Continuità – Mario Luzi

Clarissa Bonet, On the Edge, 2015

 

Forse quanto è possibile è accaduto,
ma da te si rigenera l’attesa,
la piena d’avvenire trattenuta
dal cielo fino all’ultima preghiera
mentre, sempre immaturo, con perenne
vicenda si ricrea dalle sue ceneri
il domani e ogni giorno precipita deluso
come musica stanca di sgorgare
musica rifluisce alla sorgente.

Così invano consunta dalla vita
la misura del tempo è sempre colma
per me; ed Espero muta sì veloce in Lucifero!
Con uguale ridente mistero
il vento inesauribile ritorna
a spingere la luna quando ancora
stride un cielo copioso fra i palazzi,
gelidi testimoni, sul mio capo.

Mario Luzi

1942

da “Un brindisi”, Sansoni, Firenze, 1946

Giardino d’estate – Louise Glück

Foto di Bert Hardy

1.

Diverse settimane fa ho scoperto una fotografia di mia madre
seduta al sole, la sua faccia arrossata come per un successo o un trionfo.
Il sole splendeva. I cani
dormivano ai suoi piedi dove dormiva anche il tempo,
calmo e immobile come in ogni fotografia.

Ho spazzato via la polvere dal viso di mia madre.
La polvere, in effetti, copriva tutto; mi sembrava la foschia
persistente di nostalgia che protegge tutte le reliquie dell’infanzia.
Sullo sfondo, un assortimento di mobili da giardino, alberi e arbusti.

Il sole si spostava più in basso nel cielo, le ombre si allungavano e si oscuravano.
Più polvere ho rimosso, più queste ombre crescevano.
L’estate è arrivata. I bambini
si sporgevano oltre la siepe di rose, le loro ombre
si fondevano con le ombre delle rose.

Una parola mi è venuta in mente, riguardo
a questi spostamenti e cambiamenti, a queste cancellazioni
che adesso erano evidenti –

apparve e altrettanto rapidamente svanì.
Era cecità o oscurità, pericolo, confusione?

Arrivò l’estate, quindi l’autunno. Le foglie mutano
i bambini dei punti luminosi in una miscela di bronzo e terra di siena.

2.

Quando mi fui un po’ ripresa da questi eventi,
ho rimesso la fotografia come l’avevo trovata
tra le pagine di un antico libro rilegato,
molti suoi brani erano stati
annotati a margine, a volte con frasi ma più spesso
con vivaci domande ed esclamazioni
dal significato di “sono d’accordo” o “non sono sicuro, perplesso” —

L’inchiostro era sbiadito. In alcuni punti non capivo
quali pensieri fossero venuti in mente al lettore
ma attraverso le macchie potevo percepire
un senso di gravità, come se fossero cadute lacrime.

Ho tenuto il libro per un po’.
Era Morte a Venezia (in traduzione);
Avevo segnato la pagina nell’ipotesi in cui, come credeva Freud,
nulla accadesse per caso.

Così la piccola fotografia
è stata nuovamente sepolta, come il passato è sepolto nel futuro.
A margine c’erano due parole,
collegate da una freccia: “sterilità” e, in fondo alla pagina, “oblio” —

“E gli sembrava che il pallido e adorabile
Evocatore là fuori gli avesse sorriso e fatto cenno … “

3.

Com’è tranquillo il giardino;
nessuna brezza scuote la ciliegia del Corniolo.
L’estate è arrivata.

Com’è tranquillo
ora che la vita ha trionfato. I rozzi

pilastri dei sicomori
sostengono le mensole
immobili del fogliame,

il prato sottostante
lussureggiante, iridescente —

E in mezzo al cielo
il dio immodesto.

Le cose stanno, dice. Sono, non cambiano;
la risposta non cambia.

Com’è silenzioso il palcoscenico
come anche il pubblico; sembra
che respirare sia un’intrusione.

Deve essere molto vicino,
l’erba è senza ombre.

Com’è tranquillo, com’è silenzioso,
come un pomeriggio a Pompei.

4.

Madre morta la scorsa notte,
Madre che non muore mai.

L’inverno era nell’aria,
a molti mesi di distanza
ma comunque nell’aria.

Era il dieci di maggio.
Fiori di melo e giacinto
sbocciati nel giardino sul retro.

Potremmo sentire
Maria che canta canzoni dalla Cecoslovacchia —

Quanto sono sola –
canzoni di questo tipo.

Quanto sono sola
né madre, né padre –
il mio cervello sembra così vuoto senza di loro.

Gli aromi uscivano dalla terra;
i piatti erano nel lavandino,
risciacquati ma non in ordine.

