Fiaba – Ted Hughes

Sylvia Plath and Ted Hughes

 

Il quarantanove era il tuo numero magico.
Quarantanove questo.
Quarantanove quello. Quarantotto
porte nel tuo alto palazzo potevano essere aperte.
Ogni notte, dopo che eri andata via,
potevo scegliere tra quarantotto stanze.
Ma la quarantanovesima – ne tenevi tu la chiave.
Quella l’avremmo aperta, un giorno, insieme.

Andavi via: una vampata di capelli e un tuffo
nell’abisso.
Ogni notte. Il tuo amante Orco
che per tutto il giorno ritemprava le forze
dentro la morte, aspettava nel baratro
sotto le stelle frementi.
E io avevo quarantotto chiavi, porte e stanze
con cui giocare. Il tuo Orco
era la somma, stipata in una sola carcassa vudù,
di tutti i tuoi amanti passati –
quanti, chi, dove, quando
non lo dicesti mai neppure al tuo diario segreto.
Solo uno splendeva come un vulcano
lontano nella notte.
Ma io non guardai mai, non vidi mai
la sua effigie laggiù, che bruciava nelle tue lacrime
come fosse di catrame.
Come il lume da notte di un bambino addormentato,
consolava il tuo cosmo.
Nel frattempo, quell’Orco era più che sufficiente,
come se ogni notte tu morissi per stargli vicino,
come se volassi via nella morte.
Queste le tue notti. Di giorno,
sorridente, mi ascoltavi
raccontare le sorprese di questa o quella
delle quarantotto stanze.
La tua felicità rendeva soffice il letto.
Una fiaba? Sì.

Fino al giorno in cui gridasti nel sonno
(no, non fui io, come credevi,
fosti tu). Gridasti
il tuo male d’amore per quell’Orco,
la tua supplica gemente.

Coi capelli di ghiaccio, lo sentii echeggiare
per tutti i corridoi del nostro palazzo –
alto lassù fra le aquile. Finché lo sentii
battere alla quarantanovesima porta
come il mio cuore batteva contro le costole.
Un suono spaventoso.
Batteva a quella porta come il mio cuore
che cercava di uscire dal corpo.

L’indomani notte – dopo il tuo tuffo
per ritrovare quelle braccia
che si inarcavano verso di te dalla morte –
trovai quella porta. Col cuore che mi feriva le costole
aprii la quarantanovesima porta
con un filo d’erba. Tu non hai mai saputo
quale passe-partout avessi trovato
in un semplice filo d’erba. Ed entrai.

La quarantanovesima stanza si contorse tutta
al ruggito dell’Orco
che, sfondata la parete, si tuffò
nel suo abisso. Lo intravidi
mentre inciampavo
nel tuo cadavere e cadevo con lui
dentro il suo abisso.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

Fairy Tale

Forty-nine was your magic number.
Forty-nine this.
Forty-nine that. Forty-eight
Doors in your high palace could be opened.
Once you were gone off every night
I had forty-eight chambers to choose from.
But the forty-ninth – you kept the key.
We would open that, some day, together.

You went off, a flare of hair and a plunge
Into the abyss.
Every night. Your Ogre lover
Who recuperated all day
Inside death, waited in the chasm
Under the tingling stars.
And I had forty-eight keys, doors, chambers,
To play with. Your Ogre
Was the sum, crammed in one voodoo carcase,
Of all your earlier lovers –
You never told even your secret journal
How many, who, where, when.
Only one glowed like a volcano
Off in the night.
But I never looked, I never saw
His effigy there, burning in your tears
Like a thing of tar.
Like a sleeping child’s night-light,
It consoled your cosmos.
Meanwhile, that Ogre was more than enough,
As if you died each night to be with him,
As if you flew off into death.
So your nights. Your days
With your smile you listened to me
Recounting the surprises of one or other
Of the forty-eight chambers.
Your happiness made the bed soft.
A fairy tale? Yes.

Till the day you cried out in your sleep
(No, it was not me, as you thought.
It was you.) You cried out
Your love-sickness for that Ogre,
Your groaning appeal.

Icy-haired, I heard it echoing
Through all the corridors of our palace –
High there among eagles. Till I heard it
Beating on the forty-ninth door
Like my own heart on my own ribs.
A terrifying sound.
It beat on that door like my own heart
Trying to get out of my body.

