Segno 12 – Nichita Stănescu

Foto di Jonas Hafner

 

Lei era divenuta pian piano parola,
fili di anima nel vento,
delfino negli artigli delle mie ciglia,
pietra che disegna anelli nell’acqua,
stella dentro il mio ginocchio,
cielo dentro la mia spalla,
io dentro il mio io.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Nodi e segni”, 1982, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

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Semn 12

Ea devenise încetul cu încetul cuvînt,
fuioare de suflet în vînt,
delfin în ghearele sprâncenelor mele,
piatră stârnind în apă inele,
stea înlăuntrul genunchiului meu,
cer în lăuntrul umărului meu,
eu în lăuntrul eului meu.

Nichita Stănescu

da “Noduri şi semne”, Editura Cartea Românească, 1982

«Esiste la musica.» – Chandra Livia Candiani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Esiste la musica.
Esiste proprio,
come lenzuolo lampada
orologio e casa,
come nuvola,
quel suo disumano orto
d’intenzione
di ascoltare l’anima
esiste. Come domino
di note che si crollano addosso e fanno
insieme. Insieme si fanno, e sono fatte
musica. Qualcosa che abbiamo
perduto o dimenticato
o rotto forse
per mani troppo grevi, qualcosa
di spezzato. Un silenzio eseguito
un’anima di ghiaccio
conservata sotto sale.
Ma cosa cosa ho perduto
io, mentre ti ascolto
cara faccia del nulla
caro amore senza direzione
care ossa: grazie grazie
c’è stato qualcuno
prima di me. È ora
di affrontare la musica.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Il grande poeta ritorna – Mark Strand

Mark Strand

 

Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e i vetri
fumé, quindi, con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell’abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando prese la parola, l’aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grande era al massimo.
«Non c’è  fretta», disse concludendo la lettura, «la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete».
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l’aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos’è poi la poesia?
            È possibile morire senza averne almeno un po’?

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Tormenta al singolare, 1988”, in “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

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The Great Poet Returns

When the light poured down through a hole in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did.
A limousine with all-white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush. His wings were big.
The cut of his suit, the width of his tie, were out of date.
When he spoke, the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes. The great one was better than ever.
«No need to rush,» he said at the close of the reading, «the end
Of the world is only the end of the world as you know it».
How like him, everyone thought. Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                         Can anyone die without even a little?

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988

Il padiglione sul lago – Wang Wei

Foto di Don Hong-Oai

 

Leggera la barca mi porta
                  incontro all’ospite gentile,
che da gran lontananza
                 viene su per il lago. 
Poi, nella loggia,
                dinanzi a una coppa di vino, 
da ogni lato
                 i fiori di loto si apriranno.

Davanti al balcone,
                  come piú s’increspa
                  la distesa dell’acqua, 
la solitaria luna
                  va errante, senza posa.
Dal fondo della valle
                  sale la voce delle scimmie,
portata dal vento
                 giunge a me nella stanza.

Wang Wei

(Traduzione di Martin Benedikter)

da “Poesie del fiume Wang”, Einaudi, Torino, 1956

Quello che dell’amore resta – Antonella Anedda

Florence Henri, Composition, 1931

 

Tutto era bello quel mattino, privo di colore. Non fu mai più così né
prima né dopo.

Come il visibile scacci di colpo l’invisibile come
lo spettro del tuo viso lasci un alone sul mogano dei mobili.
Quanto, mio amore che amore non sei più resista
il luogo che ci accolse:
minareti con torri di ricordo, ghiaia
per dire come iniziò la storia, come si perse
come ora sia un’ombra attica, altissima, ferma sulla sua stele.

Antonella Anedda

da “Il catalogo della gioia”, Donzelli Poesia, 2003