Esiste nell’azzurro… – Ernst Meister

Foto di Brassaï

 

Esiste nell’azzurro di mai
un gioco, si chiama
disfacimento.

All’albero d’inverno è attaccata
una foglia
si gira
si muove.

Una farfalla si riposa
sulla palpebra
instabile
della morte.

Ernst Meister

(Traduzione di Lea Ritter Santini)

da “Una farfalla sulla palpebra instabile della morte”, in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980

∗∗∗

Es gibt…

Es gibt
im Nirgendblau
ein Spiel, es heißt
Verwesung.

Es hängt
am Winterbaum
ein Blatt, es
dreht und
wendet sich.

Ein Schmetterling
ruht aus
auf Todes
lockerer Wimper.

Ernst Meister

da “Wandloser Raum. Gedichte”, Darmstadt und Neuwied: Luchterhand, 1979

Lettera n. 6 a Nelly Sachs – Paul Celan

6
[senza data, ca. 13.1.1958]

Cara, sinceramente ammirata, Nelly Sachs,

ieri l’altro, quando è giunta la Sua lettera, avrei voluto prendere il primo treno e venire a Stoccolma per dirLe – con quali parole poi? con quali silenzi? – di non credere mai che parole come le Sue possano rimanere inascoltate.

Lo spazio del cuore, è vero, è rimasto in gran parte sepolto, ma l’eredità della solitudine di cui Lei parla verrà accolta qua e là, nella notte, proprio perché vi sono le Sue parole.

False stelle ci sorvolano – certamente; ma il granello di polvere che la Sua voce impregna di dolore descrive l’orbita infinita.

Suo Paul Celan

da “Paul Celan, Nelly Sachs, Corrispondenza”, Giuntina, 2018

A cura di Barbara Wiedemann. Edizione italiana a cura di Anna Ruchat.

A Neuffer. Nel marzo 1794. – Friedrich Hölderlin

Dogwood at Valley Forge by Andrew Wyeth, 1941

 

Ancora torna in me la dolce primavera,
Ancora non invecchia il mio lieto cuore infantile,
Ancora scorre la rugiada d’amore dai miei occhi,
Ancora vivono in me della speranza piacere e dolore.

Ancora mi consola, con dolce delizia degli occhi,
Il cielo azzurro e la verde campagna,
Divina, la natura giovane e benevola
Mi porge il calice della vertigine di gioia.

Coraggio! È degna dei dolori, questa vita,
Finché a noi miseri appare il sole di Dio,
E immagini di un tempo migliore si librano sull’anima,
E con noi piange un occhio amico.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco e libriccino per le gioie domestiche e sociali 1797

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

Hölderlin aveva spedito questi versi a Neuffer da Waltershausen nel marzo del 1794, con una lunga lettera in cui ribadiva i suoi intatti sentimenti di amicizia verso l’antico compagno di studi, dopo le «metamorfosi interiori» seguite alla sua partenza dalla Svevia, lasciando l’amico libero di disporre a proprio piacimento della poesia. Neuffer la farà pubblicare nello stesso anno sulla rivista «Die Einsiedlerinn aus den Alpen». La sua ristampa nel 1796, dopo la morte di Rosine Stäudlin e insieme alle due poesie a lei dedicate, con il titolo redazionale di Lebensgenuß  (Piacere della vita), conferirà un nuovo valore ai versi. Nel 1825 Neuffer li riprenderà con il titolo Trost (Consolazione) nel suo Taschenbuch von der Donau, intervenendo arbitrariamente con alcune modifiche.

∗∗∗

An Neuffer. Im Merz. 1794.

Noch kehrt in mich der süße Früling wieder,
Noch altert nicht mein kindischfrölich Herz,
Noch rinnt vom Auge mir der Thau der Liebe nieder,
Noch lebt in mir der Holhung Lust und Schmerz.

Noch tröstet mich mit süßer Augenwaide
Der blaue Himmel und die grüne Flur,
Mir reicht die Göttliche den Taumelkelch der Freude,
Die jugendliche freundliche Natur.

