Nel sonno – Vittorio Sereni

Marina Ballo Charmet, Senza titolo (dalla serie Con la coda dell’occhio), 1993-94

I.

Tardi, anche tu li hai uditi
quei passi che salivano alla morte
indrappellati
dall’ordine sparso di un settembre
dai suoi già freddi ori, per rientrare nell’ordine
chiuso, coatto, di tante domeniche premilitari
reinventandolo di fierezza e scherno
con tutta la forza del piede, con pudore
di cresimandi della storia,
su spalti, per poligoni di tiro,
comparse alla ribalta che poi vanno nel buio
– e ancora tanta forza da bucare la raffica
spezzare muraglie sorvolare anni,
quei loro passi giunti fino a te.

II.

Per tutta la città, nelle strade
per poco ancora vuote un assiduo raschiare,
manifesti a brandelli, vanno a brani
le promesse di ieri e lungo i marciapiedi
è già il tritume delle cicale scoppiate.
Sceso all’incrocio un manovratore
lavora allo scambio con la sua spranga,
riavvia giorni e rumore.
– Ecco i soli sconfitti, i veri vinti… –
anonima ammonisce una voce.

III.

Di schianto il braccio s’è abbattuto
e passa ad altri, piú forti,
la mano del vincitore.
Dirò che era giusto
e tenterò una compostezza
appena contraddetta dagli occhi folli.
Che presto saranno spenti.
Presto sullo sparato del decoro
il bruco del disonore…

IV.

Abboccherà il demente all’esca
dei ragazzi del bar?
Certo che abboccherà
                                         e per un niente
nella sua nebbia si ritroverà
dalla parte del torto.
Lo picchieranno, dopo, piú di gusto.
C’era altro da fare delle domeniche?
I giornali attorno ai chioschi
garruli al vento primaverile:
viene un tale, canaglia in panni lindi,
su titoli e immagini avventa un suo cagnaccio.
– La sporca politica
e noi sempre pronti a rifondere il danno,
Pantalone che paga –
e getta soldi all’accorso edicolante.
Approvazioni, intorno, risa.

V.

L’Italia, una sterminata domenica.
Le motorette portano l’estate
il malumore della festa finita.
Sfrecciò vano, ora è poco, l’ultimo pallone
e si perse: ma già
sfavilla la ruota vittoriosa.
E dopo, che fare delle domeniche?
Aizzare il cane, provocare il matto…
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
L’Italia dormirà con me.
In un giardino d’Emilia o Lombardia
sempre c’è uno come me
in sospetti e pensieri di colpa
tra il canto di un usignolo
e una spalliera di rose…

VI.

oppure
tra cave e marcite una coppia.
Area da costruzioni – con le case
qui giungeremo tra non molto.
E intanto finché dura
abbandoniamoci a questi finti prati.
Dove sei perduto amore
canta l’uomo alla ragazza
saltata oltre il terrapieno.
«Hai sempre il sole dalla tua» galante
continua a motteggiarla, ritrovandola
di là, capelli al vento gola giovane
anche piú bionda a quel ritorno di sole.
Ma poi, divisi dalla folla
separati passando tra la folla che non sa,
cosa vive di un giorno? di noi o di noi due?
                 Il distacco, l’andarsene
sul filo di una musica che è già d’altro tempo
guardando in ogni volto
e non sei tu.
Qui dunque si chiude la giovinezza,
su uno scambio di persona?
Ma sí, quella sfilata di tetti
quei balconi e terrazze
rapido ponte tra noi ogni mattina
e a sera lenta fuga…
già domani potresti abbandonarti
a un’altra onda di traffico, tentare
un diverso versante,
mutare gente e rione
                                       e me su uno
di questi crolli del cuore, di queste repentine
radure di città lasciare
con l’amaro di una perdita
con quei passi di loro tardi uditi.
Solitudine, solo orgoglio…
                                                 Geme
da loro in noi nascosta una ferita
e le dà voce il vento dalla pianura,
l’impietra nelle lapidi.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Il compianto di Menone per Diotíma – Friedrich Hölderlin

Francesco Jerace, Myriam o Mistica, 1894

I.

     Sotto l’aperto cielo, in ogni giorno,
vo cercando una diversa cosa.
Tutti i sentieri, interrogai da tempo;
il refrigerio delle fresche cime,
tutto lassú percorsi: e tutti i fonti;
e le foreste tutte… Implora pace,
errando fra le cuspidi ed il piano,
questo spirito mio. Cosí, la fiera
entro il folto del bosco, ove, protetta,
di solito posava in sul meriggio,
ripara a medicar le sue ferite.
Ma non trova ristoro, essa, in quel verde
fido giaciglio. Ché la scaccia intorno,
in un insonne gemito di pena,
il tormentoso assillo. Non le giova
il calore del sole; né la placida
frescura della notte. E le sue piaghe,
dentro l’onde del fiume invano bagna.
E come inutilmente le riporge
la terra le sue mediche verzure,
e la vampa del sangue non le placa
alcuna brezza, ecco, cosí si atteggia,
diletti, la mia vita… E dalla fronte
non mi strappa nessuno i tristi sogni?

