Con le mie cicatrici – Moka

Foto di Moka

 

Sento la cintura stringermi la vita,
le ossa dei fianchi premere
sull’anima viva, divorata
dal fuoco matto delle mie perversioni:
l’amore, la poesia e i motori.
Illusoria speranza che la prima
potesse vincere sul dolore che ci appartiene,
in cui ci piace affogare, in cui ci rifugiamo:
quella bolla di sapone, dai colori cosmici,
persa alla rincorsa del mondo
come in un gioco di scatole senz’angoli.
Quella mancanza siamo noi a crearla,
andando alla deriva
e col vero desiderio di non tornare mai.
Noi, abbiamo le nostre cicatrici in vista,
non siamo vigliacchi qualunque:
vestiamo una bellezza consapevole.
Per questo ho ricominciato ad ascoltare
solo la poesia, mentre poso un sorriso
tra le tante lacrime
appiccicate dal vento che vortica nel casco
insieme al groviglio di capelli e pensieri:
così mi ripresento e non mi vergogno
di essere vera, ridicola, timida,
bandita e ribelle.

Moka

15 novembre 2015

da “Difettosa”, silloge poetica – fotografica, Editore: Youcanprint, 2017

Moka, Difettosa, Editore: Youcanprint , 2017

Vieni, sempre – Vicente Aleixandre

Foto di Ted Emmons

 

Non ti accostare. La tua ardente fronte,
le orme dei tuoi baci,
il fulgore che anche di giorno sento se ti accosti,
lo splendore contagioso che resta nelle mani,
il fiume luminoso dove affondo le braccia,
dove non oso bere perché temo dopo la dura vita della stella.

Viva in me non ti voglio come vive la luce,
astro di solitudine fuso con la sua fiamma,
cui l’amore si nega attraverso lo spazio
duro e azzurro che sèpara,
dove ogni stella inaccessibile
è un deserto gemente che invia la sua tristezza.

Brilla la solitudine nel mondo senza amore.
L’esistenza è una vivida corteccia,
una rugosa pelle immobile
dove l’uomo non può trovare il suo riposo,
benché inclini il suo sogno contro un pianeta spento.

Non ti accostare. La tua fronte raggiante, carbone acceso che mi strappa a me stesso,
fulgido lutto dove di colpo morire mi tenta
e bruciarmi le labbra al tuo tocco indelebile,
disfare la mia carne contro il tuo ardente diamante.

Non ti accostare, perché il tuo bacio dura come urto impossibile di stelle,
come lo spazio che a un tratto divampa,
etere diffusore dove la distruzione dei mondi
è un solo cuore che totale arde.

Vieni, vieni come l’oscuro carbone spento che racchiude morte;
vieni come la notte cieca che mi accosta il suo volto;
vieni come due labbra segnate dalla rossa,
lunga linea che fonde i metalli.

Vieni, vieni, mio amore; vieni, ermetica fronte, rotondità ruotante,
orbita che brillando mi muori tra le braccia;
vieni come due occhi o fonde solitudini,
imperiose chiamate di un abisso che ignoro.

Amore, vieni, morte; vieni ché ti distrugga;
voglio uccidere o amare, morire o darti tutto;
vieni, leggera pietra che precipiti,
turbata come luna che mi chiede i miei raggi!

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Ven siempre, ven 

No te acerques. Tu frente, tu ardiente frente, tu encendida frente,
las huellas de unos besos,
ese resplandor que aún me da se siente si te acercas,
ese resplandor contagioso que me queda en las manos,
ese río luminoso en que hundo mis brazos,
en el que casi no me atrevo a beber, por temor después a ya una dura vida de lucero.

No quiero que vivas en mí como vive la luz,
con ese aislamiento de estrella que se une con su luz,
a quien el amor se niega a través del espacio
duro y azul que separa y no une,
donde cada lucero inaccesible
es una soledad que, gemebunda, envía su tristeza.

La soledad destella en el mundo sin amor.
La vida es una vívida corteza,
una rugosa piel inmóvil
donde el hombre no puede encontrar su descanso,
por más que aplique su sueño contra un astro apagado.

Pero tú no te acerques. Tu frente destellante, carbón encendido que me arrebata a la propia conciencia,
duelo fulgúreo en que de pronto siento la tentación de morir,
de quemarme los labios con tu roce indeleble,
de sentir mi carne deshacerse contra tu diamante abrasador.

No te acerques, porque tu beso se prolonga como el choque imposible de las estrellas,
como el espacio que súbitamente se incendia,
éter propagador donde la destrucción de los mundos
es un único corazón que totalmente se abrasa.

Ven, ven, ven como el carbón extinto oscuro que encierra una muerte;
ven como la noche ciega que me acerca su rostro;
ven como los dos labios marcados por el rojo,
por esa línea larga que funde los metales.

Ven, ven, amor mío; ven, hermética frente, redondez casi rodante
que luces como una órbita que va a morir en mis brazos;
ven como dos ojos o dos profundas soledades,
dos imperiosas llamadas de una hondura que no conozco.

