Un mondo tutto mio – Moka

Foto di Édouard Boubat

 

M’immergo in un mondo tutto mio
Il suono dell’elicottero
Il vuoto,
so quando arriva il temporale dal Lago:
la voce del vento raccoglie terra bianca e luce,
la pioggia esalta il profumo del gelsomino
insieme arriva un’ora del giorno
in cui vorrei abbracciarti.

Il Lago è profondo respiro
buio che scuce lucidi sogni,
penso a quante cose ho da dire
passeggiando mi metto addosso
profumo di rose e fico.

© Moka

da “Vuoti d’aria”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

Moka, Vuoti d’aria, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

Una canzone – Ko Un

Utagawa Hiroshige

 

Soffia il vento,
da solo.
Tu erba,
tu albero.

Soffia ancora il vento.
Il mare notturno
da solo ondeggia.

Siamo tutti un continuo divenire.

Ko Un

(Traduzione di Vincenza D’Urso)

da “L’isola che canta”, LietoColle, 2019

Ricordi – Adam Zagajewski

Julia Margaret Cameron, Julie My First success, 1865

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfoglia i tuoi ricordi
cuci per loro una coperta di stoffa.
Scosta le tende e cambia l’aria.
Sii per loro cordiale, leggero.
Questi ricordi sono tuoi.
Pensaci mentre nuoti
nel mare dei Sargassi della memoria
e l’erba marina crescendo ti cuce la bocca.
Questi ricordi sono tuoi,
non li dimenticherai fino alla fine.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

∗∗∗

Wspomnienia

Odwiedzaj swoje wspomnienia,
Uszyj dla niech płócienne pokrowce.
Odsłoń okna i otwórz powietrze.
Bądź dla nich serdeczny i nigdy
nie daj im poznać po sobie.
To są twoje wspomnienia.
Myśl o tym, kiedy płyniesz
w sargassowym morzu pamięci
i trawa morska zarasta ci usta.
To są twoje wspomnienia, których
nie zapomnisz aż do końca życia.

Adam Zagajewski

da “Polscy Poeci XXI”, Wiekui Oficyna Wydawnicza Paradoks, 2014

Questa è la mia casa – Mario Benedetti

Mario Benedetti

 

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.

Arriva l’autunno e mi difende,
la primavera e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e che mangiano,
s’accoppiano e dormono,
giocano e pensano,
milioni di ospiti che si annoiano,
che hanno incubi e attacchi di nervi.

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa.
Tutti i cani e i campanili
ci passano di fronte.
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini
e un giorno si spaccherà in due.

E io non saprò dove ripararmi
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.

Mario Benedetti

(Traduzione di Martha L. Canfield)

da “Inventario”, Le Lettere, Firenze, 2001

∗∗∗

Ésta es mi casa

No cabe duda. Ésta es mi casa
aquí sucedo, aquí
me engaño inmensamente.
Ésta es mi casa detenida en el tiempo.

Llega el otoño y me defiende,
la primavera y me condena.
Tengo millones de huéspedes
que ríen y comen,
copulan y duermen,
juegan y piensan,
millones de huéspedes que se aburren
y tienen pesadillas y ataques de nervios.

No cabe duda. Ésta es mi casa.
Todos los perros y campanarios
pasan frente a ella.
Pero a mi casa la azotan los rayos
y un día se va a partir en dos.

Y yo no sabré dónde guarecerme
porque todas sus puertas dan afuera del mundo.

Mario Benedetti

da “Sólo mientras tanto”, 1950, in “Inventario I”, Punto De Lectura, 2010

da «Passato in trasparenza» – Octavio Paz

 

[…]

C’è un terzo modo di essere:
l’essere senza essere, la pienezza del vuoto,
ore senza ore e altri nomi
ove si espone e si disperde
nelle confluenze del linguaggio
non la presenza: il suo presentimento.
I nomi che la nominano dicono: nulla,
parola a doppio taglio, parola tra due vuoti.
La sua casa, costruita sull’aria
con mattoni di fuoco e muri d’acqua,
si fa, si sfa, è identica a se stessa
dal principio. È dio:

abita nomi che lo negano.
Nelle conversazioni con il fico
o tra gli spazi bianchi del discorso,
nella congiura delle immagini
contro le mie palpebre chiuse,
delirio delle simmetrie,
arenili dell’insonnia,
giardino incerto della memoria
o nei sentieri divaganti,
era l’eclisse dei chiarori.
Appariva in ogni forma
dello svanire.

