Versi per la messa di mezzanotte – Maria Luisa Spaziani

Gerard Van Honthorst, Adorazione del bambino, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze

Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul ciclo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

Invisibile aria, Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te s’impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio-lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

da “Geometria del disordine”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

«lo specchio che hai fissato sul petto» – Antonio Porta

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Le attese, 1959

 

lo specchio che hai fissato sul petto
è il segnale di un patto profondo
tu mi guardi mentre io ti guardo dentro
e se ti guardo dentro mi vedo

Antonio Porta

22.8.1981

da “Come può un poeta essere amato?”, Diario ’81-’82, in “Invasioni”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

La bambola più piccola del gioco – Moka

Foto di Leonhard Niederwimmer

 

Osservo la risacca delle nuvole
sento la presenza del nostro accordo,
una matrioska di sentimenti mi recludono
nella pancia più piccola,
in un anno cambiano le vite,
ci si ritrova e si muore, anche.
Sono una bambola inutile
nel gioco,
ma costruita con filo di ferro
quello di un tempo passato
indistruttibile nell’incastro
che potrebbe non esistere,
piccola e silenziosa agli eventi,
riflesso colpevole
di ciò che non ho detto.

Forse mi lascerà del tuo bel volto – Alfonso Gatto

Foto di Anka Zhuravleva

 

Forse mi lascerà del tuo bel volto
amore un soffio e la celeste sera
disparirà come un silenzio intorno.
Era la neve dolce del tuo passo
e la città dai poveri cantieri
spegneva al cielo fumido l’azzurro
riverbero dei muri. Mi parlavi
sciolta dal busto come una fanciulla
e lontana da te, quasi in un sogno,
io ti vedevo scendere nel dolce
sentiero della sera, aprire l’ombra.

Una parola basta sul tuo cuore,
e nessuno di te saprà mai dire
il silenzio che imbianca del tuo soffio.
Solo la notte, di cui passa eguale
la luna nei miei sogni e ferma al cielo
gli alberi, i colli e sui cipressi il vento.

Nel suo tepido oblio che l’oriente
strugge di care lontananze e d’ombre,
io so che il giorno ti soccorre, vivi,
e dimentichi i sogni e la mia voce.
Mi resta solo del tuo bene l’aria,
un passato di nulla, una parola.

Alfonso Gatto

da “Arie e ricordi” (1940-1941), in “Poesie 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

Visione – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

Colei che solo entro te stesso vedi
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
se la Visione non vede se stessa.
È attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati.

Piero Bigongiari

[5 febbraio 1995]

da “Dove finiscono le tracce” (1984 -1996), Le Lettere, Firenze, 1996