Parole del tuffatore di Paestum – Roberto Mussapi

PaestumTaucher

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io sono l’anima di tuo padre, il tuffatore:
ti ho seguito ogni giorno, ti sono accanto,
conosco come allora le tue zone d’ombra,
il linguaggio dei moti tracciato dalla tua faccia,
niente è cambiato da allora, in questo senso.
Questa è la prima cosa che ho scoperto,
la prima che volevo dirti: non cambia la percezione
dei tuoi attimi, come non cambiava
di notte, nel sonno, o per la distanza.
So che questo mio soffio (dal fondo dell’acqua, tra le attinie)
sarà per te come le mie parole un tempo:
che ti infondevano memoria e coraggio,
più del vino o di una donna che ti guarda.
La mia prima scoperta, la prima verità è che nulla
si spezza nel segreto dell’anima.
Il resto è confuso, è presto
per cercare di riferirti,
coralli, attinie, vite che si disegnano da un moto
d’acqua e si dileguano all’istante.
Non tutto è luce, trasparenza, silenzio,
cunicoli di buio, respiri compressi, poi voci
che inalano in me come se io parlassi.
Scivolo verso un fondo sempre più distante
e sento che una luce sommersa mi chiama da Oriente:
non so dove finisca, per ora,
non so che cosa sia ma so che amore
la muove e ne determina il respiro.
Di questo viaggio parlerò più avanti,
quando esperito sarà conoscenza,
posso parlarti di quanto ho lasciato,
sopra la superficie azzurra delle acque,
tra le sabbie bianchissime, le palme,
l’ombra degli ulivi, il vino
che veniva versato dalle anfore:
ama la terra rosa nel tramonto,
immergiti nel mare per gioco, come un tritone,
gusta la frutta, il pane, bevi e mangia,
ascolta le risa delle ragazze,
cerca la loro bocca, ridi e dispèrati,
ringrazia ogni giorno il tuo paese lucente.
Io non sono tuo padre ma la sua anima,
non so quello che vivo ma ricordo,
la riva, la piscina, i colori che formano
lo strano disegno della vita mortale.
Vivi in quella ceramica smagliante e attendi
quanto saprò dirti più avanti, alla fine del viaggio.
Ma ora che dormi come quando in una culla
sembravi cercare i segreti del mondo,
ora che hai spalle più larghe e più radi i capelli,
ascolta le parole della mia anima:
non so molto di lei – di me stessa –
(è presto, figlio, non conosco abbastanza,
ho appena iniziato, sto nuotando),
non pensare al mio corpo (è tardi,
perle, quelli che furono i miei occhi,
e le mie labbra contratte in corallo),
ma ho conoscenza del loro matrimonio,
di quando vivevano all’unisono nel mondo
e io, anima di tuo padre, il tuffatore
ti consegno solo questa esperita certezza
(dal fondo dell’abisso, nel brivido del tuffo):
che anche l’uomo può amare eternamente.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

Fiume poesia – Antonis Fostieris

Foto di Minor White

 

Caddi in una buca di bianco e mi bruciai.

Eppure la poesia è un fiume
Una meravigliosa umidità
Credo che plachi l’ira del silenzio
Se l’ho tradito. Non ho colpa, lo giuro.
Alcuni hanno dimenticato sulla mensola un vaso di vocali
Che avrei potuto raggiungere. Poi imparai a costruire barchette
Con bucce di sillabe. Piccole quanto il dito di un bimbo,
Le gettavo nell’acqua corrente –
Allora capii: solo la separazione
Unisce gli uomini. Il resto
Lo sapete da altri racconti. Come “indietro non si torna”
Come “non è possibile bagnarsi due volte nella stessa acqua” e simili.
Ce l’hanno detto e ripetuto, come se l’evidenza
Necessitasse d’interpretazione. Ma la poesia
È un fiume di lacrime estranee. Bambino diventato adulto
Lo vedo spesso tornare alla sua piccola fonte.
E quando si gonfia
Di troppo amore,

                          Annega.

Antonis Fostieris

(Traduzione di Nicola Crocetti) 

da “Il pensiero appartiene al dolore (1966)”, in “Nostalgia del presente”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Ποτάμι ποίημα

Ἔπεσα σέ λάϰϰο μέ ἄσπρο ϰαί ϰάηϰα.

