Preghiera – Giorgio Caproni

Amedeo Modigliani, Elvire au col blanc, 1917-18

     

        Anima mia leggera,
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.

     Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.

     Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.

Giorgio Caproni

da “Versi Livornesi”, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Sorelle, a voi non dispiace… – Antonia Pozzi

Rimel Neffati Photography, 2014

 

Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Cosí dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo –
per le bianche strade dei vostri pensieri –
cosí dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce –
cosí dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita piú fonda
solo ascoltando le vostre anime andare –
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose –
Sorelle, se a voi non dispiace –
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando ad un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare.

Antonia Pozzi

Milano, 6 dicembre 1930

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Mio primo amore pallido ragazzo – Anna Maria Ortese

 

Mio primo amore, pallido ragazzo
una mattina calda: ancora ascolto
il battito del cuore nella gola,
ancora il male sento, il male-bene,
ancora nelle vene
passa il turbato ansare.
Dolore di uno sguardo
fanciullesco, piacere
che strazia di uno sguardo
indifferente sopra noi posato!
E fu breve la cosa. E presto uscita
sui verdi prati, avidamente il male-
bene pensavo, e quanto
l’avrei portato nel mio triste cuore.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Dall’altra parte degli occhi – Marco Luppi

Foto di Jonas Hafner

 

Io non sono tra i miei complici
se non dentro gli occhi tuoi chiusi

con vespri car (di) nali
nel nostro (in) chiostro il cedere
del non sempre nella cenere.
Fatti ancora un po’ più vicina
così da leccarti l’anima
assente, prima della terza stanza.
Quanto il male inutile quanto il male
colonia del sangue e delle ossa,
si credeva si scherzasse
nella saliva che scendeva.
Nell’incavo della fuga rimane
acacia. Polve di miele le lune.

Estradizione al contrario,
spaesamento di un luccichìo.
In bocca il sapore tuo
è il sapere del mio Dio.

Marco Luppi

da “Dalla parte della radice”, Eretica Edizioni, 2016

Marco Luppi, Dalla parte della radice, Eretica Edizioni, 2016
Introduzione
    di Pier Damiano Ori
     Poesia di pensiero e di indignazione. “Dalla parte della radice” inizia con un autentico manifesto intellettuale e civile direttamente rivolto, senza timori in un gioco di idiosincrasie e più caute e laterali adozioni, al giorno presente: “Non mi stupisco/ dell’arroganza diventata/ più contagiosa della tristezza” e ancora “di chi fa finta di niente/ facendo finta di fare”. Osservazioni sociali, antropologiche che danno vita a un elenco, tristemente sofisticato di ciò che ha deragliato, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio.
     Da qui parte un viaggio interiore e stilistico fra i più complessi nella poesia italiana 2.0 che alterna l’indignazione civile, a volte proprio la protesta, alla riflessione filosofica, dove i due filoni non solo si amalgamano, ma si nutrono e si rafforzano l’un l’altro: Dall’orditura incostante/ dell’orologio fermo/ di luce lacrima/ l’occhio prosciugato”.
Una poesia che nella sua versificazione robusta, veloce e appropriata nello stesso tempo diventa l’obiettivo con cui riprendere il mondo. In questo modo l’oggetto diventa sempre soggetto “da non riuscire più a scrivere/ il proprio nome/ rispettando lo spazio”.
     Il pensiero poetico di Luppi non rispetta la gara, “teme il vincitore sempre banale”. Si pone invece, come dice il titolo del libro, che è da prendere alla lettera, “dalla parte della radice”. Lo fa riflettendo sulla poesia, spiazzando; l’autore sceglie questo terreno, la riflessione estetico-etica, per introdurci al catalogo dei propri strumenti linguistici, che sono vari: compreso il gioco di parole o meglio il gioco dei versi a volte quasi enigmistico; l’uso della lirica per esprimere, però, più pensiero che sensazione o sentimento; una rima libera od occasionale ma sempre stringente fino ad arrivare a “un solo verso”.
Luppi non teme di perdersi se non “nell’oceano/ reciso/ della traduzione”; governa il labirinto che nelle sue mani diventa un percorso, solo più ricco di sorprese, di agguati alla nostra pigrizia dietro i suoi angoli. Così coraggio e consapevolezza portano a un esito alto, fra i più alti nella poesia contemporanea sia dal punto di vista dei temi, dei contenuti, sia nella scelta stilistica che è quella di perseguire il movimento oltre il limite naturale del linguaggio: “Il limite è nella lingua di chi legge/ e nella rima degli occhi di chi scrive”.
     Nelle composizioni finali prevale l’atteggiamento estetico fondante della poetica di Luppi, la sua “diciamo” radice che è la poesia che si fa pensiero o naturalmente il pensiero che si fa poesia: “significante è il ruolo/ non significativo”.
     Con un versificare sciolto, al servizio di un’etica ferita e di un pensiero profondamente solidale con l’umano, usando sofisticati strumenti culturali, Marco Luppi ha composto un libro che arriva dritto dritto al lettore consapevole, dritto ed efficace come una freccia.
Pier Damiano Ori

 

L’enigma innamorato – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

La vita che ti ho dato, più che mia,
era la voce stessa dell’enigma
innamorato. Tu mi hai restituito,
non so se vero, il suo senso più alato.

Siamo partiti insieme pel viaggio
lontani dalla Sfinge. O era con noi?
Quella laringe ancora gorgogliava
qualcosa… O era solo il lieve raggio

di sole che davanti ai nostri passi
calpestava viole, accecava
grattacieli vetrati, confondeva
negli aeroporti arrivi e partenze.

Ci siamo amati come in un sogno
se è vero, come è vero, che l’amore
ha bisogno soltanto di se stesso
anche se non è in ogni lontananza

da chicchessia che l’ubbia di ogni senso
cancella la distanza dal recesso
in cui danza insensato il suo stesso
significato. Amore non significa?

D’ogni conoscenza altro non magnifica
che il volerne sapere sempre meno?
Sulle rive del Meno mi guardavi
con un sorriso strano. Eri tu

la Sfinge? Mi prendesti premurosa
per mano mentre il sole ancora tinge
del suo ambiguo splendore – quali acque?
Che cosa Amore finge? Cosa tacque?

O la sua voce è sempre più sottile,
la sua parola più e più silenziosa…
Che cosa osa, in quali contrade
sposta le strade, agita la rosa

profumata delle tue labbra, amata?
Non vuole forse farsi riconoscere
nemmeno da se stesso? Lui, solare,
vive meglio nell’ombra del suo eccesso?

È la felicità forse che ha smesso
di ossessionarlo? Parlo, ascolto, dico
all’amore mendico di aspettarci:
troppo veloce è il suo passo aprico

tra i suoi sparsi destini: elevarsi,
distruggersi, trovarsi, anche nascondersi
nell’evidenza. Udito, inaudito,
ha la dolcezza di un canto smarrito.

Ha più fini che mezzi, se l’amore
non ha confini. Ha cuore e non ha cuore
l’amore che esibisce nell’esistere
le sue tessere, le false e le vere?

L’incredulo vuole essere creduto,
sedulo nella sua divina malizia.
Dove ostenta pigrizia, non credetelo:
è lì che abile tesse la sua tela,

è lui che rivéla ciò che svela.

Piero Bigongiari

30 aprile – 1° maggio 1996

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003