Disamori – Valerio Magrelli

Gérard Laurenceau, dalla serie A Langueur De Rues

 

Questa grafia si logora,
saltano gli angoli, le «erre»,
le «emme», tornano tonde,
rotolano limate, levigate
pietre nella corrente.
I volti anche,
i volti si consumano
a forza d’esser guardati.
Diventano paesaggi
di rovine.

Sto sotto la montagna,
nella cava, la striscia candida
della roccia strappata, scorticata,
e ne cavo ogni tanto qualche pietra
a malincuore, quasi fosse un’offesa
recata alla parete, un venir meno
della sua viva consistenza.
Il mio scopo è la patina
prodotta dall’ossidarsi di una superficie
fino allora coperta, protetta.
Non è il dolore, ma ciò che il dolore
annuncia, una nuova difesa,
la pelle messa a nudo che ricresce, l’erba,
il velo che si ricompone
sull’abrasione, il tatuaggio,
la decorazione di una cicatrice.
Come se il fregio sempre
nascondesse lo sfregio.

Il mio cuore è scheggiato,
scalfita
la superficie scintillante
e dura dello smalto, quel manto
freddo, metallizzato,
lucido, delicato prodotto
della verniciatura a fuoco.

Sto solo come un chiodo
insieme alla sua ombra.
Solo come un proiettile
che non fa in tempo
a proiettare ombra.

Filare sospeso a mezz’aria
sui 180 all’ora.
Passare sulle cose
sfiorandole,
toccandole appena,
ma già lontano,
già troppo lontano
per sentire il rumore che fanno
cadendo.

Giungla d’asfalto

Vagano nella notte
vasti gli autobus,
anime in pena,
scrigni di luce pallida,
tremanti, vuoti, utili
soltanto a chi è lontano,
avanti e indietro
sempre legati ad una linea
di dolore,
e lasciano salire ad ogni sosta
un sospiro
che sembra una preghiera.

Quando passo per strada le sirene
scattano, si avviano i motori,
gli abbaglianti si accendono.
L’etere è colmo di emissioni,
di onde invisibili e fitte,
gremito, sensitivo. La mia presenza
basta a manometterne
il dispositivo di allarme.
Non la persecuzione, la congiura,
ma la perquisizione.
E in fondo provo quasi simpatia
quando il nemico
mostra di riconoscermi.

I sospiri, i sorrisi del telefono
non vogliono risposta.
È la voce che luccica,
che vale,
che tintinnando saluta
per chiedere il suo equivalente
al modo in cui si cambia del denaro
in moneta straniera.

Il telefono è il mio rubinetto
la fontana di voci, la doccia,
l’acqua è sempre la stessa,
ma la goccia
ogni volta è diversa. Pensa ai poveri
granelli di carbone
che danzano una danza
nuova ad ogni respiro
mai la stessa, i volatili, i passeri
che intorno a questa vasca
saltellano perché noi ci parliamo.

Mi accarezzavo il viso
pensando fosse il suo
e ne sentivo i tratti,
i segni, i punti che guardavo
ogni momento quando la guardavo.
Per un attimo appena io
ero lei e mi sognavo mentre
pensavo a me. Dov’ero
adesso? In Tibet
i sacerdoti essicano i cadaveri
e con le ossa fabbricano
flauti. Ma ora le mie ossa
erano sue. Con chi
dovrei suonare la mia nenia
funebre?

«La vecchia che trema»
era una frase per indicare
l’ora in cui, d’estate,
dopo pranzo la piazza
si arroventava tutta
e le sagome di chi la percorreva
tremavano combuste, accartocciandosi.
Tremava nel vapore non la vecchia
ma l’immagine sua. Ma dove sta,
che fa, ora che annotta,
a chi trema, perché
continua ancora
a tremare?

… una stanzetta ghiaccia come un’ostrica.
                                                         H. MELVILLE

Come l’ostrica fissa
piombata dentro l’acqua
fredda, buia, reclusa,
mi alleva questa camera,
e allora sono la sua lingua
tenera, distesa tra le valve
calcaree del mio letto.

Nella stanza
scaldata dalla stufa
giaccio nel sonno
lento pane morbido
che sta nel forno
e attende
la prima pezzatura del mattino.