Sotto la luna piena
Maria stava piegando la biancheria;
le lenzuola rigide erano diventate
rettangoli di luce lunare asciutti e bianchi.

Quanto sono sola, ma nella musica
la mia desolazione è la mia gioia.

Era il decimo giorno di maggio
come era stato il nono, l’ottavo.

La madre dormiva nel suo letto,
le braccia tese, la testa
in equilibrio tra di esse.

5.

Beatrice ha portato i bambini al parco di Cedarhurst.
Il sole splendeva. Aeroplani
passavano avanti e indietro, pacifici perché la guerra era finita.

Era il mondo della sua immaginazione:
vero e falso non aveva importanza.

Appena lucidato e scintillante —
quello era il mondo. La polvere
non era ancora precipitata sulla superficie delle cose.

Gli aerei passavano avanti e indietro, diretti
a Roma e Parigi — non potevi arrivarci
a meno che non sorvolassi il parco. Tutto
deve passare, niente può fermarsi —

I bambini si tenevano per mano, chinandosi
ad annusare le rose.
Erano cinque e sette.

Infinito, infinito: quella
era la sua percezione del tempo.

Si sedette su una panchina, un po’ nascosta dalle querce.
Lontano, la paura si avvicinò e se ne andò;
dalla stazione dei treni ne giungeva il suono.
Il cielo era rosa e arancione, più vecchio perché la giornata era finita.

Non c’era vento. Il giorno d’estate
proietta ombre a forma di quercia sull’erba verde.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

A summer garden 

1.

Several weeks ago I discovered a photograph of my mother
sitting in the sun, her face flushed as with achievement or triumph.
The sun was shining. The dogs
were sleeping at her feet where time was also sleeping,
calm and unmoving as in all photographs.

I wiped the dust from my mother’s face.
Indeed, dust covered everything; it seemed to me the persistent
haze of nostalgia that protects all relics of childhood.
In the background, an assortment of park furniture, trees, and shrubbery.

The sun moved lower in the sky, the shadows lengthened and darkened.
The more dust I removed, the more these shadows grew.

Summer arrived. The children
leaned over the rose border, their shadows
merging with the shadows of the roses.

A word came into my head, referring
to this shifting and changing, these erasures
that were now obvious —

it appeared, and as quickly vanished.
Was it blindness or darkness, peril, confusion?

Summer arrived, then autumn. The leaves turning,
the children bright spots in a mash of bronze and sienna.

2.

When I had recovered somewhat from these events,
I replaced the photograph as I had found it
between the pages of an ancient paperback,
many parts of which had been
annotated in the margins, sometimes in words but more often
in spirited questions and exclamations
meaning “I agree” or “I’m unsure, puzzled”—

The ink was faded. Here and there I couldn’t tell
what thoughts occurred to the reader
but through the blotches I could sense
urgency, as though tears had fallen.

I held the book awhile.
It was Death in Venice (in translation);
I had noted the page in case, as Freud believed,
nothing is an accident.

Thus the little photograph
was buried again, as the past is buried in the future.
In the margin there were two words,
linked by an arrow: “sterility” and, down the page, “oblivion”—

“And it seemed to him the pale and lovely
Summoner out there smiled at him and beckoned…”

3.

How quiet the garden is;
no breeze ruffles the Cornelian cherry.
Summer has come.

How quiet it is
now that life has triumphed. The rough

pillars of the sycamores
support the immobile
shelves of the foliage,

the lawn beneath
lush, iridescent—

And in the middle of the sky,
the immodest god.

Things are, he says. They are, they do not change;
response does not change.

How hushed it is, the stage
as well as the audience; it seems
breathing is an intrusion.

He must be very close,
the grass is shadowless.

How quiet it is, how silent,
like an afternoon in Pompeii.

4.

Mother died last night,
Mother who never dies.

Winter was in the air,
many months away
but in the air nevertheless.

It was the tenth of May.
Hyacinth and apple blossom
bloomed in the back garden.

We could hear
Maria singing songs from Czechoslovakia—

How alone I am—
songs of that kind.

How alone I am,
no mother, no father—
my brain seems so empty without them.

Aromas drifted out of the earth;
the dishes were in the sink,
rinsed but not stacked.

Under the full moon
Maria was folding the washing;
the stiff sheets became
dry white rectangles of moonlight.

How alone I am, but in music
my desolation is my rejoicing.

It was the tenth of May
as it had been the ninth, the eighth.

Mother slept in her bed,
her arms outstretched, her head
balanced between them.

5.

Beatrice took the children to the park in Cedarhurst.
The sun was shining. Airplanes
passed back and forth overhead, peaceful because the war was over.

It was the world of her imagination:
true and false were of no importance.

Freshly polished and glittering —
that was the world. Dust
had not yet erupted on the surface of things.

