Coro dei nascituri – Nelly Sachs

Nelly Sachs, fotografata da Anna Riwkin, 1960

 

Noi nascituri –
già comincia l’anelito a plasmarci
le rive del sangue si allargano ad accoglierci
come rugiada caliamo nell’amore.
Le ombre del tempo posano ancora
come domande sul nostro segreto.

Voi che amate,
voi che anelate,
udite, voi, malati di commiato:
siamo noi che cominciamo a vivere nei vostri sguardi,
nelle vostre mani che vanno in cerca nella luce azzurra –
siamo noi, che odoriamo di domani.
Già ci aspira il vostro fiato,
ci trae giú nel vostro sonno
nei sogni, che sono il nostro regno
dove la buia nutrice, la notte,
ci fa crescere,
fino a che ci specchiamo nei vostri occhi
fino a che parliamo alle vostre orecchie.

Come farfalle
saremo catturati dagli sgherri del vostro desiderio –
venduti alla terra come voci di uccelli –
noi che odoriamo di domani,
noi luci venture per la vostra tristezza.

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

***

Chor der Ungeborenen

Wir Ungeborenen
Schon beginnt die Sehnsucht an uns zu schaffen
Die Ufer des Blutes weiten sich zu unserem Ernpfan,
Wie Tau sinken wir in die Liebe hinein.
Noch liegen die Schatten der Zeit wie Fragen
Über unserem Geheimnis.

Ihr Liebenden,
Ihr Sehnsüchtigen,
Hört, ihr Abschiedskranken:
Wir sind es, die in euren Blicken zu leben beginnen,
In euren Händen, die suchende sind in der blauen Luft –
Wir sind es, die nach Morgen Duftenden.
Schon zieht uns euer Atem ein,
Nimmt uns hinab in euren Schlaf
In die Träume, die unser Erdreich sind
Wo unsere schwarze Amme, die Nacht
Uns wachsen läßt,
Bis wir uns spiegeln in euren Augen
Bis wir sprechen in euer Ohr.

Schmetterlingsgleich
Werden wir von den Häschern eurer Sehnsucht gefanger –
Wie Vogelstimmen an die Erde verkauft –
Wir Morgenduftenden,
Wir kommenden Lichter für eure Traurigkeit.

Nelly Sachs

da “In den Wohnungen des Todes”, Berlin, AufbauVerlag, 1947

Sguardo obliquo – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude

 

La tua pupilla si nasconde in fondo
al cavo dove spuntano le lacrime
ma è forse per raggiungervi il rotondo
spuntare della certezza, tu certo
non guardi altrove. Se l’altrove è qui,
se l’altrove è in questo spuntino mesto
di luce sul bicchiere, se l’altrove è di altre sere
che queste dove punta tutto, il tuo tacco
sulla pietra sicura di questa tua morte che cammina
non celebrata su altra pietra, se
la sorte è quella del passero ancora bagnato dall’uovo,
se non vi è altro ritrovo che questo punto di diffrazione
che ci unisce alle vene aperte dell’universo
che quasi, o quasar, ne sfiorano lambendola la curvatura
delle tue ciglia corrugate nelle mie mani.

E io che cosa dono se non quello che non mi appartiene
a chi aspetta ch’io parli. Tu parola
chiudi gli occhi per aprirli nell’interno stesso granato
del rimorso, s’io le fila imbroglio che l’aspo
impazzito annaspando rimette nel suo ordine opposto.
Tu parola sai ch’io non obbedirò,
sai che altri fiori virulentano i muri che voltano
dove la curva si fa più stretta, quasi al limite del bacio,
del bacio inviato per posta per non tradirsi labbro a labbro.

O mie labbra, o mie tenere labbra della ferita,
so bene che dal vostro bacio scoccherà gutturale
come tra i suoi pochi capelli bagnati una creatura,
ma lo zampillo che tra le labbra spiccherà,
sia una parola o il gemito incipiente d’una creatura,
io avrò visto nel segreto del mondo sigillarsi una busta
senza mittente né destinatario, forse nemmeno scritta,
forse uno scherzo divenuto serio avviandosi con enorme ritardo dove non era indirizzato.

