L’ombra della luna – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

Nulla, piú nulla, un suono non ti regge
assetata stasera al plenilunio,
è finita la vita oltre la tua legge,
questo vento s’immischia dentro il bruno
tuo pallore, come vano!
Si voltano le pergole, le azzurre
cenerarie dolorano:
se fuma un’ala lungo la facciata
tu perseguine l’ombra fino a dove
si spegne senza luna.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Il seme – Marcello Comitini

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, 1819, Dresda, Gemäldegalerie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da quali nascosti
solchi della mente
saliranno le mie parole
se non ho avventure
da narrare
se ho vissuto solo
nel silenzio
se l’amore mi ha lasciato
tanto
ancora da sperare.

Parlerò alla luna
quando nella notte bagna
il tempo dei ricordi.
E nel tramonto al sole
quando brucia le speranze.

Conservo dentro il cuore
il profumo di tanti fiori.
e tra le labbra stringo
il gelo di tante nevi.

La mia anima è un seme
nella terra del mio corpo.

Marcello Comitini

da “L’altrove della luna”, Eretica Edizioni, 2023

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Presentazione
    L’uomo, accecato dai bagliori delle città, stordito dalla fretta di giungere a una meta, ammutolito dai rumori e dalla molteplicità delle luci, raramente guarda in se stesso. Città, rumori e luci sono strumenti e metafore del disperdere la capacità umana del riflettere.
Ma esistono momenti in cui volgere gli occhi verso il proprio intimo diventa un imperativo per poter riprendere il cammino, per dare un senso più profondo alle proprie esperienze.
Se la molle e inafferrabile consistenza del tempo e la tenera anima soffocata dalle amarezze, o implosa di gioia, lo sollecitano a distogliere lo sguardo e pensare, l’uomo incontrerà la natura e tutto ciò che lo sovrasta o lo circonda. Ogni elemento di questa realtà rappresenterà un richiamo alla propria ricchezza interiore, un simbolo di altre immagini che sente sepolte in sé. Uccelli in volo, fugaci aerei, foglie prede del vento autunnale, nuvole in corsa verso il nulla, montagne illuminate dal sole o dalla luna.
E se il sole abbaglia, la luna attrae l’uomo come un viandante che, perduto ogni orientamento, vede una luce brillare e a questa affida la speranza di chiarire la propria condizione.
Nonostante la missione Apollo 11 dell’ormai lontano 1969 abbia segnato uno storico spartiacque per la scienza e per il modo di percepire il nostro satellite, la luna continua a rappresentare desiderio, mistero, domanda, struggimento.
La luna così diventa confidente delle gioie, delle debolezze e dei desideri dell’uomo. Fa nascere un legame profondo tra lei e l’essere umano.
È sufficiente uno sguardo interiore per ritrovare tracce di luna nei propri pensieri.
La luna illumina, in particolare sul volto degli amanti, le linee del presente e del futuro sperato. E sul volto del solitario o della donna sola, quella cicatrice d’argento che sanguina. Essa diviene per costoro impalpabile e spesso effimero legame con l’amore. O assume il ruolo di compagna silenziosa per colui o colei che sente la solitudine dell’astro come propria.
Che sorga trionfante, o splenda matrona matura del cielo, o che si distingua appena nel formicolio delle stelle o che infine tramonti malinconica, la luna possiede il fascino particolare di attrarre a sé gli sguardi anche di coloro in cui l’amore è ormai un ricordo.
Da queste riflessioni nasce il titolo della raccolta e il suo filo conduttore. L’altrove della luna è proprio il luogo, o meglio i luoghi, in cui la luna appare, anche se lontana − ma mai estranea − dal momento evocatore.
La suddivisione delle poesie in tre sezioni si assimila al ciclo della luna. A poesie che hanno come tema centrale la luna seguono altre in cui la luna è simile a un tag (o parola chiave) che riporta il pensiero a quel suo potere affascinante.
Ogni poesia infatti è un invito a trovare in se stessi i luoghi in cui la luna appare. Amore, delusioni, rimpianti, solitudine sono questi i contenitori della luna, che sia piena o solo un accenno esile come una virgola.
Marcello Comitini

Nessuna parola – Margherita Guidacci

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

Poiché non mi veniva nessuna parola
(la parola era “addio”, ma non riuscivo a dirla)
ti ho dato il mio silenzio
ed ho ascoltato il tuo,

e non è stato un vuoto, ma condivisa pienezza
e ancora gioia, mentre accettavamo,
come la terra, un nostro tempo di neve,
bianco grembo d’attesa delle future estati.

Margherita Guidacci

da “Inno alla gioia”, Nardini, Firenze, 1983

Le sei del mattino – Vittorio Sereni

Bed Room Chair – Abandoned Building by Dirk Ercken

 

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che piú non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Versi lasciati sopra il cuscino – Gesualdo Bufalino

Foto di Walter Valentini

 

Ecco declina già l’anno di nuovo,
ma l’ombra dietro i vetri che ci spia
ancora sazi, ancora ingordi ci ritrova
del suo cibo di mala follia.

Diluvi corrono come coltelli
per ogni viottolo del sangue triste:
ah brama buia, perduti duelli,
tentazione di non esistere!

Possederti mi è dunque terrore,
e quando madida e dolce sul fianco
piangendo mi manchi, nel cuore
un vento ascolto battere stanco.

Coi capelli avvinti e le bocche funeste
come non serve contro la sorte
ogni sera cercare questa celeste 
catastrofe che simula la morte. 

Come non serve affondare la faccia
sul tuo petto di diafana pietra,
ora che già il predone fiutò la nostra traccia
e i suoi cani ci latrano dietro.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006