Nostalgia del presente – Antonis Fostieris

Geoffrey Johnson

 

Ho nostalgia del presente che vivrò.
(L’attesa si accorda bene con la memoria:
Entrambe alterano il più possibile
La sventurata realtà. Lo vedi.)

Quali eventi escogiteranno ancora
La mia partecipazione? Quale variopinto
Straccio di passione
Interpreterà di nuovo il ruolo della porpora?
Mi stupisco
Di quanto velocemente faccia effetto la noia. Se conoscessi
La matematica dei sentimenti correrei
Immobile come Achille (idea di Zenone)
Più lento della mia vita tartaruga.

        Meglio non aver fretta.
Come puoi osare sorpassi con il clacson
Quando davanti a te stanno in coda gli inferi.

Come puoi presumere una qualunque cosa accaduta,

                    In questo remotissimo presente.

Antonis Fostieris

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il pensiero appartiene al dolore (1966)”, in “Nostalgia del presente”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Νοσταλγῶ τό παρόν

Νοσταλγῶ τό παρόν πού θά ζήσω.
(Ἡ προσδοϰία ταιριάζει στήν ἀνάμνηση:
Κι οἱ δυό παραχαράζουν ὅσο δύνανται
Τήν ἀτυχή πραγματιϰότητα. Τό βλέπεις).

Ποιά γεγονότα θά μηχανευτοῦνε πάλι
Τή συμμετοχή μου; Ποιό ἔγχρωμο
Κουρέλι πάθους πρόϰειται
Νά ὑποδυθεῖ ἐϰ νέου τήν πορφύρα;
Ἐϰπλήττομαι
Μέ τήν ταχύτητα πού ἐπενεργεῖ ἡ πλήξῃ. Ἂν ἤξερα
Τά μαθηματιϰά τῶν αἰσθημάτων θά ἕτρεχα
Ἀϰίνητος σάν Ἀχιλλέας (ἰδέα τοῦ Ζήνωνα)
Πιό πίσω ἀπ’ τή χελώνα ζωή μου.

         Ἂς μή βιαζόμαστε.
Πῶς νά τολμήσεις προσπεράσματα μέ ϰόρνες
Ὅταν μπροστά σου μποτιλιάρονται τά ἐρέβη.

Πῶς νά εἰϰάσεις ὅ,τι ϰι ἂν συνέβη,

      Στό ἀπώτατο ἐτοῦτο παρόν.

Ἀντώνης Φωστιέρης

da “Ἡ σκέφη ἀνήχεί λίπνη”, 1996 

Secondi, 15 – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

15

Sono fiorite di nuovo le rose multicolori.
Farfalle bianche fanno loro visita.
Perché, dunque, dovremmo morire?

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Secondi”, 1988-1989, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Άργά, πολύ άργά μέσα στή νύϰτα

Leggenda – Giorgos Seferis

 

Si j’aui du goût, ce guères
que pour la terre et les pierres.
A. Rimbaud
I

Il nunzio
l’aspettammo inchiodati tre anni
mirando assai da presso
i pini il lido e gli astri.
Confusi col fendente dell’aratro o con la chiglia della nave
frugavamo a scoprire il primo seme
perché ricominciasse il dramma antico.

Tornammo alle nostre case spezzati,
deboli membra, bocche devastate
dal gusto della ruggine e del sale.
Ridesti andammo verso Nord, forestieri
inabissati in brume da illibate ali di cigni che ci ferivano.
Ci faceva impazzire le notti d’inverno il gagliardo vento dell’Est
ci smarrivamo l’estate nell’agonia del giorno che non sapeva morire.

Portammo indietro
questi rilievi d’un’arte dimessa.

II

Ancora un pozzo dentro una caverna.
Facile un tempo attingere immagini, ornamenti,
per la gioia dei cari che ancora ci restavano fedeli.

Le corde si son rotte : solo strie sulla bocca del pozzo
sono memoria di felicità:
le dita sulla sponda — come dice il poeta 1.
Avvertono le dita il fresco della pietra un poco
poi la febbre del corpo la pervade.
La caverna si gioca l’anima e la perde ogni momento,
intrisa di silenzio, senza una sola goccia.

III
Rammenta il bagno dove fosti ucciso  2

Mi sono destato con questa testa di marmo fra le mani
che mi sfinisce i gomiti né so dove poggiarla.
Piombava nel sogno a misura che uscivo dal sogno:
così le nostre vite
si sono fuse e districarle è arduo.

Rimiro gli occhi: né aperti né chiusi,
parlo alla bocca ch’è in procinto di parlare
sempre, reggo gli zigomi che bucano la pelle.
Non reggo più.

Le mie mani si perdono, mi tornano
sbocconcellate.

IV
ARGONAUTI

E un’anima
se si vuole conoscere
in un’anima
rimiri 3:
lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio.

Erano bravi ragazzi i compagni, non gridavano
né di stanchezza né di sete né di gelo,
erano come gli alberi e le onde
che ricevono vento e pioggia
ricevono notte e sole
senza mutare in mezzo a mutamenti.
Erano bravi ragazzi, interi giorni
sudavano sul remo, gli occhi bassi,
respirando in cadenza
e il sangue imporporava una docile pelle.
Cantarono una volta, gli occhi bassi,
quando doppiammo l’isola scabra dei fichi d’India
a ponente, di là da quel Capo dei cani
uggiolanti.
Se si vuole conoscere — dicevano —
miri in un’anima — dicevano —
e battevano i remi l’oro del mare nel crepuscolo.
Passammo capi molti molte isole il mare
che mette ad altro mare, gabbiani, foche.
Ululati di donne sventurate
piangevano i figli perduti,
altre come frenetiche cercavano Alessandro
Magno, glorie colate a picco in fondo all’Asia.
Attraccammo
a rive colme d’aromi notturni
e gorgheggi d’uccelli, e un’acqua che lasciava nelle mani
la memoria di gran felicità.
Non finivano, i viaggi.
Si fecero le anime loro una cosa sola con remi e scalmi
con la grave figura della prora,
col solco del timone, con l’acqua che frangeva
gli specchiati sembianti.
I compagni finirono, a turno,
con gli occhi bassi. I loro remi additano
il posto dove dormono, sul lido.

