Lettera – Nikiforos Vrettakos

Karen Hollingswort painting

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Thermos Amurghis

Non ho una foglia dei vecchi alberi verdi.

Ti scrivo la mia pena su questa carta
tanto lieve che te la porti il vento
tanto buona e tenera che non se ne sorprenda il sole,
gentile come il silenzio che incede sull’erba
di notte. Semplice e pura come l’acqua che scorre
e non indovini che la generò la tempesta di ieri.

Molti sono stati uccisi. Molti viviamo. Tutti quanti siamo
feriti. È grave di dolore il mondo.
Col silenzio del mare riceverai la mia pena.
Ti mando questo mio eterno “non ti scordar di me”, è una
luce avvolta entro una piccola nubicina.

Ti mando questa pecorella, poiché sei vicino a Dio
perché tu la guidi ad un suo verde giardino.
Ti mando questo infante col piedino schiacciato.
Alzalo alla finestra con la stella del mattino,
vicino al mondo, vicino al sogno.
Vicino alla tua bontà che è calda come alito di madre.
Vicino al camino dove sogni con la mano alla fronte
la felicità dell’affamato, del soldato, dell’infermo.
Mettilo vicino alla verde bandiera. Vicino al rosso
cavallo. A tua madre accanto che attorniata
dai passeri di gennaio fila la speranza.
Mettilo vicino al lamento dell’amicizia. Vicino, vicino.
Mettilo a sedere e aprigli come un riso la finestra
perché veda il mondo.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Il Taigeto e il silenzio”, 1949, in “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

***

Γράμμα

Στον Θέρμο Αμούργη

Δἐν ἔχω ἕνα φύλλο ἀπ᾿ τά παλιά πράσινα δέντρα.
Σοῦ γράφω τή λύπη μου σ᾿ αὐτό, τό, χαρτί.
τόσο ἐλαφριά πού νά στή φέρει ὁ ἄνεμος,
τόσο αλή αί τρυφερή πού νά μή παραξενευτεῖ ὁ ἥλιος,
εὐγενιή σάν τή σιωπή πού περπατεῖ στό, χορτάρι
τή νύχτα, ἁπλή αί αθαρή σάν τό, νεράι πού τρέχει
αί δἐ μαντεύεις πὼς τό, γέννησε ἡ χτεσινή αταιγίδα.
Πολλοί σοτώθηαν. Πολλοί ζοῦμε. Ὅλοι μας εἴμαστε
λαβωμένοι. Εἶναι βαρύς ἀπό, τό,ν πόνο μας ὁ όσμος.
Μἐ τή σιωπή τῆς θάλασσας θά λάβεις τή λύπη μου.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, αἰώνιό μου Μή με λησμόνει!
Εἶναι ἕνα φῶς διπλωμένο ἀνάμεσα σ᾿ ἕνα μιρό, συννεφάι.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, ἀρνάι, μιά ᾿ εἶσαι οντά στό, θεό,
νά τ᾿ ὁδηγήσεις σ᾿ ἕνα πράσινο ῆπο του.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, βρέφος μἐ τό, τσαισμένο ποδαράι.
Ἀνεβασέ το στό, παράθυρο μἐ τό,ν αὐγερινό,
οντά στό,ν όσμο, οντά στό, ὄνειρο,
οντά στήν αλοσύνη σου,πού εἶναι ζεστή σά μιά ἀνάσα μητέρας,
οντά στό, τζάι πού ὀνειρεύεσαι μἐ τό, χέρι στό, μέτωπο
τήν εὐτυχία τοῦ πεινασμένου, τοῦ στρατιώτη, τοῦ ἄρρωστου.
Βάλτο οντά στήν πράσινη σημαία. οντά στό, όινο
ἄλογο. Στή μητέρα σου πλάι, πού τριγυρισμένη
ἀπ᾿ τοῦ Γενάρη τούς σπουργῖτες, γνέθει τήν ἐλπίδα.
ἄλτο οντά στό, στεναγμό, τῆς φιλίας. οντά-οντά.
Βάλτο νά άτσει, ι ἄνοιχτου σάν ἕνα γέλιο τό, παράθυρο
νά ἰδεῖ τό,ν όσμο.