2.

     O dèspoti dell’Ade! A nulla vale,
quando ghermiste un’anima, e costretta
la possedete inabissata al fondo
dell’orribile Notte, il ricercarla
invocando o adirandosi con voi.
Né pazienti sopportar l’esilio
pauroso quaggiú; né, sorridendo,
porgere ascolto al vostro canto gelido.
Se questo avvenga, 0 dèspoti dell’Ade,
meglio dimenticarsi d’ogni scampo,
meglio è muti dormire un muto sonno…
… Pure, una voce di speranza sgorga
su dal mio cuore… No, non puoi piegarti
per sempre, anima mia! Tu sogni ancóra,
anche costretta in plumbeo sopore.
Tempo non è di festa. E pur vorrei
ghirlandare i miei riccioli di fronde.
Anche cinto di cupa solitudine,
sento incontro venirmi un soffio, quasi
di beata letizia… E risorrido,
stupito di sentirmi, in tanto lutto,
tanta felicità dentro nel cuore.

3.

     Luce d’amore! In raggi d’oro brilli,
anche ai defunti. Immagini terrestri
di piú sereni giorni! Entro la notte,
mi rifulgete?… Amabili giardini,
e voi monti che imporpora il crepuscolo,
vi risaluto. E voi saluto, taciti
sentieri in fra le selve, testimoni
della mia gioia: e voi, vigili stelle
alte nel cielo, che largiste allora
i vostri a me benedicenti sguardi.
Ed anche voi, figlie del Maggio, rose,
tacite rose, e voi gigli, sovente
ancóra invoco. — Labili dileguano
le primavere; ed in vicenda e in zuffa,
si discacciano gli anni. Il Tempo mugghia
sovra il capo ai mortali, e via precipita.
Ma non fugge cosí, per le pupille
degli Amanti beate; ché concessa
a loro in dono è una diversa vita.
I giorni e gli anni delle stelle tutte
s’adunaron raccolti intorno a noi,
Diotíma, in perenne eternità.

4.

     Ma noi, congiunti come va congiunta
beatamente innamorata coppia
di cigni che riposano sul lido
o si cullan sull’onde, e giú riguardano
dentro l’acque ove specchiansi le nuvole
tutte d’argento, — ed un azzurro etereo
palpita al fondo sotto i remiganti, —
sulla terra, cosí, beatamente
andavamo anche noi. Se pur soffiasse
vento di minacciosa tramontana,
agli amanti nemico aspro tormento,
mulinando le foglie via dai rami
e scagliando la pioggia in volo sghembo,
n’era sul labbro un placido sorriso:
e nel parlarci teneri e sommessi,
sentivamo ciascuno il proprio Iddio
spirar benigno entro un concorde elisio
canto beato d’anime fanciulle.
Ora, deserta è la mia casa. Tolta
m’han la luce degli occhi; ed ho perduto,
con la luce, me stesso. E per ciò, vago
perennemente intorno; e viver debbo,
come vivono l’ombre; e tutto il resto,
già da tempo m’appar vuoto di senso.

5.

     Pure, tra gli altri celebrar vorrei,
quasi un rito, la Gioia. E unir nel coro
alle voci degli altri la mia voce.
Ma che mi giova? Abbandonato e solo,
dentro m’è spento del Divino il senso.
Lo so che il morbo in cui mi struggo, è questo.
Un malefido stronca le mie membra,
se intono il canto: e giú mi prostra, a terra.
Allora, seggo quanto lungo è il giorno
siccome un bimbo: inerti i sensi, muto.
Solo, dagli occhi, uno sgorgar frequente
di lagrime gelate… E mi rattrista
il verdeggiar dei campi: e mi rattrista
il canto degli uccelli, ché gli araldi
sono pur essi della elisia Gioia.
Ma nel trepido petto il sole d’oro
che rianima il mondo, mi si oscura
in un raggiar di tenebra notturna,
sterile intorno in brividi di freddo.
E vuoto il cielo inutile m’incombe,
quasi volta di carcere, sul capo:
e oppresso sotto il peso, me lo curva.

6.

     O Giovinezza, che cosí diversa
conobbi allora! Per quanto io t’invochi,
piú non ritornerai? Né a te mi guida
alcun sentiero piú? La sorte, dunque,
m’è riservata di color che, ignari
un giorno degli Dei, con vividi occhi
presero posto alla beata mensa:
ma, presto sazii, ne sciamaron via,
ed ora, muti, se ne stan sepolti
sotto il canto dell’aure e sotto i floridi
giardini della terra, in sino a quando
l’impeto d’un prodigio non costringa
quei sommersi al ritorno, e non li adduca
novamente ad errar sui verdi prati.
Ecco: un divino afflato le splendenti
forme trascorre, non appena s’anima
l’ora del Rito. Un amoroso fluido
palpita intorno. Un torrente di vita
scende da scaturigini di cielo,
e scroscia in corsa. Gli risponde un’eco
dal grembo della terra. I suoi tesori
offre, schiusa, la Notte: e su dai rivi,
l’oro sepolto luccica in barbagli.

7.

