«Sei tornato stanotte a visitarmi» – Donatella Bisutti

Foto di Pierre Houcmant

 

Sei tornato stanotte a visitarmi
eri nel vento che mi accarezzava
eri nella pioggia che batteva triste
eri nella lingua della luna
che si insinuava fra le dita
eri nel ritmo della notte
nel vuoto della bocca
che tremava
nel tonfo del mio cuore che batteva
i suoi tamburi a lutto
eri nella prima luce dell’alba
terrea come la tua guancia di morto.
Il tuo fantasma camminava
nel corto intervallo del respiro
in braccia vuote mi cullava.

Donatella Bisutti

da “Planh”(Compianto), in “Donatella Bisutti, Rosa alchemica”, Crocetti Editore, 2011

La riunione ristretta – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

La scrittura da alterare
o aggiungere in un libro bollato non vale
i suoi mesi di prigione: un buon inchiostro
invecchia presto: restano i sospiri
dei soci torturati dalle tasse, i sorrisi
all’impiegato complice… Si vede
che anche in queste equazioni marginali e
poco protocollari (e a prima vista
piú sordide) s’annida un plusvalore
negativo. Ma davvero, chi è l’ucciso
da vendicare? se poi restiamo soli
a mangiarci con gli occhi: il consigliere
delegato, l’amico, il direttore
delle imposte indirette… noi tre soli
a non sapere, a chiederci chi siamo,
persone separate o una: un coniglio,
un topo che condizionato a certi
riflessi verifica il sistema.

Giovanni Raboni

da “Le case della Vetra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

La poesia delle rose – Franco Fortini

Kenro Izu, Still life

1

 

Rose, rose di polvere, quanta durezza
nei ceppi a notte, rose arcuate
di spine quali i tendini robusti
e i muscoli disseccati della ragazza
che nell’auto seta manovra e cuoio
ma molle se un abbagliante la sbatte ma maculata
lungo la gola come le rose contuse
nel lavorìo di mezzanotte e ortiche.

Ah contro i fiori aperti all’afa
com’è dolce l’affanno dell’ape,
come i cuori vorrebbero non venisse
mai giorno ma sempre i fari ai tornanti
a infocare teatri di roseti
nel parco immenso arido romano!
Per questo «polvere» ho detto, da ustioni
di curve, da colombari, ghiaie, anfore…

Polvere sugli spalti; delle rose
l’empietà ne gode, la sete si esalta
senza posa a colpi di sangue
dove scava balordo lo scarabeo.
Scalcia la dama, perde il sandalo, esige
immanità, si lorda tra erbe e bava.
Miele occlude i trionfi, o ape latina.
Lascia sazie le gole, beate le rose.

2

Ma riconosci questo inizio. Da grotte, fontane,
i contrari respirano immobili.
Dove si schiude una rosa decade una rosa
e uno è il tempo ma è di due verità.
Vieni al gelo e al gran caldo. Qui osa
sul limite esitare. Aprirà
i rami, le trame penetra. Appari
tu ai lampi illuminata tempia

che eri slancio d’alloro nella calma
e arco di cipresso e sempre sei
con altro nome e tornerai con altra salma.
Intenta a specchi di acque, sorella
d’eresia, impietrita negazione
splendida in unità futura, fronte
tesa al nulla e ferita… Ora tu tremi,
rivedo, traversi le edere

e come t’anneri e tramuti
so e all’oscillio del riso già sei
squama di serpe ago unghia lama
che la lingua delle rose affili
e per crepitio di stipe soffiano, frugano
la scena i semivivi sinché dilaghi
l’arteria e ne derivi la riga tu
a Ecate. Una vecchia ti liscia l’anca.

3

Ah che per essa contro il tempo immensa
inumana bocca, liberante corpo
che anche del tuo si crea e dibatte,
solo hai questa lingua di gloria vile,
questa recitazione di servi. Si cercano
per esistere in un sangue, per rivivere
prima di giorno. Affóndati allora
nel calpestio, ingórgati, adora,

accarezzali i simboli deformi
dell’avvenire, sino a non più vedere,
tu che ti accechi se li fissi e rantoli
con loro! E come si scuoiano intrisi
di linfa, come il tetano scatena
morsi e oh come s’avventano a grappoli
rotolando e nelle carotidi gridi.
Smaglia le carni la rosa, si sbrana,

che al mattino intatta deriderà.
Non altro modo di profondere, di
denudare alla notte la delizia
del ribrezzo che tanti anni maligno
in sé ti stringe, stemma
che i vecchi diramarono per le meningi a te
e la rabbia dei defunti canina e qui sfami
a questo pasto di rose, bestia, stracciate.

