L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra – Alfonso Gatto

Mario Giacomelli, da Carolin Branson, 1971-1983

 

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…

Forse è più dolce piangermi che avermi.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973

Il salice – Anna Andreevna Achmatova

Irene Kung, Salice, 2015

E il decrepito fascio degli alberi
                              Puškin¹

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e piú di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lí sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio… come se fosse morto un fratello.

Anna Andreevna Achmatova

 1940.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “Anna Achmatova, La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

Ива

И дряхлый пук дерев.
                       Пушкин

А я росла в узорной тишине,
В прохладной детской молодого века.
И не был мил мне голос человека,
А голос ветра был понятен мне.
Я лопухи любила и крапиву,
Но больше всех серебряную иву.
И, благодарная, она жила
Со мной всю жизнь, плакучими ветвями
Бессонницу овеивала снами.
И — странно! — я ее пережила.
Там пень торчит, чужими голосами
Другие ивы что-то говорят
Под нашими, под теми небесами.
И я молчу… Как будто умер брат.

Анна Андреевна Ахматова

da “Сочинения. Т.1: Стихотворения и поэмы”, Художественная литература, 1990

La prima redazione, pubblicata su «Zvezda», n. 3-4 (1940), non ha titolo.
¹ L’epigrafe è tratta dalla lirica di Puškin, Carskoe Selo.

«La notte cade cieca» – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

La notte cade cieca
quando dal palcoscenico spettrale
il peso del cielo diventa insopportabile,
l’aria velata di quelle mancanze banali
che sottili si infilano furtive tra le rughe.

Pare che da un momento all’altro
tutto intorno possa crollare nell’angoscia.

Ho sentito tra le dita quanto
mi potesse mancare la tua mano,
non ti vengo a cercare e
nemmeno oggi ti ho voluto pensare.

Mi sento infinito sul tetto di questa notte
mentre lancio verso il tuo orizzonte
un accento d’amore a te,
nemmeno ricordo il sapore dei tuoi baci.

Thomas Amadei

23/03/2020

La luna e il tasso – Sylvia Plath

 

Questa è la luce della mente, fredda e planetaria.
Gli alberi della mente sono neri. La luce è azzurra.
Le erbe mi riversano sui piedi le loro angosce come se fossi Dio,
pungendomi le caviglie e mormorando la loro umiltà.
Brume fumose, spiritali, abitano questo luogo
che una fila di lapidi separa dalla mia casa.
Non vedo proprio dove si possa andare.

La luna non è una porta. È una vera faccia,
bianca come una nocca e stravolta.
Si trascina dietro il mare come un delitto oscuro, è silenziosa,
la bocca fissa nell’O della disperazione. Io vivo qui.
La domenica le campane per due volte fanno trasalire il cielo —
otto grandi lingue che affermano la Resurrezione.
Alla fine rintoccano sobriamente i loro nomi.

Il tasso indica l’alto. Ha una forma gotica.
Gli occhi lo seguono e trovano la luna.
La luna è mia madre. Non è dolce come Maria.
Le sue vesti azzurre sprigionano pipistrelli e gufi.
Come vorrei credere nella tenerezza —
Il volto dell’effigie, addolcito dalle candele,
che china, proprio su di me, gli occhi soavi.

Sono caduta lontano. Le nuvole fioriscono
azzurre e mistiche sul volto delle stelle.
Dentro la chiesa, i santi saranno tutti azzurri,
fluttuanti su piedi delicati sopra i banchi freddi,
le mani e i volti rigidi di santità.
La luna non vede nulla di tutto questo. È calva e forsennata.
E il messaggio del tasso è il nero — il nero e il silenzio.

Sylvia Plath

22 ottobre 1961

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Ariel”, in “I capolavori di Sylvia Plath”, Mondadori, Milano, 2004

∗∗∗

The Moon and the Yew Tree

This is the light of the mind, cold and planetary.
The trees of the mind are black. The light is blue.
The grasses unload their griefs on my feet as if I were God,
Prickling my ankles and murmuring of their humility.
Fumy, spiritous mists inhabit this place
Separated from my house by a row of headstones.
I simply cannot see where there is to get to.

The moon is no door. It is a face in its own right,
White as a knuckle and terribly upset.
It drags the sea after it like a dark crime; it is quiet
With the O-gape of complete despair. I live here.
Twice on Sunday, the bells startle the sky —
Eight great tongues affirming the Resurrection.
At the end, they soberly bong out their names.

The yew tree points up. It has a Gothic shape.
The eyes lift after it and find the moon.
The moon is my mother. She is not sweet like Mary.
Her blue garments unloose small bats and owls.
How I would like to believe in tenderness —
The face of the effigy, gentled by candles,
Bending, on me in particular, its mild eyes.

I have fallen a long way. Clouds are flowering
Blue and mystical over the face of the stars.
Inside the church, the saints will be all blue,
Floating on their delicate feet over the cold pews,
Their hands and faces stiff with holiness.
The moon sees nothing of this. She is bald and wild.
And the message of the yew tree is blackness — blackness and silence.

Sylvia Plath

22 October 1961

da “Ariel”, London, Faber and Faber, 1965

Confini – Antonella Anedda

 

L’ennesima notizia della strage arriva questa sera
nell’ora in cui messi gli ultimi panni in lavatrice
si scoperchiano i letti per dormire.
Sullo schermo del televisore unica luce nella stanza buia
scorrono visi morti e morti vivi, lampi di armi,
corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane.
La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla
ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia.
Ha inizio un assedio senza nome.
Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate
in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi
intenti a costruire le nostre piramidi di beni.

Antonella Anedda

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018