Ὅμως τό ποίημα εἶναι ποτάμι
Καί μια ὑγρασία θαυμαστιϰή
Θαρρῶ γλυϰαίνει τή σιωπή ἀπ’ τήν ὀργή της
Ἂν τήν πρόδωσα. Δέ φταίω, τ’ ὁρϰίζομαι.
Κάποιοι ξεχάσαν ἕνα βάζο μέ φωνήεντα στο ράφι
Πού θά τό’ φτανα. Ὕστερα ἔμαθα μέ φλοῦδες συλλαβῶν
Νά φτιάνω πλοῖα. Μιϰρά, ὅσο το δάχτυλο παιδιοῦ
Καί τά’ ριχνα μές στύ νεράϰι πού ἔέφευγε –
Τότε ϰατάλαβα: μονάχα ὁ χωρισμός
Ἑνώνει τούς ἀνθρώπους. Τά ὑπόλοιπα
Τά ξέρετε ἀπό ἄλλες διηγήσεις. Πώς “πίσω δέ γυρνάει”
Πώς “δίς ἐμβῆναι τῷ αύτῷ οὐϰ ἔστιν” ϰαί τά ὅμοια.
Μᾶς τά’ παν, τά ξανάπαν, σάν τό αὐτονόητο
Νά εἶχε χρείαν ἐρμηνείας. Ἀλλά τό ποίημα
Εἶναι ποτάμι ἀπό δάϰρυα ξένα. Παιδί πού ἀντρώθηϰε
Συχνά τό βλέπω νά γυρνάει πρός τήν πηγούλα του.
Κι ὅταν φουσϰώνει
Ἀπ’ τήν πολλήν ἀγάπη,

                                      Πνίγει.

Ἀντώνης Φωστιέρης

da “Ἡ σϰέφη ἀνήϰεί στη λύπη”, 1996 

La rosa bianca – Attilio Bertolucci

Dorothy Barton, Emma Barton (née Rayson), 1872-1938

 

Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Attilio Bertolucci

da “Fuochi in novembre”, Minardi, Parma, 1934

Agonia – Cesare Pavese

Manuel Álvarez Bravo, El ensueño, 1931

 

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
cosí vero: soltanto, mi sento piú forte
che il mio corpo, e un tremore piú freddo accompagna il mattino.

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le striscie di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di esser io che passavo – una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni:
ora è come quel pianto non fosse mai stato.

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore – perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.

Cesare Pavese

[1933]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Se non mi avessi dato la poesia, Signore – Nikiforos Vrettakos

Herbert List, Church, Cyclades Island of Mykonos, Greece

 

Se non mi avessi dato la poesia, Signore,  
non avrei nulla per vivere.
Questi campi non sarebbero miei.
Mentre ora ho la fortuna di possedere meli,
le mie pietre buttano rami,
i miei pugni si riempiono di sole,
di gente il mio deserto,
di usignoli i miei giardini.

Allora, come ti sembrano? Hai visto
le mie spighe, Signore? Hai visto le mie vigne?
Hai visto che bella la luce che cade
sulle mie valli serene?
E ho ancora tempo!
Non ho dissodato tutto il mio terreno, Signore.
Mi ara il mio dolore e cresce la mia eredità.
Prodigo il mio sorriso come pane che si divide.
                                                                         Tuttavia
non scialacquo a vanvera il tuo sole.
Non butto nemmeno una briciola di ciò che mi dai.
Perché penso alla desolazione e ai rovesci dell’inverno.
Perché verrà la mia sera. Perché fra poco giungerà
la mia sera, Signore, e prima di partire
devo aver reso la mia capanna una chiesa
per i pastori dell’amore.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il tempo e il fiume, 1957)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Ἂν δέ μούδινες την ποίηση, Κύριε

Ἂν δέ μοὔδινες τήν ποίηση, Κύριε,
δέ θἆχα τίποτα για νά ζήσω.
Αὐτά τά χωράφια δέ θἆταν διϰά μου.
Ἐνῶ τώρα εὐτύχησα νἄχω μηλιές,
νά πετάξουνε ϰλώνους οἱ πέτρες μου,
νά γιομίσουν οἱ φοῦχτες μου ἥλιο,
ἡ ἔρημός μου λαό,
τά περιβόλια μου ἀηδόνια.

Λοιπόν, πῶς σοῦ φαίνονται; Είδες
τά στάχια μου, Κύριε; Είδες τ’ ἀμπέλια μου;
Είδες τί ὄμορφα πού πέφτει τό φῶς
στίς γαλήνιες ϰοιλάδες μου;
Κι ἔχω ἀϰόμη ϰαιρό!
Δέν ξεχέρσωσα ὅλο το χῶρο μου, Κύριε.
Μ’ ἀνασϰάφτει ὁ πόνος μου ϰι ὁ ϰλῆρος μου μεγαλώνει.
Ἀσωτεύω το γέλιο μου σάν ψωμί πού μοιράζεται.
                                                                                   Ὡστόσο,
δέν ξοδεύω τον ἥλιο σου ἄδιϰα.
Δέν πετῶ οὔτε ψίχουλο ἀπ’, τι μοῦ δίνεις.
Γιατί σϰέφτομαι τήν ἐρμιά ϰαί τις ϰατεβασιές τοῦ χειμώνα.
Γιατί θἄρθει τύ βράδυ μου. Γιατί φτάνει ὅπου νἆναι
το βράδυ μου, Κύριε, ϰαί πρέπει
νἄχω ϰάμει πρίν φύγω τήν ϰαλύβα μου ἐϰϰλησιά
γιά τούς τσοπάνηδες τῆς ἀγάπης.

Νιϰηφόρος Βρεττάϰος

da “ Ό χρόνος καί τό ποτάμι, 1952-1956”, Διφρος, 1957