4

E ora la passione degli alberi alta ritorna.
Il desiderio e la separazione
non ci saranno più. Chi siamo stati
sapremo e senza dolore. Già verso di noi
quel che vi parve favola viene e sarà,
figli di questo secolo, ironie.
Noi dal sogno usciremo per esistere
in una sola verità.

Tutti i perfetti amori un solo amore.
Tutti i giorni più belli un solo giorno.
Corpi spariti che avevamo amati,
dai miserabili resti ricreati
ritornerete di pietà beati
stupiti identici spiriti pazzi di risa,
centifolia rosa indivisa
che già la mente incredula abbagli.

È l’ora che i liquidi essica e accaglia
e queste emanazioni sono anime
ma storte, nane, sotto il ferro lunare.
Vedi schierarsi i regni. Varcano obliqui
per i cortei del cielo neri i Santi
vuoti come velieri. È l’assenzio? Il giudizio?
Sono le povere femmine ch’ebbero il viso
squarciato dai soldati? Le chiarine celesti?

5

Molto lontane voci, strazi… Le tue figure
sempre, falsa coscienza, così le ripeti?
Dimesse le frasche, tumefatte le rose,
in molecole rare lo spazio si divide,
le moli pare le allevii una pace.
E prima che inizino i nidi il gridio
queste tue favole di morti torneranno
uomini opachi avviati sui lastrici.

E meteoriti di ferro mentale
filano sui continenti, tangono
campi magnetici di rose sopite,
curvano frequenze di cose create, tentano
aiuto. L’aereo che grave le cupole rade
combatte, cabra, va; non per noi. Qui abito
dove una notte l’incenerirsi del secolo
persuade, e mi stermina lenta e tremo.

6

O tra carboni di rose un fosforo, un verme,
la sola via? A cripte, aule, visceri
dove a spettacolo spento pendono mucchi
di addomi stronchi, criniere di bisce e funi,
maschere scorticate, Sìsifo, Piritòo, Tieste,
e le Erinni. A tufi di catacombe, dove
sotto le larve di noi futuri murate
un senato di insetti gesticola.

7

E no. Ultimi fiumi d’un ironico inferno,
precipitate, fontane, gli scrosci.
Torna uno il vero? Fuggite, allegorie.
Dovevi saperlo, saresti tornato
a scegliere il gelo, il volere e la spina,
univoci i nomi, la scienza possibile
e lenta, il sole che imbianca Indo e Nilo,
il dente della storia impercettibile.

Ma come domani saprò riconoscere
le rose uccise, le vive? Mi volgo di qui
dov’è passata, e tornerà, la mia demenza:
anche per essa chiedo giustizia e amore.
Voi in sonno ancora: voglio che nulla si perda.
Anche se sempre, se senza pietà dell’aurora
che tanto deboli laggiù fa i lumi
di posizione dell’alte cilindrate,

gli àcari stritolano i grumi,
le cetonie triturano l’avvenire
con le minuscole branche; se colpa e speranza
sono un unico male che ci separa e ostina,
che da noi sale le cime dei salici
e le macera. L’aria è fina e nera.
Viva la rosa della primavera.
E viva l’erba, il fiore, i baci, il dolore.

Ultime sulle rose

Quando da qui si guarda l’età del passato
veramente diventa possibile l’amore.
Mai così belli i visi e veri i pensieri
come quando stiamo per separarci, amici.
Esercizio della ragione e sentimento
sono due cose e vivacemente si legano
come la rosa è forma di mente e stupore.