Non li ricorda più nessuno. È giusto.

V

Noi non li conoscemmo
                        era speranza in fondo al cuore a dirci
d’averli conosciuti da bambini.
Forse due volte li vedemmo: poi presero il mare:
carichi di carbone, carichi di cereali. E i nostri amici
persi dietro l’oceano per sempre.
L’alba ci trova accanto alla lampada stanca,
che disegniamo sulla carta goffamente, a fatica,
barche, conchiglie, gòrgoni.
A sera discendiamo verso il fiume
perché ci segna la strada del mare,
e passiamo le notti in sotterranei che sanno di catrame.

I nostri amici se ne sono andati
              forse non li vedemmo mai, forse incontrati
li abbiamo quando ancora il sonno
ci portava vicino all’onda che respira,
forse li ricerchiamo perché ricerchiamo
l’altra vita, di là dai simulacri.

VI
M. R.4

Il giardino coi suoi zampilli alla pioggia
tu lo vedrai soltanto dalla finestra bassa
di là dai vetri torbidi. Rischiarirà la stanza
solo la vampa del camino
e talora, nel lampo di folgori lontane, appariranno
le rughe alla tua fronte, vecchio Amico.

Il giardino coi suoi zampilli ch’erano alla tua mano
ritmo dell’altra vita, oltre gl’infranti
marmi, di là dalle colonne tragiche,
danza fra gli oleandri
presso le nuove cave di pietrame, un vetro
appannato l’avrà reciso dai tuoi giorni.
Tu non respirerai: terra e umore di piante
si lanceranno dalla tua memoria a picchiare
su questo vetro, ove picchia,
dal mondo di fuori, la pioggia.

VII
SCIROCCO

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

VIII

Che cercano le nostre anime viaggiando
su ponti d’avariati navigli, pressate
fra donne gialle e bambini che piangono,
senza scordarsi nei pesci volanti
o negli astri che gli alberi additano alla cima?
logorate da dischi di grammofoni
involontariamente avvinte a inani riti
biascicando frantumi di pensiero in lingue straniere.

Che cercano le nostre anime viaggiando
sopra legni marini imputriditi,
da porto a porto?

spostando pietre rotte, respirando
la frescura del pino
di giorno in giorno più difficoltosamente
e nuotando nell’acqua di questo mare qua
o di quel mare là,
senza più tatto, senza
uomini, in una patria che non è più nostra
né vostra.

Lo sapevamo, belle erano l’isole
qua d’attorno, ove andiamo brancicando
un po’ più giù, un po’ più su:
una distanza minima.

IX

Il porto è vecchio. Non posso più aspettare
né l’amico partito per l’isola dei pini
né l’amico partito per l’isola dei platani
né l’amico partito per il largo.
Accarezzo i cannoni arrugginiti, i remi,
perché s’avvivi il corpo e si risolva.
Le vele dei navigli dànno solo l’odore
di salmastro dell’altro fortunale.

S’io volli stare solo, solitudine
cercai, non quest’attesa,
frantumazione d’anima all’orizzonte,
queste linee, e colori, e silenzio.

Le stelle della notte mi riportano all’ansia
d’Odisseo per i morti fra gli asfodeli. E quando
approdammo quaggiù fra gli asfodeli
cercammo la vallata
che vide Adone con la sua ferita.

X

La nostra terra è chiusa, tutta monti,
notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? come crebbero?

La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti, la domenica,
quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.

XI

Il tuo sangue gelava come la luna, a volte,
nella notte insondabile il tuo sangue
spiegava l’ali bianche
sopra le rocce brune, le figure degli alberi e le case
con un barlume della nostra infanzia.

XII
BOTTIGLIA A MARE

Tre rupi, qualche pino bruciato, una cappella.
Più su
il paesaggio ritorna, ricopiato:
tre rupi a forma d’una porta, rugginose,
qualche pino bruciato nero e giallo,
sepolta nella calce una casuccia
quadra. Più su ritorna ancora, ancora
il paesaggio, scalando
all’orizzonte, al cielo che tramonta.

Siamo approdati qua per rimpalmare i remi
rotti, e per bere acqua e dormire.
Il mare che ci fu tanto amaro è profondo, imperscrutato,
dispiega una bonaccia sconfinata.
Qui fra i ciottoli abbiamo trovato una moneta.
Ce la siamo giocata
a dadi. Ha vinto il piccolo. È sparito.

Ci siamo rimbarcati coi nostri remi rotti.

XIII
IDRA

Delfini, vessilli, cannonate.
Il mare, alla tua anima così amaro una volta,
alzava colorati battelli balenanti
in ondoso rullio,
era un’azzurrità con ali bianche.
Alla tua anima così amaro una volta,
ora smagliante di colori al sole.

Candide vele, luce; umidi remi
percotevano a ritmo di tamburo onde pacate.

Belli, se rimirassero, i tuoi occhi,
fulgide, se protese, le tue braccia,
vive come altra volta le tue labbra
sarebbero al prodigio:
tu lo cercavi
                       che cercavi innanzi
alla cenere, fra la pioggia e il vento
e la nebbia? (Calavano già i lumi,
la città sprofondava, e dalle lastre
di pietra il Nazareno ti mostrava il suo cuore).
Che cercavi? perché non vieni? che cercavi?

XIV

Tre colombi scarlatti nella luce
segnano il nostro fato nella luce
con i colori e i gesti di persone
che amammo.

XV
Quid  πλατανῶν opacissimus? 5

Il sonno ti ravvolse, come pianta, di foglie
verdi, alitavi come pianta al calmo lume,
mirai la tua figura nella sorgente diafana:
palpebre chiuse, i cieli una crespa nell’acqua.
Le mie dita trovarono nell’erba tenera le tue dita,
ti tenni il polso, un attimo: altrove
sentii la pena del tuo cuore.

Sotto il platano, presso l’acqua, fra gli allori
ti rimoveva il sonno e ti faceva a brani 
attorno a me, presso di me, né ti potevo attingere
intera,
medesimata con il tuo silenzio:
vedevo la tua ombra farsi grande, farsi piccola,
perdersi fra le altre ombre, nell’altro
mondo che ti lasciava e ti ghermiva.

