Nella galleria dei giorni… – Marcello Comitini

Foto di Edmund Kesting

 

Nella galleria dei giorni appena svaniti
scorrono sotto le mie dita le foto.
Il vetro le protegge contro la patina del tempo.
Le sfoglio lentamente.
Sono in bianco e nero
perché ogni giorno le colora il sole
e nelle notti di luna solitaria
si spogliano di quei colori.
Guardo con gli occhi della notte
il tuo viso che non so dimenticare.
Sento gelide le tue mani sul mio corpo
la tua guancia sulla mia fronte.
La speranza
d’averti ancora tra le braccia
stenta a morire.
Il mio corpo ricorda ancora
i tremori dell’anima
i fremiti che squassavano i nostri ventri
gli urli delle mie labbra a bocca spalancata.
I miei baci tessevano sulla tua pelle
filamenti di luce.
I tuoi occhi leggermente schiusi
fissavano tra le ciglia
il punto in cui la nuvola spezza l’orizzonte
erode la pietra dura dell’amore.
Quando sei fuggito tutto si è fatto buio
nel bianco e nero della foto.
Ti guarderò con la freddezza
della lastra di marmo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Ho pena delle stelle» – Fernando Pessoa

Van Gogh, Starry Night, 1889

Van Gogh, Starry Night, 1889

 

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’esser triste lume o un sorriso…

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così,
come un perdono?

Fernando Pessoa

10.12.1928

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Fernando Pessoa”, Adelphi Edizioni, 2013

∗∗∗

«Tenho dó das estrelas»

Tenho dó das estrelas
Luzindo há tanto tempo,
Há tanto tempo…
Tenho dó delas.

Não haverá um cansaço
Das coisas.
De todas as coisas,
Como das pernas ou de um braço?

Um cansaço de existir,
De ser,
Só de ser,
O ser triste brilhar ou sorrir…

Não haverá, enfim,
Para as coisas que são,
Não morte, mas sim
Uma outra espécie de fim,
Ou uma grande razão –
Qualquer coisa assim
Como um perdão?

Fernando Pessoa

da “Poesia de Fernando Pessoa”, Editorial Presença, 2011

Segno 12 – Nichita Stănescu

Foto di Jonas Hafner

 

Lei era divenuta pian piano parola,
fili di anima nel vento,
delfino negli artigli delle mie ciglia,
pietra che disegna anelli nell’acqua,
stella dentro il mio ginocchio,
cielo dentro la mia spalla,
io dentro il mio io.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Nodi e segni”, 1982, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

***

Semn 12

Ea devenise încetul cu încetul cuvînt,
fuioare de suflet în vînt,
delfin în ghearele sprâncenelor mele,
piatră stârnind în apă inele,
stea înlăuntrul genunchiului meu,
cer în lăuntrul umărului meu,
eu în lăuntrul eului meu.

Nichita Stănescu

da “Noduri şi semne”, Editura Cartea Românească, 1982

«Esiste la musica.» – Chandra Livia Candiani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Esiste la musica.
Esiste proprio,
come lenzuolo lampada
orologio e casa,
come nuvola,
quel suo disumano orto
d’intenzione
di ascoltare l’anima
esiste. Come domino
di note che si crollano addosso e fanno
insieme. Insieme si fanno, e sono fatte
musica. Qualcosa che abbiamo
perduto o dimenticato
o rotto forse
per mani troppo grevi, qualcosa
di spezzato. Un silenzio eseguito
un’anima di ghiaccio
conservata sotto sale.
Ma cosa cosa ho perduto
io, mentre ti ascolto
cara faccia del nulla
caro amore senza direzione
care ossa: grazie grazie
c’è stato qualcuno
prima di me. È ora
di affrontare la musica.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Il grande poeta ritorna – Mark Strand

Mark Strand

 

Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e i vetri
fumé, quindi, con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell’abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando prese la parola, l’aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grande era al massimo.
«Non c’è  fretta», disse concludendo la lettura, «la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete».
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l’aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos’è poi la poesia?
            È possibile morire senza averne almeno un po’?

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Tormenta al singolare, 1988”, in “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

The Great Poet Returns

When the light poured down through a hole in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did.
A limousine with all-white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush. His wings were big.
The cut of his suit, the width of his tie, were out of date.
When he spoke, the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes. The great one was better than ever.
«No need to rush,» he said at the close of the reading, «the end
Of the world is only the end of the world as you know it».
How like him, everyone thought. Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                         Can anyone die without even a little?

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988