A media luz – Gesualdo Bufalino

Dipinto di Jack Vettriano

 

Non è che festa di ventagli e tanghi
sulla rotonda dove langue il cielo.

Nacchere pigre, perfido metronomo
che assilla un poco il sangue e un po’ l’assonna.

Come ci brucia in quest’ora le labbra
l’amaro miele della giovinezza;

e come affonda in un livore d’acque
la minuscola stella che ci piacque…

Ma tu grandiosa ti levi e sorridi
alle nere magnolie della notte.

Volubili fiumane ti gremiscono
le tempie e impugni una spada di luce.

Un grido solo proclama il tuo nome.
Amarti è come un’incoronazione.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

L’alba – Boris Leonidovič Pasternak

Foto di Philippe Pache

 

Tu eri tutto nel mio destino
poi vennero la guerra e lo sfacelo,
e a lungo, a lungo di te
non si seppe piú nulla.

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

Voglio andar tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste scale coperte di neve
e sul selciato deserto.

Spuntano ovunque fiammelle accoglienti,
la gente beve il tè, s’affretta ai tram,
nel giro di alcuni minuti
l’aspetto della città è irriconoscibile.

Nei portoni la bufera intreccia
una densa rete di fiocchi,
e per giungere in tempo tutti corrono,
senz’aver finito di mangiare.

Io sento per loro, per tutti,
come se fossi nella loro pelle,
mi sciolgo come si scioglie la neve,
come il mattino aggrotto le ciglia.

Con me sono persone senza nomi,
alberi, bimbi, gente casalinga.
Io sono vinto da tutti costoro,
e solo in questo è la mia vittoria.

Boris Leonidovič Pasternak

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

dal romanzo «Il dottor Živàgo», in “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

∗∗∗

Осень

Я дал разъехаться домашним,
Все близкие давно в разброде,
И одиночеством всегдашним
Полно всё в сердце и природе.

И вот я здесь с тобой в сторожке.
В лесу безлюдно и пустынно.
Как в песне, стежки и дорожки
Позаросли наполовину.

Теперь на нас одних с печалью
Глядят бревенчатые стены.
Мы брать преград не обещали,
Мы будем гибнуть откровенно.

Мы сядем в час и встанем в третьем,
Я с книгою, ты с вышиваньем,
И на рассвете не заметим,
Как целоваться перестанем.

Еще пышней и бесшабашней
Шумите, осыпайтесь, листья,
И чашу горечи вчерашней
Сегодняшней тоской превысьте.

Привязанность, влеченье, прелесть!
Рассеемся в сентябрьском шуме!
Заройся вся в осенний шелест!
Замри или ополоумей!

Ты так же сбрасываешь платье,
Как роща сбрасывает листья,
Когда ты падаешь в объятье
В халате с шелковою кистью.

Ты — благо гибельного шага,
Когда житье тошней недуга,
А корень красоты — отвага,
И это тянет нас друг к другу.

Борис Леонидович Пастернак

da “Доктор Живаго”, 1957

Vita privata – Giuseppe Conte

Jack Vettriano, Days of wine and roses

 

E spesso, quando si fìniva di parlare
di libri e fotografia, Herlinde mi chiedeva
«com’è la tua vita privata, your private
life». Mi era sempre difficile rispondere.
Da dove cominciare? Perché non bere
ancora il vino bianco secco ghiacciato
che a lei piaceva tanto? «La mia vita
privata, deprived, senza senso, tagliata,
priva di dei e di demoni, vuoi dire,
senza sostanza e saldezza: un’ombra,
che non sa chi amare, e cosa».
Ma non mi venivano così le parole.
E ridevamo tantissimo insieme, come suole
chi non è innamorato.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Lo Specchio” Mondadori, 1992

«Svegliati. Il giorno ti chiama» – Pedro Salinas

Roberto Manzano, Equilibrio, 2012

[XXIV]

Svegliati. Il giorno ti chiama
alla tua vita: il tuo dovere.
A nient’altro che a vivere.
Strappa ormai alla notte
negatrice e all’ombra
che lo celava, quel corpo
di cui è in attesa, sommessa,
la luce, nell’alba.
In piedi, afferma la retta
volontà semplice d’essere
pura vergine verticale.
Senti il tuo corpo.
Freddo, caldo? Lo dirà
il tuo sangue contro la neve
da dietro la finestra;
lo dirà
il colore sulle tue guance.
E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.
Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[XXIV]

Despierta. El día te llama
a tu vida: tu deber.
Y nada más que a vivir.
Arráncale ya a la noche
negadora y a la sombra
que lo celaba, ese cuerpo
por quién aguarda la luz
de puntillas, en el alba.
Ponte en pie, afirma la recta
voluntad simple de ser
pura virgen vertical.
Tómale el temple a tu cuerpo.
¿Frío, calor? Lo dirá
tu sangre contra la nieve
de detrás de la ventana;
lo dirá
el color en las mejillas.
Y mira al mundo. Y descansa
sin más hacer que añadir
tu perfección a otro día.
Tu tarea
es llevar la vida en alto,
jugar con ella, lanzarla
como una voz a las nubes,
a que recoja las luces
que se nos marcharon ya.
Ese es tu sino: vivirte.
No hagas nada.
Tu obra eres tú, nada más.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

All’àncora da ieri – Franco Buffoni

Foto di Stanley Kubrick

 

Le scarpe si sono stancate di portarla
In giro a tutti i costi, i tacchi
Perforano l’asfalto…
Le piaceva l’odore di lago di laguna
Di erba tagliata di fieno
Il profumo di miele del fieno
Quando “farà temporale da qualche parte
Qui non lo fa mai”.
All’àncora da ieri invece per gli eventi
Da lei ormai io posso avere
Solo lati di piccole
Parole fiere.

Franco Buffoni

da “Jucci”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014