La vita che ci diedero da vivere vivemmo.
Pietà di quelli che così pazienti aspettano
spersi fra i bruni allori, sotto i platani grevi,
e di quelli che parlano soli alle cisterne e ai pozzi
e annegano nei cerchi della voce.
E pietà del compagno che divise privazioni e sudore,
s’inabissò nel sole, corvo di là dai marmi,
e non sperò la gioia del compenso.

Donaci, fuori del sonno, la pace.

XVI
e il nome è Oreste 6

Alla corda, alla corda, alla corda un’altra volta!
E quanti giri, quante insanguinate orbite, quante nere
file, di gente che mi guarda,
che mi guardava quando sopra il carro
levai splendente il braccio, e acclamò.

La bava dei cavalli mi percuote, i cavalli
quando si stancheranno?
Stride l’asse, s’infuoca l’asse, l’asse
quando s’incendierà?
Quando si spezzeranno le redini, e gli zoccoli
quando, tutti posati, calcheranno la terra
e la tenera erba fra i papaveri, là dove tu hai
colto una margherita a primavera?
Erano belli i tuoi occhi, ma non sapevi
dove guardare, e non sapevo
dove guardare neppure io, senza patria,
io che gareggio qua — per quanti giri? —
e sento le ginocchia flettersi sopra l’asse,
sopra le ruote e la pista selvaggia.
Le ginocchia si flettono docili se vogliono gli dei.
Nessuno scampa: a che serve la forza? tu non puoi
scampare al mare che ti cullò bambino e che ricerchi
in quest’ora di lotta nell’anelito equino,
con quelle canne che cantavano d’autunno in modo lidio,
al mare che non trovi per quanto tu corra
e per quanto tu giri e giri innanzi alle Eumenidi nere,
infastidite senza remissione.

XVII
ASTIANATTE

Ora che te ne andrai prendi con te il bambino
che nacque sotto il platano
un giorno che squillavano trombe, lampeggiavano armi
e i cavalli sudati si chinavano
sul verde specchio del bacile
a lambire con umide froge.

Gli ulivi con le rughe dei padri
le rupi col senno dei padri
il sangue del fratello nostro, vivo nel suolo
erano gioia soda, augusta norma
per cuori consci della loro prece.

Ora che te ne andrai, che spunta il giorno
del saldo, ora che più nessuno sa
chi ucciderà né come finirà,
prendi con te il bambino nato là
sotto le foglie del platano, e insegnagli
a meditare gli alberi.

XVIII

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

XIX

Anche se spira il vento non ci dà
frescura e resta breve sotto i cipressi l’ombra;
per ogni dove è un’erta alle montagne.

Peso dei cari
che ormai non sanno più come morire.

XX 7

Si riapre nel mio petto la piaga
quando declinano le stelle e s’apparentano
con il mio corpo e cade sotto i passi degli uomini silenzio.

E queste rupi naufraghe nel tempo fino a dove
mi svieranno? E il mare, il mare chi l’asciugherà 8?
Vedo, ogni alba, le mani accennare allo sparviere, al falco,
legata sulla rupe che s’è fatta, per tanta pena, mia,
gli alberi respirare la nera bonaccia dei morti,
e poi sorrisi, immobili, di statue.

XXI

Noi che movemmo a questo
pellegrinaggio, abbiamo rimirato
i simulacri infranti, e persi in un oblio
ci siamo detti che la vita non si perde
sì facilmente e che la morte ha strade imperscrutate
ed una sua giustizia,

e che quando moriamo ritti in piedi,
affratellati nella pietra, uniti
con la rigidità, con l’impotenza,
gli antichi morti hanno forzato il cerchio
e risorti sorridono in una calma strana.

XXII

Sono passate tante e tante cose sotto i nostri occhi,
che gli occhi non han visto nulla; ma più oltre
e dietro, la memoria come uno schermo bianco
una notte in un chiuso
dove scorgemmo strane parvenze, strane più di te,
passare e dileguare nell’immoto fogliame
d’un albero di pepe;

abbiamo conosciuto così bene la sorte
errando fra le pietre rotte — tremila anni o seimila —
frugando in edifìci diroccati che potevano essere
forse la nostra casa
e sforzando la mente a ricordare date e gesta d’eroi:
potremo dunque?

siamo stati legati e sparpagliati,
abbiamo fronteggiato asperità inesistenti — a quanto si diceva —
smarriti, ritrovando una strada intasata
di reggimenti ciechi,
naufraghi in acquitrini e dentro il lago di Maratona:
potremo ora morire normalmente?

XXIII

Ancora un poco
e scorgeremo i mandorli fiorire
brillare i marmi al sole
e fluttuare il mare.

Ancora un poco
solleviamoci ancora un po’ più su.

XXIV

Hanno termine qui le opere del mare e dell’amore.
Quanti un giorno vivranno dove noi terminiamo,
se mai nereggi alla memoria il sangue e trabocchi,
non ci scordino, deboli anime tra gli asfodeli,
volgano verso l’Erebo il capo delle vittime:

e noi che nulla avemmo insegneremo loro
la pace.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

dicembre 1933 – dicembre 1934

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

1.    Dionisio Solomòs (La donna di Zante, cap. 1): poeta nazionale neogreco, nato a Zante nel 1798, morto a Corfù nel 1857.
2.    Eschilo, Coefore, v. 491.
3.    Platone, Alcibiade I, 133 b-c.
4.    Iniziali di Maurice Ravel. Il giardino è quello di Villa d’Este, ed è evidente l’allusione ai Jeux d’eau del compositore francese.
5.    Plinio il Giovine, Epistole, I, 3.
6.    Sofocle, Elettra, v. 694. In tutta la lirica sono state osservate reminiscenze puntuali di versi sofoclei.
7.    In alcune traduzioni (non però nelle edizioni greche) la poesia reca il titolo Andromeda: la figura mitica sarebbe il simbolo della Grecia.
8.    Reminiscenza, spesso ricorrente in S., delle parole di Clitennestra in Eschilo, Agamennone, v. 958.

