«Il desiderio mi brucia» – Cesare Pavese

Arnold Genthe, Lee Miller, about 1927

 

Il desiderio mi brucia
il desiderio di cose belle
che ho viste e non vissute.
Il desiderio mi brucia
ed impera ardente e solo
nel mio cuore e nel mio cervello.
     Desidero tante cose
che ho viste in trasparenza
di musica fiori e profumi.
     Di luci e di brusii strani
che avvicinano l’anima alla poesia.

     Che è questa voce?
È il mio violino che canta
(Strano. Eppure io non ci sono!)
E questa vertigine insolita?
È quella che provo quando La vedo.
Tutto pare uno strano capogiro di febbre
pieno di tanti frantumi di cristallo
che scintillano e tintinnano
tintinnano, tintinnano e scintillano…
… ed in questa vertiginosa ridda
ancora la vedo, bella e quasi assente
immensamente bella
ma lontana…
                        … lontana…
                        … lontana…
… come la musica…
… come l’inebriante profumo…
… come le luci che ora sono
nel silenzio spente.

Cesare Pavese

[8 marzo 1929]

da “Prima di «Lavorare stanca » (1923-1930)”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Une femme qui passe – Dino Campana

Foto di Stanley Kubrick

 

Andava. La vita s’apriva
Agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi
Solenne ed assorto il ritmo del passo
Scandeva il suo sogno
Solenne ritmico assorto
Passò. Di tra il chiasso
Di carri balzanti e tonanti serena è sparita
Il cuore or la segue per una via infinita
Per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

Dino Campana

da “Canti Orfici ed altre liriche”, Vallecchi, 1928

Lieve offerta – Antonia Pozzi

Claude Monet, Les Peupliers, oil on canvas, 1891

 

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

Antonia Pozzi

5 dicembre 1954

da “La vita sognata”, in “Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi”, Luca Sossella Editore, 2010

Quadernetto alla polvere – Leonardo Sinisgalli

Foto di Galina Kurlat

 

Nella mia stanza come sopra un atlante
ho cercato i tuoi mari e tuoi monti.
T’ho attratta con un crine,
t’ho estinta con un soffio.
Ho resistito ai tuoi vortici, alle piene
improvvise, ai letargici inganni.
Per lungo giro di anni
tra le rughe e gli specchi,
nella spoglia di un fiore,
sul lobo di un orecchio,
dove esita la sfera
dove il filo si spezza.

 

Appena visibile incolore impalpabile,
senza apici, senza figura,
innocua come la serpe di cui si conosce il rifugio,
più elusiva dell’ombra, pungente più della luce,
dove ti posi fai intima ogni cosa.
Così silente scorri ma non trabocchi,
ti accumuli ma non dirocchi.

 

Qui nel quartiere sotto la collina
trascorro le mie ore al riparo dal vento
come il mangiatore di fiamme copre col sasso
le fragili monete del suo altarino.
Amo questi meriggi corti così cangianti,
l’aria friabile, l’anitra che farnetica nella corte.
Nella vasta penombra non spiga la Città.
Fu prato in altra età.
Annaspo nel buio semicieco
verso il cerchio di fuoco
che brilla nel campo dei monelli.

 

O sostanza retrattile,
spuma incongrua di un mare di tedio,
o superbo ipogeo della Piuma e della Pulce
che cosa chiude la tua secchezza,
che cosa riflette il tuo guscio?
Quale seme, qual polline, qual germe
nasconde il tuo nocciolo,
un diadema, una rotula, un verme,
quel che si accoglie o quel che si rifiuta,
l’uovo guasto o la macchina inutile?

 

Forse il fuoco del giorno è restituito
da questo lume che attira sfinita
una falena, da un grano marcito
che nutre l’uovo di un’ape nel seno.

 

Con quale assillo prepara la Sposa
per anni la coltre del letto nuziale,
e il Re che da vivo conta i sassi
della Piramide sepolcrale,
il Guardiano che fa coi secchi
il censimento delle foglie del viale…
(Selva fitta ove il Tempo
nasconde le sue trappole,
immola le sue vittime.)

 

Ti porterò la mia testa vacante
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.

 

Quando la foglia cade
dagli alberi invisibili
e la forma si estenua
e la forza si esaurisce,
quando anche la dura pietra
e il ferro tenace
vestono di gemme il tuo fantasma,
quando il gallo irato si ostina
ad afferrare il tuo Principio,
e non sa che il tuo capo è nel buio
la tua coda è l’oblio,
noi ci chiniamo a guardarti
come una biscia morta ai nostri piedi.

 

Fenice del nostro risveglio
devasta i vani orditi,
rinfranca il cuore con le tue alluvioni,
porta il limo sui vecchi triangoli
e le tempeste sulle carte siccitose!

 

Da te, consumati tutti i segni,
sciolti i nodi, rotti i patti,
distrutte le scorie,
rinasceremo alla stasi eterna,
lastre senza gemiti, specchi senza memoria.

Leonardo Sinisgalli

da “La vigna vecchia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1956

«Filare tra le lenzuola tremando» – Giovanni Raboni

Imogen Cunningham, The Unmade Bed, 1958, MoMa

 

Filare tra le lenzuola tremando
di febbre, di felicità al pensiero
d’essere esente dall’esserci, libero
dal suo fiato, dal suo affanno – ma quando?

solo ai tempi dei tempi, quando ero
un ragazzo e proprio cosí, sfumando
il presente e il futuro in un rimando
sine die ne facevo piú leggero

il morso? O forse la si prende, questa
malattia, anche da grandi, e forse è grazia
che sia cosí, grazia per chi s’appresta

a lasciare la vita e ancora strazia
il moto che la consuma, l’impura
dolcezza che la feconda e l’oscura.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998