Fraternità – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Ad Aragon

I poeti si riconoscono facilmente tra loro – non
dalle grandi parole che abbagliano il pubblico, non
dai gesti retorici, solo da certe cose
affatto banali e di dimensioni segrete, come Ifigenia
riconobbe subito Oreste appena le disse:
“Non eri tu che ricamavi in cortile, sotto il pioppo,
con bei colori su una tela bianca di bucato
il mutamento di orbita del sole?”. Ma soprattutto:
“In un angolo della tua stanza non era conservata
l’antica lancia di Pèlope?”. Allora lei
si chinò di colpo sulla sua spalla, chiudendo gli occhi
a una luce profonda, dolce, come se l’altare insanguinato
fosse completamente coperto da quella tela
bianca che lei stessa ricamava
sotto il pioppo, durante i caldi meriggi, in patria.

Ghiannis Ritsos

30 maggio 1969

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Πέτρες Eπαναλήψεις Kιγχλίδωμα

Tre volte la verità – Odisseas Elitis

Odisseas Elitis

I

Sulle rocce l’uccello tip-tip spostava la verità beccando l’acqua salata plaf-plaf dentro le cavità      Qualcosa qualcosa      Qualcosa deve senz’altro esistere

Ma divenni davvero santo aspettando    Con una barba da monaco che accarezzavo e grattavo     Qualcosa qualcosa    Qualcos’altro   si deve pur trovare

Alla fine mi decisi    E come si trascina a riva una barca    trascinai l’uomo in un luogo così da poterlo vedere dentro

–  E lui chi è? – L’assassino che è passato – E perché tanto trambusto? – Il falco il falco sta arrivando è arrivato – Bene e qui chi decide? – Nessuno Nessuno – Non ho sentito     chi parla?

Ma già venivano meno le parole     Cos’altro dire     Questa la verità.

II

Questa la verità     Quando retrocedono le parole     cos’altro dire apparve     il mare circondato da cipressi come un vecchio casolare

Seduta nell’acqua bassa     una donna di pietra     che si pettinava rimase con la mano sospesa in alto   Lontano due barche a vapore tutto fumo  senza avanzare     E ovunque nelle fonti e tra il rosmarino un confidente pater noster si alzava prima di disperdersi in rugiada

Padre nostro che sei nei cieli     io che ho amato     io che ho tenuto la mia ragazza come un giuramento     io che sono arrivato a prendere per le ali il sole come una farfalla     Padre nostro

Ho vissuto con niente.

III

Ho vissuto con niente     Ma le parole non mi bastavano     Nel vento di una stretta vallata voce solitaria     si scioglieva alle mie orecchie sciù sciù sciù    tirai fuori migliaia di cose     Che manciate di cristalli che canestri di fresche api e che brocche colme dove sentivi il vento prigioniero che ffff fischiava

Qualcosa qualcosa     Qualcosa di demoniaco ma che si coglie come in una rete nelle sembianze dell’Arcangelo     Farneticavo e correvo     Dalla lingua arrivai a imprimere le onde nell’udito

– Ehi voi neri pioppi    gridavo    e voi alberi celesti cosa sapete di me? – Θόη θόη θμός – Cosa? – Άρίηω ἠθύμως    θμός – Non ho sentito cosa? – Θμός θμός ἄδυσος¹

Finché sentii     e mi si prenda pure per pazzo     che di un niente è fatto il Paradiso.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “L’albero di luce e la quattordicesima bellezza, 1971”, in “È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

∗∗∗

ΤΡΕΙΣ ΦΟΡΕΣ Η ΑΛΗΘΕΙΑ
                         
I

Μετατόπιζε τό ἀγριοπούλι πίτ-πίτ πάνω στούς βράχους τήν ἀλήθεια Μές στίς γοῦβες τ’ ἁρμυρό νερό τλίπ-τλίπ ὅλο τσιμπολογοῦσε     Κάτι κάτι     Κάτι πρέπει ὁπωσδήποτε νά ὑπάρχει