     Ma tu che al bivio già, quando ti caddi
smarritamente innanzi, a confortarmi,
una piú pura luce di Bellezza
indicando a’ miei sguardi, anche li apristi
ad ammirar tutto ch’è grande al mondo;
tu che, silente come i Numi, un giorno
m’insegnasti, ispirandomi, a cantarli
con piú gioioso canto, — ancor mi appari,
creatura divina? E mi saluti
siccome allora? E la tua voce, adesso,
toma a parlarmi di sublimi cose?
… Ma guarda ! Al tuo cospetto, io debbo in gemiti
sciogliermi e in pianto, se ricordo i giorni
belli che piú non sono: e ne arrossisce
l’anima, rammentando… A lungo, a lungo
t’ho ricercato, pei sentieri squallidi
della terra ramingo, o tutelare
spirito benedetto! Inutilmente.
Anni su anni inutilmente scorsero,
da quando intorno guardavam, presaghi,
splendere il lume delle sere belle.

8.

     In un nimbo di raggi ancor ti serba,
Spirto divino, l’intima tua luce.
Ed ami ancóra. Il paziente muto
essere dove sei, nuova t’infonde
capacità d’amare… E non stai sola.
Ché s’accompagnan anime fraterne
alla tua sorte là, dove tu posi
tra i cespi in fiore, risbocciando ogni anno:
e soavi ti cullano, in un canto
di ninnenanne tenere, spirando
intorno effluvii, l’aure che ti manda
l’Etere, il padre tuo, benignamente.
Oh, ti ravviso, sí! La stessa sempre
dal capo ai piedi ellenica fanciulla,
or librandosi in volo mi discende
tacita incontro. E come dalla pura
fronte serena agli uomini s’irradia,
benedicente, o Spirito d’amore,
una luce tranquilla, ecco, cosí
tu mi provi e mi dici, a che lo annunzi
la mia voce agli increduli pel mondo:
« Piú d’ogni affanno e piú d’ogni corruccio,
immortale è la Gioia. È un aureo giorno,
che giornalmente splende e si rinnova ».

9.

     Ed io per ciò, diletti Numi, voglio
rendervi grazie! Novamente sgorga
dal liberato petto dell’aedo
un canto di preghiera. E come quando
con Lei mi stetti sulla cima arrisa
tutta di raggi, ora cosí dall’intimo
tempio del cuore, ad animarmi, un Dio,
ecco, mi parla. Vivere m’è gioia!
Vivere voglio ! Già la terra vèrzica
d’erbe e di fronde. E come da divina
arpa che vibri, dalle argentee vette
d’Apollo, intorno, una voce mi chiama.
Dice: «Vieni! Fu sogno. Piú non grondano
l’ali tue sangue. Le speranze vivono,
risorte, una novella gioventú.
Restano ancóra innumeri Bellezze
da discoprire. E chi conobbe tanta
luce d’amore, va — forza è che vada! —
incontro ai Numi, per diritta via».

     E adesso voi, tempi che sacri al rito
foste d’amore, o eternamente giovani,
fateci scorta! Siateci vicini,
santi presagi ed estasi e preghiere,
e tutte voi, Divinità benigne,
cui dolce è l’indugiar presso gli amanti!
Fateci scorta, in sino a quando entrambi
non ci s’incontri per l’eterea landa,
dove i Beati attendono, raccolti,
di tornar fra i mortali; e dove incrociano
l’aquile e gli astri al padre Etere araldi;
e soggiornan le Muse; ed han dimora,
con gli Amanti, gli Eroi… Ché, se non ivi,
quaggiú c’incontreremo: in su di un’isola
rorida tutta di rugiade, dove
risbocceranno uniti i nostri spiriti,
per floridi giardini; dove echeggiano
canti veraci; e assai piú a lungo durano
le primavere belle; e un anno nuovo,
d’incanto, albeggerà pei nostri cuori.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche per Diotíma lontana”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

Menons Klagen um Diotima

        1.

Täglich geh’ ich heraus, und such’ ein Anderes immer,
        Habe längst sie befragt alle die Pfade des Lands;
Droben die kühlenden Höhn, die Schatten alle besuch’ ich,
        Und die Quellen; hinauf irret der Geist und hinab,
Ruh’ erbittend; so flieht das getroffene Wild in die Wälder,
        Wo es um Mittag sonst sicher im Dunkel geruht;
Aber nimmer erquikt sein grünes Lager das Herz ihm,
        Jammernd und schlummerlos treibt es der Stachel umher.
Nicht die Wärme des Lichts, und nicht die Kühle der Nacht hilft,
        Und in Woogen des Stroms taucht es die Wunden umsonst.
Und wie ihm vergebens die Erd’ ihr fröhliches Heilkraut
        Reicht, und das gährende Blut keiner der Zephyre stillt,
So, ihr Lieben! auch mir, so will es scheinen, und niemand
        Kann von der Stirne mir nehmen den traurigen Traum?

          2.