Voglio descrivere il tuo corpo… – Ghiannis Ritsos

Josef Sudek, Nude Study, 1951

 

Parola carnale 11

Voglio descrivere il tuo corpo. Il tuo corpo è infinito. Il tuo corpo
è un tenue petalo di rosa in un bicchiere d’acqua chiara. Il tuo corpo
un bosco selvaggio con quaranta spaccalegna neri. Il tuo corpo
profonde umide valli prima che sorga il sole. Il tuo corpo
due notti con campanili, stelle filanti e treni deragliati. Il tuo corpo
un bar fioco con marinai ubriachi e mercenari di tabacchi: schiocchi di dita,
bicchieri rotti, bestemmie, sputi. Il tuo corpo
una flotta intera — sommergibili, corazzate, cannoniere; frastuono
d’ancore che salpano; l’acqua scorre sul ponte; un mozzo
si tuffa in mare dall’albero. Il tuo corpo
silenzio di molte voci lacerato da cinque coltelli, tre baionette e una spada. Il tuo corpo
una lago trasparente, — sul fondo si vede la bianca città sommersa. Il tuo corpo
un’enorme, indomita piovra dentro la boccia della luna, coi tentacoli rossi di sangue
sui viali illuminati dove nel pomeriggio
passò lento il corteo funebre dell’ultimo imperatore. Molti fiori calpestati
restano sull’asfalto bagnati di benzina. Il tuo corpo
un antico bordello in via del Borgo, le puttane vecchie e truccate
con grassi rossetti da due soldi; portano lunghe ciglia finte;
ce n’è anche una giovane alle prime armi, — prova piacere coi clienti,
lascia i soldi sul comodino, si scorda di contarli. Il tuo corpo
è una ragazzina rosa; se ne sta sotto il melo e mangia
una fetta di pane fresco e un pomodoro rosso salato; ogni tanto
s’infila un fiore di melo tra i seni. Il tuo corpo
una cicala nell’orecchio del vendemmiatore, — getta un’ombra viola sul suo collo bruno
e canta da sola quante non ne può dire tutta l’uva insieme. Il tuo corpo
una grande aia panoramica in cima alla collina —
undici cavalli bianchi vi trebbiano il grano della Scrittura; le paglie d’oro
ti appuntano piccoli specchi tra i capelli, e splendono i tre fiumi
dove chinano il capo grandi vacche nere con stemmi adamantini
a bere l’acqua e piangere. Il tuo corpo è infinito.
Indescrivibile il tuo corpo. E lo voglio descrivere,
stringerlo più forte il tuo corpo, contenerlo,  e che mi contenga.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Parola carnale”, 1981

Persefone – Ghiannis Ritsos

Dante Gabriel Rossetti, Ottava versione della Persefone (1882), galleria d’arte di Birmingham

(È tornata, come ogni estate, dal paese straniero e oscuro alla grande casa paterna di campagna, – molto pallida, come stanca per il viaggio, come malata per la grande differenza di clima, di luce, di temperatura. Come se uno strato d’ombra protettrice le coprisse ancora il volto e le mani. Se ne sta sdraiata sul vecchio divano, in una stanza spaziosa e dipinta di fresco, al piano di sopra, con le imposte delle tre finestre e la porta del balcone chiuse. Tuttavia un riflesso rischiara intensamente i muri con striature tremule di luce. Per terra, un mucchio di cesti colmi di fiori di campo, simili a quelli che non aveva fatto in tempo a portare con sé all’epoca del suo primo, repentino viaggio. Evidentemente glieli avevano portati poco prima le amiche in segno di benvenuto. Ora, accanto a lei, resta solo una giovane con una leggera veste azzurra, con un nastro azzurro nei capelli, come fosse la sua amica piú devota e fedele, l’equorea Ciane. Accanto al divano, su una sedia, un piatto con acqua fresca. Ogni tanto l’amica vi bagna un fazzoletto di batista ricamato, lo strizza e lo depone in basso sulla fronte della viaggiatrice, nascondendole le sopracciglia. Di quando in quando qualche goccia le cola di traverso sulla guancia, bagnando il largo cuscino colorato, – quasi piangesse con lacrime non sue. Anche i capelli sono un po’ bagnati. Fuori s’ode appena il mare – calmo, un olio – e talora la voce di un bagnante. Ora il riflesso si fa piú intenso nella stanza. La viaggiatrice parla):

Te l’assicuro, – stavo bene laggiú. Mi ci sono abituata. Qui non resisto;
c’è troppa luce – mi fa ammalare – una luce denudante, inaccessibile;
rivela ogni cosa e la nasconde; ogni tanto cambia – non fai in tempo; cambi;
avverti il tempo che passa – un andirivieni incessante, spossante;
si rompono i bicchieri nel trasloco, restano sulla strada, brillano;
qualcuno salta sulla terraferma, qualcun altro s’imbarca sulle navi; – come allora
venivano, andavano i nostri visitatori, ne arrivavano altri;
restavano per un po’ nei corridoi le loro grandi valigie –
un odore estraneo, paesi stranieri, nomi stranieri, – la casa
non ci apparteneva; – era anch’essa una valigia con la biancheria nuova, sconosciuta –
uno poteva prenderla per il manico di pelle e andarsene.

A quei tempi ne eravamo felici, ovviamente. Allora un gesto
pareva una sorta d’elevazione; – arrivava sempre qualcosa;
e benché anche allora temessimo che se ne sarebbe andata, non conoscevamo ancora
il balzo furtivo della nave dall’altra parte dell’orizzonte,
o della rondine e dell’oca selvatica dall’altra parte della collina.

Sul tavolo rilucevano i bicchieri, i piatti, le forchette
dorati e azzurri per il riflesso del mare. La tovaglia
bianca, ben stirata, era un chiarore piatto; non aveva
nessuna piega che offrisse riparo ad altri significati, ad altre supposizioni. Ora
è insopportabile questa luce, – deforma ogni cosa, la rivela
nella sua deformazione; e la voce del mare
estenuante, con quel suo infinito instabile, i suoi colori fugaci,
i suoi umori alterni. E quegli stupidi barcaioli
coi calzoni sbottonati, fradici, ti fanno andare in bestia;
per non dire dei bagnanti, simili a carbonai, tutti sporchi di sabbia,
che ridono, schiamazzano (quasi fossero contenti) solo per farsi sentire
come se non bastassero a se stessi.