The first next night – after your plunge
To find again those arms
Arching towards you out of death –
I found that door. My heart hurting my ribs
I unlocked the forty-ninth door
With a blade of grass. You never knew
What a skeleton key I had found
In a single blade of grass. And I entered.

The forty-ninth chamber convulsed
With the Ogre’s roar
As he burst through the wall and plunged
Into his abyss. I glimpsed him
As I tripped
Over your corpse and fell with him
Into his abyss.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Il superstite – Primo Levi

Michael Kenna, Camp Building, Natzweiler-Struthof, France, 1993

A B.V.

Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.

Primo Levi

4 febbraio 1984

da “Ad ora incerta”, Garzanti Editore, 1984

«Se mi chiamassi, sí» – Pedro Salinas

Foto di Helmut Newton

[IV]

Se mi chiamassi, sí,
se mi chiamassi!
 
Io lascerei tutto,
tutto io getterei:
i prezzi, i cataloghi,
l’azzurro dell’oceano sulle carte,
i giorni e le loro notti,
i telegrammi vecchi
e un amore.
Tu, che non sei il mio amore,
se mi chiamassi!
 
E ancora attendo la tua voce:
giú per i telescopi,
dalla stella,
attraverso specchi e gallerie
ed anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
– se mi chiamassi, sí, se mi chiamassi! –
sarà da un miracolo,
ignoto, senza vederlo.
 
Mai dalle labbra che ti bacio,
mai
dalla voce che dice: «Non te ne andare ».
 
Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979
 
∗∗∗

[IV]

¡Si me llamaras, sí 
si me llamaras!

Lo dejaría todo,
todo lo tiraría:
los precios, los catálogos,
el azul del océano en los mapas,
los días y sus noches,
los telegramas viejos
y un amor.
Tú, que no eres mi amor,
¡si me llamaras!

Y aún espero tu voz:
telescopios abajo,
desde la estrella,
por espejos, por túneles,
por los años bisiestos
puede venir. No sé por dónde.
Desde el prodigio, siempre.
Porque si tú me llamas
—¡si me llamaras, sí, si me llamaras!—
será desde un milagro,
incógnito, sin verlo.

Nunca desde los labios que te beso,
nunca
desde la voz que dice: «No te vayas.»
 
Pedro Salinas
 
da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«Le tue mani esistevano» – Antonio Gamoneda

Nina Leen, Holding hands, 1940

 

Le tue mani esistevano.

Un giorno il mondo rimase in silenzio;
gli alberi, in alto, erano profondi e maestosi,
e noi sentivamo sotto la nostra pelle
il movimento della terra.

Soavi le tue mani nelle mie
e io sentii la gravezza e la luce
e tu che mi vivevi dentro il cuore.

Tutto era verità sotto gli alberi,
tutto era verità. Io capivo
tutte le cose come si capiscono
un frutto con la bocca, una luce con gli occhi.

Antonio Gamoneda

(Traduzione di Valerio Nardoni)

dalla rivista “Poesia”, Anno XX, Maggio 2007, N. 216, Crocetti Editore 

∗∗∗

«Existían tus manos»

Existían tus manos.

Un día el mundo se quedó en silencio;
los árboles, arriba, eran hondos y majestuosos,
y nosotros sentíamos bajo nuestra piel
el movimiento de la tierra.

Tus manos fueron suaves en las mías
y sentí al tiempo la gravedad y la luz
y que vivías en mi corazón.

Todo era verdad bajo los árboles,
todo era verdad. Yo comprendía
todas las cosas como se comprende
un fruto con la boca, una luz con los ojos.

Antonio Gamoneda

da “Exentos I, 1956-1960”, in “Sólo luz”, (Antología poética 1947-1998), Valladolid, Junta de Castilla y León, 2000

Poesia d’amore – Margherita Guidacci

Elena Arcangeli, L’attesa, 2007

 

Con l’ansia stessa che tien vivo il seme
Dentro la nera zolla
Finché veda l’ignota luce desiderata,
Ed accompagna il fiume nel suo lungo viaggio
Tra monotone rive
Verso un mare glorioso, dove insieme
Riconosca e raggiunga la sua mèta,
Io ti attendevo senza saperlo,
Ed era amore anche l’attesa.

Questo e non altro rammento,
E non altro so dirti,
Ora che il tempo dell’amore svelato
Sfrena danze di pòllini sul vento
E un impeto di liete acque alla foce,
E gli occhi affondano negli occhi, dolci labbra si uniscono.

Margherita Guidacci

da “Paglia e polvere”, Rebellato, Padova, 1961