Ja! es frommet auch nicht, ihr Todesgötter! wenn einmal
        Ihr ihn haltet, und fest habt den bezwungenen Mann,
Wenn ihr Bösen hinab in die schaurige Nacht ihn genommen,
        Dann zu suchen, zu flehn, oder zu zürnen mit euch,
Oder geduldig auch wohl im furchtsamen Banne zu wohnen,
        Und mit Lächeln von euch hören das nüchterne Lied.
Soll es seyn, so vergiß dein Heil, und schlummere klanglos!
        Aber doch quillt ein Laut hoffend im Busen dir auf,
Immer kannst du noch nicht, o meine Seele! noch kannst du’s
        Nicht gewohnen, und träumst mitten im eisernen Schlaf!
Festzeit hab’ ich nicht, doch möcht’ ich die Loke bekränzen;
        Bin ich allein denn nicht? aber ein Freundliches muß
Fernher nahe mir seyn, und lächeln muß ich und staunen,
        Wie so seelig doch auch mitten im Leide mir ist.

          3.

Licht der Liebe! scheinest du denn auch Todten, du goldnes!
        Bilder aus hellerer Zeit leuchtet ihr mir in die Nacht?
Liebliche Gärten seid, ihr abendröthlichen Berge,
        Seid willkommen und ihr, schweigende Pfade des Hains,
Zeugen himmlischen Glüks, und ihr, hochschauende Sterne,
        Die mir damals so oft seegnende Blike gegönnt!
Euch, ihr Liebenden auch, ihr schönen Kinder des Maitags,
        Stille Rosen und euch, Lilien, nenn’ ich noch oft!
Wohl gehn Frühlinge fort, ein Jahr verdränget das andre,
        Wechselnd und streitend, so tost droben vorüber die Zeit
Über sterblichem Haupt, doch nicht vor seeligen Augen,
        Und den Liebenden ist anderes Leben geschenkt.
Denn sie alle die Tag’ und Jahre der Sterne, sie waren
        Diotima! um uns innig und ewig vereint;

          4.

Aber wir, zufrieden gesellt, wie die liebenden Schwäne,
        Wenn sie ruhen am See, oder, auf Wellen gewiegt,
Niedersehn in die Wasser, wo silberne Wolken sich spiegeln,
Und ätherisches Blau unter den Schiffenden wallt,
So auf Erden wandelten wir. Und drohte der Nord auch,

        Er, der Liebenden Feind, klagenbereitend, und fiel
Von den Ästen das Laub, und flog im Winde der Reegen,

Ruhig lächelten wir, fühlten den eigenen Gott
        Unter trautem Gespräch; in Einem Seelengesange,
Ganz in Frieden mit uns kindlich und freudig allein.
        Aber das Haus ist öde mir nun, und sie haben mein Auge
Mir genommen, auch mich hab’ ich verloren mit ihr.
        Darum irr’ ich umher, und wohl, wie die Schatten, so muß ich
Leben, und sinnlos dünkt lange das Übrige mir.

          5.

Feiern möcht’ ich; aber wofür? und singen mit Andern,
        Aber so einsam fehlt jegliches Göttliche mir.
Diß ist’s, diß mein Gebrechen, ich weiß, es lähmet ein Fluch mir
        Darum die Sehnen, und wirft, wo ich beginne, mich hin,
Daß ich fühllos size den Tag, und stumm wie die Kinder,
        Nur vom Auge mir kalt öfters die Thräne noch schleicht,
Und die Pflanze des Felds, und der Vögel Singen mich trüb macht,
        Weil mit Freuden auch sie Boten des Himmlischen sind,
Aber mir in schaudernder Brust die beseelende Sonne,
        Kühl und fruchtlos mir dämmert, wie Stralen der Nacht,
Ach! und nichtig und leer, wie Gefängnißwände, der Himmel
        Eine beugende Last über dem Haupte mir hängt!

          6.

Sonst mir anders bekannt! o Jugend, und bringen Gebete
        Dich nicht wieder, dich nie? führet kein Pfad mich zurük?
Soll es werden auch mir, wie den Götterlosen, die vormals
        Glänzenden Auges doch auch saßen an seeligem Tisch’,
Aber übersättiget bald, die schwärmenden Gäste,
        Nun verstummet, und nun, unter der Lüfte Gesang,
Unter blühender Erd’ entschlafen sind, bis dereinst sie
        Eines Wunders Gewalt sie, die Versunkenen, zwingt,
Wiederzukehren, und neu auf grünendem Boden zu wandeln. –
        Heiliger Othem durchströmt göttlich die lichte Gestalt,
Wenn das Fest sich beseelt, und Fluthen der Liebe sich regen,
        Und vom Himmel getränkt, rauscht der lebendige Strom,
Wenn es drunten ertönt, und ihre Schäze die Nacht zollt,
        Und aus Bächen herauf glänzt das begrabene Gold. –

          7.

Aber o du, die schon am Scheidewege mir damals,
        Da ich versank vor dir, tröstend ein Schöneres wies,
Du, die Großes zu sehn, und froher die Götter zu singen,
        Schweigend, wie sie, mich einst stille begeisternd gelehrt;
Götterkind! erscheinest du mir, und grüßest, wie einst, mich,
        Redest wieder, wie einst, höhere Dinge mir zu?
Siehe! weinen vor dir, und klagen muß ich, wenn schon noch,
        Denkend edlerer Zeit, dessen die Seele sich schämt.
Denn so lange, so lang auf matten Pfaden der Erde
        Hab’ ich, deiner gewohnt, dich in der Irre gesucht,
Freudiger Schuzgeist! aber umsonst, und Jahre zerrannen,
        Seit wir ahnend um uns glänzen die Abende sahn.

