto più incerto quanto più sembrava prossimo.

IV

Hai visto franare la tua vita
tra codicilli, arbusti e demoni fangosi
hai sentito la potenza della cella
come un’ombra colpita
si oscurava l’armonia dei viventi
la giovane morta si incideva le braccia
si faceva eterno il tatuaggio.

V

Qui non è prevista
la stagione dei dodici raccolti
qui ogni mese può essere infinito
o mancare per sempre
dipende da un giro di sigarette
da una compravendita o da un agente
che non ha ricevuto la giusta adorazione
e compila un rapporto feroce
dove ogni ora d’aria è avvelenata
e ogni parola trova un movente.

VI

Ma le mura le avevamo già dentro
le notti curvilinee ci tornavano addosso
aprivo al mattino gli occhi lapidati
nasceva una prossimità violenta
si formava l’assedio.

VII

Qui sciamano preti operosi
hanno labbra gonfie
si aggirano nel loro terreno di caccia
si nutrono con le croste di ogni colpa
benedicono tutto indifferenti
indifferenti preparano la deportazione.

VIII

Sei un’ansia che non ha luce, dicevano,
sei nell’ateismo
di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione.

IX

Allora hai risposto, gentilmente, che sei tornato
dall’aldilà, hai risposto che dio non esiste
ma le anime sì: alcune sono rinchiuse in grandi pollai
dove tutti camminano lentamente
avanti e indietro, con un vestito marroncino
come questo, guardate, proprio come questo.

X

Stiamo in punta di piedi per questo spettacolo
dell’aldilà: vediamo le donne momentanee
e il disegno sacro dell’edera, vediamo
grappoli maturi, nell’ora della giusta previsione,
finché lei si toglie la veste morta e divampa
il suo graffito sul muro della cella.

XI

Con la sua fiamma ossidrica, il dolore
ci raggiunge, perfora il ferro dei nostri
quattro punti cardinali,
tocca il nervo indifeso, indugia, insiste
lo fa prigioniero, lo trapana
fino al nucleo dell’urlo, fino all’istante crollato
in se stesso, mentre intorno si allunga
il corridoio delle mille anime vaganti.

XII

Nella punta di questa matita
c’è il tuo destino, vedi, nella punta
aguzza e fragile che scrive sul foglio
l’ombra di ogni frase e scrive
le mura cieche, l’attenuante e il soliloquio
il tuo destino è proprio qui, in questo
immobile trasloco, in questo impercettibile
sorriso che un uomo offre
al mondo prima di sparire.

XIII

Questo destino che nessun diario
raccoglie, nessun giornale, cronaca
o storia, vive nel sibilo
di un ricordo, nel suono
della giovinezza: il frutteto fantastico
e un fruscio negli abbaini,
e poi qualche grammo, il pigolio
del giudice di sorveglianza,
un’edicola notturna, una retata.

XIV

Era l’aggravarsi
di ogni atto nel buio di se stesso,
la cieca evasione, l’indulto
che ha potuto liberarci
per una notte sola,
per una sola notte sterminata.

XV

“Ascolti,
professore, ora parlerò di lei
parlerò della viola naufraga,
del petto martire, della valanga:
parlerò di lei, l’ultimata”

XVI

“Lei donna di sedici anni diadema del sangue
codice lunare nelle guglie della sera
fervore di ceneri via lattea”

XVII

“Ieri in cielo ho visto Sirio, amico mio,
e ho pensato che quello era il mio soprannome,
il nome di un ragazzo solitario
che additava un piumaggio di nuvole
e chiedeva quando torneranno, quando
tornerà quel visibilio di viole e di fiaccole.
Non devi amarla – risposero – non devi
amarla più”

XVIII

“Profezie sottomarine
dicevano la catastrofe
ma io ho accettato ma io ho voluto
ridurmi a questo muso duro
che nei corridoi contratta con gli infami
l’orario delle visite. E ogni giorno
nell’orbita tremante cresce l’uragano
della donna sterminata”

XIX

“Superati i confini della grotta,
tutto ritornò musicale
ritornò l’attimo del grande incantamento
come una festa dell’essere,
lei sorrise!”

XX

“Sorrise, aprì la porta, scherzò nella luce
azzurrina della sua ultima stanza, aprì
allora la porta in un silenzio
fatato e violento. Il suo regno
era l’attimo, la scintilla, il rossore.
Ma quella gonna viola troppo corta
quel luccichio sconosciuto nella pelle!”

XXI

“Tagliata alla radice,
l’ombra ha compiuto il crimine
una disarmonia senza riposo
un figlio creato che impazzisce e trema
nel giardino dei corpi,
una mano screpolata, una semplice
mano premuta sul ferro”

XXII

“Riappare quel giorno immobile
sul sentiero dell’estinzione
e noi siamo la forma destinata
a quel gesto magistrale:
ricordo solo il bacio
che diventò strage cieca e senza tempo”

XXIII

“Campane mute e capovolte
ora circondano il corpo
intorno al collo un filo di perline
aveva l’ansia di una daina
aveva intuito e provò a fuggire
ma il piede in corsa mosse una valanga
e iniziò il minuto esteso
della morte”

XXIV

“Una donna così si uccide solo con il coltello
si uccide corpo a corpo in una vicinanza
che zittisce le melodie del suo respiro
e l’ho colpita l’ho colpita con una certezza
vicina all’oblio… poi l’estate
precipitò nella notte
e mi nascosi lì, colpevole e tremante…
… per un intero minuto
l’ho colpita”

Milo De Angelis

da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015