Franco Fortini

da “Poesia delle rose”, Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna, 1962

La poesia delle rose
Nella seconda parte si ricordano i versi del Trionfo del Tempo: «I’ vidi ’l ghiaccio e li stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e ’l gran caldo». Con altro nome implica anche i tre nomi della Luna (Catullo: «sis quocumque vis vocari sancta nomine»). Impietrita, fino al senso della endura càtara. Soffiano: come nell’undecimo dell’Odissea («e intorno a lui era uno schiamazzo di morti»).
La quarta parte rielabora passi del VII libro delle Tragiques di D’Aubigné. Storte sono le cosidette «anime inferiori». L’assenzio è quello di cui parla l’Apocalisse.
Il senato della sesta parte viene dal «consesso di insetti silenziosi» di N. Zabolotskij, nella traduzione di V. Strada.
La demenza della penultima ottava è «la passada folor» di Purgatorio XXVI.
Suggerisco una possibile traccia ad un ipotetico lettore-collaboratore:
In un parco di rose e di coppie [1] si assiste e partecipa alla ripetizione di un iter. Una figura di ascesi e negazione si muta in giovane strega per un rito cruento [2]. Un’orgia che è anche inferno ricerca un anticipo mistificato della unità del genere umano [3]. Seguono figure di resurrezione e giudizio [4]. Scorre la notte e le scene riapparse si rivelano miti, mentre l’universo della comunicazione meccanica tenta altrimenti l’unità [5]. Aiuto insufficiente a impedire l’ultima tentazione: identificarsi all’inconscio [6]. L’alba riporterà ragione e storia ma l’esigenza permane che anche la parte condannata si salvi sebbene eredità storica e cronaca biologica continuino a disgregare l’esistente [7].
Non so se proprio questo sia il senso dei versi. Possono anche essere un sommario storico o la descrizione rituale di un rito. Mi auguro comunque che nessuno vi voglia leggere l’indicazione d’una tendenza. (E neppure io domani.) Anche per questo ho voluto aggiungere su tutt’altro registro e quindi separare da quella composizione i versi di congedo di Ultime sulle rose. Un ulteriore chiarimento potrebbe venire da queste due citazioni: «Ciascuno divenne spezzato in se stesso e negli altri» (Anastasio Sinaitico) e «La società è l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera risurrezione della natura» (Marx, Manoscritti, trad. it., p. 124).

Fine dell’infanzia – Eugenio Montale

Sergio Larrain, Daughters of fishermen in the village of Horcones, 1957

 

Rombando s’ingolfava
dentro l’arcuata ripa
un mare pulsante, sbarrato da solchi,
cresputo e fioccoso di spume.
Di contro alla foce
d’un torrente che straboccava
il flutto ingialliva.
Giravano al largo i grovigli dell’alighe
e tronchi d’alberi alla deriva.

Nella conca ospitale
della spiaggia
non erano che poche case
di annosi mattoni, scarlatte,
e scarse capellature
di tamerici pallide
più d’ora in ora; stente creature
perdute in un orrore di visioni.
Non era lieve guardarle
per chi leggeva in quelle
apparenze malfide
la musica dell’anima inquieta
che non si decide.

Pure colline chiudevano d’intorno
marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi
la faccia candente del cielo.
Tra macchie di vigneti e di pinete,
petraie si scorgevano
calve e gibbosi dorsi
di collinette: un uomo
che là passasse ritto s’un muletto
nell’azzurro lavato era stampato
per sempre – e nel ricordo.

Poco s’andava oltre i crinali prossimi
di quei monti; varcarli pur non osa
la memoria stancata.
So che strade correvano su fossi
incassati, tra garbugli di spini;
mettevano a radure, poi tra botri,
e ancora dilungavano
verso recessi madidi di muffe,
d’ombre coperti e di silenzi.
Uno ne penso ancora con meraviglia
dove ogni umano impulso
appare seppellito
in aura millenaria.
Rara diroccia qualche bava d’aria
sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.

Ma dalle vie del monte si tornava.
Riuscivano queste a un’instabile
vicenda d’ignoti aspetti
ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.
Ogni attimo bruciava
negl’istanti futuri senza tracce.
Vivere era ventura troppo nuova
ora per ora, e ne batteva il cuore.
Norma non v’era,
solco fisso, confronto,
e sceverare gioia da tristezza.
Ma riaddotti dai viottoli
alla casa sul mare, al chiuso asilo
della nostra stupita fanciullezza,
rapido rispondeva
a ogni moto dell’anima un consenso
esterno, si vestivano di nomi
le cose, il nostro mondo aveva un centro.