          8.

        Dich nur, dich erhält dein Licht, o Heldinn! im Lichte,
Und dein Dulden erhält liebend, o Gütige, dich;
        Und nicht einmal bist du allein; Gespielen genug sind,
Wo du blühest und ruhst unter den Rosen des Jahrs;
        Und der Vater, er selbst, durch sanftumathmende Musen
Sendet die zärtlichen Wiegengesänge dir zu.
        Ja! noch ist sie es ganz! noch schwebt vom Haupte zur Sohle,
Stillherwandelnd, wie sonst, mir die Athenerinn vor.
        Und wie, freundlicher Geist! von heitersinnender Stirne
Seegnend und sicher dein Stral unter die Sterblichen fällt;
        So bezeugest du mir’s, und sagst mir’s, daß ich es andern
Wiedersage, denn auch Andere glauben es nicht,
        Daß unsterblicher doch, denn Sorg’ und Zürnen, die Freude
Und ein goldener Tag täglich am Ende noch ist.

          9.

So will ich, ihr Himmlischen! denn auch danken, und endlich
        Athmet aus leichter Brust wieder des Sängers Gebet.
Und wie, wenn ich mit ihr, auf sonniger Höhe mit ihr stand,
        Spricht belebend ein Gott innen vom Tempel mich an.
Leben will ich denn auch! schon grünt’s! wie von heiliger Leier
        Ruft es von silbernen Bergen Apollons voran!
Komm! es war wie ein Traum! Die blutenden Fittige sind ja
        Schon genesen, verjüngt leben die Hoffnungen all.
Großes zu finden, ist viel, ist viel noch übrig, und wer so

Liebte, gehet, er muß, gehet zu Göttern die Bahn.
        Und geleitet ihr uns, ihr Weihestunden! ihr ernsten,
Jugendlichen! o bleibt, heilige Ahnungen, ihr
        Fromme Bitten! und ihr Begeisterungen und all ihr
Guten Genien, die gerne bei Liebenden sind;
        Bleibt so lange mit uns, bis wir auf gemeinsamem Boden
Dort, wo die Seeligen all niederzukehren bereit,
        Dort, wo die Adler sind, die Gestirne, die Boten des Vaters,
Dort, wo die Musen, woher Helden und Liebende sind,
        Dort uns, oder auch hier, auf thauender Insel begegnen,
Wo die Unsrigen erst, blühend in Gärten gesellt,
        Wo die Gesänge wahr, und länger die Frühlinge schön sind,
Und von neuem ein Jahr unserer Seele beginnt.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

You, wind of March – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Lella, 1948

 

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

Cesare Pavese

25 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Due barche – Yves Bonnefoy


Ruth Bernhard, Nude Study, 1950s

 

Il temporale fino a tardi, il letto sfatto,
La finestra che sbatte nella calura,
E nella febbre il sangue: riprendo
La mano prossima al sogno, la caviglia
Trattenuta al suo anello di barca
Contro un pontile, in una schiuma, riprendo
Anche lo sguardo, la bocca, all’assenza, e tutto
Il brusco ridestarsi nell’estate di notte
Per condurvi, e finirlo, il temporale.
– Dovunque tu sia quando ti prendo oscura
E più ampio è in noi quel rumore di mare,
Accetta d’essere l’indifferenza, fa’ che io stringa,
Secondo l’esempio del Dio cieco, la più deserta
Materia ancora nella notte.
Tu accoglimi intensa ma distratta,
Fa’ che non abbia volto, fa’ che non abbia nome,
Affinché, ladro, possa donarti di più,
E straniero l’esilio, in te, in me,
Si trasmuti in origine… – Oh sì, accetto, e tuttavia
Nello scordarti io sono con te.
Se tu dischiudi le mie dita,
Se delle mie palme tu formi una coppa,
Io bevo accanto alla tua sete, e lascio
Che l’acqua scorra sulle nostre membra.
Acqua che, noi non essendo, fa che siamo,
Acqua che attraversa gli aridi corpi
Per una gioia sparsa nell’enigma,
Presentimento, tuttavia! Ricordi?
Percorrevamo i campi sbarrati di pietra,
E a un tratto la cisterna, due presenze,
In qual altro paese di un’estate deserta?
Si chinano, guarda, come noi,
Noi, siamo, ch’essi ascoltano? noi di cui parlano
Sorridendo
Sotto il fogliame dell’albero primigenio,
Nella luce felice, un po’ velata?
Dimmi, non sembra che un bagliore diverso
Vacilli nell’accordo dei due visi
E, ridente, li unisca? Vedi, l’acqua s’intorbida
Ma le forme ne sono più pure, consumate.
Qual dei due mondi sia il vero, poco importa.
Tu inventami, tu forse raddoppiami,
Sui confini di questa
Favola straziata.