                                                             Laggiú
nessuno si tuffa in acqua; nessuno grida. I tre fiumi,
grigi, sprezzanti, mentre confluiscono attorno al grande scoglio,
fanno un rumore ben diverso – possente, uniforme –
quel rumore immoto del flusso eterno; – ti ci abitui;
quasi non lo senti.

                                Quando il fratello di mia madre venne a casa la prima volta
aveva un che di grigio, come questi fiumi. D’improvviso s’era ammalato.
Lo misero nel grande letto; gli fecero le ventose (credo si fosse raffreddato
per la grande luce e il caldo); – ricordo le sue spalle
brune, larghe, forti, come un prato erboso. Temevo
che gli si incendiassero i peli, tanto era vicina la candela,
la candela bianca nella bugia d’argento. Dopo la posero
sul marmo del lavabo. La stanza sentiva di cotone bruciato.
I suoi abiti, ancora caldi, gettati sulla sedia. Guardavo
la candela spandere grosse gocce sul marmo.

                                                                                     Lo zio
colse il mio sguardo. Provai vergogna. Me ne volevo andare. Non potevo.
S’era messo supino; s’era tirato giú la maglia;
e benché il suo petto fosse scuro e la maglia bianchissima,
avevi nondimeno l’impressione che una tenda nerissima
avesse coperto qualcosa di molto lucente e pericoloso. Cosí, allora,
lo zio, col lenzuolo tirato fin sul mento,
sorrideva bellamente dalla sua febbre. Sotto il lenzuolo
si distinguevano le sue gambe forti fino al pube. Uscii dalla stanza.
Non lo rividi piú finché rimase; gironzolavo nei campi.

                                                                                                    Tre mesi dopo
inviò a mia madre, da un paese straniero, un mucchio di suoi abiti vecchi
per i poveri. Riconobbi subito il suo corpo. Un paio di pantaloni
restò per diversi giorni sull’attaccapanni del corridoio. Li guardavo
per ore e ore, li toccavo con le mani; pensavo di rubarli,
di nasconderli sotto il materasso, di indossarli. Avevo paura. Un giorno,
misi una sedia; vi salii; infilai il viso e li annusai.
Caddi dalla sedia. Mi spaventai. Non mi feci male. Accorsero al rumore.
Non dissi niente. Non sentivo male. Solo un sapore profondo di peccato.

Quei pantaloni li diedero a uno dei nostri domestici.
Gli andavano a pennello. I domestici (l’avrai notato)
hanno un loro modo di fare tutto strano, una loro vita a parte,
chiusa e insidiosa, a dispetto della muta devozione che mostrano,
del loro stesso rispetto; una sorta di ostilità e voracità
negli occhi, sulle labbra e, soprattutto, nelle mani:
robuste, austere, abili, confidenti,
gravi, tozze come orsi,
lente per quanto cosí svelte, quando strigliavano i cavalli,
attaccavano la carrozza o squartavano un bue,
o inchiodavano un tavolo o zappavano il giardino –
Dio mio, come sono stupidi e sciocchi, – né sanno quanto sono belli
nella loro pelle consistente e sudata, mentre sono dediti al lavoro
tra martelli, chiodi, seghe, – un cumulo di attrezzi
dai nomi sconosciuti, – spaventosi nella loro utilità,
spaventosi nella loro aria di mistero, o piuttosto di congiura,
legni e ferri intricati, lame affilate, bagliori –

E tutti hanno un odore grave d’acqua stagnante e pino,
o di latte di fico. Davanti a noi non si sbottonano mai
neanche un bottone della camicia. Non ridono mai. Però lo sai
che tra di loro stanno nudi, scherzano, lottano
i pomeriggi estivi, nelle stanze giú in basso.
                                                                                  Un giorno li vidi
dal buco della serratura. Uno dormiva sul materasso in terra;
gli altri lo denudarono senza far rumore, gli dipinsero il sesso con la fuliggine
tutto a strisce, come un serpente eretto. Lui si svegliò; prese a rincorrerli;
correvano sotto le arcate, intorno alle colonne, ridevano
grandi risate omeriche.
                                           Ebbi paura. Me la diedi a gambe. Dio mio,
tutto a strisce, una di luce, una d’ombra, in un tunnel verticale senza fine,
un che di chiuso, di traditore. Soffocavo. Volevo urlare. Non gridai.
Salii i gradini a due a due; – rombava la tromba delle scale, fresca, ombrosa,
fuori s’udivano la calura d’oro e le voci dei barcaioli
lontane lontane, oscure, come peli d’ascella d’uomo. Soffocavo.
Corsi di sopra, nella stanza grande, aprii la porta del balcone;
entrò un odore di catrame e carrube, un odore di rosso;
il cane di mia madre dormiva all’ombra del grande nespolo
col muso sulle due zampe. Richiusi la porta.

Forse perciò alla fine scegliamo l’ombra. L’oscurità è nera –
nera, liscia, inalterabile, senza sfumature. Ti evita
lo sforzo di distinguere, – a che scopo?
Quel domestico
sembrava fatto d’ombra. Ricordi? – Quando mi afferrò
raccoglievamo fiori nel grande prato. I canestri pieni
di crochi, viole, gigli, rose, amaranti, giacinti; – io m’ero chinata
su un fiore strano – somigliava a un narciso, – un narciso
mai visto, con cento colori, cento steli;
gli scintillavano sopra le gocce di rugiada. E io lí, abbagliata,
china, come ripiegata su me stessa, come sporta su un pozzo,
vedevo la mia figura (quasi autonoma), innamorata
con l’ombra rosa agli angoli delle labbra,
con l’incavo pulsante, eburneo, tra i seni.