Eravamo nell’età verginale
in cui le nubi non sono cifre o sigle
ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.
D’altra semenza uscita
d’altra linfa nutrita
che non la nostra, debole, pareva la natura.
In lei l’asilo, in lei
l’estatico affisare; ella il portento
cui non sognava, o a pena, di raggiungere
l’anima nostra confusa.
Eravamo nell’età illusa.

Volarono anni corti come giorni,
sommerse ogni certezza un mare florido
e vorace che dava ormai l’aspetto
dubbioso dei tremanti tamarischi.
Un’alba dové sorgere che un rigo
di luce su la soglia
forbita ci annunziava come un’acqua;
e noi certo corremmo
ad aprire la porta
stridula sulla ghiaia del giardino.
L’inganno ci fu palese.
Pesanti nubi sul torbato mare
che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.
Era in aria l’attesa
di un procelloso evento.
Strania anch’essa la plaga
dell’infanzia che esplora
un segnato cortile come un mondo!
Giungeva anche per noi l’ora che indaga.
La fanciullezza era morta in un giro a tondo.

Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,
i mustacchi di palma, la raccolta
deliziosa dei bossoli sparati!
Volava la bella età come i barchetti sul filo
del mare a vele colme.
Certo guardammo muti nell’attesa
del minuto violento;
poi nella finta calma
sopra l’acque scavate
dové mettersi un vento.

Eugenio Montale

da “Meriggi e ombre”, in “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

La poesia è una passione? – Vittorio Sereni

 

L’abbraccio che respinge e non unisce –
il mento fermo piantato sulla spalla
di lei, lo sguardo fisso e torvo:
storia d’altri e, già vecchia, di loro.
Moriva d’apprensione e gelosia
al punto di volersi morto, di volerlo
veramente, lí tra le braccia di lei.
Rabbiosamente non voleva sciogliersi.
Chi cederà per primo? La domenica
d’agosto era, fuori, al suo colmo
e tutta Italia sulle piazze
nei viali e nei bar ferma ai televisori…
Un gesto appena, – si disse – cerca d’essere uomo
e sarai fuori dalla stregata cerchia.
E, la convulsa stretta perdurando
(che lei d’istinto addoppiava),
alla cieca una mano errò sull’apparecchio, agí
sulla manopola: nella stanza
fu di colpo la gara, si frappose tra loro.

Il campione che dicono finito,
che pareva intoccabile dallo scherno del tempo
e per minimi segni da una stagione all’altra
di sé fa dire che più non ce la fa e invece
nella corsa che per lui è alla morte
ancora ce la fa, è quello il suo campione.
Lo si aspettava all’ultimo chilometro:
«se vedremo spuntare
laggiú una certa maglia…» e qualcosa l’annuncia,
un movimento di gente giú alla curva,
uno stormire di voci che si approssima
un clamore un boato, è incredibile è lui
è solo s’è rialzato ha staccato le mani
ce l’ha fatta… e dunque anch’io
posso ancora riprendermi, stravincere.
S’erano intanto gli occhi raddolciti
e di poco allentandosi la stretta
s’inteneriva, acquistava altro senso, ritornava
altrimenti violenta.
Per una voce irrotta nella stanza…

L’istinto che non la tradisce
scocca esatto sempre al momento giusto
tra i suoi pensieri semplici.
Sa capire il suo uomo: lo sa bene che piú
suppone lui di stravincere a sé meglio l’avvince
e fin che vorrà se lo tiene.
«Caro – gli dice all’orecchio – amore mio…»
E la domenica chiara è ancora in cielo,
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli,
solo un po’ piú nitidi a quest’ora
di avanzato meriggio dell’ultima domenica
di questa nostra estate. E se a lui pare
che un brivido percettibile appena
s’inoltri nel soffio ancora tiepido che approda
alla terrazza: anche agosto
– lei dice d’un tratto ricordandosi –
anche agosto andato è per sempre

Sí li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d’uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro
pomeriggi di seguito scendendo
dal verde bottiglia della Drina a Larissa accecante
la tradotta balcanica. Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi –
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati
credendo nella guerra o non credendoci –
in quell’estate di ferro.
Forse nessuno l’ha colto cosí bene
questo momento dell’anno. Ma
– e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
e le prime serpeggianti luci cittadine –
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965