Io ascolto, io acconsento,
Poi scosto il braccio che si è ripiegato
A sottrarre la faccia luminosa.
Le sfioro la bocca con le mie labbra,
Scomposta, frantumata, tutta un mare.
Come Iddio sole nascente sono curvo
Sull’acqua ove fiorisce la nostra somiglianza,
Mormoro: Questo è dunque ciò che vuoi,
Potenza inappagata errante nei mondi,
Radunarti, una vita, nel vaso
Di nuda terra del nostro essere uguali?
Ed è vero, per un attimo tutto è silenzio,
Sembra che il tempo stia per sostare
Quasi esitando sul proprio cammino,
Di là dall’òmero terrestre intento
A ciò che non possiamo, o non vogliamo, vedere.
Non romba più il tuono nel cielo placato,
Il maroso non scavalca più il tetto,
Il battente, che si urtava al nostro sogno,
Tace reclino sull’anima di ferro.
Sto in ascolto, qual rumore non so, mi alzo,
Cerco nell’ombra ancora, e vi ritrovo
Semivuoto il bicchiere di ieri sera.
Lo prendo, ne esala il nostro respiro,
Con la tua sete oscura tu lo tocchi,
E quando, tiepida, bevo l’acqua ove furono
Le tue labbra, è come se il tempo
S’interrompesse sulle mie. E i miei occhi
Si aprissero alla luce, finalmente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dammi senza ritorno la tua mano, acqua incerta
Che giorno e poi giorno avrò disimpietrata
Dai sogni che nella luce indugiano
E dal malvagio desiderio d’infinito.
Che il bene della fonte non si perda
Nell’istante in cui la fonte è ritrovata,
E non si dividano ancor una volta
Le lontananze dall’accanto, sotto la falce
Dell’acqua non prosciugata, no, però insapore!
Dammi la mano, precedimi nell’estate mortale
Con questo rumore di luce mutata,
Annienta te stessa me annientando, in luce.

E le immagini, i mondi, le impazienze,
I desideri ignari di saper snodare,
Di seno oscuro misteriosa bellezza, dalle mani
Frangiate di luce tuttavia,
Il ridere, gli incontri sui sentieri,

I richiami, i doni, i consensi,
Senza fine domande, e il nascere, insensato,
Le alleanze perenni e quelle frettolose,
Le miracolose promesse inadempiute
Ma tardi, subitàneo, l’insperato:
La rosa dell’acqua che passa lo raduni
Qui, in sé scavando, e lo rischiari
All’immobile mozzo della ruota.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Pace, sull’acqua illuminata. Si direbbe che una barca
Stia passando, greve di frutti; e un’onda
Di sufficienza, o d’immobilità,
Sollevi il nostro luogo e questa vita
Come una barca diversa appena, ancor legata.
Abbi fiducia e lasciati prendere, òmero nudo,
Dall’onda, sempre più ampia, di un’infinita estate.
Dormi, è questa, l’estate; ed è notte
Per eccesso di luce; e sta per lacerarsi,
Perenne, la notte nostra. Si chinerà
Su di noi l’Egizia sorridente.

Pace, sul flutto che scorre. Il tempo scintilla.
Sembra ormai che la barca sia ferma.
Si ode soltanto buttarsi, sgretolarsi,
L’acqua sul fianco deserto, all’infinito.

 

 

Il fuoco, le sue gioie di linfa straziata,
La pioggia, o forse soltanto un vento sui tegoli.
Tu cerchi il soprabito dell’anno scorso.
Prendi le chiavi, esci all’aperto, una stella risplende.

Va’ lontano, nelle vigne
Verso la montagna di Vachères.
Sarà più rapido il cielo
All’alba.

Un cerchio
In cui tuona l’indifferenza.
Luce,
Al posto di Dio.

Guarda! quasi una fiamma,
Nel mastello dell’acqua di pioggia notturna.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Nel sogno, tuttavia,
Nell’altro fuoco oscuro ravvivato,
Andava un’ancella con un lume
Lontano avanti a noi. Rossa la luce
Ruscellante
Fra le pieghe della veste sulla gamba
Fino alla neve.

Disseminate, le stelle.
Il cielo, un letto sfatto, un nascere.

E il mandorlo, ingrossato
Dopo due anni: il fluire,
In un più oscuro braccio, dello stesso fiume.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

O mandorlo in fiore,
Notte mia senza fine,
Abbi fiducia, appoggiati, infante
A questa folgore.

