La sonata al chiaro di luna – Ghiannis Ritsos

Foto di Rebecca Litchfield

(Sera primaverile. Grande stanza di una vecchia casa. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non hanno acceso la luce. Dalle due finestre entra un implacabile chiaro di luna. Ho dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato due o tre interessanti raccolte di versi di ispirazione religiosa. Dunque, la Donna in Nero parla al Giovane):

Lasciami venire con te. Che luna stasera! 
La luna è buona – non si vedrà 
che si sono imbiancati i miei capelli. La luna 
me li farà di nuovo biondi. Non te ne accorgerai. 
Lasciami venire con te. 

Con la luna ingrandiscono le ombre nella casa, 
mani invisibili tirano le tende, 
un dito pallido scrive sulla polvere del piano 
parole dimenticate – non le voglio sentire. Taci. 

Lasciami venire con te 
poco piú avanti, fino al recinto del mattonificio, 
fin dove la strada svolta e appare 
la città d’aria e di cemento, calcinata dal chiaro di luna, 
cosí indifferente e immateriale,
cosí positiva, quasi metafisica, 
che puoi finalmente credere che esisti e non esisti 
che non sei mai esistito, non è esistito il tempo con la sua rovina. 
Lasciami venire con te. 

Ci sederemo un poco sul muretto, sull’altura, 
rinfrescandoci al vento di primavera 
forse immagineremo pure di volare, 
perché spesso, e perfino ora, sento il fruscío della mia veste 
che pare il battito di due ali forti, 
e quando ti chiudi in questo rumore del volo 
senti tendersi il collo, i fianchi, la tua carne, 
e cosí stretto nei muscoli del vento azzurro, 
nei nervi robusti dell’altezza, 
non ha importanza che tu parta o torni 
né conta che i miei capelli siano bianchi,
(non è questo che mi dà pena – mi dà pena 
che non mi s’imbianchi anche il cuore). 
Lasciami venire con te. 

Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore, 
solo verso la gloria e la morte. 
Lo so. L’ho provato. Non giova a niente. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa è abitata dai fantasmi, mi scaccia –
voglio dire ch’è invecchiata molto, i chiodi si staccano, 
i quadri è come se si tuffassero nel vuoto, 
gli intonaci cadono in silenzio
come il cappello del morto cade dall’attaccapanni nel corridoio scuro 
come il guanto di lana consunto cade dalle ginocchia del silenzio 
o come una striscia di luna cade sulla vecchia poltrona sventrata. 

Un tempo era giovane anche lei – non la foto che guardi con tanta diffidenza, 
parlo della poltrona, cosí riposante, potevi sedertici per ore 
e a occhi chiusi sognare a tuo piacimento
– un arenile umido e liscio, lucido per la luna, 
piú lucido delle mie vecchie scarpe di coppale che ogni mese porto dal lustrascarpe qui all’angolo, 
o della vela di un pescatore che si perde sul fondo cullata dal proprio respiro, 
una vela triangolare come un fazzoletto piegato di traverso 
come se non avesse nulla da chiudere o da contenere 
o da salutare sventolando. Ho sempre avuto la mania dei fazzoletti, 
non per tenervi ripiegato qualcosa, 
certi semi di fiori o camomilla raccolti nei campi verso sera, 
né farvi quattro nodi, come il berretto degli operai del cantiere di fronte, 
o per asciugarmi gli occhi – ho conservato buona la vista; 
non ho mai portato gli occhiali. Una semplice stravaganza i fazzoletti. 

Adesso li piego in quattro, in otto, in sedici 
per tenere occupate le dita. E ora mi ricordo 
che ritmavo cosí la musica quando andavo al Conservatorio 
col grembiule blu, il colletto bianco e due trecce bionde 
– 8, 16, 32, 64 –
per mano a un’amichetta-pesco tutta luce e fiori rosa, 
(perdona queste parole – una cattiva abitudine) – 32, 64 – e i miei riponevano 
grandi speranze nel mio talento musicale. Dunque, dicevo, la poltrona –
sventrata – si vedono le molle arrugginite, la paglia –
pensavo di portarla dal mobiliere qui accanto, 
ma chi ha il tempo, la voglia, i soldi  – che cosa riparare per prima? –
pensavo di buttarci su un lenzuolo – ho avuto paura 
del lenzuolo bianco con questo chiaro di luna. Qui si sono sedute 
persone che hanno sognato grandi sogni, come te, e come me del resto, 
e che ora riposano sottoterra senza che la pioggia o la luna li disturbi. 
Lasciami venire con te. 

Ci fermeremo un po’ in cima alla scala di marmo di San Nicola, 
poi tu scenderai e io tornerò indietro 
avendo sul fianco sinistro il calore del contatto casuale con la tua giacca, 
alcuni riquadri di luce delle piccole finestre del quartiere 
e questo fiato bianchissimo della luna che sembra un grande corteo di cigni d’argento –
non ho paura di questa frase, perché io 
molte notti di primavera, un tempo, ho dialogato con Dio, che mi è apparso 
nel manto di caligine e di gloria di un chiaro di luna come questo, 
e molti giovani, piú belli anche di te, gli ho sacrificato, 
svaporando cosí, bianca e inaccessibile nella mia fiamma bianca, nel biancore del chiaro di luna, 
incendiata dagli sguardi voraci degli uomini e dall’estasi incerta degli adolescenti, 
assediata da stupendi corpi abbronzati, 
da membra robuste addestrate nel nuoto, nei remi, nell’atletica, nel calcio (che fingevo di non vedere)
da fronti, labbra, colli, ginocchia, dita e occhi 
toraci, braccia, cosce (e davvero non li vedevo) 
 – sai, certe volte, ammirando, dimentichi quel che ammiri, ti basta l’ammirazione –
dio mio, che occhi pieni di stelle, e mi elevavo in un’apoteosi di stelle rifiutate 
perché, cosí assediata, da dentro e fuori, 
non mi restava altra via che verso l’alto o il basso. – No, non basta. 
Lasciami venire con te. 

Lo so che ormai si è fatto tardi. Lasciami, 
poiché per tanti anni, giorni e notti e meriggi purpurei, sono rimasta sola, 
irriducibile, immacolata e sola, 
perfino nel mio letto nuziale immacolata e sola, 
scrivendo versi gloriosi sulle ginocchia di Dio, 
versi che, ti assicuro, resteranno come scolpiti su un marmo irreprensibile 
oltre la mia vita e la tua, molto oltre. Non basta. 
Lasciami venire con te. 

Non fa piú per me questa casa. 
Non sopporto di portarla sulle spalle. 
Devi sempre badare a questo e a quello, 
a puntellare il muro con la grande credenza 
a puntellare la credenza con l’antichissimo tavolo intagliato 
a puntellare il tavolo con le sedie 
a puntellare le sedie con le mani 
a sostenere con la spalla la trave che ha ceduto. 
E il piano, chiuso come un feretro nero. Non osi aprirlo. 
Badare sempre a questo e a quello, che non cada, a non cadere tu. Non ce la faccio.
Lasciami venire con te. 

Questa casa, pur con tutti i suoi morti, non vuol saperne di morire. 
Si ostina a vivere con i suoi morti 
a vivere dei suoi morti 
a vivere della certezza della sua morte 
perfino a sistemare i suoi morti su letti e scaffali pericolanti. 
Lasciami venire con te. 