Μά τήν πίστη μου ἅγιασα νά περιμένω     Πέταξα γένι καλογερικό πού ὅλο χάιδευα κι ἔξυνα     Κάτι κάτι     Κάτι ἄλλο να βρεθεῖ

Κάποια φορά τό πῆρ’ ἀπόφαση     Τράβηξα     ἔτσι ὅπως τραβᾶς μιά βάρκα στή στεριά     τόν ἄνθρωπο     ἀπό μέρος πού νά βλέπεις μέσα του

— Ἒποιός εἶναι αὐτός;— Ὁ φονιάς πού πέρασε — Κι ὁ τόσος σαματάς γιατί;—Τό γεράκι τό γεράκι φτάνει ἔφτασε — Καλά καί ποιός ὁρίζει ἐδῶ; — Οὖτις Οὖτις — Δέν ακουσα     ποιός λέει;

Ἀλλά κιόλας λιγόστευαν τά λόγια     Τί νάπεῖς πιά     Τέτοια ἡ  ἀλήθεια.

ΙΙ

Τέτοια ἡ ἀλήθεια     Ὅταν ἀποτραβήχτηκαν τά λόγια     τί νά πεῖς πιά φάνηκε     περιτριγυρισμένο κυπαρίσσια σάν παλιό ὑποστατικό τό πέλαγος

Καθισμένη στά ρηχά     μιά γυναίκα πέτρινη     κεῖ πού χτενίζονταν ἀπόμεινε μέ τό χέρι της ψηλά στόν ἀέρα     Δυό βαπόρια πέρα ταξιδεύανε    ὅλο καπνούς     δίχως νά προχωρᾶνε     Καί παντοῦ στίς βρύσες καί στά δεντρολίβανα κμυστηρευμένο ἕνα πάτερ ἡμῶν πού ἀνέβαινε πρίχοῦ σπάσει σέ δρόσο

Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς     ἐγώ πού ἀγάπησα     ἐγώ πού τήρησα τό κορίτσι μου σάν ὅρκο     πού ’φτασα νά πιάνω τόν ἥλιο ἀπ’ τά φτερά σάν πεταλούδα     Πάτερ ἡμῶν

Μ’ ἕνα τίποτα ἔζησα.

III

Μ’ ἕνα τίποτα ἔζησα     Μονάχα οἱ λέξεις δέ μοῦ ἀρκούσανε     Σ’ ἑνός περάσματος ἀέρα     ξεγνέθοντας ἀπόκοσμη φωνή τ’ αὐτιά μου     φχιά φχιού φχιού    ἐσκαρφίστηκα τά μύρια ὅσα      Τί γυαλόπετρες φοῦχτες τί καλάθια φρέσκες μέλισσες καί σταμνιά φουσκωτά ὅπου ἄκουγες ββββ νά σοῦ βροντάει ὁ αἰχμάλωτος ἀέρας

Κάτι κάτι     Κάτι δαιμονικό μά πού νά πιάνεται σάν σέ δίχτυ στό σχῆμα τοῦ Ἀρχαγγέλου     Παραλαλοῦσα κι ἔτρεχα    Ἔφτασα κι ἀποτύπωνα τά κύματα στήν ἀκοή ἀπ’τή γλώσσα

—Ἒ καβάκια μαύρα     φώναζα     κι  ἐσεῖς γαλάζια δέντρα τί ξέρετε ἀπό μένα; — Θόη θόη θμός — Ἔ; τί; — Ἀρίηω ἠθύμως    θμός — Δέν ἄκουσα τί πράγμα; — Θμός θμός ἄδυσος

Ὥσπου τέλος    ἔνιωσα κι ἂς πά’ νά μ’ ἔλεγαν τρελό    πώς ἀπό ’να τίποτα γίνεται ὁ Παράδεισος.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Το φωτόδεντρο και η δέκατη τέταρτη ομορφιά”, (L’albero di luce e la quattordicesima bellezza), Atene, 1971

¹     Neologismi creati da Elitis a imitazione del greco antico.