Ramo del qui arso d’assenza, bevi
Ai tuoi fiori d’un attimo nel cielo che muta.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Sono uscito
In un altro universo. Era prima
Dell’alba.
Ho buttato un po’ di sale sulla neve.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Nell’insidia della soglia” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

La prima lunga strofa appare come un intenso discorso amoroso che l’io rivolge al «toi», l’amata. Anche l’ambiente, nel simmetrico battito della «fenêtre» e del «sang», è in preda a una tensione febbrile e passionale che una serie prolungata di sineddoche corporee, dalla «cheville» alla «bouche», avvince in un crescendo sensuale («que j’étreigne») il quale dapprima chiede accettazione («Accueille-moi») e accoglie «l’étranger» («Oh, je veux bien»), finché riappare l’immagine della «coupé» il cui contenuto, scorrendo sulle membra degli amanti, ne sancisce ritualmente l’unione. Qui l’acqua, elemento originario e purificante, è motivo di gioia, malgrado l’enigma, e s’apre all’elegia-«fable» di un «autre pays» che, per il ricorso al «premier arbre», fa pensare ad Adamo (nome che, non a caso, in ebraico vuol dire “rosso”, cfr. Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 103, nota 101) ed Eva nel Paradiso (cfr. Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Nella seconda strofa, la ritualità nuziale del consenso («J’écoute, je consens»), è rinnovata dal bacio sulle labbra e dalla «ressemblance» che attribuisce all’io poetico una «natura demiurgica, perfino divina» dove riecheggia la Genesi I, 2 (Jackson 1978, p. 311), in un arresto del tempo in cui si placa la furia degli elementi e il cui risveglio rinnova, per metonimia, il rito del bere al bicchiere «où furent tes lèvres».
Le strofe successive, nella personificazione dell’«eau incertaine» cui l’io chiede la mano, intendono rafforzare, attraverso una sintassi ossimorica («lointains» versus «proche»), l’idea della «source» originaria e separare il sogno dalla realtà della finitudine: per questo il «désir de l’infini» è «mauvais» e «l’été» è «mortel» e, in uno dei versi più intensi, per via del poliptoto e dell’allitterazione delle “d”, delle “m”, delle “s” e delle “l”, «Dissipe-toi Me dissipant Dans La LuMière», all’infinità è opposta l’idea di annientamento. Da «Les images, les mondes» a «Les promesses miraculeuses», tramite serie asindetiche di nomi plurali, il testo sembra voler dare, per accumulazione, l’idea di mondi umani mossi da un continuo intersecarsi di incontri e slanci il cui moto contrasta con il «moyeu immobile de la roue».
Le ultime due strofe sono caratterizzate dalle parole chiave «Paix» e «confìance», a indicare, nel parallelismo fra «barque» e «vie», come la vita comune scorra nelle quiete sere estive, sotto lo sguardo rassicurante dell’«Égyptienne», che nell’isiaca luce salvifica dell’«eau infime», emanazione dell’«été sans fin», avvolge gli amanti di una luce aurorale e senza tempo.
La parte conclusiva del testo, quella che ha inizio con «Le feu, ses joies de sève déchirée», singolarmente non è preceduta dalle file di puntini:
Si tratta di un’ambiguità voluta: non è un’altra poesia, ma una
“ripresa” con una sorta di distacco.
Propone una prima quartina nella quale gli elementi naturali, l’acqua della pioggia e il fuoco, pare prendano il posto di Dio, e divengano cose-dèi («De la lumière / À la place de Dieu»). Qui non si sa se il «tu» designi l’amata o se sia una proiezione pronominale dell’io poetico che parla a se stesso, in minimi gesti quotidiani, madidi di una luce che è epifania di una «naissance», della quale l’«amandier en fleurs» è metafora naturale concreta, che prefigura l’altro universo. Il sale è in alchimia sostanza misteriosa che combina acqua e fuoco (Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 76). Vachères è una località che l’Autore intravedeva all’orizzonte dalle finestre di Valsaintes. (Fabio Scotto)

∗∗∗

Deux barques

L’orage qui s’attarde, le lit défait,
La fenêtre qui bat dans la chaleur
Et le sang dans sa fièvre: je reprends
La main proche à son rêve, la cheville
À son anneau de barque retenue
Contre un appontement, dans une écume,
Puis le regard, puis la bouche à l’absence
Et tout le brusque éveil dans l’été nocturne
Pour y porter l’orage et le finir.
— Où que tu sois quand je te prends obscure,
S’étant accru en nous ce bruit de mer,
Accepte d’être l’indifférence, que j’étreigne
À l’exemple de Dieu l’aveugle la matière
La plus déserte encore dans la nuit.
Accueille-moi intensément mais distraitement,
Fais que je n’aie pas de visage, pas de nom
Pour qu’étant le voleur je te donne plus
Et l’étranger l’exil, en toi, en moi
Se fasse l’origine… — Oh, je veux bien,
Toutefois, t’oubliant, je suis avec toi,
Desserres-tu mes doigts,
Formes-tu de mes paumes une coupe,
Je bois, près de ta soif,
Puis laisse l’eau couler sur tous nos membres.
Eau qui fait que nous sommes, n’étant pas,
Eau qui prend au travers des corps arides
Pour une joie éparse dans l’énigme,
Pressentiment pourtant! Te souviens-tu,
Nous allions par ces champs barrés de pierre,
Et soudain la citerne, et ces deux présences
Dans quel autre pays de l’été désert?
Regarde comme ils se penchent, eux comme nous,
Est-ce nous qu’ils écoutent, dont ils parlent,
Souriant sous les feuilles du premier arbre
Dans leur lumière heureuse un peu voilée?
Et ne dirait-on pas qu’une lueur
Autre, bouge dans cet accord de leurs visages
Et, riante, les mêle? Vois, l’eau se trouble
Mais les formes en sont plus pures, consumées.
Quel est le vrai de ces deux mondes, peu importe.
Invente-moi, redouble-moi peut-être
Sur ces confins de fable déchirée.

