Quel lontano di noi – Milo De Angelis

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ci viene restituita una corsa a Villa Scheibler,
il legno della porta, un verde esteso
per nomi e anni fino a qui, fino all’ora
più discorde, fino al luogo terminale. E tu
sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi
le lancette del polso a quelle celesti,
episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel
lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra.

*

C’è un’ora che raccoglie tutte le ore,
la lode e lo sterminio, i baci che incalzano,
l’angolo del ginocchio, il gelo e il soprassalto
come in un appello universale giungono
con un volto ciascuna, un segno distintivo,
un soprannome, congiungono le linee del tempo
a quelle della mano e del quaderno,
alla precisione di un congedo.

*

Tra figure d’indugio e di ansia, siamo scesi
nel bacio, abbiamo attraversato il groviglio, siamo scesi
nel tempo silenzioso, nella carne raggiunta,
nel tempo, nel tempo: invasione corale
della luce, idea sciolta nella sua infanzia, vela
che ci porta congiunti, sorriso
degli sposi promessi. Ma non ha regole, mai,
la via del dolore.

*

Nella stanza, nel modo esatto
di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa
e tutto si preparava all’istante
dell’ingresso, ai piedi scalzi
che varcano il confine, ogni confine,
tutto si illuminava di te, lieta pronuncia
di tavoli e pareti, brivido preciso,
battito estivo che porta il disordine alla sua
pura linea, al sorriso, all’annuncio,
calda voce dell’al di là.

*

Ma a volte, tornando, s’incontra l’ira dei morti,
il pallido sconcerto delle strade che una volta
furono nostre e ringraziate, furono brivido notturno
e veste sfiorata nel balcone: bisbigliano
che solo uno fu l’istante, solo uno fu il bacio, il nome
dei batticuori, solo uno, bisbigliano
l’antico stornello: “non tornare, oh, non tornare
nei luoghi che ti hanno visto felice”.

*

Nell’ora consacrata, nella chiarezza
dei corpi siamo stati, ed era
quell’intimo che in sé trabocca, quel respiro
che muove le foglie di Villa Scheibler
come nel minimo toccarsi c’è l’intero,
come una donna si fa ritmo e silenzio.

*

Talvolta è stato attendere nel buio
la felicità degli atleti, la chiara
fantasia sulla pista, i bei giocolieri,
talvolta è stato un blocco di partenza,
una melodia invocata tra le note
più disperse, i cuscini, le scale mobili
dell’ultima estate, dell’ultima
frase che respira in tutte.

*

Bruciava l’asfalto e tu eri sola
tra gli alberi di Quarto Oggiaro e le luci
immortali dei bar e le case
degli anni cinquanta, balconi e basilico,
un concerto di piantine e di mare:
torna, non tornare più
qui, nella nostalgia dei viventi, torna,
non tornare, ritorna, mai, più.

*

Sulla tua fronte restava un segno
della notte, l’amore che sfugge all’udito,
forse, una sazietà di ore. Vagando
nella stessa ruga, sfiorando la linea
in cui non si entra, mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

*

Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa
affranta che appare nell’unione,
sua orbita segreta, siamo noi.
Siamo noi il luogo della cronaca
e il luogo del fiore senza età.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Visite serali – Milo De Angelis

Foto di Paul Apal’kin

 

A te, amore, una semplice
poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni
sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.

*

Nella tua estrema voce
la vita fu simultanea. Un semplice
attimo e un sempre insanguinato
confondevano le sillabe
nella tua estrema gola
bambina che cerca un viso
qualsiasi, lo bacia, lo fa suo,
gli crede, gli cede.

*

Camminavi con la coscienza del sangue
e l’attimo strappato al suo giorno,
mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio.

*

La miniera dell’ultimo vedersi, il nome
pronunciato senza nulla, l’universo
ritornato qui, nel cerchio di Via Davide
Silvagni, l’eterno bar, l’alleanza
tra il dolore e le tue labbra. Qui,
nell’unico foglio, ritornato qui
dove il pavimento finisce ed è il rapido
gorgo di ogni amore, di ogni amore,
ti cedo la parola, ti chiedo un po’
di morte, giocoliera del momento.

*

Sotto la camicetta verde c’era un vuoto
di secoli, un atto di bestemmia
e perdono che andavano intrecciati nei viali
di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini
verso un punto che ti chiama,
che ti ama senza una parola, con la sola
certezza del tuo piangere.

*

Nell’estate spoglia, nella definitiva,
resta la luce verde della maglietta, frazione
che si fa essenza, insistere del colore
fino alla foglia, al prato, al pallone
scagliato a fil di palo, l’applauso, il sorriso,
spettatori di una partita tra bambini
siamo rimasti qui per sempre.

*

Invochi il respiro, la giusta
posizione del cuscino, l’accento
che dai limiti del mondo giunge qui,
apre le finestre, chiama
ogni poesia alla guarigione.
Non ha più contorno
la ferita che abitava nel seno,
preme sui vetri e sulle pentole,
esce tra i semafori
della Prenestina, grida che niente
diventerà parola, che tutto
era scritto.

*

Nell’invalicabile minuto tornano tutti
i giardini della nostra vita, tutte le ombre
che abbiamo calpestato, le foglie,
i saluti, respiri in soprassalto, estati, frasi
che sembravano sepolte, sepolture
che sembravano avvenute.

*

Ora si è spezzato l’ordine, ora
ti avvicini alla stanza e resti
nuda per tutta l’estate, con la mano
che gira all’infinito la maniglia.

*

Il cancello si apriva, erano le undici,
venivi qui ogni sera, varcavi il limite
del dolore e riposavi su un’intatta
panchina, riposavi ed eri l’arcadia
delle tue mani, quell’essere ombra, quel
luogo senza età.

*

All’appello totale, all’appello
che conduce al sorriso, che conduce
e fa nostro ogni globulo,
manchi soltanto tu, arciera,
bambina, tu puntaspilli, tu che parli
al sangue, tu furtiva
e assetata
tu,  filo di voce,
canta il bel raggio
sepolto nelle parole, la scapola,
la pungitura, la fitta, gli antichi
numeri di telefono,
oh tu fra coloro che attendono,
che sono lì lì,
che bevono l’acqua passata, il canto
del cigno, la chiara
sorte di questa domenica.

Milo De Angelis

da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Ma il mio amore non smette – Maria Grazia Calandrone

Pierre Houcmant, Veronique Comme une Statue

 

Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.

Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.

Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.

Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.

Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

Maria Grazia Calandrone

testo tratto dalla rivista “Caffè Michelangiolo”, anno XVI, n. 1, gennaio-aprile 2011, Mauro Pagliai Editore

«per caso mentre tu dormi» – Antonio Porta

Foto di Anka Zhuravleva

 

per caso mentre tu dormi
per un involontario movimento delle dita
ti faccio il solletico e tu ridi
ridi senza svegliarti
così soddisfatta del tuo corpo ridi
approvi la vita anche nel sonno
come quel giorno che mi hai detto:
lasciami dormire, devo finire un sogno

Antonio Porta

20.8.1981

da “Come può un poeta essere amato?” (Diario ’81-’82), in “Invasioni”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

La tua luce – Giuseppe Ungaretti

Jeanloup Sieff, Kumiko Goto from “I Had A Dream”, 1995

 

Scompare a poco a poco, amore, il sole
Ora che sopraggiunge lunga sera.

Con uguale lentezza dello strazio
Farsi lontana vidi la tua luce
Per un non breve nostro separarci.

Giuseppe Ungaretti

da “Dialogo” (1966 – 1968), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2009