Qui, per quanto piano io cammini nel fiato della sera, 
in pantofole o scalza, 
qualcosa scricchiola – s’incrina un vetro o uno specchio, 
si odono passi – non sono i miei. 
Fuori, per strada, può darsi che non si odano questi passi –
il pentimento, dicono, porta scarpe di legno –
e se fai per guardare in questo specchio o in quello, 
dietro la polvere e le incrinature, 
scorgi piú opaco e frantumato il tuo viso, 
il tuo viso: non chiedesti altro alla vita che di conservarlo integro e puro. 

L’orlo del bicchiere riluce al chiaro di luna 
come un rasoio circolare – come portarlo alle labbra, 
pur cosí assetata? – Come? – Vedi? 
Ho ancora voglia di similitudini, – mi è rimasto questo, 
questo mi rassicura ancora che ci sono. 
Lasciami venire con te. 

A volte, quando fa sera, ho la sensazione 
che fuori delle finestre passi l’ambulante con la sua vecchia orsa pesante 
dal pelo pieno di lappole e di spine  
sollevando polvere sulla strada del quartiere
una nube solitaria di polvere che incensa il crepuscolo, 
e i bambini sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciano piú uscire 
benché dietro i muri loro indovinino i passi della vecchia orsa –
e l’orsa stanca incede nella saggezza della sua solitudine, senza un dove e un perché –
si è appesantita, non riesce piú a ballare sulle zampe posteriori
non riesce a portare la cuffia merlettata per far divertire i bambini, gli sfaccendati, gli esigenti, 
vuole solo stendersi a terra 
lasciando che le calpestino il ventre, giocando cosí il suo ultimo gioco,
mostrando la sua tremenda forza di rinuncia, 
la sua disobbedienza agli interessi altrui, agli anelli nelle labbra, alla necessità dei denti, 
la sua disobbedienza al dolore e alla vita 
con l’alleanza certa della morte – foss’anche di una morte lenta –
la sua estrema disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita 
che con la conoscenza e l’azione sale al di sopra della sua schiavitú. 

Ma chi può giocare fino alla fine questo gioco? 
E l’orsa si rialza e cammina 
obbediente al suo laccio, agli anelli, ai denti, 
sorridendo con le labbra lacere alle monete dei bambini belli e privi di sospetto 
(belli proprio perché privi di sospetto) 
e dicendo grazie. Perché gli orsi invecchiati 
hanno solo imparato a dire: grazie, grazie. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa mi soffoca. Anzi la cucina 
è come il fondo del mare. I bricchi appesi brillano 
come grossi occhi tondi di incredibili pesci, 
i piatti si muovono lenti come meduse, 
alghe e conchiglie mi si impigliano tra i capelli – non riesco piú a staccarle, 
non riesco a risalire in superficie –
il vassoio mi cade di mano senza rumore – mi accascio 
vedo salire, salire le bolle del mio respiro,
tento di svagarmi guardandole 
e mi chiedo cosa direbbe chi dall’alto vedesse queste bolle, 
forse che qualcuno annega, o che un sommozzatore esplora gli abissi? 

E davvero, non di rado scopro lí, nel fondo dove annego, 
coralli e perle e tesori di navi naufragate, 
incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro, 
quasi una conferma di eternità, 
un certo sollievo, un certo sorriso di immortalità, come si dice, 
una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo, 
coralli, perle e zaffiri; 
solo che non so donarli – no, li dono; 
solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono. 
Lasciami venire con te. 

Un momento, che prendo la maglia. 
Con questo tempo instabile, per quanto, dobbiamo premunirci. 
C’è umidità la sera, e la luna 
non ti pare, davvero, che faccia aumentare il fresco? 

Lascia che ti abbottoni la camicia – che petto forte hai, 
 – che luna forte – la poltrona, dico – e quando sollevo la tazzina dal tavolo 
resta sotto un foro di silenzio, ci metto subito la mano 
per non guardare dentro – rimetto a posto la tazzina; 
anche la luna è un foro nel cranio del mondo – non guardarci dentro, 
è una forza magnetica che attira – non guardare, non guardate, 
date retta a quello che vi dico – ci cadrete dentro. Questa bella vertigine, 
leggera – attento, cadi  –
è un pozzo di marmo la luna, 
si muovono ombre, ali mute, voci misteriose – non le udite? 

Profonda la caduta, 
profonda la risalita, 
l’aerea statua tesa tra le sue ali aperte, 
profonda la carità implacabile del silenzio –
luci tremule sull’altra riva, mentre oscilli sulla tua stessa fionda, 
respiro dell’oceano. Leggerissima, bella 
questa vertigine – sta’ attento che cadi. Non guardare me, 
il mio posto è l’oscillazione – la stupenda vertigine. Cosí ogni sera 
ho un po’ di mal di testa, certi capogiri. 

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte per qualche aspirina, 
a volte non mi va e resto con il  mal di testa 
a sentire il rumore sordo dei tubi dell’acqua dentro i muri, 
o mi faccio un caffè; sempre distratta 
e smemorata, ne preparo due – chi berrà il secondo? –
buffo davvero, lo lascio sul davanzale a raffreddarsi, 
o a volte bevo anche l’altro, guardando dalla finestra la lampadina verde della farmacia 
come la luce verde di un treno silenzioso che mi viene a prendere 
con i miei fazzoletti, le mie scarpe sformate, la mia borsa nera, le mie poesie, 
senz’alcuna valigia – per farne che? 
Lasciami venire con te. 

Ah, te ne vai? Buonanotte. No, non vengo. Buonanotte.
Tra poco esco. Grazie. Perché infine bisognerà
che esca da questa casa in rovina.
Devo vedere un po’ di città – no, non la luna –
la città con le sue mani callose, la città del salario quotidiano,
la città che giura sul pane e sul pugno,
la città che ci regge tutti sulle spalle 
con le nostre meschinità,  cattiverie, inimicizie,
con le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la vecchiaia,
devo sentire i grandi passi della città,
per non sentire piú i tuoi passi
né i passi di Dio, né i miei passi. Buonanotte.

(La stanza si fa buia. Si vede che una nube ha coperto la luna. D’un tratto, come se qualcuno avesse alzato il volume della radio del bar vicino, si ode una frase musicale molto nota. Allora mi sono reso conto che tutta questa scena era stata accompagnata a basso volume dalla Sonata al chiaro di luna, solo la prima parte. Ora il Giovane starà scendendo con un sorriso ironico, forse di commiserazione, sulle labbra ben disegnate, e con un senso di liberazione. Quando sarà arrivato a San Nicola, prima di scendere la scala di marmo, riderà − un riso forte, irrefrenabile. La sua risata non suonerà affatto sconveniente sotto la luna. Forse l’unica cosa sconveniente è che non c’è nulla di sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio e dirà: “La decadenza di un’epoca.” Cosí, ormai completamente tranquillo, si sbottonerà di nuovo la camicia  e andrà per la sua strada. Quanto alla Donna in Nero, non so se sia infine uscita di casa. Il chiaro di luna splende ancora. E negli angoli della stanza le ombre si stringono per un’incontenibile contrizione, quasi un’ira, non tanto per la vita, quanto per l’inutile confessione. Lo sentite? La radio continua):

