Lo steddazzu – Cesare Pavese

Foto di Jerry N. Uelsmann

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa piú amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa piú amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta piú nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese

[9-12 gennaio 1936]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Tra Long Island e Manhattan – Piero Bigongiari

Susan McCartney, 59th Street Bridge in Fog, New York City, NY

 

Ma ecco fulmina questa gelatina
l’immensa vanità che si raffina
in vene e sangue, le pantere rampano
sulfuree dai pavimenti musivi, dall’alto
delle fronde dipinte uccelli cantano melliflui
questa morte intermedia che sorride
non più a se stessa, questa che non altra
infinità media che il suo intercedere
proclamandosi amore: e non è morte
già più, forse è sorriso, magari calcolo, certamente oblio.

Ma non ti oblio sull’orlo del bicchiere,
amorosa cicuta: altro son io,
un’altra morte dolce nel rosolio
che un’altra mano innocente ti porge.

Ci attendevano i miracoli del mare,
le ore senz’ora delle isole all’orizzonte,
il taglio azzurro alle radici delle cose,
negli alberghi di passaggio le rose dimenticate
in un bicchiere, fanés gli sguardi delle giovani prostitute
sull’orlo di un altro bicchiere. Ma il cerchio non si quadra,
non torna la morte con la vita, eppure torna,
gli angoli sono così clamorosamente curvi nell’azzurro
che ti sembra di ritornare su te stesso
e sei in una città di torri altissime da togliere il fiato
a quanto si specchia sul vetro gelatinato dell’amore.
Ti specchi e non ti vedi in queste ore azzurrine:
quello che c’è di là, il vuoto inabitato, non ti riempie,
immagine che non si stacca, francobollo già timbrato.

Così s’offre qualcosa di staccato
da tutto, sopra un piatto di nebbia argentata,
e insieme unito al suo rovescio, il tizzo
legato alla fiamma ch’è tizzo ancora
mentre a lungo vapora azzurrorosa.

Tra Long Island e Manhattan i cimiteri
fioriscono, come d’una salsedine, di spruzzi di neve dimenticata.
Le lunghe ellissi sui sepolcri imbiancati dei pionieri
tracciano la parola dell’attesa,
sull’orrenda distesa fiorisce un paradiso momentaneo,
un’innocenza strana, chi ha vissuto tace,
eppure un fuoco di arbusti qua e là cilestrino
apre le bocche a chi deve ancora confidare
che non tutto è finito: il grande silenzio
e il ronzio dei motori e già i gabbiani
ovattati sulle rocce sorvegliano la parola del mare.
Non trattenerti, oh non trattenerti più del necessario,
dove la parola ha origine, o forse è la sua fine.
La curva della parola è già fiamma nella tua bocca
destinata alla neve e in quella dei morti che ascoltano,
il proprio cranio amletico tra le mani,
le suture delle ossa come un’impuntura divina
a che il pensiero non pensi neve, non pensi altro
che quello che è nascosto sotto la fioritura momentanea.

Là forse le mani tinte del sangue del tramonto
porgile – sono le tue – dal finestrino, e scrivi, scrivi, amore,
lungo le ellissi di quelle strade che non so se ripercorrerai,
le maiuscole dell’incipit di quello che non sai,
scrivi scrivi sul bianco raccapriccio che già piglia fuoco
il sorridente capriccio delle tua fulminea eternità.
Là, là dove i denti del dolore quasi ridono.

Piero Bigongiari

3-12 settembre ’76

da “L’identificazione altera”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Epigrafe – Attilio Bertolucci

Foto di Josef Sudek

«O mors, quam amara est memoria tua
homini pacem habenti insubstantiis suis»

 

Fui una viottola un tempo.
Invasa dall’erba,
soave e straziante silenzio
è mia morte, acerba
se pure da un alto ramo
la cicala riprende il suo canto meridiano.

Attilio Bertolucci

da  “Attilio Bertolucci, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

«non hai luogo o non sai o tardi solo» – Eugenio De Signoribus

Foto di Paolo Corradini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

non hai luogo o non sai o tardi solo
è per saperlo o per vederci chiaro
ora che il giorno tutto ira è in volo
coi fumi cerebrali…

di qui non sei, qui certo non hai base,
sei uno che non passa, che non erge
o che non altro…, o che alla sua pelle
sta come un senzacasa…

Eugenio De Signoribus

da “Principio del giorno”, Garzanti, 2000

Vita tagliata – Paolo Ruffilli

Jacques Henri Lartigue, Sala au rocher de la vierge, Biarritz, 1927

 

Non fu curiosità
e non fu noia
la cosa che mi spinse
e mi ha smarrito…
fu anzi la coscienza
minuziosa
di me e del mondo
a muovere e guidare
i passi ignoti
del mio precipitare.
Il mondo ed io,
corrispondenze esatte:
pietra senza labbro
e labbra senza verbo,
per quanto inseguo
e cerco.
Più che fuggire
gli sono andato
incontro,
ma niente ho mai
subito o abbandonato.
Ho sempre scelto,
e ho attaccato,
per ultimo me stesso…
né rinunciato affatto.
Ho scelto e amato,
sbagliando, sì,
e avendola aggredita
ho guardato in faccia,
tagliata, la mia vita.

Paolo Ruffilli

da “La sete, il desiderio”, in “Le stanze del cielo”, Marsilio, Venezia, 2008