¡Ven, ven muerte, amor; ven pronto, te destruyo;
ven, que quiero matar o amar o morir o darte todo;
ven, que ruedas como liviana piedra,
confundida como una luna que me pide mis rayos!

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, Madrid, Signo, 1935

È in questa vita un’altra vita nuova – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya, 2019

«Abitiamo attraverso la pelle» – Ryszard Krynicki

Ryszard Krynicki

 

Abitiamo attraverso la pelle,
troppo vicini per avvicinarci di più: questa separazione,
attraverso gli uomini che ti ricordo, dura,
attraverso gli uomini che prima ti hanno percorso, stazione,
in lingua straniera, di un testo, attraverso le donne
che non ho sedotto tanto da dimenticarmi di loro; solo
questo terrore primordiale, è da quello che ci riconosciamo come
dalla lingua madre
in una stazione sconosciuta; i più vicini e dunque
i più lontani, amati pieni di odio,
due innesti estranei, che si sono inseriti sullo stesso tronco, sul
tronco reciso dello sguardo, di una conversazione interrotta; la lancia
ha trafitto i due animali, gli animali del respiro, che
ci si è conficcato nelle gole; la lancia? il respiro? se anche
lo innestassi, non ti aspettare un albero
diverso dall’insonnia; abitiamo attraverso la pelle troppo lontano
per parlare di una separazione; tra noi è durata come un viaggio troppo lungo,
quando il treno ritarda e tu da sola devi
aspettare nella stazione deserta
con uno sconosciuto a caso; tra noi è durata questa lontananza
vicina, questo dolore primordiale e il respiro
ridotto a un alito; e così c’era anche lo sguardo tra di noi: abitiamo
attraverso la pelle dello sguardo

Ryszard Krynicki

[1967]

(Traduzione di Francesca Fornari)

da “Abitiamo attraverso la pelle”, Interlinea, 2012

∗∗∗

Mieszkamy przez skórę
za blisko, żeby się jeszcze zbliżyć: ta rozłąka,
przez mężczyzn, których ci przypominam, trwa,
poprzez mężczyzn, którzy wcześniej cię przemierzali, obcojęzyczny
dworzec tekstu, przez kobiety,
których nie zdobyłem na tyle, żeby o nich zapomnieć; tylko
ten pierworodny lęk, to po nim się poznajemy jak po
ojczystym języku
na nieznanym dworcu; najbliżsi więc
najdalsi, kochani nienawistni,
dwa obce szczepy, które przyjęły się na tym samym pniu, na
ściętym pniu spojrzenia, przerwanej rozmowy; oszczep
przeszył dwa zwierzęta, zwierzęta oddechu, który
utkwił nam w gardłach; oszczep? oddech? choćbyś go
zaszczepił, nie spodziewaj się drzewa
innego niż bezsenność; mieszkamy przez skórę za daleko,
by mówić o rozłące; trwało to między nami jak zbyt długa podróż,
kiedy pociąg się spóźnia i ty musisz sama
czekać na bezludnej stacji
z przygodnym nieznajomym; trwało to między nami? to bliskie
oddalenie, ten ból pierworodny i oddech
uproszczony do tchu; tak i wzrok był pomiędzy nami:mieszkamy
przez skórę spojrzenia

Ryszard Krynicki

[1967]

da “Magnetyczny punkt: wybrane wiersze i przekłady”, Wydawnictwo CiS, 1996 

Il pescatore – Mario Luzi

Florence Henri, Vue de ma fenêtre, 1935

 

Viene gente per acqua. Gente muta
rasenta le murate delle navi alla fonda,
si riscuotono all’urto dell’attracco.

                                                               Il soffio
di prima estate vola basso, sfiora
le tende, l’erba, eccita i capelli.
È l’alba ed è anche l’ora che si tirano le reti,
ora che in un brivido d’attesa
e d’incertezza luminosa guizza
di casa in casa, crea vuoti ed immagini
che se guardi da presso si dissolvono
rapidi sopra gli alberi e oltre i ponti.

Tempo sospeso ad alcunché tra oscuro
e manifesto quando pare certo
che il vero non sia in noi, ma in un segreto
o un miracolo prossimo a svelarsi,
tempo che illude gli uomini e se desta
speranza è la speranza di un prodigio.

L’inquietudine fa remote,
strane le ombre là sulla battigia
e sulla rena umida che scruto
tra queste antenne e questi alberi nani.

Perdonami, è parte dell’umano
cercare come fo in luoghi arcani
quel ch’è prossimo a noi umile e vero
oppure in nessun luogo. Tendo il viso,
seguo con gli occhi ansiosi il pescatore
mentre viene sul frangiflutti e reca
dal mare quel che il mare lascia prendere,
pochi doni, del suo perpetuo affanno.

Mario Luzi

1954

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, Venezia, 1957