Costa – Ernst Meister

Mimmo Jodice, Elena, 1966

 

Curvati
verso la mia bocca.
Ti dico
un canto di marinai
sotto le ciglia:

veleggiamo
con le palpebre
lungo
la linea della costa,
in colloquio con la luce.

Ernst Meister

(Traduzione di Andrea Mecacci)

da “Numeri e figure”, in “Il respiro delle pietre”, Donzelli Poesia, 2000

∗∗∗

Küste

Kehr dich
zu meinem Mund.
Ich sage dir
ein Schifferlied
unter die Wimpern:

Daß wir segeln
mit den Augenlidern
den Faden
der Küste entlang,
mit dem Licht im Gespräch.

Ernst Meister

da “Zahlen und Figuren: Gedichte”, Limes Verlag, 1958

Fuga della morte – Paul Celan

 

NEGRO latte dell’alba noi lo beviamo la sera
noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
egli scrive egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano
egli aduna i mastini con un fischio
con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto

Egli grida puntate più a fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi
Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania
grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria
così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania
noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo
la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro
egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i mastini su di noi fa dono di una tomba nell’aria
egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Todesfuge

SCHWARZE Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen

Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister aus Deutschland

dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche VerlagsAnstalt GmbH, Stuttgart, 1952

A mezzo la vita – Friedrich Hölderlin

Caspar David Friedrich, Schwaene im Schilf, circa 1820

3.

     Ricche di frutti gialli,
fiorite di rose selvagge,
si specchiano le rive
nel lago.
E voi, cigni soavi,
il capo tuffate per entro
la casta santità dell’acqua,
ebri di baci.

     Ma come, ahimè, discendano
le nebbie d’inverno,
ove sarà ch’ io trovi,
coi fiori e la luce del sole,
un’ombra almeno della dolce terra?
I muri stanno
àfoni e freddi:
scosse, sui tetti, gemono
le banderuole
nel vento.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche del tragico presagio”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

∗∗∗

Hälfte des Lebens

     Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

     Weh mir, wo nehm’ ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Friedrich Hölderlin

da “Nachtgesänge”, in “Taschenbuch für das Jahr”, 1805

Il terzo Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, 1819, Dresda, Gemäldegalerie

         

 Un giorno ch’io versavo amare lacrime; che, disciolte in dolore,
fluivano scomparendo tutte le mie speranze; e me ne stavo
solitario presso l’arido tumulo in cui, sepolta entro un angusto
spazio, era l’essenza della vita mia; solitario cosí come nessuno
fu solitario al mondo, premuto da un indicibile sgomento, ridotto
a non essere ormai se non il senso stesso della disperazione;
come giravo attorno supplichevole gli sguardi, e non
potevo muover passo né innanzi né indietro; e m’avvinghiavo
con anelito senza fine alla vita che mi fuggiva spenta; discese
dalle azzurre lontananze, giú dai vertici della mia beatitudine
trascorsa, un brivido crepuscolare.
          Si strappò, di colpo, ogni legame fra la nascita e me. Fu
la catena della Luce, infranta. La malinconia confluí entro un
nuovo imperscrutabile mondo. E tu, Estasi notturna, e tu, Sonno
divino, sopravveniste.
          Il paesaggio, intorno, si sollevò a poco a poco. Sul 
 paesaggio aliò, dissolvendosi, il mio spirito risorto. Il tumulo si
sfece in una nuvola di polvere. E oltre la nuvola io vidi, 
trasfigurato, il vólto dell’Amata. Negli occhi, Le riposava l’Eterno.
Presi le mani Sue. Il pianto divenne, tra di noi, un rifulgente
vincolo infrangibile. Millenni furono spazzati in lontananza, come
uragani. Piansi al suo collo l’estasi di quella vita nuova. Fu
il primo, unico sogno. E da quell’attimo soltanto, s’infuse in
me una fede immutabile, eterna, nel Paradiso della notte.
       E nella Luce sua: l’Amata.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

***

Die dritte Hymne an die Nacht

Einst, da ich bittre Thränen vergoss, da in Schmerz aufgelöst
meine Hoffnung zerrann, und ich einsam stand an dem dürren Hügel,
der in engen dunkeln Raum die Gestalt meines Lebens barg —
einsam, wie noch kein Einsamer war, von unsäglicher Angst
getrieben — Kraftlos, nur ein Gedanken des Elends noch. —
Wie ich da nach Hülfe umherschaute, vorwärts nicht könnte und
rückwärts nicht, und am fliehenden, verlöschten Leben mit
unendlicher Sehnsucht hing: — da kam aus blauen Fernen —
von den Höhen meiner alten Seligkeit ein Dämmrungsschauer
— und mit einemmale riss das Band der Geburt — des Lichtes
Fessel. Hin floh die iridische Herrlichkeit und meine Trauer mit
ihr — zusammen floss die Wehmut in eine neue, unergründliche
Welt — du Nachtbegeisterung, Schlummer des Himmels kamst
über mich — die Gegend hob sich sacht empor; über der
Gegend schwebte mein entbundner, neugeborner Geist. Zur 
Staubwolke würde der Hügel — durch die Wolke sah ich die verklärten
Züge der Geliebten. In ihren Augen ruhte die Ewigkeit — ich
fasste ihre Hände, und die Tränen wurden ein funkelndes,
unzerreissliches Band. Jahrtausende zogen abwärts in die Ferne, wie
Ungewitter. An Ihrem Halse weint ich dem neuen Leben
entzückende Thränen. — Es war der erste, einzige Traum —
und erst seitdem fühl ich dir ewigen, unwandelbaren Glauben an
den Himmel der Nacht und sein Licht, die Geliebte.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

La notte – Georg Heym

Foto di André Kertész

 

Con lunghi colli pendono le stelle
Di fuoco sulle torri che vacillano
Sferzando i tetti. E la fiamma saltella
Come un fantasma per le vie sconvolte.

Finestre sbattono. E le mura antiche
Senza denti spalancano le porte.
Nelle fauci precipitano i ponti
E fuori c’è, ad attendere, la Morte.

Corre la gente intorno senza meta
Gridando cieca, con le armi in mano.
Giú nelle strade è un brusio sordo, e danzano
Agitate dal vento le campane.

Rosse e morte le piazze. E lune enormi
Con gambe ossute salgono oltre i tetti
Illuminando ai malati che dormono
Le fronti scialbe come lini freddi.

Georg Heym

(Traduzione di Paolo Chiarini)

da “Umbra vitae”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Die Nacht

Auf Schlangenhälsen die feurigen Sterne
Hängen herunter auf schwankende Türme,
Die Dächer gegeißelt. Und Feuer springet,
Wie ein Gespenst durch die Gasse der Stürme.

Fenster schlagen mit Macht. Und die Mauern, die alten,
Reißen die Tore auf in zahnlosem Munde.
Aber die Brücken fallen über dem Schlunde
Und der Tod stehet draußen, der Alte.

Aber die Menschen rennen, ohne zu wissen
Blind und schreiend, mit Schwertern und Lanzen.
Unten hallet es dumpf, und die Glocken tanzen,
Schlagend laut auf, von den Winden gerissen.

Die Plätze sind rot und tot. Und riesige Monde
Steigen über die Dächer mit steifen Beinen
Den fiebernden Schläfern tief in die Kammer zu scheinen,
Und die Stirne wird fahl wie frierendes Leinen.

Georg Heym

da “Dichtungen und Schriften”, a cura di K.L. Schneider, vol. I, Hamburg und München, 1964