Sulla mia schiena sventolava come una bandiera la calura;
mi bruciava i capelli; migliaia di stelle sottilissime lampeggiavano,
una per ogni capello, con colori a cinque raggi. Le vedevo
nell’acqua fresca (o in quel narciso? – non so), innumerevoli,
brillavano intorno al mio viso, come avessi preso fuoco, come se volessi
gettarmi sulla mia liquida immagine per spegnerlo.

                                                                                                E all’improvviso
vidi ergersi dinanzi ai miei occhi i suoi due cavalli neri
come abbagliati dalla luce (li vidi nell’acqua anch’essi). Gridai,
non di paura ma per l’abbagliamento, come se mi avesse inghiottito quel fiore,
come fossi caduta nel pozzo, come avessi disceso d’un balzo tutta la scala
fino alle stanze dei domestici; e avvertii sotto i piedi nudi
lo stupendo scivolio dell’emisfero inferiore. Feci appena in tempo
a veder cadere in quella crepa i vostri canestri con i fiori,
la fontana del giardino, il leone di pietra, la tartaruga di bronzo.

Ricordo quell’austera, interiore densità, e sopra di essa
vi sentivo gridare il mio nome;
e il mio nome era estraneo; estranee le mie amiche;
estranea la luce di sopra con le case bianchissime, quadrate,
coi frutti carnosi, variopinti, simulatori e impertinenti,
con quella bocca fragile e vorace dei cereali. Non ebbi affatto paura.

Avvertii appena il senso della perdita agli angoli delle labbra
che d’improvviso si seccarono; non articolavano suono, non ne avevano alcuna voglia,
nient’altro che la lontana, oscura libertà, affrontata
corpo a corpo – io e lei – l’una dentro l’altra – un corpo incredibile.

Sentii allora il suo braccio circondarmi la vita,
ruvido, peloso, muscoloso, domare la mia resistenza; – ma quale resistenza? –
io non ero piú io; – nessun timore, dunque, d’essere umiliata; ogni cosa
s’era immobilizzata nell’infinita trasparenza
d’una compiutezza impossibile.
                                                          “Hai paura?”, mi domandò
(come sono deboli i molto forti; – temono sempre
che non li temiamo abbastanza, – belli, privi di sospetto
nella loro puerile arroganza). “Sí, – risposi, – ho paura”,
e lui mi strinse a sé piú forte, tanto che sentii i peli del suo braccio
penetrare nei miei pori come fossi legata al suo corpo
da migliaia di sottilissime radici – per niente vincolata, giacché ero in stato d’abbandono.

Laggiú le case sono sotterranee, i fiumi sotterranei, il cielo sotterraneo;
qualche raro pioppo cinereo nel campo sotterraneo,
i cipressi neri, i salici sterili, la menta selvatica
e alcuni melograni.
                                     Mi sbucciava le melagrane con le sue mani.
Le sue dita diventavano ancora piú nere. I chicchi rilucevano fiocamente
come fialettine di vetro colme di sangue. Mi dava da mangiare sulla sua mano
tra le grosse giare e i sedili di pietra, perché non mi scordassi
di tornare ancora da lui. – Come non tornare? Questo mare
ti getta la sua luce, polvere di vetro, negli occhi, in bocca,
nella camicia, nei sandali.
                                                 “Tienimi, – gli dicevo; – lascia
ch’io sia solo l’uno – o anche la metà; – l’intera metà (quale che sia),
non i due, non le parti separate e incongiungibili, giacché non mi rimane altro
ch’essere l’incisione – cioè non essere –
una pugnalata verticale e il dolore radicato –”;
e il pugnale, neppure quello tuo. “Non resisto, – gli dicevo; tienimi”.

Lui è la grande certezza oscura – l’unica. L’espressione sempre tetra,
gli occhi nascosti dalle sopracciglia folte,
cosí eretto, e tuttavia quasi curvo,
chiuso in se stesso, nei suoi peli, come invisibile,
mentre morde una foglia o fuma la sua pipa di coccio
e la piccola fiamma gli illumina dal basso le narici
come se lontano lampeggiasse, in un paesaggio deserto, carnale,
in un paesaggio assorbente; – mi assorbiva.
                                                                                  Sul muro cieco del sotterraneo
erano appesi due anelli di bronzo. Brillavano
di una luce segreta, verdenera; – forse vi faceva ginnastica qualcuno
o vi s’impiccò un bel giovane. Mi piaceva guardarli –
due fori aperti sul nulla – li riempivo con quello che volevo.