Trasparenza invernale – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interminabili mattine domenicali con un bel sole invernale freddo;
poche voci infantili ferme sulla mulattiera
e la provincia calcinata risplende nel vuoto, nell’asfittica trasparenza –

La casa del notaio dalle grandi finestre,
i vetri puliti, tutta proiettata verso l’esterno
non avendo nulla di suo da preservare,
tutta dominata dall’inverno,
con gli armadi, gli attaccapanni, la cucina,
il grande braciere di bronzo nella sala da pranzo –
e le bucce di mandarino che bruciano lentamente nel braciere incensando
vecchie immagini, tempi andati, che hanno perso forza e colore
e a poco a poco anche il loro senso
e piú tardi la loro pena e il peso
e piú tardi ancora la nostalgia –

Sono esistiti? Non sono esistiti? Quando? Dove? Perché?
E perché conservarli? Per fartene cosa?
E cosa fare del tempo? Per mantenere cosa?

Preoccupazioni per i tappeti, per le coperte, per gli indumenti di lana –
per anni e anni, ogni anno, all’arrivo della primavera,
a raccoglierli tutti, a scuoterli, spazzolarli,
infilarli nei bauli, negli armadi, uno strato sull’altro, con vecchi giornali,
come se seppellissi qualcosa di amato per preservarlo,
ed è una pena seppellirlo – ma che altro fare?
Poi c’è la luce della primavera e il verde della primavera,
poi la luce dell’estate e il mare dell’estate,
e poi né primavera né estate né verde né mare,
soltanto la luce e i suoi gesti nell’infinito,
la luce bianchissima che tutto brucia, annega, annienta,
cose vecchie e nuove e future, monti, alberi e marmi,
glorie e sentimenti, eventi e decisioni.

Allora anche tu scordavi pene e rimorsi, progetti e pentimenti; ricominciavi
con gli stessi errori, gli stessi baci, la stessa nudità cosí ben vestita,
fino all’arrivo delle prime umidità,
delle prime grandi stelle pentite,
del silenzioso, abbagliante saccheggio dell’autunno.
Poi, lenta e silenziosa, ma non triste, giungeva l’altra ebbrezza, quella della riflessione,
a farti raccogliere le cose sparse, a estorcere
un profitto magico alle cose perdute – e non a estorcere;
si offrivano da soli, doppi e tripli,
giardini e risa di ragazze tra le acacie, che un tempo fiorirono in modo indifferente o ostile,
ed erano fiorite di nuovo – un intero esercito bianco, questa volta alleato, nell’oscurità rarefatta.

La panchina verde, su cui ti sedesti una notte tutto solo, circondato da inutili stelle,
ora si è trasferita da sola dai campi gialli della desolazione autunnale
fin davanti alla tua porta come un calesse di campagna, dentro cui
ora siedono in due – perfino felici, potresti dire,
perché vedere e ammettere le cose che non hai avuto e non avrai
è quasi come averle – anzi, averle certamente. Cosí dicevamo, e forse con sincerità.

Carri colmi di fieno e di botti scendevano
dai villaggi, in certi strani tramonti
tutti oro e porpora e viola,
tutti ostentazione di vanagloria,
tutti uno sfarzo moribondo, e il mare, fino all’orizzonte, lo sapeva: – moribondo,
benché il mare ricopiasse cronologicamente, nei particolari,
nubi, colori, alberature, gabbiani, e il suo stesso abisso; questa precisione
adesso era la sua vita (moribonda anch’essa), l’unica sua vita, che gli donava vita.

Tutto questo sfarzo non può fare niente – è superfluo.
Non può nascondere niente. E tu dovevi preoccuparti di nuovo degli indumenti di lana,
toglierli dai bauli, scuoterli –
e il caffè diventava ogni giorno piú indispensabile.

Nelle camere deserte nevica naftalina,
l’odore liberato sbalordisce nella sua libertà,
e lí vicino scampanano i mortai in cui pestano chiodi di garofano, cannella e noci moscate
per il Natale e il Capodanno. Eppure, nonostante tutte le precauzioni,
il tempo e le tarme hanno fatto il loro lavoro –
i tappeti si aprono qua e là, i cappotti sono bucati,
i risvolti logori, i gomiti consunti.
L’anno dopo non ti preoccupi della naftalina
e meno ancora quello successivo,
e le tarme regnano sovrane, invisibili, nelle vecchie stanze,
regine senza regno,
– cos’altro possono rodere che non sia già stato mangiato?

