Charis 1944 – Manolis Anaghnostakis

Herbert List, Ragazzi che leggono, 1950

Herbert List, Ragazzi che leggono, 1950

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eravamo tutti assieme e dipanavamo instancabilmente le nostre ore
Cantavamo sommessamente dei giorni che incombevano carichi di policrome visioni
Lui cantava, noi tacevamo, la sua voce destava piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che bruciavano la nostra gioventú
Giorno e notte giocava a nascondino con la morte in ogni angolo in ogni vicolo
Dimenticando il proprio corpo bramava donare agli altri una Primavera.
Eravamo tutti insieme ma avresti detto che lui era tutti.
Un giorno qualcuno ci sibilò all’orecchio: “Charis è morto”
“L’hanno ucciso” o qualcosa del genere. Parole che sentiamo ogni giorno.
Nessuno lo vide. Era il crepuscolo. Avrà avuto i pugni serrati come sempre
Nei suoi occhi s’incise inestinguibile la gioia della nostra nuova vita
Ma tutto questo era semplice e il tempo è poco. Nessuno fa in tempo.
… Non siamo piú tutti insieme. Due o tre sono emigrati
Un altro è partito lontano con un comportamento ambiguo e Charis è morto

Sono andati via anche gli altri, sono venuti dei nuovi, le strade si sono riempite
La folla si riversa incontenibile, di nuovo sventolano bandiere
Il vento sferza gli stendardi. Nella confusione ondeggiano canzoni.
Se tra le voci che la sera perforano impietose i muri
Ne hai distinta una, è la sua. Appicca piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che bruciano la nostra gioventú indomita
È sua la voce che rimbomba tutto intorno nella folla come un sole
Che abbraccia il mondo come un sole che sciabola le amarezze come un sole
Che ci indica come un sole luminoso le città dorate
Che si aprono dinanzi a noi madide di Verità e di limpida luce.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

                                                            (da Stagioni, 1945)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Charis 1944

Eravamo tutti assieme e dispiegavamo instancabili le ore
Cantavamo piano per i giorni che sarebbero venuti, carichi di visioni multicolori
Lui cantava, tacevamo, la sua voce destava piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che accendevano la nostra giovinezza
Giorno e notte giocava a nascondino con la morte in ogni angolo e vicolo
Dimentico del proprio corpo era ansioso di donare agli altri una Primavera.
Eravamo tutti assieme, ma avresti detto che lui era tutti noi.
Un giorno qualcuno ci bisbigliò all’orecchio: “Charis è morto”.
“È stato ucciso” o qualcosa di simile. Parole che sentiamo ogni giorno.
Nessuno lo vide. Era sul far della sera. Di certo avrà avuto le mani serrate, come sempre
Nei suoi occhi indelebilmente incisa la gioia della nostra nuova vita
Ma tutto ciò era semplice e il tempo è breve. Nessuno mai fa in tempo.
… Non siamo più tutti assieme. Due o tre sono emigrati
Un altro se n’è andato lontano con un contegno indefinibile e Charis è stato ucciso
Sono andati via anche altri, è arrivata gente nuova, si sono riempite le strade
La folla incontenibile dilaga, sventolano di nuovo le bandiere
Il vento sferza gli stendardi. In mezzo al caos ondeggiano canzoni.
Se tra le voci che di sera trapassano inesorabili i muri
Ne distingui una: È la sua. Accende piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che ardono la nostra indomita giovinezza
È la sua voce che nella folla intorno risuona come un sole
Che come un sole abbraccia il mondo, come un sole trafigge le amarezze
Come un fulgido sole ci mostra le città dorate
Dischiuse innanzi a noi, inondate di verità e di limpida luce.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

da “Stagioni”, in “Manolis Anaghnostakis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

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Χάρης 1944

Ἤμασταν ὅλοι μαζί ϰαί ξεδιπλώναμε ἀϰούραστα τί ς ὧρες μας
Τραγουδούσαμε σιγά γιά τί ς μέρες πού θά ῾ρχόντανε
φορτωμένες πολύχρωμα ὁράματα
Αὐτός τραγουδοῦσε, σωπαίναμε, ἡ φωνή του
ξυπνοῦσε μιϰρές πυρϰαγιές
Χιλιάδες μιϰρές πυρϰαγιές πού πυρπολοῦσαν τή νιότη μας
Μερόνυχτα ἔπαιζε τό ϰρυφτό μέ τό θάνατο
σέ ϰάθε γωνιά ϰαί σοϰάϰι
Λαχταροῦσε ξεχνώντας τό διϰό του ϰορμί νά χαρίσει
στούς ἄλλους μίαν Ἄνοιξη.