Νιηφόρος Βρεττάος

da “Ο Ταΰγετος αι η σιωπή”, Εδόσεις: ΤΑ ΠΕΙΡΑΪΑ ΧΡΟΝΙΑ, 1949

 

Accecante – Angela Botta

Angela Botta

 

Credo di non aver compreso
è tutto fermo
ignobile come una farsa voluta
dal potere
dall’ignoranza
dalla passione dei clown.
In quella zona vuota
ho lasciato parte del mio corpo.
Replica dell’assurdo c’erano
tutte le mie mani.
Pittura di sangue nero fuoco
veloce e didascalica come urlo
prima del pianto
e mentre tu mi aspettavi
passavano gli anni in divenire cieco.
Li ho dipinti di seppia e nero fumo
proprio lì dove i palazzi sventrati
erano scenario del nostro vivere.
Ricordi quanto ero bella?
Nuda sul prato vuoto
avevo la forma delle sirene
e il bianco e nero degli autostoppisti
del grigio del cielo.
Forse Pasolini ci spiava
guardando tutte le coppie
che si stagliavano come arcobaleni
sulla città amata come vergine d’ombra.
Non ci siamo mai posseduti
mai capiti forse
e abbiamo vissuto bambini
tutte le umidità del mondo
stesi a guardare nel cielo
strane stelle
in quel punto del vuoto
dove gli occhi
trasformavano la carta straccia
in splendore di aironi.

Angela Botta

Aline – Giorgio Peddio

Dipinto di Amedeo Modigliani

 

Aline
mi apre la porta

quando sorride
anche i gerani
sembrano più belli

la sua casa
è costruita
con rossi mattoni
di poesia

profuma di libri
e di mandorle amare.

Aline
ama Lorca

racconta
di Gisèle Prassinos
conosciuta
in un giorno d’inverno
a Parigi.

Quando parla
i ruscelli scorrono
tra i giunchi

le sue mani eleganti
indicano nubi leggere

azzurro
in lontananza
brilla il mare.

Ha sposato
un uomo distante

non le bacia mai i capelli
non le tocca mai le gambe

non gioca coi silenzi.

Certi giorni
sulla terra
ci siamo solo io e lei
e il bagliore
di un incendio

il suo fuoco
mi confonde
è giovane la mia sete

le sue mani eleganti
conoscono il mio corpo.

Un violino
scaccia le ombre
nelle sue note
vi sono tristezze

molte sono anche le nostre.

L’amore
è fatto di luce
ma certi giorni è così
buio il mondo.

Ha sposato un uomo distante

non le dedica
mai un tramonto
o una stella.

Nel fremito
dell’alba
nel fresco respiro
degli astri

dolcemente mi lascia andare

tra le conchiglie e il corallo

dolcemente
si lascia andare

e come nei versi
di Joyce Mansour

si addormenta
sul fondo di un sogno
di cristallo.

Giorgio Peddio

2018

«Il mio fanciullo ha le piume leggere.» – Sandro Penna

Foto di Édouard Boubat

 

Il mio fanciullo ha le piume leggere.
Ha la voce sì viva e gentile.
Ha negli occhi le mie primavere
perdute. In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.
Così l’amore insegna cose vere.
Perdonino gli dèi se non conviene
il sentenziare su piume leggere.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

«Bambina mia» – Mariangela Gualtieri

Giovanni Boldini, Bambina con gatto nero in braccio, 1885

 

Bambina mia,
per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie. E al centro
ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di piú.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella, gioia piú grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.

Mariangela Gualtieri

da “Divinità domestiche”, in “Quando non morivo”, Einaudi, Torino, 2019