Congedi – Gesualdo Bufalino

Foto di Nastya Kaletkina

1.

L’angelo cieco ha gridato
sulla tua fronte acerba, si dibatte
l’erba nel vento come un mare.

O statura delusa, e la foglia
guasta t’adorna, il tribolo confina
col tuo capo murato.

Inutile eri e stupenda,
guardavi sulle selci rosse del greto
forsennato il cavallo splendere.

Ora non ho che la tua voce
che folta trasogna e si dispera
nel mio sonno, talvolta.

2.

Passerà sul tuo petto il ferro dei convogli,
e uomini, cantando: è dolce
questa fine d’annata che si spoglia
adagio sulla tua bocca sepolta.

Dolce è la pioggia, ma tu non la senti,
tu piú non senti né pioggia né sole:
come un giornale invecchi e inutilmente
io vado fra me stesso di te dicendo parole.

3.

Venire nel tuo povero reame
quest’inverno, senza rumore,
sentendo d’un tratto nel cuore
la morte come una fame.

Fra i tanti occhi algidi e brulli
trovare i tuoi che mi trovano,
indovinare le tue labbra nuove
sulle mie labbra di terra e di nulla.

E insieme ancora aspettare laggiú,
al traghetto d’un fiume bruno,
come una volta nel quarantuno,
chissà dove, chi lo sa piú.

4.

Oggi d’uccelli cosí spoglio il cielo
parla soltanto con voce di vento,
soffio randagio di foglie infelici,
forestiero lamento che mi cerca.
Sei tu? Non è già tardi per dischiudere
come una volta il mio stipite freddo
al tuo viso che adagio disimparo,
dai grandi occhi di cieca, che precipita
sempre piú giú, per una cruna grigia
di caligine e sonno? Non rispondi,
nemmeno sei quest’alito che torna
a scompigliare inatteso lo sciame
di percalli e di sciarpe; e si scancella
l’alterigia soave del tuo sangue
in un velario di ruggine, funebri
esosi orpelli macchiano gli specchi.
Cosí s’adempie il patto. Piú nessuno
saprà di te ch’era la luna il lembo
della tua veste verde e ne balzavi
con la nuca di luce e il grembo tiepido
rapita al grido dei binari. Io solo
resto per poco al tuo nome d’allora.
Tu dormi, fioca isola di carne,
nella terra nemica e non rammenti.

5.

Una foglia fugace mi si posi sul volto,
e io ripenso un giorno senza sole,
e noi stanchi d’amarci e pieni di parole,
come chi recita la prima volta.

Andavamo nel vento allacciati e furenti
fra due filari di scialbo mattino,
odiandoci e piangendo come bambini.
Volevamo morire, te ne rammenti?

E ora dove sei, che ne è stato di noi,
dei tuoi capelli lisci che il vento turbava?
Io non so piú ritrovare la strada,
dove tu sottoterra dolcemente t’annoi.

6.

Fra croce e croce di pietra nera
un battito di rondine
se s’adira fuggiasco fa bufera
di cielo al buio che ti fascia gli occhi.
Ne tremi, poi piú sordo
odi crescere il rombo di frana
sul tuo capo, e il ricordo come un mare.

7.

Fu una donna nel tempo sereno
che mi venne con mani di demente,
e mi perse la mente sul suo seno.

Di roccia e d’aria passavano nuvole
sul nostri corpi congiunti, dormivo
nei suoi capelli chiusi
come entro un inutile diluvio.

Ancora le sue labbra ascolto,
falce barbara e nuda;
diaccio come uno scudo,
il suo volto mi guarda.

8.

E da te m’accomiato,
piccolo viso di donna, e la voce
che sul mio cuore curvavi
piú non udrò come un prato
stormire, e la strada non ha
che muri muri e logori asfodeli
nel territorio dove non ti trovo.

Ritorna a piovere sulle tue labbra,
sulle tue povere ali recise,
sulle domeniche verdi e perdute…
Un elenco di numeri mi resta:
21 luglio, 13 agosto,
K. 304 ad occhi chiusi;
e cartoline morte in un cassetto.

Ah donna donna, dovunque tu sia,
dalla tua stella d’eterno fumo,
dimmi il tuo nome, sii di nuovo un nome,
rovescia il senso della ruota, scavalca
mille leghe di niente con un sorriso,
ripassa il fiume, torna accanto a me,
quando annotta ritrovami la mano…

Gesualdo Bufalino

da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

La casa – Roberto Mussapi

Foto di Boris Smelov

 

Ho abitato più di una casa
e di ognuna niente è perduto:
la prima in Corso Dante, quando ero bambino
e i pini crescevano sotto masse di neve,
poi Viale degli Angeli, sull’argine del fiume:
di lì mia madre mi vide partire
in automobile, guardando dal balcone
la Terra di Nessuno che mi rapiva,
e poi Valdieri, e nella luce radiosa
Via delle Palme, in Liguria, sul mare,
e Via Marsili 11, a Bologna
dove ho salito infinite scale,
e ora qui, a Milano, in Via Mameli.
Di tutte ricordo le voci, i volti, le persone,
l’impercettibile respiro respirato
e trasformato in forma di pensiero
nella memoria che mi tiene in vita.

Ma solo per poco ognuna di loro
è stata veramente la mia casa,
nel breve tempo in cui mi era straniera,
prima che entrasse in me, con le sue vite.
Io non ho mai davvero abitato una casa,
io sono la casa di ogni casa con loro,
con tutti quelli che la fecero mia,
così presenti che non sono più io,
unico esule in me,
sfrattato dal mio cuore.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

Concessione – Giorgio Caproni

Foto di Kenro Izu

 

     Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Giorgio Caproni

da “Res Amissa”, Garzanti, 1991

Volo di uccelli che sentono la tempesta – Piero Bigongiari

Foto di Mario Giacomelli

 

D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
il colore dei prati, l’ali eterne
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
mare che spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.

Piero Bigongiari

[20 luglio ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Ora che sale il giorno – Salvatore Quasimodo

Carmen Laffón, Muchacha de espaldas, 1956

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942