Una resa calma, silenziosa, di un ottimismo quasi indifferente, come quando
una notte cammini sotto la pioggia e ti infastidisce
l’acqua sulla nuca, il fango ai piedi, però a poco a poco
la pioggia si impossessa di te, il fango ti entra nelle scarpe,
i piedi si alleggeriscono di una pesantezza inversa
e cammini libero nella notte senza una finestra illuminata,
appesa nell’oscurità come un orologio fosforescente che stabilisca il tuo tempo,
che orienti la tua direzione; cammini
felice di non temere piú il fango, la pioggia, il nessun luogo, la notte,
senza cercare nessuna finestra, però inconfessabilmente certo
di quella finestra illuminata che scorgerai
anche a testa china, perfino a occhi chiusi – d’altronde
tieni il viso sollevato, esposto alla pioggia, e gli occhi spalancati.

Ora tutto l’aiuto dipende da te, solo da te – l’hai capito;
la nevrastenia non è una scappatoia né una giustificazione,
– gli altri sono abituati; non si preoccupano piú, non cercano, non commentano;
quelli col mal di stomaco hanno smesso la dieta – a che serve? –
e i vecchi contratti ammucchiati nel magazzino, onorati o violati,
sono cibo per topi inappetenti.
Il periodo del climaterio è scaduto per la padrona di casa,
è scaduto per le sue figlie,
è scaduto per gli alberi del suo giardino. Soltanto il gelsomino
le cui stelline bianche nevicavano ogni sera d’estate sul tavolo in giardino,
non potato, si è ingigantito, ha stretto la casa nei suoi tentacoli come un enorme polpo
minandone le fondamenta. E dunque, che te ne fai del tempo?

Che te ne fai dell’immortalità? Tu non puoi pagare
un solo mattino domenicale nel bel sole d’inverno
in questa casa con il vecchio braciere e la macchina per scrivere nuova,
con il suo antico buffè pieno di tazzine e cucchiaini d’argento e ogni sorta di bicchieri per la grappa,
con questa fruttiera sul tavolo e la sfrontatezza delle sue arance che non offende piú il silenzio,
con questi ritratti degli antenati che nessuno piú guarda.

Il buco nero del comignolo prosegue per migliaia di chilometri nel cielo,
cosí come quello della cloaca sottoterra (che non esca dall’altra parte?), e il coltello
quando tagli il pane incide una cicatrice profonda
non solo sul tavolo o sul pavimento – molto piú dentro.

Ma tu non scambieresti questa implacabile beltà e saggezza,
questa nobiltà delle rughe intorno agli occhi del silenzio,
con la beatitudine di qualsiasi giovinezza. Tu stai fermo,
osservi e ascolti – partecipante impartecipe –
e l’antica lampada, con la sua religiosità sbiadita da vecchi simposî e ultime cene,
con la sua doratura insozzata dalle mosche,
pende ancora, cosí caparbia e dimenticata,
proprio al centro del vuoto, come un sigillo irrevocabile su un testamento
che nessuno ha letto perché non ci sono piú eredi
e non c’è piú nessuna eredità. Tuttavia
tu l’hai letto e lo trasmetti,
leghi le età che non conobbero legami
e non puoi ancora liberarti
del peso e della ricchezza del giorno anche piú vuoto
parlando, non parlando, chiudendo gli occhi, osservando.

E questa casa, alleggerita dei suoi piccoli ricordi e delle separazioni,
nel grande ricordo riconosciuto in tutta la sua profondità,
ascende verso il cielo, nella tremenda, gelida trasparenza,
mansueta, senza peso né religione,
come un palloncino azzurro tenuto soltanto da un filo
nel pugno di un bambino.
                                         Il bambino gridò
– un piccolo grido irrecusabile, indipendente,
fuori del tuo esilio o del tuo ritorno,
un grido imperioso, non protetto. Gridò;
sua madre accorse con la camicetta bianca
e le case si adagiarono di nuovo al sole
come uova da cui nasceranno grandi pulcini
e la cupola della chiesa brillava anch’essa,
un grande uovo sotto le sei ali robuste del sole.