Ghiannis Ritsos

Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

∗∗∗

Ἡ σονάτα τοῦ σεληνόφωτος

(Ἀνοιξιάτιϰο βράδι. Μεγάλο δωμάτιο παλιοῦ σπιτιοῦ. Μιά ἡλιϰιωμένη γυναίϰα ντυμένη στά μαῦρα μιλάει σ᾿ ἕναν νέο. Δέν ἔχουν ἀνάψει φῶς. Ἀπ᾿ τά δυό παράθυρα μπαίνει ἕνα ἀμείλιϰτο φεγγαρόφωτο. Ξέχασα νά πῶ ὅτι ἡ γυναίϰα μέ τά μαῦρα ἔχει ἐϰδώσει δυό-τρεῖς ἐνδιαφέρουσες ποιητιϰές συλλογές θρησϰευτιϰῆς πνοῆς. Λοιπόν, ἡ Γυναίϰα μέ τά μαῦρα μιλάει στόν Nέο):

Ἄφησέ με ναρθῶ μαζί σου. Τί φεγγάρι ἀπόψε!
Εἶναι ϰαλό τό φεγγάρι, – δέ θά φαίνεται
πού ἄσπρισαν τά μαλλιά μου. Τό φεγγάρι
θά ϰάνει πάλι χρυσά τά μαλλιά μου. Δέ θά ϰαταλάβεις.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Ὅταν ἔχει φεγγάρι, μεγαλώνουν οἱ σϰιές μές στό σπίτι,
ἀόρατα χέρια τραβοῦν τίς ϰουρτίνες,
ἕνα δάχτυλο ἀχνό γράφει στή σϰόνη τοῦ πιάνου
λησμονημένα λόγια – δέ θέλω νά τ᾿ ἀϰούσω. Σώπα.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου
λίγο πιό ϰάτου, ὡς τή μάντρα τοῦ τουβλάδιϰου,
ὡς ἐϰεῖ πού στρίβει ὁ δρόμος ϰαί φαίνεται
ἡ πολιτεία τσιμεντένια ϰι ἀέρινη, ἀσβεστωμένη μέ φεγγαρόφωτο,
τόσο ἀδιάφορη ϰι ἄϋλη,
τόσο θετιϰή σάν μεταφυσιϰή
πού μπορεῖς ἐπιτέλους νά πιστέψεις πώς ὑπάρχεις ϰαι δέν ὑπάρχεις
πώς ποτέ δέν ὑπῆρξες, δέν ὑπῆρξε ὁ χρόνος ϰι ἡ φθορά του.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Θά ϰαθίσουμε λίγο στό πεζούλι, πάνω στό ὕψωμα,
ϰι ὅπως θά μᾶς φυσάει ὁ ἀνοιξιάτιϰος ἀέρας
μπορεῖ νά φαντάζουμε ϰιόλας πώς θά πετάξουμε,
γιατί, πολλές φορές, ϰαί τώρα ἀϰόμη, ἀϰούω τό θόρυβο τοῦ φουστανιοῦ μου,
σάν τό θόρυβο δυό δυνατῶν φτερῶν πού ἀνοιγοϰλείνουν,
ϰι ὅταν ϰλείνεσαι μέσα σ᾿αὐτόν τόν ἦχο τοῦ πετάγματος
νιώθεις ϰρουστό τό λαιμό σου, τά πλευρά σου, τή σάρϰα σου,
ϰι ἔτσι σφιγμένος μές στούς μυῶνες τοῦ γαλάζιου ἀγέρα,
μέσα στά ρωμαλέα νεῦρα τοῦ ὕψους,
δέν ἔχει σημασία ἂν φεύγεις ἢ ἂν γυρίζεις
ϰι οὔτε ἔχει σημασία πού ἄσπρισαν τά μαλλιά μου,
(δέν εἶναι τοῦτο ἡ λύπη μου – ἡ λύπη μου
εἶναι πού δέν ἀσπρίζει ϰ᾿ἡ ϰαρδιά μου).
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τό ξέρω πώς ϰαθένας μοναχός πορεύεται στόν ἔρωτα,
μοναχός στή δόξα ϰαί στό θάνατο.
Τό ξέρω. Τό δοϰίμασα. Δέν ὠφελεῖ.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τοῦτο τό σπίτι στοίχειωσε, μέ διώχνει –
θέλω νά πῶ ἔχει παλιώσει πολύ, τά ϰαρφιά ξεϰολλᾶνε,
τά ϰάδρα ρίχνονται σά νά βουτᾶνε στό ϰενό,
οἱ σουβάδες πέφτουν ἀθόρυβα
ὅπως πέφτει τό ϰαπέλο τοῦ πεθαμένου ἀπ’ τήν ϰρεμάστρα στό σϰοτεινό διάδρομο
ὅπως πέφτει τό μάλλινο τριμμένο γάντι τῆς σιωπῆς ἀπ’ τά γόνατά της
ἤ ὅπως πέφτει μιά λουρίδα φεγγάρι στήν παλιά, ξεϰοιλιασμένη πολυθρόνα.
Κάποτε ὑπῆρξε νέα ϰι αὐτή, – ὄχι ἡ φωτογραφία πού ϰοιτᾶς μέ τόση δυσπιστία –
λέω γιά τήν πολυθρόνα, πολύ ἀναπαυτιϰή, μποροῦσες ὧρες ὁλόϰληρες νά ϰάθεσαι
ϰαί μέ ϰλεισμένα μάτια νά ὀνειρεύεσαι ὅ,τι τύχει
– μιάν ἀμμουδιά στρωτή, νοτισμένη, στιλβωμένη ἀπό φεγγάρι,
πιό στιλβωμένη ἀπ’ τά παλιά λουστρίνια μου πού ϰάθε μήνα τά δίνω στό στιλβωτήριο τῆς γωνιᾶς,
ἤ ἕνα πανί ψαρόβαρϰας πού χάνεται στό βάθος λιϰνισμένο ἀπ’ τήν ἴδια του ἀνάσα,
τριγωνιϰό πανί σά μαντίλι διπλωμένο λοξά μόνο στά δυό
σά νά μήν εἶχε τίποτα νά ϰλείσει ἤ νά ϰρατήσει
ἤ ν’ ἀνεμίσει διάπλατο σέ ἀποχαιρετισμό. Πάντα μου εἶχα μανία μέ τά μαντίλια,
ὄχι γιά νά ϰρατήσω τίποτα δεμένο,
τίποτα σπόρους λουλουδιῶν ἤ χαμομήλι μαζεμένο στούς ἀγρούς μέ τό λιόγερμα
ἤ νά τό δέσω τέσσερις ϰόμπους σάν τό σϰουφί πού φορᾶνε οἱ ἐργάτες στ’ ἀντιϰρυνό γιαπί
ἤ νά σϰουπίζω τά μάτια μου, – διατήρησα ϰαλή τήν ὅρασή μου·
ποτέ μου δέ φόρεσα γυαλιά. Μιά ἁπλή ἰδιοτροπία τά μαντίλια.

