Addio a Nausicaa – Piero Bigongiari

Édouard Boubat, Lella sur la plage, France

 

Credo di averti visto nella perdita
con un accento, penso, inobliabile.
(Ma si perde qualcosa nell’oblio
o si acquista qualcosa d’impensato
forse più che nel suo vano ricordo?).
Il fuoco che dilunga le tue rive
più e più si allontana entro di noi?
Chi scrive o pensa o solo anche ricorda,
come una corda d’arco che si tende
mette in contatto i propri estremi. Io credo,
proprio per non lasciarti, di averti
lasciata al tuo saluto più incerto,
più lontano d’ogni distanza, ed eri
a un passo da me, dal mio passo.
Sul chi vive è ormai solo il pensiero
che erto altro non scorge entro di sé
di più diviso di quanto più è prossimo,
anzi quasi lo stesso: è la lama
nella ferita, l’occhio nella brama,
che tiene unito quanto si allontana,
labbra già sanguinanti del silenzio
che s’infebbra e le screpola. È l’addio.

Scruta il mare il nocchiero e non sa
se temere che l’orizzonte porga
altri approdi, o se desiderarli.
Vidi in città nebbiose ardere un raggio
di sole.  Era il tuo sguardo? O forse era
quanto già visto che nell’invisibile
penetrava per me. Che devo dirti,
amata, che l’amore è sempre a mezzo
e sempre estremo? Il remo che ora sciacqua,
nell’acqua glauca della mente esplora
con più forza l’aurora in cui si scioglie
a poco a poco il calore del sole.

Mi volto, posso ormai voltarmi in giro,
ma altro non ammiro che il silenzio
in cui, appena sorge, la parola
abbandona il purpureo rumore
in cui cerca il tuo nome. Ormai lo ignoro,
ove non sia, fluttuante, l’ugola
del mare a suggerlo in un singhiozzo.
Io so tutto di te, o almeno credo,
perché più nulla so di te, né mai
ho saputo oltre il tuo sorriso, il lieve
arcuarsi delle labbra: la parola
era inutile, quella sola ch’io
attendevo da te, altro non era
che il chiudersi della viola quando il sole,
questo che vedo qui sulle onde spremere
i suoi ultimi raggi, allontanava
dalla felicità il proprio gemito.

Ritornerai nelle tue stanze, avrai
quel sorriso da donare a qualcuno.
Ma io sarò dietro le tue porte uno
che non vi è, il sospiro del vento.
Premerai con dolcezza più ostinata
quelle ante prima di spalancarle.
Il biancospino lì lieve si arrampica
dal più alto gradino su se stesso
e si ritorce: breve è lo spazio
in cui si espande e fiorisce; è anche dire
che solo nel più espanso si nasconde
più a fondo intrattenibile ogni impulso.
Terribile è il mistero dell’oblio,
ma trepido come la felce dietro cui
ti vidi la prima volta apparire.

Piero Bigongiari

3 maggio – 27 novembre ’90

da “La legge e la leggenda” (1986 – 1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Voglio descrivere il tuo corpo… – Ghiannis Ritsos

Josef Sudek, Nude Study, 1951

 