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Valerio Magrelli

da “Nature e venature”, “Lo Specchio” Mondadori, 1987

La conchiglia – Margherita Guidacci

Beatrice Cignitti, Conchiglia di Pineto, 2008

 

Non a te appartengo, sebbene nel cavo
Della tua mano ora riposi, viandante,
Né alla sabbia da cui mi raccogliesti
E dove giacqui lungamente, prima
Che al tuo sguardo si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
Ebbi vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
Assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
Mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
E stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

Margherita Guidacci

da “Paglia e polvere”, Padova: Rebellato, 1961

«La tua mano, ricordi?» – Marcello Comitini

Dipinto di Francine Van Hove

 

La tua mano, ricordi? ha afferrato il coltello
ha seguito la traccia delle mie vene
ha lasciato scorrere il sangue.
Sono passati anni. E forse meno di quanti
il mio dolore crede.
Sono ancora viva. Ti ricordi di me?
Il tempo passa ma la vanità resiste,
guarda allo specchio, non si ammira,
annega nel suo stesso sguardo.
Guarda il tempo e il tempo è immobile
come un gabbiano nell’azzurro.
Le nuvole che passano sono di un altro cielo
quello che provo a dimenticare:
lo specchio
che i miei occhi non vogliono vedere.
Le mani corrono al volto,
non sentono le rughe ma un sorriso mesto
tradisce la cecità della speranza.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Accetterò la morte in tutte le sue forme» – Giorgio Manganelli

Foto di Kaveh Hosseini

 

Accetterò la morte in tutte le sue forme:
mi riconcilierò, già lo comprendo,
con il limite delle scatole di latta,
accetterò, gli sarò amico,
il durissimo mattone, le stagioni che muovono
il grembo delle donne.
Accetterò gli assensi ed i rifiuti
la donna consumata
la donna che rifiuta
le visioni a mucchio, senza senso,
l’affronto dei miracoli –
toccherò con grande pazienza
il mio corpo mediocre, l’onta delle membra,
notando i dolci segni
della mia consumazione –
deposta ogni ambizione astratta
mi conforterò nell’indulgenza
dell’amichevole peccato.

Giorgio Manganelli

’54-’55

da “Giorgio Manganelli, Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Replicazioni – Piero Bigongiari

Foto di Michael Kenna

a L. M.

Vanno a pelo dell’acqua, misteriose
effimere pattinatrici, le idrometre
sfiorandone il lucido miraggio.
Quando, o dove, ti ho visto, specchio, infrangerti
di rimando a un raggio di sole? Dove
o quando piegano il capo le viole
che tutto in sé bevono, e s’inebriano,
fino a un profumo quasi luttuoso,
quel sole fino al suo più ombroso siero?

È già un profumo tra pensiero e oblio.
Tutto a metà, anche la tua bellezza,
terra, se tutto porta nel suo compiersi
a infrangersi, il principio nella fine.
Tutto resta tra i propri estremi incline
a una forza che erra dubitosa:
anche l’audacia della rosa, infine
corrosa dalla sua spinosa ebbrezza.

Terra di poca brezza, e di molto
e forse troppo doloroso amore,
se qualcosa si spezza, altro si leva
in te. Le quaglie che hanno pigolato
a lungo tra i tuoi steli si sollevano
pesanti verso i veli cinerini
dell’orizzonte. Quanto ha atteso è fonte
del suo passato? Era quanto sarà?

Non è stata, nel serico sarong,
la tua muta dolcezza a trattenermi,
troppo oltre la stagione di quei voli,
qui presso il fuoco ad alimentare
la lontananza d’ogni tua presenza?
Ora cieca tu giri nella stanza
della mia mente: non potrai vedermi,
né additarmi la porta e forse chiuderla
col tuo passo opimo di orientale.

Ti sostengo, non so dove portarti,
dove lasciarti. Quasi fosse il male
a contenere il proprio bene. È certo
che qualcosa congiunge disgiungendo.
Ma l’amore è tremendo ora sul fremito
che tu non puoi vedere
delle tue labbra, se le tue parole,
non sapendo dove io sono, mi parlano,
mi parlano, e parlano di me.

Piero Bigongiari

 25-27 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992