Ἤμασταν ὅλοι μαζί μά θαρρεῖς πῶς αὐτός ἦταν ὅλοι.

Μιά μέρα μᾶς σφύριξε ϰάποιος στ᾿ ἀφτί: «Πέθανε ὁ Χάρης»
«Σϰοτώθηϰε» ἢ ϰάτι τέτοιο. Λέξεις πού τί ς ἀϰοῦμε ϰάθε μέρα.
Κανεί ς δέν τόν εἶδε. Ἦταν σούρουπο.
Θά ῾χε σφιγμένα τά χέρια ὅπως πάντα
Στά μάτια του χαράχτηϰεν ἄσβηστα ἡ χαρά
τῆς ϰαινούριας ζωῆς μας
Μά ὅλα αὐτά ἦταν ἁπλά ϰι ὁ ϰαιρός εἶναι λίγος.
Κανεί ς δέν προφταίνει.

…Δέν εἴμαστε ὅλοι μαζί. Δυό τρεῖς ξενιτεύτηϰαν
Τράβηξεν ὁ ἄλλος μαϰριά μ᾿ ἕνα φέρσιμο ἀόριστο
ϰι ὁ Χάρης σϰοτώθηϰε
Φύγανε ϰι ἄλλοι, μᾶς ἦρθαν ϰαινούριοι, γεμίσαν οἱ δρόμοι
Τό πλῆθος ξεχύνεται ἀβάσταχτο, ἀνεμίζουνε πάλι σημαῖες
Μαστιγώνει ὁ ἀγέρας τά λάβαρα.
Μές στό χάος ϰυματίζουν τραγούδια.

Ἂν μές στί ς φωνές πού τά βράδια τρυποῦνε ἀνελέητα τά τείχη
Ξεχώρισες μία: Εἶν᾿ ἡ διϰή του. Ἀνάβει μιϰρές πυρϰαγιές
Χιλιάδες μιϰρές πυρϰαγιές πού πυρπολοῦν
τήν ἀτίθαση νιότη μας
Εἶν᾿ ἡ διϰή του φωνή πού βουίζει στό πλῆθος
τριγύρω σάν ἥλιος
Π᾿ ἀγϰαλιάζει τόν ϰόσμο σάν ἥλιος
πού σπαθίζει τί ς πίϰρες σάν ἥλιος
Πού μᾶς δείχνει σάν ἥλιος λαμπρός τί ς χρυσές πολιτεῖες
Πού ξανοίγονται μπρός μας λουσμένες
στήν Ἀλήθεια ϰαί στό αἴθριο τό φῶς.

Μανόλης Ἀναγνωστάκης

da “ Ἐποχές 3”, 1945, in “Τα Ποιήματα (1941 – 1971)”, Νεφέλη, 2000

miti mi guardano i tuoi occhi… – John Berryman

Clarence H. White, Julia McCune reading by window, 1896

3.

miti mi guardano i tuoi occhi. Di grano ed aria
è fatto il tuo corpo, muove. Lo evoco, vedi,
d’oltre i secoli.
Penso non resterai. Come indugiamo,
sminuiti, nell’aria fra chi ci ama, implausibilmente
visibili, per chi, un anno, anni, ad intervalli
di tempo: o no; per uno
a lungo estraneo: o no; baluginiamo, e scompariamo.

John Berryman

(Traduzione di Sergio Perosa)

da “Omaggio a Mistress Bradstreet”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

3.

thy eyes look to me mild. Out of maize & air
your body’s made, and moves: I summon, see,
from the centuries it.
I think you won’t stay. How do we
linger, diminished, in our lover’s air,
implausibly visible, to whom, a year, years, over interims; or not;
to a long stranger; or not; shimmer & disappear.

John Berryman

da “Homage to Mistress Bradstreet”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1956

Dire qualcosa – Carol Ann Duffy

Foto di René Groebli

 

Le cose assumono le tue sembianze; vestiti smessi, un telo inumidito 
nel bagno, mani vuote. Non è immaginazione. È
la materia calda e semplice dell’amore. In cuor mio lo do per scontato.

Ci svegliamo. Il nostro linguaggio privato dà inizio alla giornata.
Ci muoviamo per la casa come al solito. I sogni che
non sappiamo parafrasare ci sfumano tra le dita.

Ho sognato di non essere con te. Vagavo per una città
dove tu non abitavi, scrutavo gli sconosciuti, in cerca
di una parola per farli diventare te. Al risveglio eri accanto a me.