The planes passed back and forth, bound
for Rome and Paris — you couldn’t get there
unless you flew over the park. Everything
must pass through, nothing can stop—

The children held hands, leaning
to smell the roses.
They were five and seven.

Infinite, infinite—that
was her perception of time.

She sat on a bench, somewhat hidden by oak trees.
Far away, fear approached and departed;
from the train station came the sound it made.

The sky was pink and orange, older because the day was over.
There was no wind. The summer day
cast oak—shaped shadows on the green grass.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Usi della poesia – Lawrence Ferlinghetti

 

A cosa serve oggi la poesia
A cosa serve Per cosa è buona
nei giorni e nelle notti dell’Epoca di Autoapocalisse
nella quale la poesia è stata asfaltata
per farne autostrade per eserciti di notte
come in quel paradiso di palme al nord di Nicaragua
dove le promesse fatte nelle piazze
saranno tradite nell’interno
o nei campi tanto verdi
nel Centro Armi Navali di Concord
dove treni armati travolgono i dimostranti verdi
dove la poesia è resa importante dalla sua assenza
l’assenza di uccelli in un paesaggio estivo
la mancanza d’amore in un letto a mezzanotte
o la mancanza di luce a mezzogiorno nei piani alti
Perché perfino la brutta poesia ha rilevanza
per quello che non dice
per quello che tralascia
E che cosa del sole che scorre
nelle maglie del mattino
che cosa delle notti bianche e delle bocche del desiderio
labbra che ripetono e ripetono Lulu Lulu
e tutte le cose nate con le ali che cantano
e pianti lontani lontani sulla spiaggia al tramonto
e luce sempre accesa su terra e mare
e caverne misurate dall’uomo
dove una volta scorrevano fiumi sacri
vicino a città vicine al mare
nelle quali camminiamo e passeggiamo distratti
costantemente meravigliati
dallo spettacolo pazzo dell’esistenza
e tutti questi animali parlanti su ruote
eroi ed eroine con mille occhi
con cuori curvati e sopraanime nascoste
senza più miti da chiamare propri
costantemente meravigliati come anch’io sono
da questi bipedi a facce nude in abiti
questi comici improvvisatori
pallidi idoli nelle strade di notte
ballerini in estasi nella polvere dell’Ultimo Valzer
in quest’epoca di Autoapocalisse ingorgata
dove la voce del poeta risuona ancora distante
la voce della Quarta Persona Singolare
la voce nella voce della tartaruga
la faccia dietro la faccia della razza
un libro di luce nella notte
la voce stessa della vita come Whitman la udì
una tenera risata selvaggia
(ah, ma liberarla ancora
dal word-processor della mente!)
E io sono il cronista di un giornale
di un altro pianeta
arrivato a riportare una storia terra terra
sul Cosa Quando Dove Come e Perché
di questa sorprendente vita quaggiù
e degli strani clown che la controllano 
i curiosi clown che la controllano
con le mani sui davanzali
di tremende officine indemoniate
che gettano le loro ombre oscure
sulla grande ombra della terra
alla fine di un tempo sconosciuto
nel supremo hashish dei nostri sogni

Lawrence Ferlinghetti

(Traduzione di Lucia Cucciarelli)

dalla rivista “Poesia”, Luglio/Agosto 1996, N. 97, Crocetti Editore

Materia madre – Giuseppe Conte

 

La materia è la madre nostra comune
siamo le zolle di terra da dove scocca
le sue frecce di primavera il papavero
e da dove cresce il grano
siamo l’erba sottile e i rami
giganti del cedro e le foglie del banano,
la materia è la madre, siamo le gocce
della pioggia che benedice e feconda
l’acqua dei fiumi che si può bere
l’acqua salata dell’onda
e della marea, siamo la pietra rocciosa
che strapiomba tra agavi e cactus
la sabbia del deserto tutta rosa
di nebbia e di miraggi.

La materia è la madre nostra comune
in lei siamo fratelli, siamo i raggi
del pianeta Venere, i ghiacci delle comete
le corolle abissali delle nebulose
costellazioni ancora segrete
e quelle dell’Orsa, del Toro, delle Pleiadi.

Lo Spirito che ci genera
come uomini e ci dà il canto
ama la materia e il suo grembo
come l’amò all’inizio, quando
la penetrò con un moto
vorticoso e veloce
finché fu
luce.

Giuseppe Conte

da “Ferite e rifioriture”, “Lo Specchio” Mondadori, 2006

da «I quaderni di Malte Laurids Brigge» – Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke a Mosca in un disegno di Léonid Pasternak. Collezione privata.

 

[…]

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

[…]

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Furio Jesi)

da “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, Garzanti, 1974