Parola carnale 11

Voglio descrivere il tuo corpo. Il tuo corpo è infinito. Il tuo corpo
è un tenue petalo di rosa in un bicchiere d’acqua chiara. Il tuo corpo
un bosco selvaggio con quaranta spaccalegna neri. Il tuo corpo
profonde umide valli prima che sorga il sole. Il tuo corpo
due notti con campanili, stelle filanti e treni deragliati. Il tuo corpo
un bar fioco con marinai ubriachi e mercenari di tabacchi: schiocchi di dita,
bicchieri rotti, bestemmie, sputi. Il tuo corpo
una flotta intera — sommergibili, corazzate, cannoniere; frastuono
d’ancore che salpano; l’acqua scorre sul ponte; un mozzo
si tuffa in mare dall’albero. Il tuo corpo
silenzio di molte voci lacerato da cinque coltelli, tre baionette e una spada. Il tuo corpo
una lago trasparente, — sul fondo si vede la bianca città sommersa. Il tuo corpo
un’enorme, indomita piovra dentro la boccia della luna, coi tentacoli rossi di sangue
sui viali illuminati dove nel pomeriggio
passò lento il corteo funebre dell’ultimo imperatore. Molti fiori calpestati
restano sull’asfalto bagnati di benzina. Il tuo corpo
un antico bordello in via del Borgo, le puttane vecchie e truccate
con grassi rossetti da due soldi; portano lunghe ciglia finte;
ce n’è anche una giovane alle prime armi, — prova piacere coi clienti,
lascia i soldi sul comodino, si scorda di contarli. Il tuo corpo
è una ragazzina rosa; se ne sta sotto il melo e mangia
una fetta di pane fresco e un pomodoro rosso salato; ogni tanto
s’infila un fiore di melo tra i seni. Il tuo corpo
una cicala nell’orecchio del vendemmiatore, — getta un’ombra viola sul suo collo bruno
e canta da sola quante non ne può dire tutta l’uva insieme. Il tuo corpo
una grande aia panoramica in cima alla collina —
undici cavalli bianchi vi trebbiano il grano della Scrittura; le paglie d’oro
ti appuntano piccoli specchi tra i capelli, e splendono i tre fiumi
dove chinano il capo grandi vacche nere con stemmi adamantini
a bere l’acqua e piangere. Il tuo corpo è infinito.
Indescrivibile il tuo corpo. E lo voglio descrivere,
stringerlo più forte il tuo corpo, contenerlo,  e che mi contenga.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Parola carnale”, 1981

Nàufraghi – Antonia Pozzi

Nicolas Henri, Eternal, 2008

 

Nàufraghi sugli scogli
ognuno narra
a sé solo – la storia di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

Antonia Pozzi

19 dicembre 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

da «Le avventure perdute» – Alejandra Pizarnik

Maya Deren, in “Meshes of an Afternoon”, di Maya Deren, 1943

TEMPO

Io non so dell’infanzia
che un timore luminoso
e una mano che mi trascina
sull’altra mia sponda.

La mia infanzia e il suo profumo
di uccello accarezzato.

a Olga Orozco
LA NOTTE

Della notte so poco
ma di me la notte sembra sapere,
e piú ancora, mi assiste come se mi amasse,
mi ammanta di stelle la coscienza.

Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è nulla
e nulla le nostre congetture
e nulla gli esseri che la vivono.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nel vuoto enorme dei secoli
che ci graffiano l’anima coi ricordi.

Ma la notte conosce la miseria
che succhia il sangue e le idee.
Scaglia l’odio, la notte, sui nostri sguardi
che sa pieni di interessi, di incontri mancati.

Ma accade che la notte, ne senta il pianto nelle ossa.
Delira la sua lacrima immensa
e grida che qualcosa è partito per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

DA QUESTA SPONDA
Sono pura
perché la notte che mi rinchiudeva
nella sua nerezza mortale
è fuggita.
W. BLAKE

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amica della morte.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “Le avventure perdute” (1958), in “Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

de «LAS AVENTURAS PERDIDAS» (1958)
TIEMPO

Yo no sé de la infancia
más que un miedo luminoso
y una mano que me arrastra
a mi otra orilla.
 
Mi infancia y su perfume
a pájaro acariciado.

a Olga Orozco
LA NOCHE

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
 
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.
 
Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.
 
Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima inmensa delira
y grita que algo se fue para siempre.
 
Alguna vez volveremos a ser.

DESDE ESTA ORILLA
Soy pura
porque la noche que me encerraba
en su negror mortal
ha huido.
W. BLAKE

Aun cuando el amado
brille en mi sangre
como una estrella colérica,
me levanto de mi cadáver
y cuidando de no hollar mi sonrisa muerta
voy al encuentro del sol.
 
Desde esta orilla de nostalgia
todo es ángel.
La música es amiga del viento
amigo de las flores
amigas de la lluvia
amiga de la muerte.

Alejandra Pizarnik

da “Las aventuras perdidas” (1958), in “Alejandra Pizarnik, Poesía Completa”, Lumen Barcellona, 2001

Il porto – Antonia Pozzi

Arnold Böcklin, Ruine am Meer, 1880

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Antonia Pozzi

20 febbraio 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964