J’écoute, je consens,
Puis j’écarte le bras qui s’est replié,
Me dérobant la face lumineuse.
Je la touche à la bouche avec mes lèvres,
En désordre, brisée, toute une mer.
Comme Dieu le soleil levant je suis voûté
Sur cette eau où fleurit notre ressemblance,
Je murmure: C’est donc ce que tu veux,
Puissance errante insatisfaite par les mondes.
Te ramasser, une vie, dans le vase
De terre nue de notre identité?
Et c’est vrai qu’un instant tout est silence,
On dirait que le temps va faire halte
Comme s’il hésitait sur le chemin,
Regardant par-dessus l’épaule terrestre
Ce que nous ne pouvons ou ne voulons voir.
Le tonnerre ne roule plus dans le ciel calme.
L’ondée ne passe plus sur notre toit,
Le volet, qui heurtait à notre rêve,
Se tait courbé sur son âme de fer.
J’écoute, je ne sais quel bruit, puis je me lève
Et je cherche, dans l’ombre encore, où je retrouve
Le verre d’hier soir, à demi plein.
Je le prends, qui respire à notre souffle,
Je te fais le toucher de ta soif obscure,
Et quand je bois l’eau tiède où furent tes lèvres,
C’est comme si le temps cessait sur les miennes
Et que mes yeux s’ouvraient, à enfin le jour.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Donne-moi ta main sans retour, eau incertaine
Que j’ai désempierrée jour après jour
Des rêves qui s’attardent dans la lumière
Et du mauvais désir de l’infini.
Que le bien de la source ne cesse pas
À l’instant où la source est retrouvée,
Que les lointains ne se séparent pas
Une nouvelle fois du proche, sous la faux
De l’eau non plus tarie mais sans saveur!
Donne-moi ta main et précède-moi dans l’été mortel
Avec ce bruit de lumière changée,
Dissipe-toi me dissipant dans la lumière.

Les images, les mondes, les impatiences,
Les désirs qui ne savent pas, bien qu’ils dénouent,
La beauté mystérieuse au sein obscur,
Aux mains frangées pourtant d’une lumière,
Les rires, les rencontres sur des chemins,

Et les appels, les dons, les consentements,
Les demandes sans fin, naître, insensé,
Les alliances éternelles et les hâtives,
Les promesses miraculeuses non tenues
Mais, tard, l’inespéré, soudain: que tout cela
La rose de l’eau qui passe le recueille
En se creusant ici, puis l’illumine
Au moyeu immobile de la roue.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Paix, sur l’eau éclairée. On dirait qu’une barque
Passe, chargée de fruits; et qu’une vague
De suffisance, ou d’immobilité,
Soulève notre lieu et cette vie
Comme une barque à peine autre, liée encore.
Aie confiance, et laisse-toi prendre, épaule nue,
Par l’onde qui s’élargit de l’été sans fin,
Dors, c’est le plein été; et une nuit
Par excès de lumière; et va se déchirer
Notre éternelle nuit; va se pencher
Souriante sur nous l’Égyptienne.

Paix, sur le flot qui va. Le temps scintille.
On dirait que la barque s’est arrêtée.
On n’entend plus que se jeter, se désunir,
Contre le flanc désert l’eau infinie.

 

 

Le feu, ses joies de sève déchirée.
La pluie, ou rien qu’un vent peut-être sur les tuiles.
Tu cherches ton manteau de l’autre année.
Tu prends les clefs, tu sors, une étoile brille.
 
Éloigne-toi
Dans les vignes, vers la montagne de Vachères.
À l’aube
Le ciel sera plus rapide.
 
Un cercle
Où tonne l’indifférence.
De la lumière
À la place de Dieu.
 
Presque du feu, vois-tu,
Dans le baquet de l’eau de la pluie nocturne.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dans le rêve, pourtant,
Dans l’autre feu obscur qui avait repris,
Une servante allait avec une lampe
Loin devant nous. La lumière était rouge
Et ruisselait
Dans les plis de la robe contre la jambe
Jusqu’à la neige.
 
Étoiles, répandues.
Le ciel, un lit défait, une naissance.
 
Et l’amandier, grossi
Après deux ans : le flot
Dans un bras plus obscur, du même fleuve.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ô amandier en fleurs,
Ma nuit sans fin,
Aie confiance, appuie-toi enfant
À cette foudre.
 
Branche d’ici, brûlée d’absence, bois
De tes fleurs d’un instant au ciel qui change.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Je suis sorti
Dans un autre univers. C’était
Avant le jour.
J’ai jeté du sel sur la neige.

Yves Bonnefoy

da “Dans le leurre du seuil” 1975, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1978

Per lei – Giorgio Caproni

Amedeo Modigliani, “La blonde aux boucles d’oreille”, 1918-1919

     

   Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni

da “Il seme del piangere”, 1950-1958, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998