Il carro passato nella strada – non era affatto diretto al cielo, portava frutta al mercato,
aveva le ruote ignare, ridenti, con la loro rumorosa cordialità campagnola,
e ogni ruota aveva la sua ombra ben distinta. Tu osservasti
le ruote e le loro ombre – non soltanto le ombre.

Le ruote e le loro ombre non erano affatto quattro paia di zeri,
ogni cerchio aveva le sue ripartizioni,
regolari e libere; occupavano lo sguardo,
occupavano pensieri e sentimenti,
– la nuova gioia e la nuova complessità che annulla il vuoto,
che mostra e nasconde; mostra
il nuovo desiderio di rivelare – di vedere dietro la ripartizione dei cerchi
il cielo tutto intero, il mare, gli alberi,
come dietro i merletti della tenda di questa casa
con gli otto cerchi domestici ben ricamati
che suddividono e abbelliscono il paesaggio domenicale della provincia
nella luce fredda del sole che tutto riscalda e apre.

E l’uomo che scriveva la storia di una casa rimasta senza storia
chiuse le carte e la casa ritrovò la sua storia.

Un bambino pianse,
la madre si chinò su di lui,
e l’uomo che tentava di deporre sulla carta un carico secolare
comprese di nuovo l’inspiegabile utilità del tempo,
comprese che non può comprendere,
comprese ciò che chiamiamo durata – perché lui
con tutti i suoi anni e l’esperienza e le ferite di tante guerre
adesso era il figlio di suo figlio, e sentí di aver fame. Era già
mezzogiorno passato. Apparecchiarono con cura la tavola con una tovaglia di lino,
e in mezzo misero anche un vaso con rose invernali.

Che buon profumo aveva il cibo fumante in questa sala da pranzo
con il vecchio braciere, il vecchio canapè. E tutte queste fotografie degli avi
dilatavano le narici come se odorassero il buon pane caldo, il bel presente,
e sembravano aver fame, e avevano fame davvero.

Il sole si rifletteva sulle due grandi finestre
e si udí abbaiare il cane che difendeva la casa da nemici invisibili,
questa casa che contiene un bambino e lo alleva,
questa casa che un bambino tiene per mano,
e un verso mal assortito, anch’esso come un cane,
aprí la bocca abbaiando all’eternità,
a guardia delle azioni degli uomini, dei loro piccoli gesti,
a guardia dei loro grandi occhi innocenti, smarriti e premurosi, e le loro mani enormi,
a guardia della vita con il grembiule da cucina e le canzonette del suo calendario.

E quest’uomo, sapete,
preferirebbe essere definito ipocrita, o perfino furfante,
anziché tradire anche una sola delle sue cellule
che lo imploravano, gli chiedevano, gli ordinavano
di muoversi, di vivere, di agire, anche con il canto,
di muoversi incitando al ballo le molecole della luce e la nostra vita,
sistemando al meglio alberi e case, pensieri, passi, acque e mani.

E i cinque contadini vestiti a festa che aspettavano
fuori del cortile della chiesa
erano come gli alberi potati che rifioriranno
e avevano l’aspetto di aratri a riposo
che domani areranno e scaveranno ancora soltanto ciò che è necessario.

Ghiannis Ritsos

Samo, gennaio 1957

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”Crocetti Editore, 2013

Debito – Titos Patrikios

Foto di Anja Bührer

 

Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.