                                                                                                        S’aprono fra scintille
di nettare altre amarezze, le più soavi, nel bicchiere posato
tra me e te come un vulcano se ti rivolti tra le mie braccia
e mi bruci qua e là con le cicche semispente del tuo sguardo consumato
tra i pruni ardenti dove qualcuno – rassèttati – può apparire all’improvviso:
da non raccogliere, esse, nel piattino della cenere, da lasciare
nel vento infuocato che chiude, o apre, le persiane e non sai
se è l’acrobata sul filo scorto un dì altissimo su una piazza dimenticata
che entra stavolta – ce l’ha fatta – per la tua finestra
o è l’occhio della volpe che scantona rotondo e mobilissimo tra le saggine.
Comunque senza rete, l’imprendibile non vi cade né vi si ravvolge,
preda mancata che, bava di fumo, svolta al primo rannuvolarsi
di quest’altro nostro opposto ma concorde perché opposto
respirare via via più aspro nel carbonio sempre più sottile e
impercettibile dell’amore.

Piero Bigongiari

29 gennaio ’74

da “Il tuo amore si è fermato sotto un sicomoro”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Airone, 4 – Antonio Porta

Komori Soseki

 

quello che è rimasto,
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lí dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio

Antonio Porta

5.8.80

da “Il giardiniere contro il becchino”, “Lo Specchio” Mondadori, 1988

da «Le opere e le notti» – Alejandra Pizarnik

Foto di Kristamas Klousch

POESIA

Tu scegli il luogo della ferita
dove dicemmo il nostro silenzio.
Tu fai della mia vita
questa cerimonia troppo pura.

RIVELAZIONI

Di notte al tuo fianco
le parole sono cifre, sono chiavi.
Il desiderio di morire è sovrano.

Che il tuo corpo sia sempre
un amato spazio di rivelazioni.

DISTRUZIONE
… en besos, no en razones
Quevedo

Dal combattimento con le parole appartami
e spegni il furore del mio corpo elementare.

AMANTI

un fiore
              non lontano dalla notte
              il mio corpo muto 
     si apre
a delicate urgenze di rugiada 

CHI ILLUMINA

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

PRESENZA

la tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre

INCONTRO

Qualcuno entra nel silenzio e mi abbandona.
Ora la solitudine non è sola.
Tu parli come la notte.
Ti annunci come la sete.

L’OBLIO

sull’altra sponda della notte
l’amore è possibile

– portami –

portami tra le dolci sostanze 
che muoiono ogni giorno nella tua memoria

I PASSI PERDUTI

Prima fu una luce
nel mio linguaggio nato
a pochi passi dall’amore.

Notte aperta. Notte presenza.

LE OPERE E LE NOTTI

per riconoscere nella sete il mio emblema
per significare l’unico sogno
per non aggrapparmi mai di nuovo all’amore

sono stata tutta un’offerta
un puro errare
di lupa nel bosco
nella notte dei corpi

per dire la parola innocente

VERDE PARADISO

straniera sono stata
quando vicina a luci lontane
facevo tesoro di parole purissime
per creare nuovi silenzi

INFANZIA

Ora in cui l’erba cresce
nella memoria del cavallo.
Il vento pronunzia discorsi ingenui
in onore dei lillà,
e qualcuno entra nella morte
con gli occhi aperti
come Alice nel paese del già visto.

ANELLI DI CENERE

Stanno le mie voci
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati dell’alba,
i camuffati da uccello desolato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
una voce di lillà che si spezza.
E c’è, quando si fa giorno,
una scissione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribú di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

a Cristina Campo
IL CUORE DI CIÒ CHE NON ESISTE

non consegnarmi,
              tristissima mezzanotte,
all’impuro mezzogiorno bianco

LE GRANDI PAROLE

ancora non è ora
ora è mai

ancora non è ora
ora e sempre
è mai

    ad Antonio Porchia
SILENZI

La morte sempre al fianco.
Ascolto il suo dire.
Odo me sola.

CHIEDO IL SILENZIO
 … canta, lastimada mía
Cervantes

anche se è tardi, è notte,
e tu non puoi.

Canta come se nulla fosse.

Nulla è.

GLI OCCHI APERTI

Qualcuno misura singhiozzando
l’estensione dell’alba.
Qualcuno pugnala il cuscino
in cerca del suo impossibile
spazio di quiete.

COMUNICAZIONI

Il vento mi aveva mangiato
parte della faccia e delle mani.
Mi chiamavano angelo straccione.
Io aspettavo.

OMBRA DEI GIORNI A VENIRE

Domani
mi vestiranno di ceneri all’alba,
mi riempiranno la bocca di fiori.
Apprenderò a dormire
nella memoria di un muro,
nella respirazione
di un animale che sogna.

a Ivonne A. Bordelois
MENDICA VOCE

E ancora mi azzardo ad amare
il suono della luce in un’ora morta,
il colore del tempo in un muro abbandonato.

Nel mio sguardo ho perduto tutto.
Chiedere è cosí lontano. Cosí vicino sapere che non c’è.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

I
 POEMA

Tú eliges el lugar de la herida
en donde hablamos nuestro silencio.
Tú haces de mi vida
esta ceremonia demasiado pura.

