Ballata delle donne – Edoardo Sanguineti

Foto di Elliott Erwitt

 

quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia:

quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace:

quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire:

perché la donna non è cielo, è terra,
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente:

femmina penso, se penso l’umano:
la mia compagna, ti prendo per mano:

Edoardo Sanguineti

da “Il gatto lupesco”, “Le Comete” Feltrinelli,  2002

La vita in versi – Giovanni Giudici

Foto di Rupert Vandervell

 

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensí ridicolo
Un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettando occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano

Al limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti piú che nascere
E in ogni caso l’essere è piú del dire.

Giovanni Giudici

da “La vita in versi”, “Lo Specchio” Mondadori, 1965

Alla fine dei secoli – Margherita Guidacci

Foto di Katia Chausheva

 

Alla fine dei secoli, quando
mi chiamerà un’altra voce
e proverò per la seconda volta
l’impeto di risurrezione
prego che come questa volta,
quando sei stato tu a chiamarmi,
alzandomi stupita dalla fossa
con le ossa che sentono la carne
stendersi nuovamente su di loro,
con la carne che sente
in sé di nuovo penetrare l’anima –
io possa, in quel tremendo campo
dove avrà inizio l’eterno,
fissare il primo sguardo su di te,
ritrovarti al mio fianco.

Margherita Guidacci

da “Inno alla gioia”, Nardini, Firenze, 1983 

Scena muta – Milo De Angelis

Foto di Alex Pardi

 

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 *

L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.

*

Sotto i cavi sospesi
chiedemmo una costanza,
tra gli allucinogeni chiedemmo
di sapere il codice terrestre,
il canto sotterraneo che bussava
alle vertebre.
Vattene
nulla morente,
vattene ferita
dei minuti che tornano qui.

*

Dove ondeggiava il sangue, dove il perfetto
insieme era più nostro, c’è l’ombra
del geranio, le sostanze crocifisse,
un metro d’asfalto e di nulla
e il respiro è d’asfalto, le labbra d’asfalto,
il silenzio e l’andarsene
sono d’asfalto. L’ultimatum, anche quello,
ce l’ha dato l’asfalto, l’asfalto.

*

Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.

*

Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.

*

Lungo una strada di Roserio
e di ombra, cammino, resto accanto
a te, ai tuoi sandali
che l’asfalto bruciava, l’asfalto
di ogni estate, l’asfalto
che penetra nel seno, finché appare
la ferita, finché la vista
è silenziosa come la sua fine.

*

Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

La canoa – Roberto Mussapi

Mario Giacomelli, Caroline Branson, da “Omaggio a Spoon River”, 1971 – ’72 – ’73

 

Ricordi le galassie? E noi moltiplicati
e scissi in infiniti atomi di luce, nel cielo,
lo stesso dove oggi guardiamo la luna,
ricordi la pantera, l’orso, il cavallo, il bisonte,
i primi dèi?
E la mano, la mano che li dipinse nella parete
della caverna per accendere fuochi,
per iniziare i cacciatori, pregare,
ricordi quelle giovani preghiere?
Ricordi il buio, la grotta, la paura,
la paura che ci mutò in specie, specie abbracciata,
e il fuoco, e oltre il fuoco i primi confini?

Ricordi come piangevamo vedendo un cavallo
sentendo nella sua corsa la forza del dio?
E come volevamo correre in lui,
e superare la vita, non morire?
Ricordi quando scendemmo a terra, primati, come guardavamo
come dalle fronde guardavamo il cielo?
Ricordi che eravamo caduti e nuovi,
e piangevamo quando calava la sera che respiravamo
e al mattino la luce ci svegliava e avevamo fame…
Ricordi quando costruimmo la prima canoa, seguire il fiume,
verso quel mare che ci appariva in sogno?
Ricordi quel baule, secoli dopo, nella stiva?
Brillava nel buio, sentivi lo sciacquio,
ricordi quello scrigno, il suo mistero?
Che cosa conterrà, ci chiedevamo.
Ora, migliaia di anni dopo quell’aurora
e secoli dalla lunga navigazione (le Indie, le isole d’oro,
le infinite barriere coralline,
e il tramonto improvviso, Maracaibo,
Giamaica, Panama, Guadalupa
sillabe risalite dai fondali)
ricordo, all’improvviso, ricordo ora
che conteneva la mia vita e la tua
e i nostri sogni affidati al fiume
sfociante ora qui in questo braccio di mare
qui e ora e per sempre da prima di allora.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007