Titos Patrikios

Novembre 1957

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Tirocinio (1956-1959)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

∗∗∗

Ὀφειλή

Μέσα ἀπό τόσυ θάνατο ποὑ ἔπεσε ϰαά πέφτει,
πολέμους, ἐϰτελέσας, δίϰες, θάνατο ϰι ἄλλο θάνατο
ἀρρώστια, πείνα, τυχαῖα δυστυχήματα,
δολοφονίες ἀπό πληρωμένους ἐχθρῶν ϰαί φίλων,
συστηματιϰή ὑπόσϰαψη ϰι ἕτοιμες νεϰρολογίες
εἶναι σά νά μοῦ χαρίστηϰε ἡ ζωή ποὑ ζῶ.
Δῶρο τῆς τύχης, ἂν ὄχι ϰλοπή ἀπ’ τή ζωή τῶν ἄλλων,
γιατί ἡ σφαίρα πού τῆς γλύτωσα δέ χάθηϰε
μά χτύπησε τό ἄλλο ϰορμί πού βρέθηϰε στή θέση μου.
Ἕτσι σά δῶρο πού δέν ἄξιζα μοῦ δόθηϰε ἡ ζωή
ϰι ὅσος ϰαιρός μοῦ μένει
σάν οἱ νεϰροί νά μοῦ τόν χάρισαν
γιά νά τούς ἱστορήσω.

Τίτος Πατρίϰιος

Νοέμβρης 1957

da “Μαθητεία”, Αθήνα, Πρίσμα, 1963

Gimnopedia – Giorgio Seferis


I
SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo,
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia

che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
su l’òmero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco  –  ruggine e cenere  –  le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai piú scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II
MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiú dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
–  le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada  –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato¹.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
piú fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è piú tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

Giorgio Seferis

ottobre 1935

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Giorgio Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

  ¹. Tutta questa parte della poesia risente di motivi e immagini dell’Orestea di Eschilo.

∗∗∗

ΓΥΜΝΟΠΑΙΔΙΑ
Α’
ΣΑΝΤΟΡΙΝΗ

Σϰύψε ἂν μπορεῖς στή θάλασσα τή σϰοτεινή ξεχνώντας
τόν ἦχο μιᾶς φλογέρας πάνω σέ πόόια γυμνά
πού πάτησαν τόν ὕπνο σου στήν ἄλλη ζωή τή βυθισμένη.

Γράψε ἂν μπορεῖς στό τελευταῖα σου ὄστραϰο
τή μέρα τ’ ὄνομα τόν τόπο
ϰαί ρίξε το στή θάλασσα γιά νά βουλιάξει.

Βρεθή ϰαμε γυμνοί πάνω στήν ἀλαφρόπετρα
ϰοιτάζοντας τ’ ἀναδυόμενα νησιά
ϰοιτάζοντας τά ϰόϰϰινος νησιά νά βυθίζουν
στόν ὕπνο τους, στόν ὕπνο μοις.
Ἐδῶ βρεθήϰαμε γυμνοί ϰρατώντας
τή ζυγαριά πού βάραινε ϰατά τό μέρος
τῆς ἀδι ϰίας.

Φτέρνα τῆς δύναμης θέληση ἀνίσ ϰιωτη λογαριασμένη ἀγάπη
στόν ἥλιο τοῦ μεσημεριοῦ σχέδια πού ὡριμάζουν,
δρόμος τῆς μοίρας μέ τό χτύπημα τῆς νέας παλάμης
στήν ὠμοπλάτη·
στόν τόπο πού σϰορπίστηϰε πού δέν ἀντέχει
στόν τόπο πού εἴταν ϰάποτε διϰός μας
βουλιάζουν τά νησιά σϰουριά ϰαί στάχτη.

Βωμοί γϰρεμισμένοι
ϰι’ οἱ φίλοι ξεχασμένοι
φύλλα τῆς φοινι ϰιᾶς στή λάσπη.

Ἄφησε τά χέρια σου ἂν μπορεῖς, νά ταξιδέψουν
ἐδῶ στήν ϰόχη τοῦ ϰαιροῦ μέ τό ϰαράβι
πού ἄγγιξε τόν ὁρίζοντα.
Ὅταν ὁ ϰύβος χτύπησε τήν πλάϰα
ὅταν ἡ λόγχη χτύπησε τό θώραϰα
ὅταν τό μάτι γνώρισε τόν ξένο
ϰαί στέγνωσε ἡ ἀγάπη
μέσα σέ τρύπιες ψυχές·
ὅταν ϰοιτάζεις γύρω σου ϰαί βρίσϰεις
ϰύϰλο τά πόδια θερισμένα
ϰύϰλο τά χέρια πεθαμένα
ϰύϰλο τά μάτιοι σϰοτεινά·
ὅταν δέ μένει πιά οὔτε νά διαλέξεις
τό θάνατο πού γύρευες διϰό σου,
ἀϰούγοντας μιά ϰραυγή
ἀϰόμη ϰαί τοῦ λύϰου τήν ϰραυγή,
τό δί ϰιο σου·
ἄφησε τά χέρια σου ἂν μπορεῖς νά ταξιδέψουν
ξεϰόλλησε ἀπ’ τόν ἄπιστα ϰαιρό
ϰαί βούλιαξε,
βουλιάζει ὅποιος σηϰώνει τίς μεγάλες πέτρες.