Τώρα τά διπλώνω στά τέσσερα, στά ὀχτώ, στά δεϰάξη
ν’ ἀπασχολῶ τά δάχτυλά μου. Καί τώρα θυμήθηϰα
πώς ἔτσι μετροῦσα τή μουσιϰή σάν πήγαινα στό Ὠδεῖο
μέ μπλέ ποδιά ϰι ἄσπρο γιαϰά, μέ δυό ξανθές πλεξοῦδες
– 8, 16, 32, 64, –
ϰρατημένη ἀπ’ τό χέρι μιᾶς μιϰρῆς φίλης μου ροδαϰινιᾶς ὅλο φῶς ϰαί ρόζ λουλούδια,
(συχώρεσέ μου αὐτά τά λόγια – ϰαϰή συνήθεια) – 32, 64, –
ϰ’ οἱ διϰοί μου στήριζαν
μεγάλες ἐλπίδες στό μουσιϰό μου τάλαντο. Λοιπόν, σοὔλεγα γιά τήν πολυθρόνα –
ξεϰοιλιασμένη – φαίνονται οἱ σϰουριασμένες σοῦστες, τά ἄχερα –
ἔλεγα νά τήν πάω δίπλα στό ἐπιπλοποιεῖο,
μά ποῦ ϰαιρός ϰαί λεφτά ϰαί διάθεση – τί νά πρωτοδιορθώσεις; –
ἔλεγα νά ρίξω ἕνα σεντόνι πάνω της, – φοβήθηϰα
τ’ ἄσπρο σεντόνι σέ τέτοιο φεγγαρόφωτο. Ἐδῶ ϰάθησαν
ἄνθρωποι πού ὀνειρεύτηϰαν μεγάλα ὄνειρα, ὅπως ϰ’ ἐσύ ϰι ὅπως ϰ’ ἐγώ ἄλλωστε,
ϰαί τώρα ξεϰουράζονται ϰάτω ἀπ’ τό χῶμα δίχως νά ἐνοχλοῦνται ἀπ’ τή βροχή ἤ τό φεγγάρι.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Θά σταθοῦμε λιγάϰι στήν ϰορφή τῆς μαρμάρινης σϰάλας τοῦ Ἅη-Νιϰόλα,
ὕστερα ἐσύ θά ϰατηφορίσεις ϰ’ ἐγώ θά γυρίσω πίσω
ἔχοντας στ’ ἀριστερό πλευρό μου τή ζέστα ἀπ’ τό τυχαῖο ἄγγιγμα τοῦ σαϰϰαϰιοῦ σου
ϰι ἀϰόμη μεριϰά τετράγωνα φῶτα ἀπό μιϰρά συνοιϰιαϰά παράθυρα
ϰι αὐτή τήν πάλλευϰη ἄχνα ἀπ’ τό φεγγάρι ποὖναι σά μιά μεγάλη συνοδεία ἀσημένιων ϰύϰνων –
ϰαί δέ φοβᾶμαι αὐτή τήν ἔϰφραση, γιατί ἐγώ
πολλές ἀνοιξιάτιϰες νύχτες συνομίλησα ἄλλοτε μέ τό Θεό πού μοῦ ἐμφανίστηϰε
ντυμένος τήν ἀχλύ ϰαί τή δόξα ἑνός τέτοιου σεληνόφωτος,
ϰαί πολλούς νέους, πιό ὡραίους ϰι ἀπό σένα ἀϰόμη, τοῦ ἐθυσίασα,
ἔτσι λευϰή ϰι ἀπρόσιτη ν’ ἀτμίζομαι μές στή λευϰή μου φλόγα, στή λευϰότητα τοῦ σεληνόφωτος,
πυρπολημένη ἀπ’ τ’ ἀδηφάγα μάτια τῶν ἀντρῶν ϰι ἀπ’ τή δισταχτιϰήν ἔϰσταση τῶν ἐφήβων,
πολιορϰημένη ἀπό ἐξαίσια, ἡλιοϰαμμένα σώματα,
ἄλϰιμα μέλη γυμνασμένα στό ϰολύμπι, στό ϰουπί, στό στίβο, στό ποδόσφαιρο (πού ἔϰανα πώς δέν τἄβλεπα)
μέτωπα, χείλη ϰαί λαιμοί, γόνατα, δάχτυλα ϰαί μάτια,
στέρνα ϰαί μπράτσα ϰαί μηροί (ϰι ἀλήθεια δέν τἄβλεπα)
ξέρεις, ϰαμμιά φορά, θαυμάζοντας, ξεχνᾶς, ὅ,τι θαυμάζεις, σοῦ φτάνει ὁ θαυμασμός σου, –
θέ μου, τί μάτια πάναστρα, ϰι ἀνυψωνόμουν σέ μιάν ἀποθέωση ἀρνημένων ἄστρων
γιατί, ἔτσι πολιορϰημένη ἀπ’ ἔξω ϰι ἀπό μέσα,
ἄλλος δρόμος δε μοὔμενε παρά μονάχα πρός τά πάνω ἤ πρός τά ϰάτω. – Ὄχι, δέ φτάνει.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τό ξέρω ἡ ὥρα πιά εἶναι περασμένη. Ἄφησέ με,
γιατί τόσα χρόνια, μέρες ϰαί νύχτες ϰαί πορφυρά μεσημέρια,
ἔμεινα μόνη,
ἀνένδοτη, μόνη ϰαί πάναγνη,
ἀϰόμη στή συζυγιϰή μου ϰλίνη πάναγνη ϰαί μόνη,
γράφοντας ἔνδοξους στίχους στά γόνατα τοῦ Θεοῦ,
στίχους πού, σέ διαβεβαιῶ, θά μείνουνε σά λαξευμένοι σέ ἄμεμπτο μαρμαρο,
πέρα ἀπ’ τή ζωή μου ϰαί τή ζωή σου, πέρα πολύ. Δέ φτάνει.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τοῦτο τό σπίτι δέ μέ σηϰώνει πιά.
Δέν ἀντέχω νά τό σηϰώνω στή ράχη μου.
Πρέπει πάντα νά προσέχεις, νά προσέχεις,
νά στεριώνεις τόν τοῖχο μέ τό μεγάλο μπουφέ
νά στεριώνεις τόν μπουφέ μέ τό πανάρχαιο σϰαλιστό τραπέζι
νά στεριώνεις τό τραπέζι μέ τίς ϰαρέϰλες
νά στεριώνεις τίς ϰαρέϰλες μέ τά χέρια σου
νά βάζεις τόν ὦμο σου ϰάτω ἀπ’ τό δοϰάρι πού ϰρέμασε.
Καί τό πιάνο, σά μαῦρο φέρετρο ϰλεισμένο. Δέν τολμᾶς νά τ’ ἀνοίξεις.
Ὅλο νά προσέχεις, νά προσέχεις, μήν πέσουν, μήν πέσεις. Δἐν ἀντέχω.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τοῦτο τό σπίτι, παρ’ ὅλους τούς νεϰρούς του, δέν ἐννοεῖ νά πεθάνει.
Ἐπιμένει νά ζεῖ μέ τούς νεϰρούς του
νά ζεῖ ἀπ’ τούς νεϰρούς του
νά ζεῖ ἀπ’ τή βεβαιότητα τοῦ θανάτου του
ϰαί νά νοιϰοϰυρεύει ἀϰόμη τούς νεϰρούς του σ’ ἑτοιμόρροπα ϰρεββάτια ϰαί ράφια.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Ἐδῶ, ὅσο σιγά ϰι ἄν περπατήσω μές στήν ἄχνα τῆς βραδιᾶς,
εἴτε μέ τίς παντοῦφλες, εἴτε ξυπόλυτη,
ϰάτι θά τρίξει, – ἕνα τζάμι ραγίζει ἤ ϰάποιος ϰαθρέφτης,
ϰάποια βήματα ἀϰούγονται, – δέν εἶναι διϰά μου.
Ἔξω, στό δρόμο μπορεῖ νά μήν ἀϰούγονται τοῦτα τά βήματα, –
ἡ μεταμέλεια, λένε, φοράει ξυλοπάπουτσα, –
ϰι ἄν ϰάνεις νά ϰοιτάξεις σ’ αὐτόν ἤ στόν ἄλλον ϰαθρέφτη,
πίσω ἀπ’ τή σϰόνη ϰαί τίς ραγισματιές,
διαϰρίνεις πιό θαμπό ϰαί πιό τεμαχισμένο τό πρόσωπό σου,
τό πρόσωπό σου πού ἄλλο δέ ζήτησες στή ζωή παρά νά τό ϰρατήσεις ϰαθάριο ϰι ἀδιαίρετο.