REVELACIONES

En la noche a tu lado
las palabras son claves, son llaves.
El deseo de morir es rey.
 
Que tu cuerpo sea siempre
un amado espacio de revelaciones.

DESTRUCCIONES
…en besos, no en razones
Quevedo

Del combate con las palabras ocúltame
y apaga el furor de mi cuerpo elemental.

AMANTES

una flor
no lejos de la noche
mi cuerpo mudo
se abre
a la delicada urgencia del rocío

QUIEN ALUMBRA

Cuando me miras
mis ojos son llaves,
el muro tiene secretos,
mi temor palabras, poemas.
Sólo tú haces de mi memoria
una viajera fascinada,
un fuego incesante.

PRESENCIA

tu voz
en este no poder salirse las cosas
de mi mirada
ellas me desposeen
hacen de mí un barco sobre un río de piedras
si no es tu voz
lluvia sola en mi silencio de fiebres
tú me desatas los ojos
y por favor
que me hables
siempre

ENCUENTRO

Alguien entra en el silencio y me abandona.
Ahora la soledad no está sola.
Tú hablas como la noche.
Te anuncias como la sed.

EL OLVIDO

en la otra orilla de la noche
el amor es posible
 
–llévame–
 
llévame entre las dulces sustancias
que mueren cada día en tu memoria

 LOS PASOS PERDIDOS

Antes fue una luz
en mi lenguaje nacido
a pocos pasos del amor.
 
Noche abierta. Noche presencia.

LOS TRABAJOS Y LAS NOCHES

para reconocer en la sed mi emblema
para significar el único sueño
para no sustentarme nunca de nuevo en el amor
 
he sido toda ofrenda
un puro errar
de loba en el bosque
en la noche de los cuerpos
 
para decir la palabra inocente

 II
VERDE PARAÍSO

extraña que fui
cuando vecina de lejanas luces
atesoraba palabras muy puras
para crear nuevos silencios

INFANCIA

Hora en que la yerba crece
en la memoria del caballo.
El viento pronuncia discursos ingenuos
en honor de las lilas,
y alguien entra en la muerte
con los ojos abiertos
como Alicia en el país de lo ya visto.

 III
ANILLOS DE CENIZA
A Cristina Campo

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.
 
Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando viene el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que no canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.

EL CORAZÓN DE LO QUE EXISTE

no me entregues,
tristísima medianoche,
al impuro mediodía blanco

 LAS GRANDES PALABRAS
A Antonio Porchia

aún no es ahora
ahora es nunca
 
aún no es ahora
ahora y siempre
es nunca

SILENCIOS

La muerte siempre al lado.
Escucho su decir.
Sólo me oigo.

PIDO EL SILENCIO
 …canta, lastimada mía
Cervantes 

aunque es tarde, es noche,
y tú no puedes.
 
Canta como si no pasara nada.
 
Nada pasa.

LOS OJOS ABIERTOS

Alguien mide sollozando
la extensión del alba.
Alguien apuñala la almohada
en busca de su imposible
lugar de reposo.

COMUNICACIONES

El viento me había comido
parte de la cara y las manos.
Me llamaban ángel harapiento.
Yo esperaba.

SOMBRA DE LOS DÍAS A VENIR
 
                                                                    A Ivonne A. Bordelois

Mañana
me vestirán con cenizas al alba,
me llenarán la boca de flores.
Aprenderé a dormir
en la memoria de un muro,
en la respiración
de un animal que sueña.

MENDIGA VOZ

Y aún me atrevo a amar
el sonido de la luz en una hora muerta,
el color del tiempo en un muro abandonado.
 
En mi mirada lo he perdido todo.
Es tan lejos pedir. Tan cerca saber que no hay.

Alejandra Pizarnik

da “Los trabajos y las noches”, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

…Un poeta… – Diego Baldassarre

Foto di Gerard Laurenceau

 

Spezzi l’onda erodendoti come scoglio
nell’apparente assenza di pietra

affiorante dal flutto quando è troppo tardi quando
la carena cigola
preparando
la fatica dello sfascio

Saranno relitti levigati di sale
le ciglia a protezione del sole

E tutta questa maledetta luce che affiora dal mare
dal cielo
e inonda l’orizzonte
sembrerà confine disteso su se stesso

Naufragare è pratica antica per chi naviga
tra le isole del silenzio

Diego Baldassarre

TACCUINO QUARTO – Incontri

da “6090 (SessantaNovanta)”, Il Convivio Editore, 2019

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