                    Dio senza corpo,
con linguaggi di corpo lo nominavano
i miei sensi. Volli nominarlo
con un nome solare,
una parola senza ombra.
Esaurì le risorse dell’hasard e l’ars combinatoria.
Un sonaglio di semi secchi
le lettere spezzate dei nomi:
abbiamo infranto i nomi,
abbiamo disperso i nomi,
abbiamo disonorato i nomi.
Da allora sono in cerca del nome.
Inseguii un mormorio di linguaggi,
fiumi tra le petraie
color ferrigno di questi tempi.
Piramidi d’ossa, marcitoi di parole:
feroci e garruli, i nostri signori.
Con le parole e le loro ombre edificai
una casa ambulante di riflessi,
torre in marcia, costruzione di vento.
Il tempo e le sue combinazioni:
gli anni, i morti, le sillabe,
racconti diversi della stessa conta.
Spirali d’echi, il testo
è aria che si scolpisce e si dissipa,
fugace allegoria dei nomi
veri. A volte la pagina respira:
sciami di segni, repubbliche
erranti di suoni e sensi,
in rotazione magnetica si allacciano e disperdono
sulla carta.

                  Sono nel luogo in cui ero:
incalzo il mormorio,
passi dentro di me, uditi con gli occhi,
il mormorio è mentale, io sono i miei passi,
odo le voci che penso,
le voci che mi pensano al pensarle.
Ombra sono dalle mie parole disegnato.

Octavio Paz

Messico e Cambridge, Mass.,
9 settembre-27 dicembre 1974

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Passato in trasparenza”, 1974, in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

∗∗∗

da «Pasato en claro»

[…]

Hay un estar tercero:
el ser sin ser, la plenitud vacía,
hora sin horas y otros nombres
con que se muestra y se dispersa
en las confluencias del lenguaje
no la presencia: su presentimiento.
Los nombres que la nombran dicen: nada,
palabras de dos filos, palabra entre dos huecos.
Su casa, edificada sobre el aire
con ladrillos de fuego y muros de agua,
se hace y se deshace y es la misma
desde el principio. Es dios:
habita nombres que lo niegan.
En las conversaciones con la higuera
o entre los blancos del discurso,
en la conjuración de las imágenes
contra mis párpados cerrados
el desvarío de las simetrías,
los arenales del insomnio,
el dudoso jardín de la memoria
o en los senderos divagantes
era el eclipse de las claridades.
Aparecía en cada forma
de desvanecimiento.

                                  Dios sin cuerpo,
con lenguajes de cuerpo lo nombraban
mis sentidos. Quise nombrarlo
con un nombre solar,
una palabra sin revés.
Fatigué el cubilete y el ars combinatoria.
Una sonaja de semillas secas
las letras rotas de los nombres:
hemos quebrantado a los nombres
hemos deshonrado a los nombres.
Ando en busca del nombre desde entonces.
Me fui tras un murmullo de lenguajes,
ríos entre los pedregales
color ferrigno de estos tiempos.
Pirámides de huesos, pudrideros verbales:
nuestros señores son gárrulos y feroces.
Alcé con las palabras y sus sombras
una casa ambulante de reflejos
torre que anda, construcción en viento.
El tiempo y sus combinaciones:
los años y los muertos y las sílabas,
cuentos distintos de la misma cuenta.
Espiral de los ecos, el poema
es aire que se esculpe y se disipa,
fugaz alegoría de los nombres
verdaderos. A veces la página respira:
los enjambres de signos, las repúblicas
errantes de sonidos y sentidos,
en rotación magnética se enlazan y dispersan
sobre el papel.

                      Estoy en donde estuve:
voy detrás del murmullo,
pasos dentro de mí, oídos con los ojos,
el murmullo es mental, yo soy mis pasos,
oigo las voces que yo pienso,
las voces que me piensan al pensarlas.
Soy la sombra que arrojan mis palabras.

Octavio Paz

México y Cambridge, Mass,
del 9 de septiembre al 27 de diciembre de 1974.

da “Pasato en claro”, Fondo de Cultura Económica, 1978