Tesoro, dico. Le parole banali del giorno raschiano
superfici piú buie. La tua assenza mi lascia con lo spettro
dell’amore, tazze di caffè o lenzuola che si raffreddano, i baci piú delicati.

Torno a casa a piedi, ti vedo accendere le luci. Entro
dentro, ti chiamo, dico qualcosa.

Carol Ann Duffy

(Traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera) 

da “Lo splendore del tempio”, Crocetti Editore, 2012

∗∗∗

Saying Something

Things assume your shape; discarded clothes, a damp shroud
in the bathroom, vacant hands. This is not fiction. This is
the plain and warm material of love. My heart assumes it.

We wake. Our private language starts the day. We make
familiar movements through the house. The dreams we have
no phrases for slip through our fingers into smoke.

I dreamed I was not with you. Wandering in a city
where you did not live, I stared at strangers, searching
for a word to make them you. I woke beside you.

Sweetheart, I say. Pedestrian daylight terms scratch
darker surfaces. Your absence leaves me with the ghost
of love; half-warm coffee cups or sheets, the gentlest kiss.

Walking home, I see you turning on the lights. I come in
from outside calling your name, saying something.

Carol Ann Duffy

da “Standing Female Nude”, Anvil Press Poetry, 1985

Crepuscolo – Georg Trakl

Foto di Cristina Venedict

 

Nel cortile stregato da lattiginosa sera
Molli vanno gli infermi per l’abbrunato autunno.
Con sguardi cerei e tondi pensano tempi d’oro,
Colmi di fantasie, di pace e vino.

Spettrale si rinserra il loro morbo.
Le stelle spargono una tristezza bianca.
Nel grigio, folto d’inganno e di rintocchi,
Guarda come orrendi si disperdono.

Caricature informi sgusciano, si acquattano
E vagano per vie nerocrociate.
Oh, lugubri ombre sulle mura.

Fuggono gli altri per arcate oscure;
E precipitano a notte, menadi infuriate,
Da rosse raffiche di vento astrale.

Georg Trakl

(Traduzione di Ida Porena)

da “Georg Trakl, Poesie”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

Dämmerung

Im Hof, verhext von milchigem Dämmerschein,
Durch Herbstgebräuntes weiche Kranke gleiten.
Ihr wächsern-runder Blick sinnt goldner Zeiten,
Erfüllt von Träumerei und Ruh und Wein.
 
Ihr Siechtum schließt geisterhaft sich ein.
Die Sterne weiße Traurigkeit verbreiten.
Im Grau, erfüllt von Täuschung und Geläuten,
Sieh, wie die Schrecklichen sich wirr zerstreun.
 
Formlose Spottgestalten huschen, kauern
Und flattern sie auf schwarz-gekreuzten Pfaden.
O! trauervolle Schatten an den Mauern.
 
Die andern fliehn durch dunkelnde Arkaden;
Und nächtens stürzen sie aus roten Schauern
Des Sternenwinds, gleich rasenden Mänaden.

Georg Trakl

da “Gedichte”, Leipzig: Kurt Wolff Verlag, 1913

Elegia del ricordo impossibile – Jorge Luis Borges

 

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “La moneta di ferro”, Adelphi, 2008

***

Elegía del recuerdo imposible

Qué no daría yo por la memoria
de una calle de tierra con tapias bajas
y de un alto jinete llenando el alba
(largo y raído el poncho)
en uno de los días de la llanura,
en un día sin fecha.
Qué no daría yo por la memoria
de mi madre mirando la mañana
en la estancia de Santa Irene,
sin saber que su nombre iba a ser Borges.
Qué no daría yo por la memoria
de haber combatido en Cepeda
y de haber visto a Estanislao del Campo
saludando la primer bala
con la alegría del coraje.
Qué no daría yo por la memoria
de un portón de quinta secreta
que mi padre empujaba cada noche
antes de perderse en el sueño
y que empujó por última vez
el 14 de febrero del 38.
Qué no daría yo por la memoria
de las barcas de Hengist,
zarpando de la arena de Dinamarca
para debelar una isla
que aún no era Inglaterra.
Qué no daría yo por la memoria
(la tuve y la he perdido)
de una tela de oro de Turner,
vasta como la música.
Qué no daría yo por la memoria
de haber oído a Sócrates
que, en la tarde de la cicuta,
examinó serenamente el problema
de la inmortalidad,
alternando los mitos y las razones
mientras la muerte azul iba subiendo
desde los pies ya fríos.
Qué no daría yo por la memoria
de que me hubieras dicho que me querías
y de no haber dormido hasta la aurora,
desgarrado y feliz.

Jorge Luis Borges

da “La moneta de hierro”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1996