Τά χείλη τοῦ ποτηριοῦ γυαλίζουν στό φεγγαρόφωτο
σάν ϰυϰλιϰό ξυράφι – πῶς νά τό φέρω στά χείλη μου;
ὅσο ϰι ἄν διψῶ, – πῶς νά τό φέρω; – Βλέπεις;
ἔχω ἀϰόμη διάθεση γιά παρομοιώσεις, – αὐτό μοῦ ἀπόμεινε,
αὐτό μέ βεβαιώνει ἀϰόμη πώς δέ λείπω.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Φορές-φορές, τήν ὥρα πού βραδιάζει, ἔχω τήν αἴσθηση
πώς ἔξω ἀπ’ τά παράθυρα περνάει ὁ ἀρϰουδιάρης μέ τήν γριά βαριά του ἀρϰούδα
μέ τό μαλλί της ὅλο ἀγϰάθια ϰαί τριβόλια
σηϰώνοντας σϰόνη στό συνοιϰιαϰό δρόμο
ἕνα ἐρημιϰό σύννεφο σϰόνη πού θυμιάζει τό σούρουπο
ϰαί τά παιδιά ἔχουν γυρίσει σπίτια τους γιά τό δεῖπνο ϰαί δέν τ᾿ἀφήνουν πιά νά βγοῦν ἔξω
μ᾿ὅλο πού πίσω ἀπ᾿ τούς τοίχους μαντεύουν τό περπάτημα τῆς γριᾶς ἀρϰούδας –
ϰ᾿ἡ ἀρϰούδα ϰουρασμένη πορεύεται μές στή σοφία τῆς μοναξιᾶς της, μήν ξέροντας γιά ποῦ ϰαί γιατί –
ἔχει βαρύνει, δέν μπορεῖ πιά νά χορεύει στά πισινά της πόδια δέν μπορεῖ νά φοράει τή δαντελένια σϰουφίτσα της νά διασϰεδάζει τά παιδιά, τούς ἀργόσχολους τούς ἀπαιτητιϰούς,
ϰαί τό μόνο πού θέλει εἶναι νά πλαγιάσει στό χῶμα
ἀφήνοντας νά τήν πατᾶνε στήν ϰοιλιά, παίζοντας ἔτσι τό τελευταῖο παιχνίδι της,
δείχνοντας τήν τρομερή της δύναμη γιά παραίτηση,
τήν ἀνυπαϰοή της στά συμφέροντα τῶν ἄλλων, στούς ϰρίϰους τῶν χειλιῶν της, στήν ἀνάγϰη τῶν δοντιῶν της,
τήν ἀνυπαϰοή της στόν πόνο ϰαί στή ζωή
μέ τή σίγουρη συμμαχία τοῦ θανάτου – ἔστω ϰ᾿ἑνός ἀργοῦ θανάτου –
τήν τελιϰή της ἀνυπαϰοή στό θάνατο μέ τή συνέχεια ϰαί τή γνώση τῆς ζωῆς
πού ἀνηφοράει μέ γνώση ϰαί μέ πράξη πάνω ἀπ᾿τή σϰλαβιά της.

Μά ποιός μπορεῖ νά παίξει ὡς τό τέλος αὐτό τό παιχνίδι;
Κ᾿ἡ ἀρϰούδα σηϰώνεται πάλι ϰαί πορεύεται
ὑπαϰούοντας στό λουρί της, στούς ϰρίϰους της, στά δόντια της,
χαμογελώντας μέ τά σϰισμένα χείλια της στίς πενταροδεϰάρες πού τίς ρίχνουνε τά ὡραῖα ϰαί ἀνυποψίαστα παιδιά
(ὡραῖα ἀϰριβῶς γιατί εἶναι ἀνυποψίαστα)
ϰαί λέγοντας εὐχαριστῶ. Γιατί οἱ ἀρϰοῦδες πού γεράσανε
τό μόνο πού ἔμαθαν νά λένε εἶναι: εὐχαριστῶ, εὐχαριστῶ.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Τοῦτο τό σπίτι μέ πνίγει. Μάλιστα ἡ ϰουζίνα
εἶναι σάν τό βυθό τῆς θάλασσας. Τά μπρίϰια ϰρεμασμένα γυαλίζουν
σά στρογγυλά, μεγάλα μάτια ἀπίθανων ψαριῶν,
τά πιάτα σαλεύουν ἀργά σάν τίς μέδουσες,
φύϰια ϰι ὄστραϰα πιάνονται στά μαλλιά μου – δέν μπορῶ νά τά ξεϰολλήσω ὕστερα,
δέν μπορῶ ν’ ἀνέβω πάλι στήν ἐπιφάνεια –
ὁ δίσϰος μοῦ πέφτει ἀπ’ τά χέρια ἄηχος, – σωριάζομαι 
ϰαί βλέπω τίς φυσαλίδες ἀπ’ τήν ἀνάσα μου ν’ ἀνεβαίνουν, ν’ ανεβαίνουν
ϰαί προσπαθῶ νά διασϰεδάσω ϰοιτάζοντάς τες
ϰι ἀναρωτιέμαι τί θά λέει ἄν ϰάποιος βρίσϰεται ἀπό πάνω ϰαί βλέπει αὐτές τίς φυσαλίδες,
τάχα πώς πνίγεται ϰάποιος ἤ πώς ἕνας δύτης ἀνιχνεύει τούς βυθούς;

Κι ἀλήθεια δέν εἶναι λίγες οἱ φορές πού ἀναϰαλύπτω ἐϰεῖ, στό βάθος τοῦ πνιγμοῦ,
ϰοράλλια ϰαί μαργαριτάρια ϰαί θησαυρούς ναυαγισμένων πλοίων,
ἀπρόοπτες συναντήσεις, ϰαί χτεσινά ϰαί σημερινά ϰαί μελλούμενα,
μιάν ἐπαλήθευση σχεδόν αἰωνιότητας,
ϰάποιο ξανάσασμα, ϰάποιο χαμόγελο ἀθανασίας, ὅπως λένε,
μιάν εὐτυχία, μιά μέθη, ϰ’ ἐνθουσιασμόν ἀϰόμη,
ϰοράλλια ϰαί μαργαριτάρια ϰαί ζαφείρια·
μονάχα πού δέν ξέρω νά τά δώσω – ὄχι, τά δίνω·
μονάχα πού δέν ξέρω ἄν μποροῦν νά τά πάρουν – πάντως ἐγώ τά δίνω.
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Μιά στιγμή, νά πάρω τή ζαϰέτα μου.
Τοῦτο τόν ἄστατο ϰαιρό, ὅσο νἆναι, πρέπει νά φυλαγόμαστε.
Ἔχει ὑγρασία τά βράδια, ϰαί τό φεγγάρι
δέ σοῦ φαίνεται, ἀλήθεια, πώς ἐπιτείνει τήν ψύχρα;

