«Se la primavera giungerà prima da te, a Kùpas» – Gëzim Hajdari

Foto di Anja Bührer

 

Se la primavera giungerà prima da te, a Kùpas ¹,
avvisami,
andrò ad aspettarla
ai confini che separano le nostre province.

E se quel mattino
starò ascoltando il requiem di Mozart,
uscirò di casa di buon’ora.

Metterò la camicia celeste con le maniche corte
e correrò per i campi di brina come un folle
fischiando un antico canto.

Vedrò il mio volto nelle acque che scorrono,
negli specchi dei laghi l’ombra del giorno,

la partenza delle nuvole nei cieli freddi,
il ritorno delle cicogne da terre lontane.

Chiuderò i miei occhi castani
e udrò le canzoni degli uccelli,
le voci della terra insanguinata.

E tu, amore mio, non mi riconoscerai,
perché sono diventato verde e suono,

ho smesso di essere io.

Gëzim Hajdari

da “Antologia della pioggia”, Edizioni Ensemble, Roma, 2018

¹Kùpas: proviena dalla parola coppa, villaggio nella provincia di Darsìa.

∗∗∗

«Nëse pranvera mbërrin më parë te ty, në Kupas»

Nëse pranvera mbërrin më parë te ty, në Kupas²,
më lajmëro
do të dal ta pres gjithë shend
në kufi ku ndajnë krahinat tona.

E nëse atë mëngjes
do të jem duke dëgjuar requiemet e Mozartit,
do të dal nga shtëpia, herët në agim.

Do të vesh këmishën e kaltër
me mëngë të përveshura
e do të rend fushave me brymë si i marrë
duke fishkëllyer një motiv të lashtë.

Do të vështroj fytyrën time tim në rrjedhën e ujërave,
në pasqyrën e liqejve, hijen e ditës.

Do të shoh ikjen e reve qiejve të ftohtë,
ardhjen e lejlekëve nga larg.

Do të mbyll sytë e mi të gështenjtë
e do dëgjoj këngët e zogjve,
zërat e tokës sonë të përgjakur.

Dhe ti, e dashura ime, s’do t’më njohësh
pse jam bërë blerim e tingull,

kam reshtur së qenuri vetja ime

Gëzim Hajdari

da “Antologjia e shiut”, Naim Frashëri, Tirana, 1990 

² Kupas: fshat në krahinën e Darsisë.

«Va bene accettare tutte le sfide» – Andrea Zanzotto

Foto di Dirk Wüstenhagen

 

Va bene accettare tutte le sfide
di colori evanescenti, vedere
dietro, provocare tutte le sfide

∗∗∗

It is fine to accept all challenges
of evanescent colors, seeing
behind, issuing all challenges

Andrea Zanzotto

da “Haiku for a season / Haiku per una stagione”, “Lo Specchio” Mondadori, 2019

Aline – Giorgio Peddio

Dipinto di Amedeo Modigliani

 

Aline
mi apre la porta

quando sorride
anche i gerani
sembrano più belli

la sua casa
è costruita
con rossi mattoni
di poesia

profuma di libri
e di mandorle amare.

Aline
ama Lorca

racconta
di Gisèle Prassinos
conosciuta
in un giorno d’inverno
a Parigi.

Quando parla
i ruscelli scorrono
tra i giunchi

le sue mani eleganti
indicano nubi leggere

azzurro
in lontananza
brilla il mare.

Ha sposato
un uomo distante

non le bacia mai i capelli
non le tocca mai le gambe

non gioca coi silenzi.

Certi giorni
sulla terra
ci siamo solo io e lei
e il bagliore
di un incendio

il suo fuoco
mi confonde
è giovane la mia sete

le sue mani eleganti
conoscono il mio corpo.

Un violino
scaccia le ombre
nelle sue note
vi sono tristezze

molte sono anche le nostre.

L’amore
è fatto di luce
ma certi giorni è così
buio il mondo.