                                                                                                             Ricordo
quella statua che contemplavamo al Ginnasio un pomeriggio,
una statua d’oro, d’argento, di piombo, di bronzo, di stagno
dipinta d’un colore oscuro (ora capisco quanto gli somigliasse) –
credo che fosse di Serapide – opera di Briasside l’ateniese –
oh, qualcosa doveva sapere anche lui. Ci piaceva molto, con la fronte cinta d’alloro,
bello, con la stupenda stanchezza sparsa in tutto il corpo
come un campione di pentathlon che fa la sua comparsa dopo i giochi,
nudo, poco prima di entrare nel bagno, tra la ristretta cerchia degli amici
(i vincitori hanno sempre pochi amici o nessuno).
                                                                                            Se ne stava
un po’ imbarazzato nella sua vittoria, non sapendo come rispondere,
condiscendente e inaccessibile. Allora una nube (rosa, credo)
oscurava tutto l’anfiteatro. L’unghia del suo pollice, lunga,
a poco a poco s’allargava (questo lo notai in modo particolare; non te lo dissi)
come una spiaggia disabitata, che esalava
l’infinita malinconia degli eroi. E lí, su una gradinata,
restava una bottiglia vuota di limonata, riflettendo
con falsa familiarità qualcosa di austero e di compiuto.
Strano, adesso, ch’io parli e ascolti la mia voce. Un tempo
avevo paura di tradirmi. Solo dentro di me dicevo, ripetevo
lentamente, gravemente il suo nome. Lo chiamavo muta, di notte,
“Tenebroso, Tenebroso”, voltata verso il muro.
                                                                                      Com’è accaduto
che si è confuso tutto, laggiú, nel cielo basso, traforato a volte
dal canto di un uccello? – il domestico, la statua, lo zio –
tutto senza suono, tutto carne e ombra.
                                                                         Qui ti persegue
un odore di resina calda e d’orzo bruciato. Le isole, sparse
nel fulgore del mare, esigono sempre qualcosa da te,
ti prendono o ti vietano qualcosa. Qui i meriggi,
rappresi nella luce, somigliano a una stazione termale morta. Una malata di mente
vi corre nuda, gridando tra case calcinate chiuse,
nell’aria gialla; e il mare splende pietrificato
con alberature e bandiere immobili. E quella donna corre
folle; – a tratti s’ode il suo grido mobile sul colle
o il suo ansimare qui, sotto le persiane.
                                                                         Laggiú
nulla turba il silenzio. Solo un cane (e anche lui non abbaia),
un brutto cane, il suo, sinistro, coi denti storti,
con due grandi occhi vaghi, fedeli e estranei,
oscuri come pozzi, – nei quali non distingui
il tuo viso, le tue mani o il suo viso.
                                                                 E tuttavia
distingui l’oscurità intera, compatta e trasparente,
completa, consolante, priva di peccato. Finge di non vederti
ma annusa tutto.
                                Nell’istante in cui sogno,
sento d’improvviso il suo respiro alitarmi sotto il mento
o passarmi sulle tempie come se controllasse i miei pensieri,
i miei brividi, il desiderio (e anch’io li vedo). Tutti i miei gesti,
perfino i piú calmi e semplici, quando mi pettino, quando mi lavo,
sento che si ripercuotono nel lago del suo respiro,
descrivono interminabili cerchi fino a quel grande fondo
impenetrabile come l’inesistenza. Ogni parola taciuta,
ogni gesto differito, resta nel suo spazio,
in suo potere, – lui li aspira.
                                                     A volte,
quando passeggio in giardino smemorata, sotto i pioppi,
o lavo una camicia nella bacinella di pietra,
o mi poso la mano sul seno,
o tengo un fiore, con una tenerezza tutta mia,

mi sento improvvisamente nuda, inchiodata al muro,
o al tronco di un albero, o nello specchio di metallo del corridoio,
soprattutto lí, nello specchio, doppiamente inchiodata,
doppiamente visibile, senza un nascondiglio, senza una foglia,
in una densa trasparenza, illuminata dentro e fuori
dai due riflettori del suo respiro che erompono
dalle sue narici strette, sornione,
le sue divinatorie, sensuali, ieratiche narici.
                                                                                 “Caccialo, caccialo”,
gli gridavo a volte, seduta lí, adirata,
con un vago senso di colpa e d’innocenza, non avendo
piú nulla da nascondere – libera nella mia impotenza. Solo i miei capelli
sventolavano qua e là, dentro e fuori
le sue narici, come radici in continuo movimento, rifulgevano
attorno a me come ali o come onde. Li vedevo. Essi mi davano
un’altra fierezza – la mia – un’indipendenza
nei confronti del cane e del suo padrone.
                                                                           Del resto,
da chi e per chi mi custodisce? Per il suo padrone, forse? Per me stessa? Una sera in giardino
fece un balzo e mi abbracciò con le zampe anteriori la vita. Sulla coscia destra
mi rimase qualcosa di umido, di tiepido. Allora ebbi paura. E invero
dinanzi a me si ergeva il grande serpente, con la lingua fuori. Forse
mi custodiva da quello? Da chi e per chi mi custodisce?

Ho ancora il segno sulla coscia, liscio, lattiginoso,
come la pelle nuova di una ferita cicatrizzata. Un’eiaculazione, forse,
o non invece una lacrima? Piangono anche i cani; – lo so; – tanto che a volte
mi è perfino simpatico, – quando specchia nel fiume la sua bruttezza
le sere con la luna; quando consente docilmente che gli infili tra i peli ruvidi
asfodeli, margherite, fiori di menta; – cosí ridicolo
nella sua grossolana sottomissione, – assume tratti
di debolezza umana.
                                      Ma forse che anche lui un giorno
non fu vinto da un uomo? Lo trascinarono fuori in piena luce, lo schernirono;
una moltitudine di bambini e di vecchi malvagi osservarono nel meriggio,
in mezzo alla strada, il suo grugno oscuro, le sue zanne storte,
il suo pelo nero impolverato, dove c’era ancora
una mia margherita.
                                       Non voglio che lo scacci.
È una compagnia anche lui; – sta continuamente in agguato,
costringendomi a sorvegliare me stessa, a trovarmi.

Quaggiú, un’infinità di voci e di riflessi, da direzioni opposte, ti chiamano, ti spartiscono,
come quando entravamo nello Stadio – ricordi? – torridi meriggi,
il marmo caldo – ci scottava i piedi; le gradinate esalavano vapori; non sapevamo
quale isolare di quei corpi nudi; – una tensione senza fine;
i nostri occhi si moltiplicavano, ci accerchiavano il viso
tentando di avere una visione circolare di quei corpi. I giavellotti si libravano;
un piede si slanciava in aria; il disco scintillava;
migliaia di piedi splendevano volando; un petto sudato
toccava ansimante il nastro; – non sapevi da che parte guardare.

Non bastiamo mai ai nostri desideri. E il desiderio non ci basta. Rimane
la stanchezza, la rinuncia, – un’abulia quasi felice,
il sudore, il distacco, il caldo. Finché infine arriva la notte
a spegnere ogni cosa, a confondere tutto in un corpo solido e immateriale, tuo,
a portare un alito di vento dalla pineta o giú dal mare,
a sprofondare le luci, a sprofondarci.
                                                                     Fuori delle finestre
senti passare il violinista ambulante, il lampionaio zoppo,
e quei viandanti taciturni e lenti che tengono in mano
cofanetti di quercia legati con nastri rossi, e gli altri,
prosternati a terra, che battono il suolo con le mani.