Β’
ΜΥΚΗΝΕΣ

Δῶσ’ μου τά χέρια σου, δῶσ’ μου τά χέρια σου, δῶσ’ μου τά χέρια σου.

Εἴδα μέσα στή νύχτα
τή μυτερή ϰορυφή τοῦ βουνοῦ
εἴδα τόν ϰάμπο πέρα πλημμυρισμένο
μέ τό φῶς ἑνός ἀφανέρωτου φεγγαριοῦ
εἴδα τόν ϰάμπο πέρα πλημμυρισμένο
μέ τό φῶς ἑνός ἀφανέρωτου φεγγαριοῦ
εἵδα, γυρίζοντας τό ϰεφάλι
τίς μαῦρες πέτρες συσπειρωμένες
ϰαί τή ζωή μου τεντωμένη σά χορδή
ἀρχή ϰαί τέλος
ἡ τελευταία στιγμή·
τά χέρια μου.

Βουλιάζει ὅποιος ση ϰώνει τίς μεγάλες πέτρες·
τοῦτες τίς πέτρες τίς ἑσή ϰωσα ὅσο βάσταξα
τοῦτες τίς πέτρες τίς ἀγάπησα ὅσο βάσταξα
τοῦτες τίς πέτρες, τή μοίρα μου.
Πληγωμένος ἀπό τό διϰό μου χῶμα
τυραννισμένος ἀπό τό διϰό μου πουϰάμισο
ϰαταδιϰασμένος ἀπό τούς διϰούς μου θεούς,
τοῦτες τίς πέτρες.

Ξέρω πώς δέν ξέρουν, ἀλλά ἐγώ
πού ἀϰολούθησα τόσες φορές
τό ὃρόμο ἀπ’ τό φονιά στό σϰοτωμένο
ἀπό τό σϰοτωμένο στήν πληρωμή
ϰι’ ἀπό τήν πληρωμή στόν ἄλλο φόνο,
ψηλαφώντας
τήν ἀνεξάντλητη πορφύρα
τό βράδι ἐ ϰεῖνο τοῦ γυρισμοῦ
πού ἄρχισαν νά σφυρίζουν οἱ Σεμνές
στό λιγοστό χορτάρι –
εἴδα τά φίδια σταυρωτά μέ τίς ὂχιές
πλεγμένα πάνω στήν ϰα ϰή γενιά
τή μοίρα μας.

Φωνές ἀπό τήν πέτρα ἀπό τόν ὕπνο
βαθύτερες ἐδῶ πού ὁ ϰόσμος σϰοτεινιάζει,
μνήμη τοῦ μόχθου ριζωμένη στό ρυθμό
πού χτύπησε τή γῆς μέ πόδια
λησμονημένα.
Σώματα βυθισμένα στά θεμέλια
τοῦ ἄλλου ϰαιροῦ, γυμνά. Μάτια
προσηλωμένα προσηλωμένα, σ’ ἕνα σημάδι
πού ὅσα ϰι’ ἂν θέλεις δέν τό ξεχωρίζεις·
ἡ ψυχή
πού μάχεται γιά νά γίνει ψυχή σου.

Μήτε ϰι’ ἠ σιωπή εἶναι πιά διϰή σου
ἐδῶ πού σταματήσαν οἱ μυλόπετρες.

Γιώργος Σεφέρης

da “ΓΥΜΝΟΠΑΙΔΙΑ”, Atene, 1936