Ha sposato un uomo distante

non le dedica
mai un tramonto
o una stella.

Nel fremito
dell’alba
nel fresco respiro
degli astri

dolcemente mi lascia andare

tra le conchiglie e il corallo

dolcemente
si lascia andare

e come nei versi
di Joyce Mansour

si addormenta
sul fondo di un sogno
di cristallo.

Giorgio Peddio

2018

Sulla soglia il suo piede fiammeggia – Piero Bigongiari

Foto di Anja Bührer

 

Ho mantenuto acceso con l’inesprimibile
quanto di me non si è arreso all’evidenza,
anche se non so se a lui arrivi o da lui venga
qualcosa che non ci tenga con le mani in mano
a guardare lo strano desiderarsi della vita.

Ma non ho atteso che il lontano troppo
si appressasse per riconoscere nell’occhio
il germoglio e il fiorire dell’oblio,
la lontananza che non vuol morire
in se stessa, nell’oscuro barbaglio
della sua identità.

                                          La furia delle Arpie 
e la loro coprofagia ho sopportato
purché gli inni sgorgassero al banchetto
puri nell’imperfetto aderire
di ogni conoscenza al suo contrario.
Io non posso né voglio, nel divario,
fare senza quello che non so, non
amare ciò che l’amore nasconde.
Per il mare non è facile, nella sua torbida trasparenza,
trovare le sue sponde, ma nemmeno
lasciarle senza lo sciacquio delle onde,
l’occulto scintillio del suo vagare
della propria parvenza a una sostanza
che esso non riesce a sostanziare.

Io non so amarti che nel pericolo
del disamore, ma più forte amarti
nell’afrore dei tuoi arti che tremano,
cercandoti più a fondo nel dolore
che unisce ogni mancanza alla pienezza.

La carezza allora scende a lenire
il tuo viso invisibile che non conosci
che nel calore che la palma misericorde
della mia mano spande su quell’ignoto sorriso.

Ancora chiuso nell’uovo del suo mistero
è l’enigma di ogni creatura
che l’amore feconda. Il misterioso
messaggero è alla porta ma non entra.
Il messaggero o il battezzatore?
Sulla soglia il suo piede fiammeggia.

Piero Bigongiari

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce”, 1984-1996, Le Lettere, Firenze, 1996

Ritratto di un’ombra – Paul Celan

Foto di Anastasia Laktina

 

I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
le tue guance, stemma del mattino;
le tue labbra, ospiti tardivi;
le tue spalle, statua dell’oblio;
i tuoi seni, amici delle mie serpi;
le tue braccia, ontani alla porta del castello;
le tue mani, tavole di morti giuramenti;
i tuoi fianchi, pane e speranza;
il tuo sesso, legge dell’incendio boschivo;
le tue cosce, ali nell’abisso;
i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
i tuoi piedi, teatro d’armi dei pensieri;
le tue piante, cripte di fiamme;
la tua orma, occhio del nostro addio.

Paul Celan

(1948, probabilmente dopo il mese di luglio)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

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Bildnis eines Schattens

Deine Augen, Lichtspur meiner Schritte;
deine Stirn, gefurcht vom Glanz der Degen;
deine Brauen, Wegrand des Verderbens;
deine Wimpern, Boten langer Briefe;
deine Locken, Raben, Raben, Raben;
deine Wangen, Wappenfeld der Frühe;
deine Lippen, späte Gäste;
deine Schultern, Standbild des Vergessens;
deine Brüste, Freunde meiner Schlangen;
deine Arme, Erlen vor dem Schloßtor;
deine Hände, Tafeln toter Schwüre;
deine Lenden, Brot und Hoffnung;
dein Geschlecht, Gesetz des Waldbrands;
deine Schenkel, Fittiche im Abgrund;
deine Kniee, Masken deiner Hoffart;
deine Füße, Walstatt der Gedanken;
deine Sohlen, Flammengrüfte;
deine Fußspur, Auge unsres Abschieds.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997