Ἄσε νά σοῦ ϰουμπώσω τό πουϰάμισο – τί δυνατό τό στῆθος σου,
– τί δυνατό φεγγάρι, – ἡ πολυθρόνα, λέω – ϰι ὅταν σηϰώνω τό φλιτζάνι ἀπ’ τό τραπέζι
μένει ἀπό ϰάτω μιά τρύπα σιωπή, βάζω ἀμέσως τήν παλάμη μου ἐπάνω
νά μήν ϰοιτάξω μέσα, – ἀφήνω πάλι τό φλιτζάνι στή θέση του·
ϰαί τό φεγγάρι μιά τρύπα στό ϰρανίο τοῦ ϰόσμου – μήν ϰοιτάξεις μέσα,
εἶναι μιά δύναμη μαγνητιϰή πού σέ τραβάει – μήν ϰοιτάξεις, μήν ϰοιτᾶχτε,
ἀϰοῦστε με πού σᾶς μιλάω – θά πέσετε μέσα. Τοῦτος ὁ ἴλιγγος
ὡραῖος, ἀνάλαφρος – θά πέσεις, –
ἕνα μαρμάρινο πηγάδι τό φεγγάρι,
ἴσϰιοι σαλεύουν ϰαί βουβά φτερά, μυστηριαϰές φωνές – δέν τίς ἀϰοῦτε;

Βαθύ-βαθύ τό πέσιμο,
βαθύ-βαθύ τό ἀνέβασμα,
τό ἀέρινο ἄγαλμα ϰρουστό μές στ’ ἀνοιχτά φτερά του,
βαθειά-βαθειά ἡ ἀμείλιϰτη εὐεργεσία τῆς σιωπῆς, –
τρέμουσες φωταψίες τῆς ἄλλης ὄχθης, ὅπως ταλαντεύεσαι μές στό ἴδιο σου τό ϰύμα,
ἀνάσα ὠϰεανοῦ. Ὡραῖος, ἀνάλαφρος
ὁ ἴλιγγος τοῦτος, – πρόσεξε, θά πέσεις. Μήν ϰοιτᾶς ἐμένα,
ἐμένα ἡ θέση μου εἶναι τό ταλάντευμα – ὁ ἑξαίσιος ἴλιγγος. Ἔτσι ϰάθε ἀπόβραδο
ἔχω λιγάϰι πονοϰέφαλο, ϰάτι ζαλάδες.

Συχνά πετάγομαι στό φαρμαϰεῖο ἀπέναντι γιά ϰαμιάν ἀσπιρίνη,
ἄλλοτε πάλι βαριέμαι ϰαί μένω μέ τόν πονοϰέφαλό μου
ν᾿ἀϰούω μές στούς τοίχους τόν ϰούφιο θόρυβο πού ϰάνουν οἱ σωλῆνες τοῦ νεροῦ,
ἢ ψήνω ἕναν ϰαφέ, ϰαί, πάντα ἀφηρημένη,
ξεχνιέμαι ϰ᾿ἑτοιμάζω δυό – ποιός νά τόν πιεῖ τόν ἄλλον; –
ἀστεῖο ἀλήθεια, τόν ἀφήνω στό περβάζι νά ϰρυώνει
ἢ ϰάποτε πίνω ϰαί τόν δεύτερο, ϰοιτάζοντας ἀπ᾿τό παράθυρο τόν πράσινο γλόμπο τοῦ φαρμαϰείου
σάν τό πράσινο φῶς ἑνός ἀθόρυβου τραίνου πού ἔρχεται νά μέ πάρει
μέ τά μαντίλια μου, τά σταβοπατημένα μου παπούτσια, τή μαύρη τσάντα μου, τά ποιήματά μου,
χωρίς ϰαθόλου βαλίτσες – τί νά τίς ϰάνεις;
Ἄφησέ με νἄρθω μαζί σου.

Ἄ, φεύγεις; Καληνύχτα. Ὄχι, δέ θἄρθω. Καληνύχτα.
Ἐγώ θά βγῶ σέ λίγο. Εὐχαριστῶ. Γιατί ἐπιτέλους, πρέπει νά βγῶ ἀπ᾿ αὐτό τό τσαϰισμένο σπίτι.
Πρέπει νά δῶ λιγάϰι πολιτεία, – ὄχι, ὄχι τό φεγγάρι –
τήν πολιτεία μέ τά ροζιασμένα χέρια της, τήν πολιτεία τοῦ μεροϰάματου,
τήν πολιτεία πού ὁρϰίζεται στό ψωμί ϰαί στή γροθιά της,
τήν πολιτεία πού ὅλους μας ἀντέχει στήν ράχη της
μέ τίς μιϰρότητές μας, τίς ϰαϰίες, τίς ἔχτρες μας,
μέ τίς φιλοδοξίες, τήν ἄγνοιά μας ϰαί τά γερατειά μας,–
ν’ ἀϰούσω τά μεγάλα βήματα τῆς πολιτείας,
νά μήν ἀϰούω πιά τά βήματά σου μήτε τά βήματα τοῦ Θεοῦ, μήτε ϰαί τά διϰά μου βήματα. Καληνύχτα.

(Τό δωμάτιο σϰοτεινιάζει. Φαίνεται πώς ϰάποιο σύννεφο θἄϰρυβε τό φεγγάρι. Μονομιᾶς, σάν ϰάποιο χέρι νά δυνάμωσε τό ραδιόφωνο τοῦ γειτονιϰοῦ μπάρ, ἀϰούστηϰε μία πολύ γνώστη μουσιϰή φράση. Καί τότε ϰατάλαβα πώς ὅλη τούτη τή σϰηνή τή συνόδευε χαμηλόφωνα ἡ «Σονάτα τοῦ Σεληνόφωτος», μόνο τό πρῶτο μέρος. Ὁ Nέος θά ϰατηφορίζει τώρα μ᾿ ἕνα εἰρωνιϰό ϰ᾿ ἴσως συμπονετιϰό χαμόγελο στά ϰαλογραμμένα χείλη του ϰαί μ᾿ ἕνα συναίσθημα ἀπελευθέρωσης. Ὅταν θά φτάσει ἀϰριβῶς στόν Ἅη-Νιϰόλα, πρίν ϰατεβεῖ τή μαρμαρίνη σϰάλα, θά γελάσει, -ἕνα γέλιο δυνατό, ἀσυγϰράτητο. Τό γέλιο του δέ θ᾿ ἀϰουστεῖ ϰαθόλου ἀνάρμοστα ϰάτω ἀπ᾿ τό φεγγάρι. Ἴσως τό μόνο ἀνάρμοστο νἆναι τό ὅτι δέν εἶναι ϰαθόλου ἀνάρμοστο. Σέ λίγο, ὁ Νέος θά σωπάσει, θά σοβαρευτεῖ ϰαί θά πεῖ «Ἡ παραϰμή μιᾶς ἐποχῆς». Ἔτσι, ὁλότελα ἥσυχος πιά, θά ξεϰουμπώσει πάλι τό πουϰάμισό του ϰαί θά τραβήξει τό δρόμο του. Ὅσο γιά τή γυναίϰα μέ τά μαῦρα, δέν ξέρω ἂν βγῆϰε τελιϰά ἀπ᾿ τό σπίτι. Τό φεγγαρόφωτο λάμπει ξανά. Καί στίς γωνιές τοῦ δωματίου οἱ σϰιές σφίγγονται ἀπό μίαν ἀβάσταχτη μετάνοια, σχεδόν ὀργή, ὄχι τόσο γιά τή ζωή ὅσο γιά τήν ἄχρηστη ἐξομολόγηση. Ἀϰοῦτε; τό ραδιόφωνο συνεχίζει):

Γιάννης Ρίτσος

Ἀθήνα, Ἰούνιος, 1956

Ἡ σονάτα τοῦ σεληνόφωτος, 1956, in “Τέταϱτη διάσταση”, θήνα, Κέδρος, 1972

«Non mi piace chi entra a piccoli passi» – Franco Arminio

Brett Weston, Untitled, 1951

 

Non mi piace chi entra a piccoli passi,
mi piace venire all’osso,
nella buca, in trincea, voglio una ferocia,
un pugno in faccia,
mi piace chi mi porta al centro delle cose,
non ce la faccio a girare intorno,
mi stancano gli indugi,
le manfrine,
voglio essere scavato,
le cose lievi non le sento,
la dolcezza va bene
quando è improvvisa,
mi snerva la lentezza,
io vado contro la lentezza,
contro la pazienza, mi piace la vita
scossa, il cuore amaro:
dopo le grandi sventure
gli uomini hanno il cuore più chiaro.