Getrost! es ist der Schmerzen werth, diß Leben,
So lang uns Armen Gottes Sonne scheint,
Und Bilder beßrer Zeit um unsre Seele schweben,
Und ach! mit uns ein freundlich Auec weint.

Friedrich Hölderlin

da “Friedrich Hölderlin: Gedichte”, Stuttgart u. a., 1826

Prima pubblicazione in «Die Einsiedlerinn aus den Alpen. Zur Unterhaltung u. Belehrung für Deutschlands un Helvetiens Töchter», a cura di M.A. Ehrmann, 1794, fascicolo 3, n. 7, Orell, Geßner, Füßli & comp., Zürich 1794, p. 35, firmata Hölderlin; seconda pubblicazione in Almanach und Taschenbuch für haeusliche und gesellschaftl. Freuden 1797, a cura di C. Lang, Guilhaumann-Lang, Frankfurt a. M.-Heilbronn am Nekar 1796, p. 223, firmata Hölderlin.

A coloro che verranno – Bertolt Brecht

Pedro Luis Raota, War and Peace, 1960’s

I.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai piú potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto).

«Mangia e bevi, –mi dicono: –E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

II.

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano piú sicuri senza di me; o lo speravo.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

III.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, piú spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Poesie di Svendborg seguite dalla Raccolta Steffin”, “Gli Struzzi” Einaudi, 1976

∗∗∗

An die nachgeborenen

I.

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
Hat die furchtbare Nachricht
Nur noch nicht empfangen.

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschliesst!
Der dort ruhig über die Strasse geht
Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
Die in Not sind?

Es ist wahr: ich verdiene noch meinen Unterhalt.
Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt bin ich verloren).

Man sagt mir: Iss und trink du! Sei froh, dass du hast!
Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
Ich dem Hungernden entreisse, was ich esse, und
Mein Glas Wasser einem Verdurstenden fehlt?
Und doch esse und trinke ich.

Ich wäre gerne auch weise.
In den alten Büchern steht, was weise ist:
Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
Ohne Furcht verbringen.
Auch ohne Gewalt auskommen
Böses mit Gutem vergelten
Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
Gilt für weise.
Alles das kann ich nicht:
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!

II.

In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
Als da Hunger herrschte.
Unter die Menschen kam ich zur Zeit des Aufruhrs
Und ich empörte mich mit ihnen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Mein Essen ass ich zwischen den Schlachten.
Schlafen legte ich mich unter die Mörder.
Der Liebe pflegte ich achtlos
Und die Natur sah ich ohne Geduld.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Strassen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
Sassen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Kräfte waren gering. Das Ziel
Lag in grosser Ferne.
Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
Kaum zu erreichen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

III.

Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
In der wir untergegangen sind
Gedenkt
Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
Auch der finsteren Zeit
Der ihr entronnen seid.

Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

Dabei wissen wir doch:
Auch der Hass gegen die Niedrigkeit
Verzerrt die Züge.
Auch der Zorn über das Unrecht
Macht die Stimme heiser. Ach, wir
Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
Konnten selber nicht freundlich sein.

Ihr aber, wenn es soweit sein wird
Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
Gedenkt unsrer
Mit Nachsicht.

Bertolt Brecht

da “Svendborger Gedichte”, Malik Verlag, London, 1939

Il sesto Inno alla notte – Novalis

Friedrich Eduard Eichens, Portrait of Novalis, 1906

 

Ci accolga nel grembo la terra,
scampati dai regni del Giorno!
La rabbia cozzante dei flutti
dà il segno alla lieta partenza.
In piccola barca, è veloce
l’approdo alle sponde del Cielo.

Laudata la Notte perenne,
laudato sia il Sonno eternale!
Riarsi dal torrido Giorno,
ci ha vizzi il tenace soffrire.
L’esilio terreno ci ha stanchi:
la casa paterna, aneliamo.

Che giovano al mondo perverso,
la fede serbata e l’amore?
L’Antico? Caduto in dispregio.
Del Nuovo, incuranti noi siamo.
Sta solo, in cordoglio profondo,
colui che idolatra il passato.

I tempi, in che ardeva lo Spirito
di fiamme ardentissime chiare;
e ancor ravvisava, adorando,
l’ascoso sembiante di Dio;
e a volte, la Luce patema,
ignaro di sé, rifletteva.