Senti anche i cavalli nella stalla, e l’acqua che cade
mentre i pellegrini sollevano due vasi di coccio,
uno verso oriente, l’altro verso occidente, versando idromele
o sciroppo d’orzo mescolato con mentuccia
sopra la fossa con gli allori, mormorando
parole ambigue, suppliche ed esorcismi. E la voce di mia madre
che dice qualcosa sulla “spiga d’oro, mietuta nel silenzio”. Ma neppure la notte
dà riposo; – un corridoio senza fine, impenetrabile,
con statue enormi, con tende dipinte, maschere, specchi,
illusioni ottiche, oggetti di metallo, cristalli, porte, pietre,
ora nel buio, ora nella luce, – quella stessa scala,
un gradino d’oro e uno nero.
                                                    “Rompila”, gli dicevo.
E le tre donne sempre lí, voltate di spalle,
coi visi coperti, chine sul pozzo secco,
gridando parole incomprensibili; e gli echi che moltiplicano
le loro voci inspiegabili dal pozzo. Non ne posso piú qui.

Questa luce di resurrezione è la morte. Chiudi le tende.
Estate lunga, inesorabile, ostile. Il sole
ti afferra dai capelli, ti sospende sul precipizio. Chi dispone di me?
Lui? Il suo cane? Mia madre? Ciascuno
per un suo intento che mi riguarda e che io ignoro.

Giorni interminabili. Tarda a far notte. E la notte è come il giorno – non ti nasconde.
Il mare scintilla anche a mezzanotte, rosa o verde-oro.
Il sale scricchia rapprendendosi sugli scogli. Un barcaiolo
piscia in mare dalla sua barca. Si sente il rumore
tra gemiti muti; – sono gli ormeggi
fissati con ganci di metallo – un tiro alla fune
tra acqua e terra, – la stessa scala. Sopra la spiaggia
la strada prosegue tra due file di oleandri impolverati. Una pianta spinosa
vacilla in fondo al campo come un capitello pericolante.
Il ronzio di una zanzara si sposta nella stanza
inviando segnali fuorvianti, descrivendo losanghe fugaci,
spossando la tua attenzione con angoli acuti e ottusi. Il vento
ha un forte odore di resina e di sperma. Non riesci a respirare.

S’odono passi dopo mezzanotte, – forse sono i domestici;
gettano le ferraglie in fondo al giardino. A poco a poco
le soffocano le ortiche, – un piatto d’alluminio, un cucchiaio,
una statuetta rotta, un tavolo di zinco. Con l’arrivo dell’autunno
si scoprono di nuovo, – la ruota, un remo, il timone,
l’assale di quella vecchissima carrozza – oggetti del ricordo,
cose nostre, inservibili, tormentate, arrugginite
e nondimeno quasi sferiche, come le giare in cantina o come le stelle.

Allora si fa una grande quiete morbida, gentile, umida,
fin oltre il giardino, fino al limite del ricordo, come fosse arrivato l’autunno all’improvviso.
Da qualche parte, in fondo, s’odono colpi freschi, in falegnamerie lontane
come se inchiodassero lunghe assi piallate. La biancheria
stesa sulla corda in cortile tarda a asciugare.

È l’ora in cui le lepri scendono sulla strada. I loro occhi lampeggiano
ai fari delle ultime vetture. Una grande calma,
piatta, distesa, – non la puoi avvolgere;
un suo angolo si bagna nel fiume,
il secondo s’innalza verso sud, lontano, sul mare,
il terzo si perde sull’isola di fronte, nel bosco,
il quarto sulla luna con l’erba gialla.

È bello d’autunno. Respiro. Il sole perde
il suo dispotismo, la sua terribile alterigia. Tutto s’ammansisce;
tutto torna se stesso, tanto che dico:
che non sia la morte il nostro piú autentico “me stesso”? La stella della sera
sorge molto piú in alto, cristallina, diafana; scintilla
beneaugurante sopra il bosco nero, come una goccia
minuscola d’acqua limpidissima, sfavillando
molto vicina, come incollata al vetro della finestra, e al tempo stesso
infinitamente lontana, – un bagliore bianco, una lacrima
distillata, tutta limpidezza, indipendenza e gioiosa inutilità –
una silenziosa, profonda certezza della fine e del sempre.

È quella l’ora di tornare a lui, quasi redenta,
o piuttosto per redimermi alla sua ombra. Tira le tende. Guarda:
un’ape s’è posata immobile sul mio anello,
ronza di già – la senti? – una pietra preziosa sonora.

Chiudi le tende, dunque. Non resisto quassú.
Questa luce mi trafigge con migliaia di aghi,
m’acceca. Non la sopporto. Tirale, ti dico, quelle tende.

(La sua amica si alzò per tirare le tende. Ma lei si levò di scatto dal divano. Il fazzoletto bagnato cadde sul pavimento. Con due passi raggiunse la finestra. Afferrò il cordone. Si fermò lí, con la mano levata. Poi, di botto, spalancò le persiane. Restò cosí, nella luce abbagliante, come una statua che a poco a poco si rianima. Muove la mano. Fa cenno di fuori. Passa una barca carica di giovani bagnanti. Gridano. Salutano. Sulla litoranea, che esala vapori per il caldo, passa un grosso cane nero (che sia quello?) tenendo tra le fauci un cesto colmo di frutti variopinti. Guarda vagamente, come fosse cieco, verso la finestra. Un bel bagnante abbronzato, nel passargli accanto, gli dà un calcio nel ventre col piede nudo. La ragazza alla finestra scoppiò a ridere. Il cane proseguí per la sua strada. La giovane rientrò. Suonò il campanello. Un domestico, coi pantaloni a righe grigie e nere, molto attillati (forse quelli di suo zio), comparve sulla porta. “Si apparecchi la tavola”, gli disse. Quello se ne andò. Le due amiche aprirono la porta del balcone e le altre due finestre. La stanza s’inondò di luce. Profumano i fiori nei cesti. S’odono piú forti le grida dal mare, confuse con il rumore dei piatti e delle posate giú nella sala da pranzo. Il fazzoletto fradicio resta sul pavimento come un uccellino bianco, furbo, domestico quasi e sottomesso. A poco a poco s’asciuga svaporando.)

Ghiannis Ritsos

Atene, Eleusi, Diminiò, Samo, dicembre 1965-dicembre 1970

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone)Crocetti Editore, 1993