Franco Arminio

da “Non era niente”, in “Resteranno i canti”, Bompiani, 2018

L’éternité – Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

 

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise: enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Arthur Rimbaud

Mai 1872

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo l’assenso
Della notte di nulla
E del giorno di fuoco.

Dai suffragi umani,
Dai comuni slanci,
Tu là ti liberi
E voli a seconda.

Poi che da voi sole,
Braci di raso,
Esala il Dovere,
Senza un: finalmente.

Là niente speranza,
Non c’è un orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Anima mia sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte sí nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni,
Là ti disciogli
E libera voli.

Da voi soli invero,
Tizzoni di raso,
Si esala il Dovere,
E non si dice: finalmente.

Là, niente speranza,
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Supplizio sicuro.

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872.

(Traduzione di Ivos Margoni)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, Feltrinelli, Milano, 1964

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.
 
Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.
 
Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni,
là tu ti liberi
e voli dove vuoi.
 
Poiché solo da voi,
tizzoni di raso,
si esala il Dovere
senza che si dica: finalmente.

Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
 
È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

Maggio 1872

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

L’eternità

L’hanno ritrovata.
Che?  L’Eternità.
La marea andata
con il sole. Mormora,

mia anima attenta,
la confessione
della notte spenta
e del giorno in fiamme.

Dai suffragi umani,
dai comuni slanci
laggiú ti dipani
e voli a seconda…

Tizzoni di sete,
invero il Dovere
voi soli effondete
senza dire: infine.

Nessuna speranza,
nessun orïetur.
Scienza piú costanza,
supplizio sicuro.

L’hanno ritrovata.
Che? – L’Eternità.
La marea andata
insieme col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Gian Piero Bona)

da “Arthur Rimbaud, Poesie”, Einaudi, Torino, 1973

«Mi fu data dagli dei –» – Emily Dickinson

Allan Grant, A girl daydreaming during class, Florida, March 1947

[454]

Mi fu data dagli dei –
che ero bambina –
Ci fanno regali – si sa – perlopiú
quando siamo nuovi – e piccoli.
Io la tenevo in mano –
non l’ho mai posata –
non osavo mangiare – né dormire –
per paura che andasse via –
Udivo parole come «ricca» –
mentre correvo a scuola –
da labbra agli angoli delle strade –
e cercavo di resistere a un sorriso.
Ricca! Ero io proprio – a essere ricca –
a prendere il nome dell’oro –
e oro possedere – in barre massicce –
La differenza – mi rendeva fiera –

Emily Dickinson

(Traduzione di Silvia Bre)

da “Uno zero più ampio”, Einaudi, Torino, 2013

∗∗∗

[454]

It was given to me by the Gods –
When I was a little Girl –
They given us Presents most – you know –
When we are new – and small.
I kept it in my Hand –
I never put it down –
I did not dare to eat – or sleep –
For fear it would be gone –
I heard such words as «Rich» –
When hurrying to school –
From lips at Corners of the Streets –
And wrestled with a smile.
Rich! ’Twas Myself – was rich –
To take the name of Gold –
And Gold to own – in solid Bars –
The Difference – made me bold –

Emily Dickinson

da “The Poems of Emily Dickinson”, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1955

Battello ebbro – Arthur Rimbaud

 

Mentre scendevo lungo Fiumi impassibili,
Non mi sentii più guidato dai trainanti.
Pellirossa chiassosi li avevano inchiodati,
Nudo bersaglio, ai pali variopinti.

La sorte d’ogni equipaggio mi era indifferente,
Recavo grano fiammingo e cotone inglese.
Quando con i trainanti ebbe fine il clamore,
Discesi per quei Fiumi a mio talento.

Nel furibondo sciabordìo delle maree, lo scorso
Inverno, io, più sordo d’un cervello infantile,
Correvo! E libere da ormeggi le Penisole
Non subirono mai scompigli più trionfali.

Benedì la tempesta i miei risvegli in mare.
Più leggero d’un sughero ho danzato sui flutti
Che sono detti eterni avvolgitori di vittime,
Dieci notti, sprezzando rocchio stolto dei fari!

Più dolce che al bimbo la polpa degli acidi pomi,
L’acqua verde filtrò nello scafo d’abete
E dalle chiazze di vini azzurri e di vomiti
Nettandomi, disperse l’àncora e il timone.

Da allora, mi trovai immerso nel Poema
Del Mare, intriso d’astri, e lattescente,
Divorando cerulei verdi; ove talvolta, relitto
Estasiato e livido, scende pensoso un annegato;

Ove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri
E ritmi lenti nel giorno rutilante,
Più forti dell’alcool, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell’amore!

So i cieli che si squarciano in lampi, so le trombe
E le risacche e le correnti: io so la sera,
L’Alba eccitata come colombe a stormi, e a volte

Ho visto quel che l’uomo crede di vedere!
Ho visto il sole basso, sporco d’orrori mistici,
Illuminare lunghi impegolamenti viola, e i flutti
Simili ad attori di antichissimi drammi
Spingere il loro fremito di persiane al largo!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate, bacio
Che lentamente sale allo sguardo dei mari,
La circolazione delle linfe inaudite,
Il giallo risveglio azzurro dei fosfori canori!

Seguii per mesi e mesi, simili a mandrie isteriche,
I marosi all’assalto delle scogliere, senza
Pensare che i piedi delle Marie potessero
Forzare luminosi il muso agli Oceani bolsi!

Ho urtato, sapete, Floride incredibili,
Dove tra i fiori son occhi di pantere, con pelle
D’uomo! Arcobaleni tesi come redini,
Sotto l’orizzonte dei mari, a glauche greggi!

Ho visto fermentare paludi enormi, nasse
Ove imputridisce nei giunchi un Leviatano!
Scrosciare l’acqua nelle bonacce, e lontananze
Crollare a cataratte negli abissi!

Ghiacciai, soli d’argento, madreperla dei flutti, cicli
Di brace! Immondo arenarsi in fondo a golfi bruni
Dove serpenti enormi divorati da cimici
Cadono, con foschi odori, dagli alberi tòrti!

Avrei voluto mostrare ai bimbi quelle orate
dell’onda azzurra, i pesci d’oro, i pesci melodiosi.
– II mio salpare fu cullato dalle schiume fiorite, i venti
Ineffabili mi diedero qualche istante le ali.