I tempi, in cui ricchi di fiori
smagliavano i tronchi vetusti;
ed ogni germoglio anelava
l’Eterno, la Morte, il Dolore;
e pur nel tripudio del mondo,
un cuore schiantava d’amore.

I tempi che in giovine ardenza
Dio stesso, agli umani svelato,
la vita sua dolce immolava,
persino in straziata paura
soffrendo la morte amorosa,
per esserci in tutto fratello.

Vediamo, con ansia struggente,
ravvolger la Notte i Beati.
L’arsura implacata non trova
piú in terra la provvida fonte.
Lassú nella casa paterna
saliamo a cercarla, — dov’è.

Che cosa il ritorno ci attarda?
Riposan, da tempo, i piú cari;
e i loro sepolcri son fine
al nostro terreno patire.
Piú nulla qui resta: ché sazio
sta il cuore nel mondo deserto.

Mistero infinito, ogni vena
un brivido ebbro c’inonda.
Avverto sonar, dagli spazii,
un’eco del nostro tormento.
Struggendosi anch’essi, i Beati,
ci mandan dogliosi sospiri.

La sposa soave, la terra,
mi accolga, mi accolga Gesú!
Fa’ cuore! Già ingrigia il crepuscolo
per l’anime amanti e dolenti.
Un sogno dai ceppi ne scioglie,
ci affonda nel grembo di Dio.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

∗∗∗

Die sechste Hymne an die Nacht

Hinunter in der Erde Schoss,
Weg aus des Lichtes Reichen,
Der Schmerzen Wut und wilder Stoss
Ist froher Abfahrt Zeichen.
Wir kommen in dem engen Kahn
Geschwind am Himmelsufer an.

Gelobt sei uns die ewge Nacht,
Gelobt der ewge Schlummer.
Wohl hat der Tag uns warm gemacht,
Und welk der lange Kummer.
Die Lust der Fremde ging uns aus,
Zum Vater wollen wir nach Haus.

Was sollen wir auf dieser Welt
Mit unsrer Lieb’ und Treue.
Das Alte wird hintangestellt,
Was soll uns dann das Neue.
0 ! einsam steht und tief betrübt
Wer heiss und fromm die Vorzeit liebt.

Die Vorzeit, wo die Sinne licht
In hohen Flammen brannten,
Des Vaters Hand und Angesicht
Die Menschen noch erkannten.
Und hohen Sinns, einfältiglich
Noch mancher seinem Urbild glich.

Die Vorzeit, wo noch blütenreich
Uralte Stämme prangten,
Und Kinder für das Himmelreich
Nach Qual und Tod verlangten.
Und wenn auch Lust und Leben sprach,
Doch manches Herz für Liebe brach.

Die Vorzeit, wo in Jugendglut
Gott selbst sich kund gegeben
Und frühem Tod in Liebesmut
Geweiht sein süsses Leben.
Und Angst und Schmerz nicht von sich trieb,
Damit er uns nur teuer blieb.

Mit banger Sehnsucht sehn wir sie
In dunkle Nacht gehüllet;
In dieser Zeitlichkeit wird nie
Der heisse Durst gestillet.
Wir müssen nach der Heimat gehn,
Um diese heilge Zeit zu sehn.

Was hält noch unsre Rückkehr auf?
Die Liebsten ruhn schon lange.
Ihr Grab schliesst unsern Lebenslauf,
Nun wird uns weh und bange.
Zu suchen haben wir nichts mehr —
Das Herz ist satt — die Welt ist leer.

Unendlich und geheimnisvoll
Durchströmt uns süsser Schauer.
Mir däucht, aus tiefen Fernen scholl
Ein Echo unsrer Trauer.
Die Lieben sehnen sich wohl auch
Und sandten uns der Sehnsucht Hauch.

Hinunter zu der süssen Braut,
Zu Jesus, dem Geliebten.
Getrost, die Abenddämmrung graut
Den Liebenden, Betrübten.
Ein Traum bricht unsre Banden los
Und senkt uns in des Vaters Schoss.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800