Martire stanco dei poli e delle zone, il mare
Mi offriva a volte i fiori d’ombra, in gialle
Ventose, nel dolce rollìo dei suoi singhiozzi.
Ed io sostavo, come donna in ginocchio…

Isola, quasi: scotendo dalle sponde escrementi 
E liti d’uccelli ciarlieri dagli occhi biondi.
E vogavo, se attraverso i miei fragili fili
Indietreggiando, scendevano al sonno gli annegati!

Ora, battello perso entro i golfi chiomati,
Che l’uragano scaglia nell’aria senza uccelli,
Io, di cui Monitori e Velieri Anseatici
Avrebbero sdegnato la carcassa ebbra d’acqua;

Fumante, libero, cinto di nebbie violacee,
Io che foravo il cielo rosseggiante come
Un muro che rechi, leccornia squisita dei poeti,
I licheni del sole e i muchi dell’azzurro,

Io che correvo, ombrato da lùnule elettriche,
Legno folle, scortato da ippocampi neri,
Quando luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini nei vortici ardenti;

Io che tremavo, udendo a cento leghe gemere
I Behemot infoiati e i Maelström profondi,
Eterno filatore dell’immobile azzurro,
Io rimpiango l’Europa dai parapetti vetusti!

Ho visto gli arcipelaghi siderali! e isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– In queste notti immense tu vai in esilio e dormi,
Stuolo d’uccelli d’oro, oh futuro Vigore? –

Ma è vero, ho pianto troppo! Son desolanti le Albe.
Ed è atroce ogni luna, ed è amaro ogni sole:
L’acre amore mi ha enfiato d’inebrianti torpori.
Oh esploda la mia chiglia! Oh che io ritrovi il mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la fredda
Nera pozza dove, nel crepuscolo odoroso,
Un bimbo accovacciato e triste vara
Il suo battello, tenue come farfalla a maggio.

Non posso più, onde, intriso dei vostri languori,
Inseguire la scia dei portatori di cotone,
Né fendere l’orgoglio di vessilli e di fiamme,
O nuotare, sotto lo sguardo orrendo dei pontoni.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Le bateau ivre

Comme je descendais des Fleuves impassibles,
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs:
Des Peaux-Rouges criards les avaient pris pour cibles,
Les ayant cloués nus aux poteaux de couleurs.
 
J’étais insoucieux de tous les équipages ,
Porteur de blés flamands ou de cotons anglais.
Quand avec mes haleurs ont fini ces tapages,
Les Fleuves m’ont laissé descendre où je voulais.
 
Dans les clapotements furieux des marées,
Moi, l’autre hiver, plus sourd que les cerveaux d’enfants,
Je courus! Et les Péninsules démarrées
N’ont pas subi tohu-bohus6 plus triomphants.
 
La tempête a béni mes éveils maritimes.
Plus léger qu’un bouchon j’ai dansé sur les flots
Qu’on appelle rouleurs éternels de victimes,
Dix nuits, sans regretter l’oeil niais des falots!
 
Plus douce qu’aux enfants la chair des pommes sures,
L’eau verte pénétra ma coque de sapin
Et des taches de vins bleus et des vomissures
Me lava, dispersant gouvernail et grappin.
 
Et dès lors, je me suis baigné dans le Poème
De la Mer, infusé d’astres, et lactescent,
Dévorant les azurs verts; où, flottaison blême
Et ravie, un noyé pensif parfois descend;
 
Où, teignant tout à coup les bleuités, délires
Et rhythmes lents sous les rutilements du jour,
Plus fortes que l’alcool, plus vastes que nos lyres,
Fermentent les rousseurs amères de l’amour!
 
Je sais les cieux crevant en éclairs, et les trombes
Et les ressacs et les courants: je sais le soir,
L’Aube exaltée ainsi qu’un peuple de colombes,
Et j’ai vu quelquefois ce que l’homme a cru voir!
 
J’ai vu le soleil  bas, taché d’horreurs mystiques,
Illuminant de longs figements violets,
Pareils à des acteurs de drames très antiques
Les flots roulant au loin leurs frissons de volets!
 
J’ai rêvé la nuit verte aux neiges éblouies,
Baiser montant aux yeux des mers avec lenteurs,
La circulation des sèves inouïes,
Et l’éveil jaune et bleu des phosphores chanteurs!
 
– J’ai suivi, des mois pleins, pareille aux vacheries
Hystériques, la houle à l’assaut des récifs,
Sans songer que les pieds lumineux des Maries
Pussent forcer le mufle aux Océans poussifs!
 
J’ai heurté, savez-vous, d’incroyables Florides
Mêlant aux fleurs des yeux de panthères à peaux
D’hommes! Des arcs-en-ciel tendus comme des brides
Sous l’horizon des mers, à de glauques troupeaux!
 
J’ai vu fermenter les marais énormes, nasses
Où pourrit dans les joncs tout un Léviathan! 
Des écroulements d’eaux au milieu des bonaces,
Et les lointains vers les gouffres cataractant!
 
Glaciers, soleils d’argent, flots nacreux, cieux de braises!
Échouages hideux au fond des golfes bruns
Où les serpents géants dévorés des punaises
Choient, des arbres tordus, avec de noirs parfums!
 
J’aurais voulu montrer aux enfants ces dorades
Du flot bleu, ces poissons d’or, ces poissons chantants.
– Des écumes de fleurs ont bercé mes dérades
Et d’ineffables vents m’ont ailé par instants.
 
Parfois, martyr lassé des pôles et des zones,
La mer dont le sanglot faisait mon roulis doux
Montait vers moi ses fleurs d’ombre aux ventouses jaunes
Et je restais, ainsi qu’une femme à genoux…
 
Presque île, ballottant sur mes bords les querelles
Et les fientes d’oiseaux clabaudeurs aux yeux blonds.
Et je voguais, lorsqu’à travers mes liens frêles 
Des noyés descendaient dormir, à reculons!
 
Or moi, bateau perdu16 sous les cheveux des anses,
Jeté par l’ouragan dans l’éther sans oiseau,
Moi dont les Monitors et les voiliers des Hanses 
N’auraient pas repêché la carcasse ivre d’eau;
 
Libre, fumant, monté de brumes violettes,
Moi qui trouais le ciel rougeoyant comme un mur
Qui porte, confiture exquise aux bons poètes,
Des lichens de soleil et des morves d’azur;
 
Qui courais, taché de lunules électriques,
Planche folle, escorté des hippocampes noirs,
Quand les juillets faisaient crouler à coups de triques
Les cieux ultramarins aux ardents entonnoirs;
 
Moi qui tremblais, sentant geindre à cinquante lieues
Le rut des Béhémots et les Maelstroms épais,
Fileur éternel des immobilités bleues,
Je regrette l’Europe aux anciens parapets!
 
J’ai vu des archipels sidéraux! et des îles
Dont les cieux délirants sont ouverts au vogueur:
– Est-ce en ces nuits sans fonds que tu dors et t’exiles,
Milion d’oiseaux d’or, ô future Vigueur?
 
Mais, vrai, j’ai trop pleuré! Les Aubes sont navrantes.
Toute lune est atroce et tout soleil amer:
L’âcre amour m’a gonflé de torpeurs enivrantes.
Ô que ma quille éclate! Ô que j’aille à la mer!
 
Si je désire une eau d’Europe, c’est la flache 
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé
Un enfant accroupi plein de tristesses, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.
 
Je ne puis plus, baigné de vos langueurs, ô lames,
Enlever leur sillage aux porteurs de cotons,
Ni traverser l’orgueil des drapeaux et des flammes,
Ni nager sous les yeux horribles des pontons

Arthur Rimbaud

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972